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Archive: 2012

Aprile 3 2012

Poi, quando avrò tutti gli elementi per essere certo di quello che dico, parlerò della vicenda giudiziaria che vede opposti la webtv pordenonese Pnbox e l’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia. È un caso che – da giornalista, friulano, attivo da anni al confine tra informazione tradizionale e online – vivo con notevole disagio, a cominciare dal fatto che conosco bene e stimo Francesco Vanin e i ragazzi di Pnbox. Se la mia città sta incubando processi e occasioni contemporanei lo si deve a loro e a pochi altri. Qui, per ora, ci tenevo a condividere una piccola esperienza personale, per dire innanzitutto del rapporto ancora difficoltoso tra testata giornalistica e internet. Il mio caso è opposto rispetto a quello di Pnbox: io vorrei registrare una testata giornalistica. Poco importano qui i dettagli e i motivi, ci saranno altre occasioni. Fatto sta che, per registrare una testata, è necessario presentare domanda al tribunale della città in cui la pubblicazione ha sede e fornire alcuni dettagli: il titolo, la periodicità, la sede della redazione, il carattere, la tecnica di diffusione, il proprietario, l’editore, il direttore responsabile (necessariamente iscritto all’Ordine) e la tipografia. La legislazione di riferimento è degli anni ’40 e ogni virgola ne risente, ma il caso della testata telematica è ormai considerato e previsto: è necessario indicare il nome e l’indirizzo del service provider, gli estremi dell’autorizzazione del ministero delle Comunicazioni e l’Url del sito. Non è difficile, no? A meno che il tuo fornitore di spazio web non stia all’estero e tu non abbia alcuna intenzione di cambiarlo.

Io, per esempio, da alcuni anni utilizzo per un certo numero di buone ragioni Dreamhost, un provider statunitense che mi permette il pieno controllo di tutti i miei siti in un solo account. Sono costretto a comprare in Italia il dominio .it, se del caso, ma poi redirigo i dns (che cosa sono?) all’estero. Da parte mia non c’è alcun ragionamento politico o legale, semplicemente la scelta del fornitore più adatto e più conveniente rispetto alle mie esigenze contingenti. Il problema è che, in questa configurazione, io non potrò mai registrare una testata giornalistica. Il tribunale, infatti, vuole sapere dove stanno le mie pagine e chi le ospita per poter dar corso con facilità alle previsioni di legge nel caso io, pubblicazione online registrata, compia illeciti e reati vari previsti dalla legge sulla stampa. Per questo, però, non gli basta sapere che le mie pagine stanno a Brea, California. Vuole avere preventivamente un rapporto consolidato con quell’operatore, in modo che le forze dell’ordine, ricevuto l’eventuale ordine della magistratura, possano seguire procedure rapide e codificate. Da qui la necessità dell’autorizzazione ministeriale, che ovviamente richiedono soltanto i provider italiani e di una certa dimensione. Dunque la testata telematica, se proprio la voglio, devo aprirla necessariamente presso un provider italiano certificato. Oppure sperare che l’interpretazione prevalente riguardo a questa materia evolva rapidamente.

Ho provato a capire che cosa significherebbe per me dar corso all’intero procedimento. Dovrei togliere il mio sito potenzialmente giornalistico dal provider estero in cui già risiede con soddisfazione, affrontare una serie di complicazioni amministrative per trasformare il mio profilo contrattuale presso il provider che mantiene il mio dominio (che, guarda caso, è riconosciuto dal ministero degli Interni), chiedere il permesso anche al provider medesimo (perché naturalmente pure loro vogliono sapere preventivamente se posso procurare guai) e infine presentare la mia benedetta domanda al Tribunale, che la valuterà. E sapete che cosa? A questo punto, non avendo particolari urgenze di riconoscimento formale, ho pensato che chiedere a tutte queste persone il permesso per fare quello che già faccio liberamente come cittadino e che milioni di cittadini fanno quotidianamente  in tutto il mondo, era piuttosto lontano dal mio ideale di mondo perfetto. E che tutto questo non c’entrava nulla con quello che ho capito fin qui della rete. Così, almeno per il momento, ho deciso di temporeggiare nel mio intento.

