L’amniocentesi

Oggi era il giorno di un esame che ci innervosiva molto più di quanto tutto sommato entrambi volessimo ammettere. È andato tutto bene, mi pare. Nel giro di un quarto d’ora Stefania era già in piedi, non troppo traumatizzata dalla lunghezza dell’ago e dalla delicatezza del prelievo. Poi per almeno due ore e mezza l’hanno tenuta in osservazione, secondo protocollo, su un lettino del day-hospital.

Dice: e il marito che fa nel frattempo? Le fa compagnia, le porta acqua e generi di ristoro, le racconta storie per passare il tempo? No, il marito – i mariti, a gruppi di due – vengono messi alla prova con un originale test di sopravvivenza amministrativa. Prima sfida: identificare il misterioso centro di analisi genetica a cui portare il prezioso reperto, ricostruendo la descrizione dell’infermiera di fronte all’evidenza che dalla sua mappa mentale erano stati eliminati tutti gli ostacoli non funzionali al percorso. Prima fila, prime carte.

Seconda sfida, decisiva per valutare la tempra dei futuri papà: pagare le prestazioni. Tre file. Quattro se nel conto ci si mette anche quella allo sportello del bancomat, perché naturalmente un ufficio solo era attrezzato con Pos. La quinta, ovvero tornare al reparto a rifare una carta sbagliata, ci è stata abbuonata grazie a un sussulto di pietà del sistema di comunicazione interna. In tutto, un’ora e mezza di attesa e la proposta di tenere noi come cauzione mentre quanto meno le nostre mogli sarebbero state liberate.

La complicazione è che l’amniocentesi è un esame che il sistema sanitario nazionale promuove e copre integralmente soltanto sopra i 35 di età della futura madre. Prima è una scelta personale e t’arrangi. Questo, insieme all’importo non trascurabile del tutto (sopra i 400 euro), era ben chiaro. Solo a me, a quanto pare, perché invece le impiegate dell’amministrazione sono andate in crisi. Non una sola: l’intero sistema di gestione delle prestazioni è stato gettato nel panico dalle nostre impegnative.

Il risultato di un’ora abbondante di consultazioni gestite da una tenace e coraggiosa impiegata è stato, per l’appunto, pagare le tre prestazioni di cui si compone l’esame (prelievo ambulatoriale in ostetricia, guida ecografica, analisi del campione) in tre file diverse. Per sentirmi poi spiegare, a rivelazione di tutto quel trambusto, che il problema era la mancata esenzione per l’amniocentesi. La soluzione è sempre davanti agli occhi, insomma. Deduco che non siano casi molto frequenti.

Di buono, in tutto questo, c’è almeno che mi posso tenere a casa Stefania per una settimana obbligatoria di riposo.

2 Commenti a “L’amniocentesi”

  1. ari :) scrive:

    god bless italy e tutti i suoi meandri burocratici! quando ci vedremo dal vivo vi raccontero’ della mia breve esperienza di come funziona il sistema sanitario in un paese civile sul serio – e non per finta – ovvero la spagna.

  2. Stefi scrive:

    Basta andare in Emilia-Romagna per vedere come funziona un sistema serio: ancora rimpiango Bologna, SIGH!

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