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Archive: 2009

Ottobre 20 2009

Ragiono a voce alta. Dei giornali amo le paginate spaziose, gli articoli che un tempo si sarebbe detto di un certo respiro, le storie approfondite e documentate. Trovo invece pagine sempre più piccole, articoli striminziti e scontati, storie di facile presa ma di scarso stupore, rimpalli di seconda mano dai quotidiani esteri e dalla tv.

Dei telegiornali amo l’esplorazione visiva sui fatti del giorno, la ricchezza di spunti, la lunghezza delle edizioni principali. Trovo invece esaltazione di mezzibusti, lunghe recite quotidiane di soundbite politici, riempitivi leggeri per tirarla lunga, rincorsa agli scoop del giorno dei quotidiani. Dieci minuti per addetti ai lavori, venti di sbraco imbarazzante.

Ora io non pretendo affatto di essere in pieno target rispetto ai prodotti giornalistici contemporanei. E so di fare un torto a qualche valorosa eccezione. Prendo solo atto che non c’è una scelta industriale recente (riduzione del formato, storie brevi, inserti targettizzati, risvolti-ghetto per le storie culturali o alternative, toni leggeri e disimpegnati, infotainment) che mi abbia portato a consumare più media tradizionali. Questo al netto di ogni riflessione sulla mia prolungata esposizione quotidiana all’ecosistema informativo in rete e sulle specificità dei vari piani editoriali.

La dico più semplice: non c’è restyling o innovazione o lancio, da diversi mesi a questa parte, che non mi abbia ulteriormente allontanato dalle edicole e dal televisore. Non ho la presunzione che questo spieghi qualcosa della crisi della carta e dell’informazione, però certo la tendenza mi incuriosisce. Non sono il consumatore-tipo, ma resto un consumatore. Perso.

(Sì, succede ogni volta che, come oggi in treno di ritorno da Venezia, dopo aver ragionato sul futuro dei media, mi posso regalare un’ora di immersione tra le pagine di Internazionale, che vale sempre i suoi tre euro.)

Ottobre 13 2009

Sempre a proposito di accrocchi che mi piacerebbe esistessero già, appunto qui un mio vecchio pallino: la cassa comune digitale e online. L’esigenza nasce sempre nell’ambito dei gruppi d’acquisto solidale: il giro di soldi anticipati, rimborsati o destinati a cassa per le piccole spese nell’ambito di un Gas richiede un’elasticità, una pazienza e una dose di energie degne certamente di miglior causa. Se tutto il processo fosse spostato online e digitalizzato, lo si potrebbe rendere molto più rapido e semplice ed economico: i singoli membri potrebbero versare soldi in un borsellino neutro, mentre chi fa acquisti per conto del gruppo – in base a regole condivise e a una gestione intelligente della contabilità – potrebbe attingere dalla cassa mettendo già in conto ai singoli la cifra dovuta. Anche il produttore, indirettamente, beneficerebbe di flussi di pagamento più rapidi e diretti. Pensavo ci si potesse avvicinare a quel che avevo in mente piegando il Paypal di turno allo scopo, ma qui emergono i primi problemi: pochi tra quanti frequentano un Gas sono già registrati o sanno anche soltanto di che cosa si tratta. Peggio ancora, non abbiamo ancora trovato un produttore che sia uno attrezzato per pagamenti online di questo genere. Il mondo bio e para-bio vive in un mondo beatamente 0.5, e forse è anche giusto così. Resta il fatto che sarebbe bello se esistesse un sistema in grado di porsi a metà tra il borsellino analogico del singolo e la cassa del produttore, digitalizzando il processo. Dici: i conti in banca sono fatti apposta. Vero, ma un conto in banca è almeno due livelli di complessità sopra quanto sarebbe necessario  per oliare, e non invece appesantire e rincarare, il processo di gestione della contabilità e di ripartizione delle spese di un gruppo d’acquisto. Idee?