Questa storia non è nemmeno troppo originale, a dirla tutta. Quelli di Bora.la l’avevano già raccontata a modo loro nel 2006.

Marzo 28 2012

Il mondo ha bisogno di narrazioni. Oggi abbiamo il Grande Contenitore Universale delle narrazioni, ma non sappiamo ancora narrare bene. Servono narrazioni della quotidianità, dobbiamo mappare la banalità. Il giornalismo è narrazione dello straordinario, delle variazioni sulla banalità che diventano notizia. Ma il vero scarto del nostro tempo sta nel far parlare gli oggetti e le azioni che non fanno notizia oppure la fanno in luoghi e circostanze imprevedibili, distanti dai circuiti organizzati. Per chi crea, organizza o vende, questa è un’opportunità enorme. Possiamo mettere a disposizione un contesto, il nostro contesto, che non è scontato per tutti e che raramente supera i confini della banalità o dell’interesse generale. La narrazione del banale è mettere a disposizione sempre e ovunque tutti i dettagli possibili del proprio contesto. Significa permettere al cliente che entra in un negozio di poter conoscere facilmente la storia e le peculiarità di ogni prodotto, supportare e agevolare le sue ricerche di senso, generare analogie tra i prodotti offerti e il suo mondo. Significa aiutare chi sta cercando un corso di benessere a comparare i presupposti, la filosofia, i curriculum di tutte le associazioni che lo offrono sulla sua piazza e non sperare più di intercettarlo elemosinando qualche riga sul giornale locale o investendo soldi in affissioni. Questo non è più marketing, non è più pubblicità; o se lo sono, sono tali in una forma ecologica e stravolta nei presupposti. Non devo più arrivare e imporre, secondo ondate organizzate. Devo esserci, condividere e attendere. La narrazione è la forma emergente della cittadinanza e del mercato. Il mondo deve imparare a narrare con efficacia e consapevolezza. Ci vorrà tempo.  Ma, nel frattempo, non venitemi a dire che non ci sono spazi di mercato per quelli che lavorano con le parole.

Marzo 20 2012

Ieri a Milano è stato presentato un nuovo social network per imprenditori. Si chiama myind e nasce nell’ambito della territoriale pordenonese di Confindustria. Si tratta di un social network creato da Confindustria per gestire in modo orizzontale ed emergente la comunicazione tra gli associati di Confindustria, ma a me pare che, se riuscirà nella sfida decisiva di superare la massa critica, sia destinato ad affrancarsi dai suoi confini originari per diventare semplicemente un ambiente di scambio di informazioni e di idee per gente d’impresa. Per amor di trasparenza aggiungo che l’ho visto nascere da vicino nel corso dell’ultimo anno, ne ho discusso a lungo con chi l’ha concepito, l’anno scorso ho partecipato come relatore a un ciclo di incontri propedeutico al suo lancio, ma non ho alcun ruolo né nella sua progettazione né nella sua gestione. Ne parlo qui perché a mio parere contiene alcuni spunti originali per chi si occupa di applicazioni costruite su reti sociali. Ne segnalo due che a me paiono particolarmente azzeccati e ben riusciti.

