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Vallo a spiegare a Giogiò

Lo ha scritto Sergio il 17 settembre 2006 in Cuore di papà7 commenti

Welcome home, guys! /2

L’oro, quel poco oro che ci capitava di possedere e che (come sempre accade) era legato più che altro a ricordi personali, l’han trovato subito naturalmente. E gli è andata pure male, tutto sommato. Poi però hanno aperto anche l’armadio di Giogiò, e proprio non capivamo perché, visto che le uniche cose eventualmente di valore stavano ancora al loro posto e in casa poteva interessargli altro. Finché non abbiamo risistemato i vestitini che avevamo portato al mare, e un po’ per volta ci siamo resi conto: la tutina verde di nonna Silvia, la tutina azzurra di nonna Laura, il berretto invernale che aveva preso Stefania, tutte le scarpine augurali meno una, il set di asciugamani buffi che ci aveva regalato Sara (manopola esclusa, chissà perché)… e chissà che cos’altro ancora. Spariti. Giogiò non avrà certo problemi a coprirsi, quest’inverno; né ad asciugarsi dopo il bagnetto. Ma vagli a spiegare tu, un giorno, perché qualcuno va in giro nelle case d’altri a rubare ricordi e tenerezza.

Il quarantesimo giorno

Lo ha scritto Sergio il 15 settembre 2006 in Cuore di papà0 commenti

Zitti zitti, ci siamo arrivati. La scadenza è soprattutto simbolica (coincide con la fine del puerperio), ma gli amici che ci sono passati concordano tutti sul fatto che da un giorno all’altra cambia qualcosa: non sai bene dire che cosa, tant’è che sui ritmi di tutta la famiglia ricomincia a splendere qualche raggio di normalità. Qui ancora non ci sbilanciamo, per quanto l’impressione è che da un paio di giorni Giogiò sia più regolare, più docile nel lasciarsi riaddormentare, benché sempre molto vorace e comunque esigente nelle poppate (il torello qui ha avuto il coraggio di mettere su mezzo chilo in due settimane). E ora via, verso nuovi traguardi: dopo i primi quaranta giorni, sogghignano gli amici figliati, cominciano i secondi.

La poppata di notte, una soggettiva

Lo ha scritto Sergio il 14 settembre 2006 in Cuore di papà3 commenti

Lui è nella fossa delle Marianne del sonno più profondo, rara oasi di inconsapevolezza in un giorno di stress, rincorse e presenza. Lei ha gli ormoni: meglio di una sveglia, più potenti di un caffé doppio, preventivi come un antibiotico. Lui no, lui ha i classici tempi tecnici: almeno trenta secondi di limbo prima di mettere a fuoco la necessità di attivarsi, altri trenta prima di accettare l’idea, trenta ancora nell’attesa che si alzi la prima palpebra. La natura lo ha fornito di tanti istinti, nessuno buono per il periodo dell’allattamento di suo figlio. Né esiste tomo di psicologia neonatale che prenda in considerazione il risveglio notturno del padre, quando la madre dolcemente reclama l’attenzione del caso.

Funziona così, per chi ne fosse interessato. Una presenza dell’empatia di un Fidel Castro ti si manifesta all’improvviso nell’attività onirica, afferrando per un orecchio la coscienza assopita e trascinandola di soppiatto allo scoperto. Ci vuole un po’ per mettere a fuoco il suo parlare imperativo, che suona soltanto come paroloni messi uno accanto all’altro senza alcun ordine. “… la metempsicosi dell’inverosimile condita d’uno spegnersi inerte accanto alla saldatura del plexiglass…”. Preso dal panico, ti poni quattro domande, una dietro all’altra: che cosa succede? Chi accidenti è costui? Che cosa diavolo vuole da me? E soprattutto: di che cosa va farneticando?