Ottobre 12 2009

È da tempo che non invento più cose per il gusto di sentirmi dire poi che in effetti ciò che desideravo esiste già. L’altra sera, alla riunione del nostro gruppo d’acquisto, eravamo alle prese con il classico problema degli approvigionamenti da piccole aziende biologiche distanti: o la merce te la vai a prendere oppure metti in conto costose spedizioni periodiche che ti fan passar la voglia e la convenienza. «A meno che tu non conosca un camion che passi da queste parti mezzo vuoto», è la frase che segue quasi sempre. L’idea è semplice e banale: a te non serve una vera spedizione da listino, solo un “passaggio” cortese alla merce che vorresti procurarti; il camionista ha già il suo bel da fare, ma magari ha piacere di mettere a frutto a prezzi ragionevoli lo spazio che gli avanza all’ultimo. Come mettere in comunicazione chi cerca il camion-che-passa-di-là-mezzo-vuoto con il camionista-che-gradisce-arrotondare, nel caso in cui non si possono vantare parentele nel mondo delle spedizioni? Basterebbe mettere in piedi un piccolo servizio web di incrocio domanda-offerta, dico io. I gas, le associazioni, i privati che cercano una spedizione meno costosa, meno strutturata e senza urgenza potrebbero pubblicare la loro richiesta. Il padroncino o lo spedizioniere a cui avanza spazio consulta le proposte disponibili sul suo itinerario e, se compatibili, contatta i referenti per accordarsi. Un piccolo database, pochi campi ben assestati, una manciata di regole per garantire l’efficacia e il gioco è fatto. Non conosco la penetrazione di internet nelle cabine di guida, ma magari i numeri non sono più così scoraggianti. Ora, dai, ditemi che esiste già.

Ottobre 9 2009

Ci tengo a ringraziare chi ha già raccolto l’invito, pubblicato mercoledì su Apogeonline, a stimolare una discussione contro il possibile rinnovo della legge Pisanu a fine anno. Credo nelle discussioni civili e pacate («serafiche», le ha definite Giorgio Jannis: mi piace), quelle che non hanno bisogno di urlare per farsi sentire né di trascinare le folle a forza di colpi di teatro. Dunque grazie a chi si è messo in moto e ha rilanciato il messaggio soltanto per aver letto un articolo: Dario Salvelli, Massimo Mantellini, Giorgio Jannis, IlComizietto, Giovanni Calia, Vittorio Zambardino, Mattia Tommasone, Fabio M. Zambelli, Lorenzo Campani. Grazie anche a quanti hanno offerto i loro like e commenti su FriendFeed (Antonio Sofi, per esempio) e su Facebook.

Aggiornamento: sabato 10 si è occupato di questa storia il Fatto Quotidiano (a pagina 17, grazie a Federico Mello – non online, però).

Settembre 22 2009

Poco meno di una settimana fa, qui alla periferia dell’impero, è successo un brutto fatto di cronaca. Una storia di integrazione e di amore, di tradizioni e di conflitto, di onore e di tolleranza, di ipocrisie e di paura, ma mischiati così alla rinfusa da diventare esplosiva. Una storia ricca di spunti di riflessione, se solo non fosse così tragicamente insensata. Questa storia ha avuto ampio risalto anche a livello nazionale, dunque non mi dilungo sui particolari.

Nell’eccitazione generale di molti cronisti e politici a cui non è sembrato vero potersi riempire la bocca con la retorica dello scontro di civiltà, della convivenza impossibile e della superiorità dell’Occidente – una letteratura della contemporaneità ideologica e superficiale su cui prima o poi dovremo porci qualche domanda, per quanto ci allontana da ogni soluzione – poche voci hanno brillato per buon senso. Mi piace qui ricordare in particolare gli articoli che Paolo Rumiz ha sfornato per una settimana su Repubblica e Messaggero Veneto, magistrali, dal mio punto di vista, per equilibrio e buon senso, per capacità di ascolto e per completezza di racconto, per civile indignazione e voglia di andare oltre le apparenze. Del resto è fuoriclasse, mi dicevano ieri su FriendFeed; ma sfortunato è il popolo a cui non bastano gli onesti impiegati e ha bisogno dei fuoriclasse per raccontarsi la vita che gli passa davanti agli occhi, aggiungo io.