L'identità è una fabbrichetta che si colora secondo la personalità della aziendaIl primo è la gestione dell’identità. In questo caso non entrano in rete semplicemente persone, ma modi di fare impresa e sistemi di valori imprenditoriali. Il valore aggiunto di un ambiente di questo tipo è, seguendo il più classico dei processi di rete, far avvicinare nodi affini che ancora non sanno di avere qualcosa in comune oppure di essere complementari per lo sviluppo dei propri affari. L’anagrafica dell’azienda e la fotografia dell’imprenditore in questo caso aiutano fino a un certo punto, mentre le tassonomie richiedono una dedizione e una precisione non del tutto scontata per i tempi e le esigenze della categoria a cui questo specifico servizio è destinato. Myind risolve questa procedura distillando peculiarità aziendali attraverso un percorso mirato che traduce le competenze e le propensioni di un’organizzazione in un segnaposto colorato. La fabbrichetta stilizzata, uguale per tutti nella forma, assume in questo modo combinazioni di colori personalizzate, fornendo un’impressione a colpo d’occhio delle caratteristiche dell’imprenditore e della sua azienda. L’identità diventa un mosaico, una frequenza visiva che trova le sue risonanze attraverso meccanismi istintivi molto prima che razionali. La cartina geografica mi racconta di chi mi sta vicino, ma ancor di più mi permette di riconoscere a colpo d’occhio chi mi assomiglia, chi assomiglia alla mia concezione d’impresa, chi parla la mia stessa lingua, chi opera in un settore affine. Come tutte le soluzioni efficaci e brillanti, c’è dietro la digestione di un processo molto complesso, che spero prima o poi gli sviluppatori trovino il modo di raccontarci nel dettaglio, perché potrebbe dare un contributo interessante al mondo dei social software.

L’altro spunto che io ho trovato interessante è la gestione degli spazi di espressione a disposizione degli iscritti al social network. I microblog individuali alimentano un magazine diffuso che mette in circolo con velocità le informazioni utili ai vari gruppi sociali. È un meccanismo molto classico, che assorbe in modo comunque originale le pratiche dei più noti sistemi di pubblicazione diffusa e collaborativa, dal wiki al blog, passando per i tumblr. Ma l’innovazione che a me ha colpito di più è un dettaglio minore. Ogni “notizia” è formata da un titolo e dal corpo del testo. Il titolo è lungo massimo 140 caratteri (vi ricorda qualcosa?). Se non viene riempito il campo del titolo, non si sblocca la form di composizione per il corpo della notizia. Il titolo, in sostanza, diventa un tweet e veicola il messaggio (dentro il network, ma idealmente anche oltre, essendo già perfettamente compatibile con Twitter), mentre il testo aggiuntivo è un allegato che circostanzia e approfondisce. Concepire il titolo come tweet autosufficiente e la notizia come allegato ribalta i pesi tradizionalmente attribuiti dalla comunicazione d’impresa a questi elementi, stimola la sintesi, mette in gioco la creatività, aiuta a dare forza alla notizia, moltiplica le possibilità che l’informazione circoli e trovi gli interlocutori a cui è destinata. In ambito aziendale, soprattutto a livello italiano, mi pare una sfida creativa non scontata e molto stimolante.

Marzo 12 2012

Ho sempre pensato abbastanza male di Facebook (e ne ho scritto anche in passato). Lo considero un laboratorio sociale imprescindibile, perché è pur sempre la prima applicazione della rete costruita su grafi sociali ad aver clamorosamente superato ogni possibile massa critica necessaria per far girare al massimo i suoi ingranaggi. Tuttavia soffro la rigidità dei suoi percorsi e i vincoli formali imposti qui e là all’espressione personale. Certo conta, nel mio giudizio, il fatto che io provenga da una socialità web, quella dei blog, dove tutto può essere disegnato a propria immagine e somiglianza. Eppure ultimamente trovo Facebook migliorato: non sarà mai il mio luogo elettivo, perché resta profondamente chiuso al suo interno in una rete che ci insegna che il valore nasce consiste nell’apertura, ma riconosco che il servizio sta diventando giorno dopo giorno più ricco e flessibile. Al punto che questa volta non condivido affatto le proteste che si vanno diffondendo sulle nuove pagine, i cosiddetti diari (o, come dovevano chiamarsi prima della contestazione del marchio, le timeline).