Lentamente metti a fuoco che è soltanto una proiezione di tua moglie, che a pochi centimetri da te è già all’erta per il risveglio regolamentare del pupo, nel cuore della notte. Per il padre la notte è, più che mai, ripetizione automatica di procedure collaudate: afferra il bimbo, trasportalo fino al fasciatoio più vicino, apri il vestitino, apri il body, fai un bel respiro, apri il pannolino, verifica la situazione, togli il pannolino, ripulisci il ripulibile, metti il pannolino pulito, chiudi il pannolino, chiudi il body, chiudi il vestitino, trasporta il bimbo fino alla postazione di allattamento più vicina, addormentati di nuovo nel minor tempo possibile. Alla madre invece la notte stimola riflessioni profonde, che un’urgenza senza orologio spinge a immediato confronto col compagno: svegliarlo? non svegliarlo? allattarlo a destra o sinistra? per dieci minuti o per mezzora? Un condensato di filosofia del puerperio snocciolato a mo’ di una poesia di Pasolini durante l’esame di maturità.

Prese le misure di una routine diventata inaspettatamente navigazione a vista, provi a dare il tuo contributo, ma dalla bocca tutt’al più esce un “Uh?!” più di insofferenza che di approvazione. Nel quale, tuttavia, la madre del lattante legge una vastità di sfumature in evidente contraddizione con ogni suo precedente ragionamento. Frustrata, giunge alla conclusione che si farà infine come si è sempre fatto, ma soltanto perché tu sei testardo come un mulo e tendenzialmente intrattabile a notte fonda. Se poi il poppante non si riaddormenta e ulula fino alla poppata successiva – mette tacitamente agli atti – io l’avevo detto.

In genere è a questo punto che il pupo affamato caccia il primo urlo. Lei si alza, lo cambia e apre la latteria, da quel momento in poi beatamente assorta nelle mascelline operose di suo figlio. Lui osserva inebetito la scena per un attimo, sente risuonare ancora nell’aria il suo ultimo uh, infine si lascia scivolare nuovamente negli abissi da cui è riemerso pochi minuti prima e nei quali ha appuntamento con Fidel tra tre ore appena.

Quando la mamma dorme

Lo ha scritto Sergio il 13 settembre 2006 in Cuore di papà0 commenti

Mattina presto, lungo le strade che portano alla spiaggia (ma anche alle brioches e al cappuccino). S’incrociano carrozzine: alla guida soltanto papà assonnati. I bimbi in fermento, lamentosi o affamati, allontanati per qualche ora da casa da mamme in disperato deficit di sonno. Ci si scambia occhiate stravolte. «È l’ora dei papà, eh?!». «Eh».

Il posto dove stiamo

Lo ha scritto Giorgio il 11 settembre 2006 in Sguardi di bimbi1 commento

Papà dice che nel posto dove stiamo in questi giorni è stato piccolino anche lui. Dice che proprio dove di solito mi metto io a sonnecchiare, sotto il portico, lui stava ore dentro il box sotto gli occhi di suo nonno. Dice che lì, nell’angolo del giardino dove facciamo le curve, lui e i suoi cugini hanno scattato la prima foto insieme, quella in cui papà afferrava il bastone grande del nonno. Dove oggi abitano quei due bambini che l’altro giorno mi guardavano curiosi curiosi, dice papà che lì abitava la nonnina adottiva dei bimbi del vicinato, che a lui diceva sempre molte parole carine. L’altro giorno, quando dovevo lasciar riposare un po’ la mamma, mi ha portato a fare un giro per le casette qui intorno: dice che lì, dietro casa, dove stanno quelle villette a schiera incastrate tra loro, un tempo c’erano soltanto cumuli di sabbia da scavalcare con le biciclette. Laggiù, invece, al posto di quel condominio massiccio c’era un supermercato un po’ malconcio, ma il gestore era gentile. E quelle case pretenziose e super-accessoriate qui vicino, dice che quelle erano un tempo le più spartane di tutta la zona, abitate soltanto da turisti tedeschi in affitto settimanale. Per non parlare degli stabilimenti balneari, che non erano mica queste cose stile aperitivo milanese con l’accento sull’ultima sillaba, ma avevano invece nomi adeguati alla semplicità del luogo.

Io non so. Ma se continua a fare il nostalgico, quasi quasi adesso a papà gli faccio caccona addosso.

