Nei giorni scorsi mi hanno chiesto di parlare di scuola dal punto di vista del genitore. Dice, ancora? Che c’entri tu con la scuola? Poco. Sotto la scorza nerd, batte pur sempre il cuore civico di un padre che ha servito un numero ormai considerevole di anni come rappresentante di classe e di istituto. Non abbastanza da titolarmi a parlare, ma abbastanza forse da aiutarmi a distillare due idee. Sempre le stesse, in effetti. Come d’abitudine, affido alla rete i miei appunti, ampliati e rivisti.

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Abbiamo preso i giovani in ostaggio. I nostri figli sono ostaggi di una società anziana, spaventata e ignorante, che sta scaricando su di loro il peso della sua inadeguatezza. Non li tarpiamo: li svuotiamo. Con la scusa di tenerli al sicuro, creiamo il vuoto attorno e dentro loro. Si ribelleranno, speri. Ma se di fronte alla prigionia delle idee puoi almeno fare un Sessantotto, nel vuoto ti viene sottratta anche la consapevolezza della tua condizione. Soffocano del nostro amore.

Facciamo perdere loro quotidianamente opportunità ed esperienze nel nome di una visione della realtà paranoica e spesso sobillata da terzi per interessi non limpidi. A volte semplicemente perché siamo scemi: di recente mi hanno spiegato che al posto delle classiche giornate di Scuola aperta, annullate per evidenti contingenze, non si potrà fare nemmeno un video in cui i bambini presentano la loro scuola. Per ragioni di privacy, dice. Significa che qualcosa, nel processo di formulazione, comprensione o applicazione del pur sacrosanto diritto alla riservatezza, è andato molto ma molto storto. Eppure è sintomatico di un atteggiamento.

Famiglie e istituzioni sembrano interpretare la responsabilità dell’educazione dei giovani avendo come prima urgenza quella di evitare di prendersela, questa responsabilità, passandola avanti finché semplicemente non diventa il problema di qualcun altro. L’ossessione di garantire le opportunità, la sicurezza, le differenze ha partorito, invece che una comunità più giusta, sicura e inclusiva, una gabbia sterile e asettica, ma a norma di legge e socialmente plaudita, che inibisce un numero crescente delle esperienze che dovrebbero puntellare l’evoluzione del bambino e dell’adolescente.

Prima degli 11 anni, oggi, in Italia, un ragazzino è un soggetto più che passivo. È un pacco nelle mani del suo postino e gli è precluso ogni allenamento alla responsabilità sociale di se stesso e dei suoi comportamenti. Non può muoversi da solo per il suo quartiere. Non può andare a scuola da solo. Non può tornare a casa da solo. Non può andare al parco da solo. Non può andare a comprare un gelato da solo. Non può andare in palestra da solo. Deve passare costantemente dalla mano di un adulto a quella di un altro adulto, rogito di una responsabilità va sempre certificata. Il nugolo di genitori che si assiepa davanti a qualunque luogo frequentato da bambini non mi sembra l’immagine di quanto gli vogliamo bene, semmai l’immagine del fallimento di un intero progetto di avviamento alla vita. È il segno di una società arricchita e decadente che, nel nome della paura e di un frainteso garantismo, ma anche di tanta paraculaggine, ha perso di vista il suo scopo.

Poi a 11 anni improvvisamente l’autonomia diventa accettabile. Per necessità, più che per convinzione. Senza preparazione, senza allenamento, senza progressione, senza aver avuto la possibilità di tessere le piccole reti e di costruire le piccole mappe del proprio spazio pubblico. Alle scuole medie, nell’età e nel ciclo scolastico probabilmente più disgraziati e pericolosi della loro vita, quello rispetto al quale negli ultimi decenni non ho visto evolvere una sola idea pedagogica.

Che poi si fa presto a dire anche spazio pubblico: siamo così abituati a confinarli nella rassicurante sicurezza di una casa, dove non essendo sfidati loro stessi albergano comodamente, anestetizzati dai loro schermi luminosi, che abbiamo ormai demolito i luoghi pubblici dell’età della formazione. Non esistono più centri giovanili, non esistono praticamente più gli oratori, abbiamo sepolto sotto quintali di legislazione e burocrazia qualunque centro di aggregazione provi a proporre attività sfidanti per i giovani. La maggior parte delle cose che io potevo fare tra i 6 e i 16 anni, quelle che hanno contribuito a rendere me l’uomo che sono, oggi sarebbero probabilmente considerate illegali o pericolose o socialmente riprovevoli.