Con le timeline, infatti, Facebook recupera la memoria, ovvero ciò che più gli mancava. Non è soltanto un fatto funzionale, legato alla maggiore o minore facilità di accesso ai contenuti passati. La memoria in rete è il fondamento dell’identità e della reputazione, oltre che un volano di interazioni inaspettate per i contenuti nel tempo. A molti ritrovarsi davanti il priorio passato non piace affatto, soprattutto se le chiacchiere affidate alla rete sono intese come una forma di intrattenimento istantaneo e senza troppe implicazioni. Forse queste persone dovrebbero prendere atto che, diari o non diari, stanno usando lo strumento sbagliato: in rete il passato lascia tracce anche senza un accesso diretto agli archivi. In rete siamo quello che scriviamo e condividiamo, siamo il modo in cui gestiamo le interazioni con gli altri, siamo quello che gli altri scrivono di noi. L’identità e la reputazione ci servono, se vogliamo che le nostre idee siano prese in considerazione (le urla scomposte degli sconosciuti impressionano soltanto i giornalisti del vecchio mondo). Dunque fornire un supporto molto più evidente e funzionale alla memoria delle interazioni dentro Facebook dal mio punto di vista è un miglioramento sostanziale.

Trovo poi che le nuove pagine servano molto meglio i contenuti. Il contenitore fa un significativo passo indietro rispetto ai contenuti. Inoltre le nuove pagine danno molto più spazio alla sensibilità e ai criteri estetici del singolo iscritto. Piccoli dettagli, forse, ma ho la sensazione che ora le pagine di persone molto diverse fra loro possano apparire in modo sostanzialmente diverso. L’uso della “copertina”, il colpo d’occhio sulla selezione di amici in primo piano che forma un’immagine molto diversa dalla lista precedente, l’uso integrato di metadati di tempo, luogo e prossimità a corredo dei contenuti: colgo un diffuso e importante tentativo di fornire strumenti all’espressione delle peculiarità individuali. Nulla che non fosse già disponibile dal 1999, ma per la prima volta integrato in un sistema popolato da 800 milioni di persone, non è un salto indifferente. Resta forse da trovare un migliore equilibrio nella riconoscibilità di unità di contenuto che scorrono ora da una parte ora dall’altra della timeline, ma mi pare il meno.

Dice che sacrifica i contenuti giornalistici. L’argomentazione non mi convince del tutto o comunque mi pare molto contingente, di corto respiro. È vero, il nuovo formato valorizza le immagini più del testo, così come forse ridimensiona un po’ il video: mi pare una buona notizia per le immagini, senza togliere nulla a ciò che già il testo aveva a disposizione. Ma in un mezzo di comunicazione che prova a fondere testo, immagini e video in grammatiche nuove mi pare un problema relativo, un passaggio verso una più matura capacità di espressione crossmediale. Inoltre tenderei a sdrammatizzare il problema di quanto cambino le pagine delle persone, dei giornali o delle aziende. Perché, come nel caso dei siti, si tratta sempre più di piattaforme di lancio per i contenuti, non del luogo principale di socializzazione tra le persone e i contenuti. Un po’ come il rapporto tra redazioni ed edicole: le persone non vengono in redazione a leggere il giornale, lo comprano in edicola e lo leggono dove pare a loro. Così su Facebook: la pagina rende pubblici i contenuti, custodendoli per chi cerca contestualizzazioni più marcate, ma la fruizione prevalente avviene soprattutto nella bacheca generale degli iscritti e attraverso le segnalazioni della rete sociale.

Solo per dire: guardiamola un po’ più da lontano, ecco.

Gennaio 12 2012

Qualche giorno fa i rappresentanti di istituto del mio vecchio liceo pordenonese, oggi Leopardi-Majorana, mi hanno invitato a partecipare a un’assemblea studentesca dedicata a libertà d’informazione, giornalismo e rete. Questo, su per giù, quello che ho raccontato loro.

