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Le storie dei semi

Le ultime volte che ho incontrato Elisabetta Tola – amica e collega con cui condivido tra l’altro le docenze al Master in Comunicazione della Scienza alla Sissa di Trieste e l’interesse per le frontiere del giornalismo in rete – lei era regolarmente in procinto di partire con Marco Boscolo per l’Africa o per il Medio Oriente. Sapevo che si era aggiudicata un grant dell’European Journalism Center finanziato dalla Bill and Melinda Gates Foundation per lo sviluppo di un reportage innovativo sulla biodiversità. I primi dettagli lasciavano presagire che presto avrebbe avuto qualche buona storia da raccontare.

Elisabetta insegue storie di semi e di grani, alla ricerca delle comunità rurali che stanno recuperando la sapienza delle sementi e il controllo delle coltivazioni. Banche dei semi, progetti di miglioramento genetico partecipativo che recuperino le specificità dei luoghi, reti di contadini che si autoorganizzano per chiudere filiere iperlocali. La classica ricerca che, anche se il tuo scopo è farla innovativa nei supporti e nel linguaggio, non puoi realizzare altrimenti che mettendoci il naso, andando a vedere di persona, parlando con chi si sta sporcando le mani. In Toscana, Sicilia, in Sardegna. In Francia, in Russia, in Iran. In Senegal e in Etiopia. Tanto per cominciare.

Dopo un anno di viaggi, i primi materiali del reportage sono finalmente disponibili. C’è una versione radiofonica andata in onda quest’estate in cinque puntate speciali di Radio3 Scienza. Ma il piatto forte ora è il webdoc che raccoglie la prima infornata di montaggi, interviste e materiali, Seedversity (accessibile anche su Wired Italia). Ulteriori declinazioni internazionali potrebbero arrivare dalla collaborazione con testate che si stanno interessando al progetto, tra cui Al Jazeera, Radio France e RFI.

Seedversity è uno scrigno di spunti per chi si interessa alle intersezioni tra mondi apparentemente distanti come le reti, l’innovazione, la sostenibilità, la storia e il consumo critico. Così io,  che mi appassiono più che ai progetti al modo in cui i progetti sono realizzati, ho chiamato Elisabetta Tola e mi sono fatto raccontare quest’esperienza. E questo è quello che mi ha detto (i link li ho aggiunti io).

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seedversity2Elisabetta, sappiamo che la spinta decisiva per realizzare Seedversity te l’ha data l’EJC con il suo grant. Ma l’idea evidentemente nasce prima. Quando e come?

Durante i miei studi di Agraria mi ero appassionata al lavoro di Nicolay Vavilov, il genetista russo che si è inventato le banche dei semi nei termini moderni. Vavilov è quasi sconosciuto in Italia, pur avendo passato molto tempo qui, ma la sua storia viene raccontata con imbarazzo perfino in Russia, dove lo scienziato è stato riabilitato soltanto negli anni ’50 dopo essere caduto in disgrazia con Stalin.

Vavilov è stato il primo a pensare che se costruisci una banca in cui custodisci la variabilità genetica ti dai la chiave per fare incroci o selezioni per ottenere piante che producano di più o si adattino meglio meglio a climi diversi. Questa banca del seme è oggi un istituto di San Pietroburgo che porta il suo nome. Siamo andati a visitarlo due anni fa ed è lì che abbiamo cominciato ad approfondire il tema e a fare le prime riprese. Paradossalmente proprio questa è una delle parti che dobbiamo ancora montare e pubblicare.

Le storie che fai raccontare ai protagonisti tracciano i confini di questioni di grande complessità, oltre che di grande attualità. Biodiversità, sicurezza alimentare, accesso genetico ai semi, sostenibilità economica del sistema. Tu che idea te ne sei fatta? 

Le banche dei semi e le fiere per lo scambio delle sementi dimostrano un’idea interessante, ma anch’esse non sembrano essere la soluzione. Per la legge attuale i contadini che producono prodotti da vendere sul mercato non possono vendere le sementi, cioè non possono riprodursele e vendersele. L’obiettivo di queste iniziative è veder riconosciuta a livello legale la possibilità che almeno per le sementi cosiddette tradizionali da conservazione o da valore culturale, quindi quelle prive di implicazioni commerciali negli ultimi vent’anni, si possa disporre la vendita.