Spiegatemelo come se avessi un mese

Lo ha scritto Giorgio il 8 settembre 2006 in Sguardi di bimbi0 commenti

Quando dormo beatamente perso nei miei sogni mi svegliate perché dite che devo mangiare. Quando sono sveglio e vorrei mangiare fate tante storie perché dovrei dormire. Ora, fate anche un po’ come vi pare; ma almeno poi non arrabbiatevi con me.

In un mese

Lo ha scritto Sergio il 6 settembre 2006 in Cuore di papà1 commento

Giogiò ha imparato a: succhiare il latte dal seno della mamma, a succhiare qualunque cosa gli capiti a tiro quando desidera ardentemente una tetta, dormire, fare pipì, fare la cacca, fare pipì e cacca in modo creativo prendendo di mira i vestiti (propri e altrui), piangere, piangere forte, piangere molto forte, fare versi gutturali assortiti, fare la faccia da tartaruga, fare la faccia preoccupata, fare la faccia serena, fare i rigurgiti, fare il ruttino, contorcersi per il mal di pancia, avvicinarsi alla mamma nel letto muovendosi come un lombrico, succhiare il ciuccio e farselo bastare per un po’, fare forza sulle gambe e spingersi in alto, deglutire qualche goccia d’acqua, togliersi le coperte di dosso, muovere le braccia in modo meno approssimativo, fissare in modo prolungato oggetti e persone (meglio se luminosi e molto colorati), mettere una gamba a cavallo (di un braccio, di un bracciolo o del bordo della carrozzina), sognare, accennare sorrisi, immaginarsi una grande risata. Ovviamente mandando ogni volta in estasi i suoi genitori, ormai infiacchiti nei sentimenti per via della cronica mancanza di sonno.

Benvenuto a Giulio

Lo ha scritto Sergio il 4 settembre 2006 in Cuore di papà1 commento

Per noi è una nuova emozione, questa volta senza nemmeno i filtri dell’adrenalina e di quelle cose che ti tengono occupati gli occhi durante il parto del bimbo tuo. A Trieste stamattina è nato Giulio, uscito dalla pancia dei nostri compagni di viaggio preferiti. Benvenuto, dunque, al nuovo amichetto, che Giogiò non vede l’ora di conoscere (probabilmente per passargli un po’ di dritte su come portare pazienza con gli adulti).

Si prova a partire

Lo ha scritto Sergio il 1 settembre 2006 in Cuore di papà1 commento

Dal consiglio di famiglia è emerso che: Giorgio è molto più tranquillo quando si fa almeno una passeggiatona al giorno; Stefania soffre un po’ la clausura e le fatiche dello straordinario agosto appena concluso; io ho disperatamente bisogno di recuperare spazi e tempi per il lavoro e chiudere un po’ di lavori di un’urgenza diventata ormai angosciante. Dunque la decisione è che si parte: per una manciata di giorni ci prendiamo l’ultima aria buona della stagione nel solito lido ferrarese di famiglia, per noi più che altro un’oasi campagnola in mezzo al verde, stretta tra le spiagge e le valli comacchiesi. Stefi e Giogiò si lanceranno in ardite esplorazioni di spiagge e pinete con la sportivissima Giogiò-mobile. Io me ne starò seduto in giardino con portatile e collegamento mobile, tentando di recuperare una prima timida forma di normalità professionale post-parto. Riusciranno, i nostri eroi?

Sette poppate, chi offre di più?

Lo ha scritto Sergio il 31 agosto 2006 in Cuore di papà2 commenti

Il problema non è l’allattamento. Il problema sono le scuole di pensiero. Meglio il latte materno, meglio il latte artificiale. Meglio l’allattamento a richiesta, meglio l’imposizione di orari. Meglio un solo seno per pasto, meglio sempre tutti e due. Meglio dieci minuti per volta, meglio finché ne ha voglia. Meglio lasciarlo dormire a oltranza, meglio svegliarlo se prolunga il sonno in modo poco funzionale al ritmo complessivo delle poppate. L’unica certezza è che negli ambienti della puericultura non esistono compromessi né posizioni condivise, se non forse il fatto che il latte materno comporta diversi vantaggi per la salute e l’accrescimento del neonato.