Che cosa sta succedendo? Che al sistema dei media si sta affiancando, e talvolta sostituendo, l’ecosistema della conoscenza delle persone. Tanto il primo era verticale, unidirezionale e presidiato all’origine, così il secondo è orizzontale, reticolare, bidirezionale. Globale, soprattutto; ma animato da una globalizzazione sana, che esalta le differenze. È la differenza che genera informazione. Il sistema operativo di questo ecosistema è internet, un motore di relazioni prima che di contenuti. Non è un luogo altro, la rete: è il nostro spazio pubblico che si estende, dando a ciascuno di noi un frammento della potenza dei media.

Succede che non siamo più massa, ma torniamo a essere individui, ciascuno abilitato a creare contenuti, condividere idee, interagire con le idee di altre persone. Che è poi quello che gli individui fanno da sempre, ma oggi per la prima volta tutto ciò avviene in una dimensione pubblica e di straordinaria ampiezza. Tutti possono fare tutto, tutto ciò che ciascuno di noi ritiene opportuno diffondere è pubblicato, nessuno filtra. O meglio: tutti filtrano, mettendo a disposizione dell’ecosistema le proprie scelte e i propri percorsi di scrematura di ciò che merita attenzione. Internet non ha una redazione, ma un enorme filtro umano che, mettendo a sistema le scelte individuali, distilla segnali intelligibili dal caos e fa emergere ciò che aggrega interesse in modo diffuso.

All’idea della qualità certificata da un centro ordinatore si sostituisce un criterio molto relativo, che ha a che fare con la rilevanza di ciascun contenuto nel percorso di esplorazione contingente di ciascuna persona in un determinato momento. Se la rete vi sembra un grande caos o avete l’impressione che su Facebook tutti dicano scemenze, è soprattutto colpa vostra: state usando il web come usereste un giornale e non avete costruito la vostra rete di pari – il vostro primo e più rilevante filtro sociale per accedere a contenuti interessanti – in modo adeguato.

Mi chiedete di parlare della libertà di espressione. Io ritengo che non siamo mai stati così liberi come lo siamo oggi. E mi innervosisco quando sento i miei concittadini, soprattutto i più giovani, lamentarsi di un regime che è forte soltanto della loro superficialità o pigrizia. È vero che in Italia diverse e gravi anomalie nel sistema dei media condizionano pesantemente la qualità e la limpidezza dell’informazione mainstream. Ma in compenso oggi, se avete un’idea o l’urgenza di condividere un’informazione, avete accesso diretto alle persone, non dovete nemmeno aspettare che vi passino un microfono. Se un’idea o un contenuto hanno valore per un numero consistente di persone, in rete emergeranno. E chi vi può essere interessato ci arriverà da sé, attraverso le analogie feconde e i percorsi imprevedibili della rete.

Non è così facile, ma è molto più facile di come spesso pensiate o vi facciano credere. Il problema è che stiamo parlando di tecnologie dell’esperienza: non le capite – e dunque non le dominate – finché non vi ci immergete fino al collo. La sfida della vostra generazione è arrangiarsi in questo processo di avvicinamento, dimostrando buon senso, intuito e spirito di esplorazione. Pochi vi possono essere d’aiuto: chi non è già nodo attivo dell’ecosistema ragiona secondo schemi consolidati che vi porteranno fuori strada e vi faranno perdere tempo prezioso. La maggior parte dei vostri familiari, dei vostri insegnanti, dei giornalisti a cui vi affidate per conoscere e capire il mondo oggi manca, seppure in buona fede, nel compito di indicarvi con autorevolezza la strada.

A voi, per contro, sono richieste consapevolezza e responsabilità. Molto più di quanto ne venissero chieste a noi quando avevamo la vostra età, questo è sicuro. Il limite a questa eccezionale libertà di creare con le idee, infatti, è il danno che potete fare a voi stessi e agli altri. Siete responsabili del benessere dell’ecosistema, sentitevi azionisti per una sua piccola parte. Le vostre scelte influenzano il sistema, se il sistema è non è in salute ne ricevete danno voi per primi. In rete voi siete quello che raccontate, venite conosciuti per quello che condividete, venite apprezzati per il modo in cui interagite con gli altri e con i loro contenuti, il vostro capitale sociale si rivaluta o si svaluta in funzione delle cause che avallate. I vostri contenuti sono la vostra storia e dicono di voi. Anche quando pensate semplicemente di scherzare all’interno di un circolo ristretto di amici, in realtà appartenete già a una dimensione pubblica. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, diceva un intellettuale newyorkese degli anni Sessanta, Peter Parker.