È in corso anche una discussione molto interessante sull’ipotesi di considerare i semi beni comuni o beni collettivi. Definirli bene comune non è del tutto giusto, perché i semi devono essere lavorati, conservati, c’è un lavoro che va riconosciuto, non sono assimilabili all’acqua. Considerarli bene collettivo potrebbe essere un compromesso accettabile, nel senso che riconosci innanzitutto un diritto d’uso a chi li conserva e per contro li esoneri dall’obbligo delle attuali certificazioni.

Molto importante sarà la discussione in ambito europeo della legge sementiera, che fa da riferimento a livello internazionale. Le leggi sullo scambio di sementi di tutti i paesi del Sud sono modellate sulla base di questa. Sullo sfondo resta l’enorme contrapposizione tra la lobby delle aziende che hanno interesse a mantenere le sementi ipercertificate, e quindi tutelate da copyright, e chi dice che almeno una parte di queste risorse devono essere accessibili liberamente. Quello che emerge un po’ da tutte le interviste che abbiamo fatto è che se non mantieni almeno una parte di queste risorse in formato open, la sicurezza alimentare del mondo finisce in mano a quattro aziende private.

Permettimi una parentesi tecnologica: mi incuriosisce la scelta della piattaforma che avete utilizzato per il webdoc. Ha il pregio di rendere l’accesso ai contenuti semplice come sfogliare un Dvd, per contro non sembra valorizzare al meglio le possibilità di interazione e mash-up che una ricerca come la tua potrebbe offrire. E perché non usare semplicemente YouTube?

Piattaforme di questo tipo in genere le sviluppi da zero e su misura, se sei un grande editore e hai le competenze e i fondi necessari. Klynt, che utilizziamo per Seedversity, l’avevo conosciuta l’anno scorso durante un corso di giornalismo investigativo a Londra. In una giornata dedicata al formato del webdoc abbiamo incontrato gli sviluppatori di questa piattaforma francese, che cerca di supportare chi ha la necessità di produrre formati multimediali senza avere le risorse necessarie per produrre soluzioni ad hoc. Ha di buono che permette di integrare con facilità, via iframe, materiali residenti su altre piattaforme. Per contro non è sempre facile comprendere e sfruttare la logica con cui è stata costruita.

L’ipotesi di farne anche un canale YouTube l’abbiamo naturalmente considerata, ma c’è un problema di diritti che in questo caso non è secondario. Il nostro è un lavoro che nasce, per stimolo esplicito della grant EJC, per massimizzare il suo impatto attraverso testate giornalistiche. In questa prima fase dunque lo sviluppo passa soprattutto attraverso la ricerca e il dialogo con media interessati ad approfondire il progetto. Se lo mettiamo su YouTube questo di fatto non ci sarebbe più possibile. Ci arriveremo, credo, ma non subito. Pubblicheremo inoltre i video in alta definizione  in un porfolio di Vimeo.

Avete intervistato persone di nazionalità e lingue molto diverse. Una bella sfida tradurre il tutto, immagino…

Le traduzioni naturalmente ci hanno assorbito molto tempo. Non solo per la difficoltà di trovare le collaborazioni necessarie: a volte siamo ricorsi agli accompagnatori sul posto, altre volte ci hanno aiutato le reti di contatti dei nostri colleghi qui in Italia. Avendo scelto di non utilizzare nel webdoc una voce narrante, come invece succede per la versione radiofonica, la difficoltà non era soltanto capire il senso di quello che ci veniva detto in amarico, in farsi o in russo, ma anche far coincidere in modo esatto i sottotitoli con quello che l’intervistato sta dicendo.

Come avete identificato le comunità che avete intervistato?

All’inizio sono stati fondamentali gli agronomi che lavorano in questo settore e che già conoscevamo. Poi è stato un grande lavoro di rete. Negli ultimi anni sono nate molte reti contadine. In Italia per esempio c’è Semi Rurali, un’associazione di secondo livello di associazioni di contadini che lavorano a favore dell’agro-biodiversità. In Francia c’è Réseau Semences Paysannes. Grazie a loro siamo risaliti di nodo in nodo fino ad altre iniziative in altre parti del mondo.

Queste reti fanno rete anche nel senso della consapevolezza rispetto alle opportunità offerte da internet?