Un’altra voce che ho apprezzato è stata quella di Giovanni Zanolin, assessore comunale alle politiche sociali qui a Pordenone, che nell’imbarazzante assenza delle istituzioni e della politica si è presentato alla festa per la fine del Ramadan e ha preso il microfono per gridare l’ineluttabilità del confronto. È un discorso rivolto a una comunità di immigrati, ma indirettamente parla anche agli italiani. Vivere insieme ci cambia, le relazioni ci cambiano, l’amore ci cambia, ed è un fatto così naturale che forse proprio in questo sta la volontà di quel Dio a cui troppi ancora si appellano per enfatizzare differenze e mantenere distanze. I giovani stanno semplicemente arrivando prima degli altri a un destino inevitabile ed è tra le generazioni, prima che tra le civiltà, che si stanno accumulando frizioni. Siccome di questo discorso non c’è traccia né sulla stampa (se non per brevi frammenti) né online, lo pubblico integralmente qui.

La morte di Sanaa non può essere inutile. Su questa morte tutti noi dobbiamo interrogarci e trarre una lezione. Credo che tutti noi, italiani ed immigrati, dobbiamo essere disponibili a cambiare la nostra vita. Quando si viene in Italia tutto cambia. Mille sensazioni ed esperienze nuove si presentano davanti alle persone che arrivano piene di speranza, ma l’Italia è un paese molto differente da quelli d’origine degli immigrati. Da quando si mette piede in Italia nulla può essere più come prima e non si può vivere in Italia come se fossimo in Marocco, in Bangladesh, in Ghana, in Macedonia o in altri paesi. I nostri figli vanno a scuola insieme, lavorano assieme, si parlano, si frequentano. È inevitabile che fra di loro nascano relazioni. Per gli uomini e le donne di fede questo mescolarsi è una manifestazione della volontà di Dio. Per altri un fatto inevitabile, naturale.

La pretesa di far vivere la famiglia isolata o, al massimo, in relazione solo con altre famiglie di connazionali, è fuori dalla realtà, non ha senso, si scontra con la realtà. E genera violenza, perché i giovani figli degli immigrati non accettano di vivere da estranei coi loro coetanei. Nasce da qui la violenza, soprattutto contro le ragazze, che sono la parte più debole e nel contempo i soggetti in cui la spinta al cambiamento agisce in modo più forte, perché cambiare significa soprattutto generare nuovi esseri umani e questo è un compito che spetta alle giovani donne. È stato così per Hina a Brescia, così per Sanaa a Pordenone.

Quando davanti a noi si presentano le difficoltà a capire l’Italia ed il suo modo di vivere, noi tutti, immigrati ed italiani, dobbiamo aprirci, dobbiamo parlare ed incontrarci per discutere di queste differenze e delle diversità. Non esistono luoghi separati nei quali evitare il dialogo e coltivare la differenza e promuoverla: le case dei marocchini o dei macedoni in Italia non potranno mai essere pezzi di Marocco o Macedonia in Italia. Lo stesso Centro culturale islamico di Pordenone è un pezzo d’Italia, nel quale gli islamici debbono imparare a diventare buoni italiani senza rinunciare ad essere islamici e nel quale noi italiani possiamo imparare a conoscere l’Islam. Ovviamente il ricordo delle origini e la nostalgia del vostro paese lontano sono sentimenti necessari e che ci saranno sempre. Noi friulani conosciamo bene questi sentimenti.

Ma cosa significa aprirci? E con chi debbono parlare gli immigrati, soprattutto quando vivono una condizione di difficoltà, com’è successo alla famiglia di Sanaa? Molti lo fanno già, con le assistenti sociali dei loro comuni. Molti lo fanno con l’Imam ed i suoi collaboratori. Altri coi compagni di lavoro, altri coi vicini di casa. Quel che chiedo a tutti è di aiutare quelle famiglie che sono più in difficoltà ad aprirsi e dialogare, come evidentemente è successo al padre ed alla madre di Sanaa. Le assistenti sociali del Comune di Pordenone hanno da sempre un buon rapporto con l’Imam ed i suoi collaboratori. Grazie a questo buon rapporto abbiamo affrontato molte situazioni difficili e calmato molte tensioni, aiutando molti a vivere progressivamente in Italia da italiani, senza perdere alcuni principi fondamentali, come l’amore ed il rispetto per la famiglia, ma assumendone anche di nuovi, com’è per alcuni la parità di diritti e condizioni fra uomini e donne.