Se posso permettermi di suggerirvi una direzione, andate sempre in cerca dei fatti. Dubitate di tutto ciò che capita alla vostra attenzione: sul web la regola è che tutto è falso fino a prova contraria. Spetta a ciascuno di voi trovare quella prova. Imparate a ricostruire la catena della fonti, fino a cercare conferme affidabili. I fatti vi rendono forti nelle vostre certezze e danno spessore alle vostre opinioni. Rispettate la verità degli altri almeno quanto amate la vostra, perché soltanto da un confronto intellettualmente onesto tra le differenze può venire crescita. Io sospetto ci sia un legame diretto tra il declino economico di questi anni e il respiro corto che l’informazione, la politica e in generale il dibattito pubblico hanno dimostrato negli ultimi decenni.

Voi, nonostante il degrado e i pessimi esempi che vedete intorno a voi, avete il dovere di fare meglio. Siamo al punto in cui non c’è più alternativa. Cominciate dalle vostre grandi passioni, quelle in cui siete in grado di discriminare con facilità il valore e l’immondizia. Non fate il verso ai media, date versi alla vostra unicità. La conoscenza è un mosaico che aspetta che il vostro tassello o una mano esperta e capace di restaurarlo. È sempre stato così, in realtà. La società è sempre stata una rete del cui benessere ogni nodo ha l’obbligo morale di sentirsi responsabile. Quello che è cambiato, così rapidamente da creare quasi una frattura nella comprensione del mondo,  è semplicemente che oggi abbiamo un sistema operativo più adeguato ad affrontarne la complessità.

Vent’anni fa, su per giù, io ero seduto esattamente al vostro posto, in questa stessa sala. Allora l’urgenza di comunicare ci portava a stampare giornalini scolastici con il ciclostile o a montare video che testimoniavano le nostre attività utilizzando la telecamera della scuola e i due videoregistratori del laboratorio di scienze. Potete immaginare il risultato. Se andava bene ne erano informati i nostri compagni di classe e alcuni insegnanti più curiosi. Potevamo addirittura uscire con le nostre idee fuori dall’edificio, se il video veniva abbastanza bene da competere al concorso video della Casa dello Studente. In quegli anni ci accontentavamo, nella migliore delle ipotesi, di fare il solletico ai media (locali, per giunta). Oggi voi potete comunicare direttamente al mondo, potete far arrivare le vostre idee ovunque in un attimo e, se sono valide e ben confezionate, potete assistere al miracolo di vederle sbocciare. Oggi voi potete ascoltare il mondo e potete parlare al mondo. Non accontentatevi di fargli il solletico.

Gennaio 12 2012

Insieme all’anno solare per me si è chiusa anche l’esperienza professionale più importante degli ultimi anni. Dopo sei anni tondi lascio infatti la gestione editoriale della webzine di Apogeonline, il sito di Apogeo. Non c’è bisogno di annunci o di addii particolari, perché nel mondo della rete e dell’editoria le persone e i progetti vanno e vengono, si evolvono, a volte si ritrovano, ma le relazioni comunque restano. E con le persone di Apogeo restano relazioni intense e reciproche su diversi fronti. Ci tenevo però a lasciarne qui, sul mio quaderno d’appunti di avventure personali e lavorative, una traccia.