Usano senz’altro molto la rete per accordarsi, ma anche per cominciare a costruire piattaforme operative. Però è un mondo molto ancora poco digitalizzato, che avverte la necessità di costruire strumenti di uso pratico. Ci sono naturalmente differenze sostanziali tra il modo di usare la rete italiano o francese rispetto a quello africano. I contadini della comunità rurale etiope ci raccontavano che loro vanno su internet per controllare le quotazioni di mercato del grano che vendono, cosa che invece i contadini italiani non fanno. Credo dipenda dal fatto che in Italia chi aderisce a questo modello di agricoltura molto biodiversa e molto localizzata compone una comunità molto mista, dove convivono la componente nostalgica di un passato rurale e invece giovani o agricoltori di ritorno che vedono nella rete un’opportunità di sviluppo e di chiusura di filiera. Alcuni di quelli che abbiamo intervistato vendono online, un mercato non solo di prossimità attraverso il quale raggiungono famiglie e ristoranti.

In Africa la rete è vista come un’enorme possibilità, perché sono molto più isolati. Usano tantissimo il telefono e la rete attraverso il telefono. Ovviamente non stiamo parlando di smartphone e si tratta di comunicazioni prevalentemente testuali, al massimo email o sistemi di chat tipo Viber. C’è il tentativo di sviluppare applicazioni semplici che sfruttino le caratteristiche di base del cellulare per far circolare un’informazione sulle sementi che oggi non esiste. Non che in Italia esista molta più informazione, però a questo supplisce di solito un enorme ambito informale molto legato all’incontro e allo scambio diretto tra contadini.

Parlando di rete, tu che sei abituata alla connessione ovunque, come ti sei trovata in questi tuoi viaggi? 

Guarda, abbiamo sempre avuto un accesso WiFi. Anche alla fiera dei semi che abbiamo visitato a Djimini, una delle zone più povere del Senegal, anche lì avevamo la rete. Certo un po’ altalenante, con il router che veniva raffreddato da un ventilatore, ma funzionava. Mi vien da dire che forse è meno informatizzata la comunità contadina della campagna veneta. L’Iran poi è un paese ipertecnologico, contemporaneo rispetto ai nostri stessi caratteri di contemporaneità. C’è una censura seria, che impedisce l’accesso ai social network, per contro trovi la rete aperta quasi ovunque e c’è grande consapevolezza rispetto alle contromisure possibili per aggirare il sistema.

Rispetto alle comunità rurali e ai semi, che cosa ti ha lasciato l’Iran?

Il progetto più avanzato tra quelli che abbiamo esaminato finora l’abbiamo trovato proprio lì. Il governo è molto paternalista, la gestione dell’agricoltura è quasi pubblica, nazionalizzata. Le sementi, le farine, i fertilizzanti arrivano dal governo. Per contro le prime esperienze di miglioramento genetico partecipativo sono partite proprio tra l’Iran e la Siria. Un po’ perché sono zone molto ricche di risorse genetiche, e del resto sono le culle del grano. Ma poi anche perché è proprio nei paesi dove si vivono situazioni di isolamento che i contadini maturano l’idea di non poter dipendere del tutto dal governo o da una singola azienda che compra i loro prodotti.

seedversity3Ho percepito nettamente questa consapevolezza superiore. Ma è anche la prima volta che vivo la sensazione di trovarmi di fronte a una popolazione che ha una cultura molto più antica della nostra. Qui parli con gente che settemila anni fa era già ben insediata e aveva fondato le prime città. I contadini con cui abbiamo parlato noi avevano una visione geopolitica molto forte: sono entrati tra i primi nei programmi per la sicurezza alimentare delle Nazioni Unite, le farmer field school, che con metodi partecipativi facevano ragionare sulle dinamiche a livello territoriale. Lì hanno capito che dovevano essere indipendenti per la gestione dei semi e si sono messi a fare esperimenti. Non dico che siano tutti così, ma quelli che abbiamo incontrato noi erano davvero molto avanti.

Ma sono stati sempre tutti così contenti di parlare con voi o avete incontrato anche resistenze?

Assolutamente sì, tutti contenti. Semmai abbiamo avuto il problema contrario, perché alla fine avevamo talmente tante ore di girato che è stato drammatico selezionare. Per fortuna il montaggio l’hanno curato due colleghe di Formica Blu che non hanno fatto il viaggio con noi, quindi avevano la mente fresca nell’aiutarci a scegliere i brani più utili. Tra l’altro, senza voce narrante dovevamo curare particolarmente bene la successione logica degli interventi. Abbiamo fatto una cinquantina di interviste, le rilasceremo tutte un po’ alla volta. C’è talmente tanto materiale che avremmo potuto fare una serie televisiva a puntate. Ed è stato istruttivo anche dal punto di vista del metodo di lavoro, per il futuro.

Dopo la Russia e gli altri capitoli mancanti, che cosa hai in mente per Seedversity?