E qui mi piacerebbe avere modo di ricordare una storia che la nostra città ha scelto invece di dimenticare in fretta, la storia dell’Oratorio San Giorgio di don Felice Bozzet tra gli anni ’80 e il Duemila in centro città, una storia di responsabilizzazione della gioventù talmente fuori dagli schemi che oggi non viene reclamata né dalla Curia né dalla comunità civile, pur essendo iscritta nel dna sociale di centinaia di cittadini pordenonesi tra i 30 e i 50 anni.

E ancora: pretendiamo dai ragazzi impegno e buoni voti, ma li mettiamo a confronto quotidianamente con una sciatteria, una disorganizzazione, una mancanza di cura o anche solo di attenzione umana che modellano costantemente il loro sguardo sul mondo e le loro aspettative sulla vita adulta. Insegniamo prima di tutto con l’esempio, no? Mi è capitato di passare alcune ore in un’università e poi alcuni giorni in un’ospedale col mio figlio maggiore: il riconoscere attraverso i suoi occhi tutto ciò a cui io adulto sono ormai assuefatto e rassegnato mi ha fatto male: con che coraggio io chiedo a lui di mantenere gli standard che intorno a lui noi adulti rinneghiamo, il più delle volte in modo perfino plateale?

Certo, il mondo è sempre più complesso e faticoso. La complessità esplode. Ma anche di fronte alla possibilità di imparare a governare la complessità con strumenti più adatti – strumenti del presente, che utilizzano le stesse logiche operative della complessità – negli ultimi due o tre decenni noi abbiamo scelto ostinatamente di girare la testa, di ignorarli, di usarli in modo ignorante, sciatto, reiterando schemi inadeguati, rigettando ogni proposta mettesse in discussione la nostra visione consolidata.

Nel vuoto e nell’incapacità della comunità, si sono fatti spazio interessi scaltri, cattivi maestri, gente che sfrutta l’ignoranza degli adulti e il candore destrutturato dei ragazzi per erodere margini di consenso, di mercato o di potere. In questo calderone potete mettere anche i riflessi del populismo, che poi magari vi chiedete da dove venga. Ma anche, nel caso dei più giovani, le piattaforme digitali che, mentre disegnano la forma del futuro creativo a cui apparterranno, tendono a intrappolarli in dinamiche relazionali e in labirinti narrativi astuti, pensate per servire interessi cinici e commerciali molto prima del loro armonico sviluppo.

Che cosa può fare la scuola? Da sola niente. L’errore in passato è stato forse pensare che la scuola dovesse sempre generare le soluzioni al suo interno o assumerle per gerarchia ministeriale. Ho imparato, nelle mie esperienze civiche e nelle mie scorribande adulte nel mondo della formazione, che le scuole – soprattutto quelle che lavorano sui bambini più piccoli – sono invece l’espressione di una comunità. Del coraggio, delle intelligenze, della lungimiranza di una comunità. Della volontà di una comunità di investirci tempo e risorse. Comunità educante, si diceva.

Dire che “ci pensa la scuola” equivale a dire che è un problema nostro. Dire che “è responsabilità del preside” significa dire è un problema del nostro vicino di casa. Dire che “è colpa dell’insegnante” è dire che è colpa nostra, perché i limiti di quell’insegnante sono espressione dei limiti della comunità di cui fa parte. E dunque sono per definizione un nostro problema e una nostra responsabilità.

E allora che si fa? Sarebbe già un passo avanti prendere atto di avere un problema, enorme. Il passo successivo sarebbe immaginare un progetto di convivenza che metta i giovani al centro, li avvii alla responsabilità di sé e degli altri fin dalla tenera età, li spinga a essere migliori, li incentivi a costruire una comunità migliore, per risvegliare loro dal torpore e sperare che poi siano loro a prenderci per mano, affidandoci ormai anziani a quel che resta del nostro futuro migliore.

La mia generazione è stata – tappatevi le orecchie, perché ora dico una parolaccia – fottuta dalle rendite di posizione e di potere dei suoi padri. O – come dice quello, non senza una parte di ragione – non è stata abbastanza brava da uccidere politicamente i propri padri quando era giunto il momento. È una generazione ormai persa, una generazione di passaggio e di servizio: può fare tutt’al più da coscienza e da collante. Può fare da ponte e spingere verso maggiori opportunità per chi verrà dopo. Mancasse anche questa responsabilità, le rimarrebbero ben pochi scopi.