Nonostante ciò, o forse proprio per questo, ciascun ospedale/pediatra/puericultore che abbiamo incontrato finora si sente in dovere di difendere le proprie posizioni con fermezza quasi religiosa, appena alleviata dalla possibilità di scaricare ogni frustrazione nelle immancabili lavate di capo ai neogenitori di turno. Per tacere, va da sé, della pletora di direttive imprescindibili che arrivano da qualunque persona ci capiti di incontrare, qualora si dia il caso che abbia avuto almeno un bimbo negli ultimi cinquant’anni. Il risultato, nella nostra esperienza, sono state una gran confusione e l’impossibilità di programmare alcunché durante il giorno e durante la notte. Nei giorni peggiori: un’unica, indefessa e insostenibile caccia alla tetta. Che evidentemente non è un bel vivere per i genitori, ma nemmeno per il bebé.

Al che – a maggior ragione dopo aver incontrato la bizzarra ma assai convincente pediatra che il sistema sanitario ci ha affidato con l’equivalente di un’estrazione a sorte – abbiamo abbracciato una nuova religione dell’allattamento, molto fai-da-te e condita di abbondante relativismo. E abbiamo deciso così. Che un tempo di almeno un paio d’ore per digerire ciascuna poppata è cosa buona e giusta. Che un ritmo tollerante ma regolare fa bene al bimbo e fa bene a noi. Che la tetta non è un ciuccio, e allora piuttosto ciuccio talvolta sia (potrei essere fustigato per questo, in un ospedale “amico del bambino”). Che sette pasti di una durata non superiore alla mezzora e indicativamente ogni tre ore e mezza sono più che sufficienti per una crescita serena ed equilibrata, il resto è (legittima, ma il più delle volte poco funzionale) ricerca di piacere neonatale.

Che cosa ne pensa Giogiò di tutto ciò? Ha salutato con un po’ di malinconia il foglio su cui sua madre faticosamente teneva traccia di ogni pasteggio (e su cui, ancor più faticosamente, setacciava tracce di una supposta regolarità). Ha accolto l’esposizione della tabella dei nuovi orari quotidiani con un misto di disprezzo e non curanza. Ha accusato il colpo alla prima separazione forzosa dall’adorata tetta. Ha protestato spesso e volentieri nelle prime ventiquattro ore. Ha costretto i genitori a estenuanti maratone di pianto inconsolabile e di una durata pari all’intervallo tra una poppata e l’altra (salvo cedere al sonno proprio nel momento in cui gli si offriva il pasto tanto sofferto). Dopodiché ha ceduto: si è abbandonato a un paio di sonni ristoratori e lentamente ha cominciato ad adeguarsi. Ancora ci stupiamo quando lui per primo si sveglia, si addormenta o manifesta necessità in corrispondenza degli orari ideali a cui lentamente miriamo con onesta elasticità. Non cantiamo vittoria, che è ancora presto, ma Stefania ancora non si capacità di trovare il tempo per farsi addirittura una doccia.

La prima lettera non si scorda mai

Lo ha scritto Giorgio il 25 agosto 2006 in Sguardi di bimbi6 commenti

Oggi a casa è arrivata la prima busta indirizzata a me, che emozione. Papà ha pensato “ma guarda questi, sbagliano pure il nome”, poi s’è reso conto che in effetti un Giorgio ora c’è davvero – e non solo in conto latte. Comunque sia, visto che io non lo so ancora fare, me la sono fatta leggere da lui:

Gentile contribuente,
le trasmettiamo il suo nuovo tesserino di codice fiscale, pregandola di controllare l’esattezza dei suoi dati anagrafici; se le risultano errati, la preghiamo di segnalarli all’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate più vicino, che provvederà alla loro verifica e alle eventuali correzioni. [...] La preghiamo di prestare sempre la massima attenzione ogni volta che dovrà comunicare ad altri o trascrivere il suo codice fiscale; un eventuale errore, anche minimo, di trascrizione del codice potrebbe infatti causare spiacevoli disguidi e ritardi.