Vorremmo trovare finanziamenti per sviluppare altri pezzi di racconto sul tema. Sarebbe interessante trovare le risorse per raccontare quello che succede nelle regioni italiane. Per esempio ci hanno contattato dalle Marche, la prima regione che abbia una legge a tutela della biodiversità agroalimentare. Mi piacerebbe raccontare altri progetti di miglioramento genetico in corso in altri paesi dell’Africa e del Medio Oriente. In Tunisia il governo sta ragionando su politiche di autodeterminazione della produzione alimentare. I maggiori progetti di miglioramento genetico partecipativo, che poi è il cuore tecnico-scientifico del nostro racconto, si trovano in Siria. Purtroppo oggi in Siria la situazione è molto complessa, leggevo proprio recentemente che hanno dovuto mettere in sicurezza la banca dei semi. E poi c’è il filone d’inchiesta, che per ora non abbiamo ancora toccato, sulle logiche del mercato sementiero e sulla biopirateria.

Qual è finora la storia che ti ha colpito o sorpreso di più?

La storia che mi ha fatto più pensare è stata quella della comunità rurale di Caffee Doonsa in Etiopia. Un gruppo di contadini che dopo l’ennesima carestia, dopo l’ennesimo prestito di semi per ricominciare da capo l’anno dopo, in un paese che più o meno vive una carestia ogni tre anni, si sono autoorganizzati per creare una scorta. Sembra la soluzione più banale, in realtà hanno fatto un sorprendente lavoro organizzativo, molto strutturato e autonomo.

Mi è piaciuto perché non è la classica situazione in cui una Ong arriva e fa una proposta. È stato un progetto che ha vissuto il processo contrario, con una comunità che è stata capace di dare una risposta a una propria esigenza. Mi è sembrata una storia molto dignitosa di consapevolezza, mi ha fatto ripensare al perché a un certo punto l’uomo ha pensato di coltivare. Se coltivi e possiedi i semi, hai in mano la tua sicurezza alimentare.

Se devo dirti invece la frase che mi è piaciuta di più, è quella di Bertrand, il contadino francese che abbiamo messo anche nel trailer. Lui dice: i semi sono quello che ha portato l’uomo da cacciatore-raccoglitore a coltivatore, il fondamento dell’umanità. Chi possiede le sementi ha in mano il presente, il passato e il futuro dell’umanità.

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Il digital correspondent italiano

Devo ammettere che mi sto appassionando ai racconti da Bruxelles che il digital champion Riccardo Luna sta pubblicando sull’Huffington Post. Non tanto perché siano piacevoli da leggere o suggestivi nella rilettura personale dell’attività di diplomatico dell’innovazione a cui è stato chiamato. Quanto perché trovo che stia facendo qualcosa di simbolicamente essenziale e ancora troppo poco frequentata nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda i temi continentali: Riccardo sta condividendo i mattoncini che ci servono per costruire ponti culturali tra noi italiani e il mondo dell’innovazione europea.

Inserendosi con leggerezza ed entusiasmo in un’informazione polarizzata tra i riflessi autoriferiti dei palazzi romani e la documentazione ipertecnica per addetti ai lavori, Luna tesse comunità, indica hub, isola temi, evidenzia parole chiave in modo che diventino intelligibili anche a chi non ha familiarità con l’attualità politica dell’Unione europea. La semplice narrazione pubblica di quello che fa e di quello che vede ha un potenziale enorme nell’abilitare chi è già predisposto a una visione strategica che non si fermi ai confini di Stato.

Leggere questi primi suoi post mi ha dato la stessa sensazione – galvanizzante e frustrante, insieme – con cui torno di solito da contesti istituzionali europei o da conferenze internazionali: quanto da capire, quanto da sapere, quante relazioni da creare, quante occasioni sprecate. Chissà che il lavoro di Riccardo, il suo racconto prima ancora che le sue negoziazioni, non dia una spinta in più in questa direzione. Ogni link nei suoi post sarà un’opportunità in più.

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Appunti da PDF Italia

Benedetta, come sempre, l’occasione di guardare alle nostre specializzazioni con occhi internazionali. Viviamo in un catino linguistico e culturale sempre più ripiegato al suo interno, abbiamo invece grande bisogno di confrontarci con il resto del mondo. Di imparare dal resto del mondo, ma anche semplicemente di raccontare al resto del mondo quanto di buono facciamo, per crescere insieme. Se c’è una via d’uscita dalla crisi strutturale in cui siamo impantanati, questa non può che emergere che allargando lo sguardo, includendo punti di vista, moltiplicando le relazioni. Se avevo bisogno di metterlo a fuoco ancora una volta, beh il Personal Democracy Forum di Roma me ne ha dato di certo una nuova occasione.