L’apertura al dialogo e la messa in campo di efficaci mediazioni, è un indirizzo necessario anche alle istituzioni italiane. Se ad esempio i Carabinieri ricevono la segnalazione che un padre minaccia la figlia perchè si è messa con un italiano, allora debbono sapere che si possono rivolgere alle autorità religiose della comunità di appartenenza e quali siano quelle autorità. Parlo di autorità religiose, perché ci sono altre Sanaa, figlie di famiglie cristiane dell’Africa equatoriale ed è indispensabile conoscere i pastori delle comunità evangeliche.

I sentimenti dei ragazzi si muovono molto più rapidamente della nostra capacità di costruire strumenti di mediazione. Mi ha colpito molto che, durante i funerali di Sanaa, quando l’Imam ha detto a Massimo, il fidanzato di Sanaa, che se si fosse rivolto a lui avrebbe potuto cercare un dialogo con la famiglia di lei, il ragazzo italiano abbia detto che gli pareva una buona idea, ma che non sapeva nemmeno che un Imam, a Pordenone, ci fosse. Evidentemente la stessa famiglia di Sanaa era tanto chiusa all’esterno da non far venire in mente nemmeno a Sanaa di ricorrere ad una mediazione.

L’amore che legava Sanaa e Massimo è la grande forza creativa, la parte migliore degli umani. Con l’amore noi costruiamo, con l’odio distruggiamo. Il più grande dei poeti italiani, più di settecento anni fa, ha scritto un verso magnifico: “Amor che move il sole e l’altre stelle”. Dante ci dice che l’amore muove tutte le cose del mondo.

Dio chiese ad Abramo, per misurarne la fedeltà, di sacrificargli il primogenito, Isacco. Ma nel momento in cui, affranto dal dolore, stava per farlo, glielo impedì. Qual è il significato profondo di questa storia? Io credo che Dio ci dica che la vita dei nostri figli è sacra. Anche per questo a questi figli dobbiamo dare fiducia. Essi ci ascoltano, ma soprattutto ci guardano e giudicano, capiscono se c’è coerenza fra le cose che diciamo e la vita che conduciamo. I figli si allontanano da noi, debbono farlo. Ma, se siamo stati buone madri e buoni padri, poi ritornano. Dobbiamo dar fiducia ai nostri figli, loro edificheranno un mondo molto migliore di questo nostro, pieno di violenza.

È questo il messaggio che ci lascia la storia di Massimo e Sanaa. Alla fine di tutto, resterà solo il ricordo del loro amore.

[Giovanni Zanolin, discorso alla festa di fine Ramadan presso il Centro islamico di Pordenone]
Luglio 28 2009

Il fatto che Bill Gates scelga di uscire da Facebook per manifesta ingestibilità del suo profilo a me, con buona pace degli editorialisti oggi scatenati, conferma soltanto l’idea che questo strumento – non Facebook, internet – sta ridefinendo le priorità quantitative della società. È l’apologia dei piccoli numeri che scrivevo altrove. Sei una star? Fai il pieno di contatti? Bravo, non ti serve a nulla. Anzi, ti fa perdere qualcosa. Sei buono solo per far titoli sul giornale, per far la gara con Oprah e Ashton Kutcher. Ed è un problema, chiaro: ma non per i comuni mortali, che in barba alla compassione dei media stanno mettendo a frutto le loro insignificanti reti; quanto per le star, che rischiano di restar confinate nella loro realtà virtuale. Le relazioni mediate dalla rete premiano la normalità, il basso profilo, la quotidianità, i pochi ma buoni. Strano che ci si stia mettendo così tanto a comprenderlo.