Con i più cordiali saluti, il direttore dell’Agenzia

Che vuole da me questo?

Sciopero!

Lo ha scritto Giorgio il 23 agosto 2006 in Sguardi di bimbi3 commenti

Io sottoscritto Giorgio Maistrello DIFFIDO UFFICIALMENTE papà e mamma dal persistere nel loro comportamento gravemente lesivo dei miei diritti di neonato. In particolare questa rivendicazione suoni come monito acciocché non abbiano più a ripetersi episodi vergognosi come quello dell’ultima notte, durante la quale il qui presente è stato abbandonato nella sua culla, in balia di orsi e farfalle semoventi e caciarone, a piangere disperatamente fino allo sfinimento e al conseguente addormentamento. Altrettanto umilianti saranno considerati ulteriori tentativi di allontanarmi dalla nostra camera per isolarmi nello sgabuzzino colorato in fondo al corridoio.

Qualora tali atteggiamenti degradanti dovessero persistere, si renderanno necessarie forme di protesta a oltranza, a cominciare dalla sospensione di tutte le moine, degli àaaa-buuu e di tutte quelle scemenze che vi mandano in un brodo di giuggiole anche quando ne faccio di tutti i colori. Pappa, cacca e pipì, poco sonno e poi di nuovo pappa – a ciclo continuo – fino al ripristino delle condizioni iniziali, come da apposito documento stipulato dai nostri rappresentanti sindacali con tutte le istituzioni neonatali.

In fede,
Giogiò

La catena di Cucciolino

Lo ha scritto Stefania il 23 agosto 2006 in Cuore di mamma0 commenti

Nei momenti più intensi, quelli che mettono alla prova i timpani più che il sistema nervoso, da quando è comparso il nuovo esserino in casa si attua una strana serie di catene.

La catena alimentare: io nutro il Cucciolino, Sergio nutre me, ovvero mi taglia la bistecca e mi imbocca.

La catena delle coccole: Sergio culla Giogiò cercando di calmarlo e io sbaciucchio il paparino

…e via dicendo. Mi sembra un buon modo per chiudere il cerchio e dividere i compiti!

 

Quello che ho imparato finora

Lo ha scritto Giorgio il 17 agosto 2006 in Sguardi di bimbi0 commenti

Ciao, sono arrivato in questo mondo undici giorni fa. Mi siete simpatici, ma ancora non è che ci capisca molto. Però:

– mamma ha un sapore irresistibile, non mi stancherei mai di starle appiccicato; per scrupolo, hai visto mai che il sapore domani cambi, io le sto appiccicato anche quando casco dal sonno;

– papà non so, ma quando sono in braccio a lui mi rilasso tanto e faccio tanta caccona; però lui prova sempre a distrarmi quando cerco di raggiungere il distributore di sapore della mamma, mi sa che dovremo chiarire meglio questa faccenda;

– sono stato con mia mamma nelle situazioni più intime per tutta la mia vita, finora: sia chiaro, io non ho mai chiesto una stanza tutta per me! 

– se piango tutti s’affrettano, dunque piango molto;

– se piango troppo, mamma è papà diventano antipatici; allora basta che faccia la faccia a tartaruga, aggrotti il mento, finga una disperazione incolmabile e faccia «àaa-bùuuuu» con voce gracchiante e tutti mi riempiono subito di attenzioni carine;

– ho le mie debolezze: se protesto troppo durante i cambi del contenitore puzzolente lì sotto, mamma e papà accendono quel coso che fa il vento caldo, perché sanno che al solo rumore io divento inspiegabilmente serafico come un angioletto; ma siccome poi loro si credono tanto furbi, io piazzo lì una bella pipì plateale sul fasciatoio, giusto per non per dare troppe soddisfazioni in una volta sola;

– nonna Laura è sempre preoccupata per me, però mi chiama “il mio piccolo Re” e allora io le voglio tanto bene;

– nonna Silvia ha una presa sicura e mi ha regalato tante cose belle, credo mi sarà molto simpatica;

