Generazioni

Mia madre ha ripescato dalla cantina i libri di quando lei aspettava me. Stiamo parlando dei primi anni Settanta: ogni riga gronda di retorica ed estetica di quegli anni ruspanti. Da lì viene la mia generazione, da quel tono un po’ distaccato, rigorosamente impersonale, molto formale, politicamente corretto prima che ci fosse necessità di rendere esplicito il concetto, ironico soltanto tra le righe.

In uno di questi c’è un bel sistema per scegliere i nomi di battesimo, un metodo completo fatto di selezioni successive e classifiche finali dei nomi più amati da ciascun genitore. Oltre che funzionale, e infatti mi ci dedicherò al più presto, è pure divertente ripercorrere le crocette che i miei genitori mettevano nei primi mesi del 1972. Sorrido per i nomi che ho rischiato di portarmi addosso (Coletta e Barnaba, in particolare, mi dimostrano il pericolo corso) e per quell’unica crocetta condivisa sul modo in cui tutti mi chiamano oggi.

Ho provato tenerezza. Ogni giorno di più mi convinco che dare la vita è prima di tutto ripercorrere la propria vita, far nascere è anche riscoprire la propria nascita e rispolverare le tappe fondamentali della propria vita. È una catena che parte da lontano e che – per la prima volta lo avverto in modo nitido – ci tiene legati gli uni agli altri.

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