Luglio 11 2009
Spedizione 05003838**** con data 09/07/2009
Accettato dal centro postale di PORDENONE S.CATERINA in data 09-LUG-2009
In lavorazione presso il centro postale di PORDENONE S.CATERINA in data 09-LUG-2009
Inviato dal centro postale di PORDENONE S.CATERINA a VENEZIA CMP WINDOWS in data 09-LUG-2009
In lavorazione presso il centro postale di VENEZIA CMP WINDOWS in data 09-LUG-2009
Inviato dal centro postale di VENEZIA CMP WINDOWS a TS CPO WINDOWS in data 09-LUG-2009
In lavorazione presso il centro postale di TS CPO WINDOWS in data 10-LUG-2009
Consegnato dal centro postale di UFF./ENTE (Prov. TS) in data 10-LUG-2009
Inviato con dispaccio manuale dal centro postale di TS CPO WINDOWS a UFF./ENTE (Prov. TS) in data 10-LUG-2009
Luglio 10 2009

È mia ferma convinzione che si perde la libertà soltanto per colpa della propria debolezza. La mia opera sarà compiuta se riuscirò a convincere l’umanità che ogni uomo o donna, per quanto fisicamente debole, è il difensore della propria libertà e del rispetto di sé.

Ghandi-ji, ovviamente.

Luglio 4 2009

Io non penso dovremmo protestare col silenzio. Al contrario, credo dovremmo parlare molto di più, spiegare molto di più, documentarci molto di più, facendoci forti dei fatti e guadagnando credibilità grazie alla laicità intellettuale dei nostri ragionamenti e alla rigorosa rinuncia all’emotività. Saranno i fatti a renderci liberi, non l’indulgere in proteste improvvisate, spesso isteriche e talvolta del tutto inconsapevoli. Nel caso delle leggi che in questo periodo lambiscono internet, in particolare, io credo che l’argomento “giù le mani dalla libertà d’espressione” abbia fatto un po’ il suo corso, tanto che spesso finisce per fare il gioco di chi un bavaglio alla rete magari vorrebbe metterlo davvero. Siamo autoreferenziali, reagiamo con argomenti che convincono chi è già dalla nostra parte e confondono o peggio irritano chi già ci vede con distanza e sospetto.

La maggior parte delle leggi per cui ci stiamo indignando in questi mesi sono destinate a non produrre effetti a causa dei limiti tecnici e giuridici dei testi proposti, ma questo non lo dice mai nessuno. Chi le scrive il più delle volte non sa di che cosa parla né ha idea di come raggiungere l’obiettivo. La casualità, l’improvvisazione, l’ignoranza su temi così strategici per il paese sono il vero scandalo. Su questo dobbiamo e possiamo lavorare molto di più. Abbiamo margini enormi di lavoro, se riusciamo a essere più forti, più coesi, più precisi e più saldi di nervi. Dovremmo essere così forti da imporre noi l’agenda legislativa in questo settore, piuttosto che subirla.

Un esempio? Credo che in rete esistano ampie convergenze sul fatto che la legge Pisanu faccia più danni di quanti ne abbia fin qui evitati e che in questi quattro anni abbia rappresentato un enorme freno alla diffusione della connettività in Italia. Bene, la legge Pisanu prevedeva una scadenza, che già due governi – peraltro di ispirazione politica opposta – hanno prorogato. A fine anno si porrà nuovamente il problema di che cosa farne e io scommetterei sul fatto che all’attuale governo non dispiacerà prorogarla per altri 12 mesi. Bene: abbiamo sei mesi per convincere l’opinione pubblica che la legge Pisanu va accantonata o per lo meno drasticamente ripensata. Prendiamo in mano noi l’iniziativa, organizziamoci, raccogliamo dati, alimentiamo un passaparola sano e vitale, guadagnamoci la fiducia di chi oggi non capisce e non capendo fa il gioco degli ignoranti e dei demagoghi.

Fin qui per dire il mio disagio, in termini generali. Il punto è ora che cosa fare il 14 luglio, giorno in cui molti blogger si uniranno ai giornalisti in una giornata di sciopero e protesta contro il decreto intercettazioni e il regime restrittivo sulle rettifiche esteso indiscriminatamente anche ai siti web. Sul testo Alfano valgono, per parte mia, le puntuali perplessità che Elvira Berlingieri ha espresso su Apogeonline: nei riferimenti a internet è talmente sconclusionato da non poter verosimilmente giungere ad alcun effetto reale. E tanto basterebbe, per conto mio. Dietro al tentativo generoso di Alessandro Gilioli e Guido Scorza vedo però in queste ore – lo dico usando le parole di Giuseppe Granieri – «il germe della società civile che in qualche modo può esserci e deve provare ad esserci». Allora se questo può essere un inizio, non mancherà la mia spinta.