– con nonno Enzo e nonno Gabriele ci stiamo ancora studiando, ma sono buffi entrambi quando mi scrutano da sopra la carrozzina;

– se mai soffrirò d’insonnia in vita mia, mi compro un camper: mi basta salire in macchina per cascare addormentato come una pera cotta; in alternativa trasferisco il lettino sopra la lavatrice, che è anche più efficace;

– se faccio una smorfia contrita, divento tutto rosso e spingo improvvisamente con tutte le mie forze, in quanto a flatulenze nel palazzo non mi batte nessuno; per questo poi faccio quella faccia tutta soddisfatta.

Cosa può fare un bimbo nato quasi sull’erba

Lo ha scritto Stefania il 16 agosto 2006 in Cuore di mamma2 commenti

Il nostro fagottino ha 10 giorni e solo oggi sono riuscita a disfare la valigia che avevo preparato per l’ospedale. Questo semplice gesto mi è sembrato l’ennesimo addio ad un periodo magico, immaginato prima e accarezzato e preparato poi con cura per nove lunghi mesi.

Oltre ad un inevitabile velo di malinconia (il pancione lascia il segno, in senso metaforico!), quello che mi resta e risuona dentro è un grande senso di gratitudine verso il Cielo, il Destino e Sergio, naturalmente, che mi è stato sempre vicino, per aver potuto vivere questa bellissima avventura in un modo tanto personale, intimo e sereno. Ora che stringo tra le braccia questo miracolo di cui sono già perdutamente innamorata, mi chiedo come sia potuto capitare proprio a noi una simile fortuna e gli sussurro piano di avere pazienza e che speriamo di aiutarlo a realizzare la missione che gli è stata assegnata in questa vita.

Non mi sembra vero di poter confermare che il parto può essere un passaggio intenso, di crescita, pieno di soddisfazioni e che permette di mettersi alla prova e fare tesoro di tutto quello che si è appreso prima, ma soprattutto il frutto di un carattere e di un modo di vedere le cose che ci contraddistingue giorno per giorno. 

La crisi post-partum esiste, è questione di ormoni. La mia è iniziata in ospedale, quando già pensavo di iniziare un nuovo capitolo a casa e invece Giogiò ed io abbiamo dovuto passare una notte in più lontano dal papà. Uno scambio di messaggini particolarmente teneri mi ha fatto singhiozzare nel buio, grata per tutto quell’amore che un cuore solo non riusciva a contenere e convinta di dover assaporare ogni istante prima che passasse, poichè non sarebbe tornato più.

E’ continuata il giorno successivo, in ascensore, lasciando quelle stanze che per prime hanno visto Giogiò affacciarsi alla vita e ogni porta che chiudevo mi strappava una sorta di addio, che mi bruciava dentro. Poi è stata la volta di Sergio e del suo regalo pazzo, ma ancor più del bigliettino che l’accompagnava – e giù lacrime.

Infine, il taglio del cordone ombelicale di Giogiò non mi ha dato l’idea di distacco che la frase dell’ostetrica suggeriva (“Vai, ora respira senza la mamma!”). E’ stato il cadere dell’ultimo pezzettino, giorni dopo, a darmi la sensazione che quell’uccellino stesse volando da solo, senza il mio aiuto, fuori da me – ed è stato il colpo di grazia. 

Ma anche per questa “crisi” bislacca sono grata al Cielo, per non avermi fatto temere invece, come spesso accade, di non essere una buona madre o avere chissà quale altro pensiero negativo.

Insomma, a dispetto del sorriso incredulo e di scherno con cui una carissima amica ha letto il titolo del libro di una ostetrica americana che ho sentito come una grande amica in questo viaggio (Ina May Gaskin, “La gioia del parto”), posso confermare che quest’esperienza può essere un momento stupendo, in cui ogni emozione e sensazione ha un senso e porta nella direzione giusta, se la si asseconda leggendola per quello che è.

Resta ora da discutere sul titolo di una brochure ricevuta al consultorio: “Le gioie dell’allattamento”…ehm, ne vogliamo parlare?