Il problema non è l’allattamento. Il problema sono le scuole di pensiero. Meglio il latte materno, meglio il latte artificiale. Meglio l’allattamento a richiesta, meglio l’imposizione di orari. Meglio un solo seno per pasto, meglio sempre tutti e due. Meglio dieci minuti per volta, meglio finché ne ha voglia. Meglio lasciarlo dormire a oltranza, meglio svegliarlo se prolunga il sonno in modo poco funzionale al ritmo complessivo delle poppate. L’unica certezza è che negli ambienti della puericultura non esistono compromessi né posizioni condivise, se non forse il fatto che il latte materno comporta diversi vantaggi per la salute e l’accrescimento del neonato.
Nonostante ciò, o forse proprio per questo, ciascun ospedale/pediatra/puericultore che abbiamo incontrato finora si sente in dovere di difendere le proprie posizioni con fermezza quasi religiosa, appena alleviata dalla possibilità di scaricare ogni frustrazione nelle immancabili lavate di capo ai neogenitori di turno. Per tacere, va da sé, della pletora di direttive imprescindibili che arrivano da qualunque persona ci capiti di incontrare, qualora si dia il caso che abbia avuto almeno un bimbo negli ultimi cinquant’anni. Il risultato, nella nostra esperienza, sono state una gran confusione e l’impossibilità di programmare alcunché durante il giorno e durante la notte. Nei giorni peggiori: un’unica, indefessa e insostenibile caccia alla tetta. Che evidentemente non è un bel vivere per i genitori, ma nemmeno per il bebé.
Al che – a maggior ragione dopo aver incontrato la bizzarra ma assai convincente pediatra che il sistema sanitario ci ha affidato con l’equivalente di un’estrazione a sorte – abbiamo abbracciato una nuova religione dell’allattamento, molto fai-da-te e condita di abbondante relativismo. E abbiamo deciso così. Che un tempo di almeno un paio d’ore per digerire ciascuna poppata è cosa buona e giusta. Che un ritmo tollerante ma regolare fa bene al bimbo e fa bene a noi. Che la tetta non è un ciuccio, e allora piuttosto ciuccio talvolta sia (potrei essere fustigato per questo, in un ospedale “amico del bambino”). Che sette pasti di una durata non superiore alla mezzora e indicativamente ogni tre ore e mezza sono più che sufficienti per una crescita serena ed equilibrata, il resto è (legittima, ma il più delle volte poco funzionale) ricerca di piacere neonatale.
Che cosa ne pensa Giogiò di tutto ciò? Ha salutato con un po’ di malinconia il foglio su cui sua madre faticosamente teneva traccia di ogni pasteggio (e su cui, ancor più faticosamente, setacciava tracce di una supposta regolarità). Ha accolto l’esposizione della tabella dei nuovi orari quotidiani con un misto di disprezzo e non curanza. Ha accusato il colpo alla prima separazione forzosa dall’adorata tetta. Ha protestato spesso e volentieri nelle prime ventiquattro ore. Ha costretto i genitori a estenuanti maratone di pianto inconsolabile e di una durata pari all’intervallo tra una poppata e l’altra (salvo cedere al sonno proprio nel momento in cui gli si offriva il pasto tanto sofferto). Dopodiché ha ceduto: si è abbandonato a un paio di sonni ristoratori e lentamente ha cominciato ad adeguarsi. Ancora ci stupiamo quando lui per primo si sveglia, si addormenta o manifesta necessità in corrispondenza degli orari ideali a cui lentamente miriamo con onesta elasticità. Non cantiamo vittoria, che è ancora presto, ma Stefania ancora non si capacità di trovare il tempo per farsi addirittura una doccia.
Allora vi dico anch’io la mia, con religiosa fermezza. Ma senza atti di fede, perché la nostra Viola ha otto mesi e mezzo e mi ricordo molto bene ogni giorno passato. Quindi parlo dell’esperienza appena trascorsa, e in corso. Credo che la vostra sia la scelta più giusta! Anche noi abbiamo passato più o meno le stesse fasi e personalmente mi sono salvata dallo schifo verso me stessa – anche una doccia sembra un lusso, vero! Mettiamo poi che era dicembre e credo di aver ammaccato il divano – cercando di mettere qualche paletto. E ha funzionato! Un bacio e continuate così!
Miriam
…ora lo ricordo con tenerezza ed un pizzico di nostalgia, ma quattro anni fa era davvero dura tenere i ritmi di Alessio…riusciva a fare dodici pasti al giorno: in media uno ogni due ore, e non dormiva nè giorno nè notte…io ed il suo papà eravamo ridotti a due larve umane…però eravamo felici come non mai quando, attaccato al seno, ci guardava con l’espressione estasiata…
un abbraccio