Giugno 27 2009

All’asilo di Giorgio quest’anno si è discusso spesso del portoncino d’ingresso. Chi lo frequenta sa come far scattare la serratura senza citofonare all’interno, evitando al personale di interrompere in continuazione il lavoro con i bimbi. Alcuni genitori, pochi invero, hanno manifestato disagio rispetto a questa pratica e hanno chiesto che il cancello fosse sempre chiuso a chiave quando la struttura è frequentata dai bambini. Soluzione del tutto inutile, poiché un malintenzionato che volesse nonostante tutto entrare non avrebbe che da scavalcare un metro e mezzo di comune e inoffensiva rete o un altrettanto inoffensivo cespuglio. Il compromesso è stato, almeno per un periodo, la chiusura a chiave del cancello durante le ore centrali della giornata, quando il via vai di genitori è ridotto al minimo. Rassicura chi deve essere rassicurato, non ostacola chi non ha senso che sia ostacolato, nei fatti non sposta di una virgola la situazione.

Da un punto di vista culturale la propensione vagamente paranoica a rinchiudersi a me sembra un errore importante e antistorico, che però replichiamo in tutti i contesti della vita comune e in modo particolarmente accentuato nell’ultimo decennio. Chiudiamo serrature, eleviamo muri, filtriamo gli accessi, proteggiamo dati, sorvegliamo comportamenti umani, spesso in modo talmente goffo e inefficace da lasciar pensare che il vero obiettivo sia stroncare il presunto nemico a risate. L’obiettivo è rassicurare noi stessi, prima ancora che chiederci con un briciolo di razionalità da che cosa abbiamo la necessità di difenderci, quale sia l’effettiva entità del pericolo, quanto siamo disposti a sacrificare in nome di una generica angoscia.

Mi pare che gran parte degli snodi della storia a cui imputiamo sostanziali scatti di progresso sociale, economico o tecnologico siano riconducibili a coraggiose aperture. Che cosa sono le brecce inferte vent’anni fa al Muro di Berlino se non l’apoteosi dell’apertura? E quanta chiusura rispetto al riconoscimento dell’altro c’è dentro la pretesa di esportare con la forza militare il proprio modello di governo democratico? Tutte le contrapposizioni decisive della nostra storia recente girano intorno alla dialettica tra apertura e chiusura. Destra e sinistra, Occidente e Islam, innovatori e conservatori, europeisti e antieuropeisti, e naturalmente la dialettica tra genitori prudenti e genitori sereni.

Così pensavo che raccontarci il mondo in questi termini forse ci può aiutare a scoprire un po’ di più le nostre carte, soprattutto in considerazione della necessità di aprire un nuovo ciclo politico che si lasci alle spalle i contenitori cinico-ideologici di oggi. Io non ho nulla contro chi oggi sostiene la necessità di alzare muri intorno ai caseggiati, installare telecamere a ogni angolo, organizzare ronde notturne, respingere con la forza i tentativi di immigrazione clandestina. Non ho nulla contro di loro, ma mi sento profondamente lontano dalle loro idee: penso che quello che stanno facendo in questi anni accondiscendenti ci stia rendendo tutti quanti un po’ peggiori, un po’ più vecchi, un po’ meno attenti alla vita che ci passa accanto e sono pronto a combatterli con ogni strumento democratico mi sia concesso.

Quanto a Giorgio, che probabilmente in questi due anni di asilo ho incoscientemente esposto a rischi inenarrabili di cui nemmeno mi rendo conto (Pordenone come Belsen? La Melarancia come Columbine?), vorrei far capire fin da piccolo che richiudersi nel proprio piccolo mondo non serve a nulla. Che chiudendo a chiave una serratura non scoraggia necessariamente chi ha cattive intenzioni, ma tiene lontano di sicuro chi ha buone intenzioni. Che i problemi che oggi prova a scacciare dalla porta molto probabilmente rientreranno domani dalla finestra, peggiori. Che non esiste altro modo di vivere al sicuro e in pace su questo mondo se non conoscendo e rispettando ogni suo abitante, il quale non ha minor titolo di lui a realizzare i propri sogni. E che la Storia, anche se spesso distratta o umiliata, è molto probabilmente dalla sua parte.

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