Per ragioni che sarebbe complesso ricostruire qui, Apogeonline diventerà altro: un luogo di aggregazione e riflessione più tecnico, più vicino alla produzione editoriale storica della casa editrice. Maturerà un nuovo percorso un po’ per volta, con nuovi entusiasmi e nuove esplorazioni. Occhio che Apogeonline non chiude affatto, né rinnega il percorso fatto fin qui, né tanto meno cancella i suoi archivi – come sto leggendo in alcune affrettate e ingenerose ricostruzioni in rete. Le novità ve le racconteranno loro un po’ per volta e non è affatto escluso che, di tanto in tanto, compaia anch’io o qualche collaboratore storico in una qualche veste. Del resto non è la prima volta che cambia, la webzine. Io stesso ho contribuito a imprimerle una svolta piuttosto marcata da notiziario di attualità tecnologica a luogo di approfondimento e di confronto sulle culture digitali. Oggi legittime esigenze aziendali e di messa a fuoco delle varie anime della casa editrice spingono a una nuova evoluzione. I cambiamenti, soprattutto in congiunture non facili, vanno salutati con aperture di credito e giudicati sui fatti, nel tempo.

A me piace invece l’idea di tirare un piccolo bilancio di questi sei anni. Un po’ per il mio modo di intendere il mandato editoriale e lo stare in rete, non ho mai concesso molto alla riflessione autoreferenziale e alle celebrazioni. Sei anni, in un segmento come quello delle culture digitali, sono un’epoca. Per sei anni ci siamo presi il lusso – o meglio: un editore ci ha concesso il lusso, questo non dimentichiamolo proprio ora – di sperimentare. Approfondimenti lunghi e impegnativi in un web che invece ancora oggi viene proposto prevalentemente come il luogo della velocità e del mordi e fuggi. Un taglio di attualità che non ha mai inseguito gli hype del momento o la gadgettizzazione della tecnologia, ma ha provato a suggerire un’agenda indipendente. Fiducia incondizionata nelle passioni dei propri autori, nella convinzione che siano soprattutto la curiosità e l’entusiasmo di chi scrive a dare una marcia in più ai contenuti. Scelte controcorrente, come quella di diffondere i contenuti tramite feed integrali per permettere alle idee di viaggiare libere per la rete, in barba ai conti della serva editoriali che ancora credono di poter misurare il successo sulla base dei lettori che si riescono a trattenere sul sito. E ancora incursioni originali alle intersezioni tra informazione, divulgazione, aggregazione, crossmedialità, arte, marketing (e su tutti cito la rassegna stampa tecnologica in podcast Quinta di Copertina, la carrellata di talenti fumettari nostrani di Apogeonline Bit Comics, il “filo rosso” sulla normativa web, il bizzarro ma coraggioso esperimento pubblicitario di Metafora).

In sei anni abbiamo pubblicato oltre un migliaio di pezzi unici, nati dalla cura artigianale del centinaio abbondante di autori che ho avuto l’onore di coordinare in questi anni. A loro, così come a tutto il gruppo di lavoro di Apogeonline, va la mia stima e il mio ringraziamento. Ma non posso chiudere senza un ringraziamento particolare a tre persone. A Marco Ghezzi, che oggi è altrove, e a cui si deve il mio convolgimento nella webzine nel 2006: la fiducia e il supporto che ho avuto da lui allora e nei successivi quattro anni e mezzo sono un bagaglio prezioso e di cui vado molto fiero. A Fabio Brivio, editor di informatica, oggi cuore grande e generoso della casa editrice: più di chiunque altro negli ultimi tempi mi ha insegnato a tener duro e a lottare per ciò in cui si crede. E a Federica Dardi, che ha conquistato la mia meraviglia e ammirazione incondizionata per essere riuscita a tradurre in report e numeri e tendenze e indici comprensibili il senso del nostro anarchico e inconsueto esperimento editoriale.

Va’ che è stato bello. Grazie a tutti.

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Ringrazio per gli apprezzamenti e gli incoraggiamenti personali Massimo Mantellini, Giovanni Boccia Artieri, @40kITA, @dariobanfi, Giuseppe Granieri, Massimiliano TrovatoLuca Alagna, Gioxx

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