Qualche appunto disordinato, per tenerne traccia:

  • Utile rinfrescata di progetti che conoscevo già, ma che è sempre interessante tenere sott’occhio: mySociety, OpenPolis, Open Corporates, Open Coesione, OpenExpo.
  • Sam Lee ha raccontato alcuni progetti di World Bank, a partire dagli Open Financial Data della banca mondiale.
  • Deliziosa combinazione tra confezione british e passione italiana quella di Luciano Floridi, filosofo dell’innovazione a Oxford. Il suo The Fourth Revolution mi aspetta già sull’iPad.
  • FoodCast: l’esempio che userò d’ora in poi per spiegare il senso per nulla astratto degli open/big data. Prendi informazioni che sono (o dovrebbero essere) già disponibili a tutti, le ordini in modo che possano interagire facilmente tra di loro, assumi informazioni dalle relazioni che si creano. Nel caso specifico, un progetto nato peraltro alla Sissa di Trieste, per spiegare e prevedere le oscillazioni nella disponibilità e nel prezzo del cibo. Ne risentiremo parlare durante Expo2015, credo.
  • D-Cent, un progetto di Nesta per la realizzazione di strumenti e piattaforme per la collaborazione e il decision making su vasta scala. Ne ha parlato Francesca Bria nel nostro panel.
  • Giovani da tenere d’occhio: Leonardo Quattrucci.
  • Il processo dovrebbe partire dalla spontaneità dei network per arrivare al policy making e non viceversa: l’intervento di Alberto Cottica è stato al solito illuminante.
  • Una bella chiacchierata con Paola Bonini e Alessio Baù sulla loro esperienza nella gestione dei canali social del Comune di Milano, ottimi spunti per le mie ricerche sulle dinamiche iperlocali.
  • Quanti soldi servirebbero per colmare il gap strutturale che renderebbe digitalmente competitiva l’Italia, chiede Gian Antonio Stella al neo direttore generale dell’Agenzia per l’Italia Digitaled Alessandra Poggiani? «Sei miliardi di euro».
  • Uno storify con una selezione ragionata di tweet e link dalla giornata romana.

Grazie ad Antonella Napolitano, brillante organizzatrice e conduttrice del PDF Italy. Ma anche a Riccardo Luna, fresco digital champion italiano, e all’organizzazione della InnovationWeek/Maker Fair, che hanno creato le premesse per ospitarlo.

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Il punto sull’integrazione carta-web in Italia

Nei giorni scorsi è uscita la prima relazione del gruppo di lavoro sull’evoluzione della professione istituito dall’Ordine dei giornalisti. Quadro aggiornato sull’integrazione carta-web nell’informazione italiana, questa raccolta di appunti è  interessante perché raccoglie in modo sintetico molte testimonianze di prima mano, in un viaggio nelle redazioni italiane che copre a campione le testate tradizionali, quelle native digitali, le agenzie e i service di nuova generazione.

A margine del rapporto compaiono alcune interviste a esperti del settore, tra cui Giovanni Boccia Artieri («Non credo che le informazioni stiano su Twitter, solo che su Twitter abbiamo la sensazione di vederle emergere mentre su Facebook hanno senso se e perché finiscono nel flusso dell’utente»), Mafe De Baggis («È cambiata la società intera ed è cambiata più per la pillola anticoncezionale e i voli low cost che per il digitale»), Luca Conti e Stefano Quintarelli. Pier Luca Santoro ha raccolto anche la mia opinione, che riporto qui per tenerne traccia.

 

Qual è l’impatto dei media digitali sul giornalismo?

Dal punto di vista del metodo nessuno: il giornalismo resta quello che è sempre stato, una funzione vitale per la società che continua ad adeguarsi nei decenni a canali e grammatiche differenti. Cambiano le pratiche, i ruoli operativi, i modelli di business, ma il giornalismo resta e resta se stesso. I media digitali stanno promuovendo soprattutto un sano ritorno all’artigianato, dopo trent’anni di esasperazioni industriali.

Il citizen journalism, il giornalismo partecipativo, è alleato o rivale dei giornalismo professionale?

Un grande alleato. Posto che fatico sempre più a distinguere un’informazione fatta da professionisti e un’informazione fatta da non professionisti. Tutti fanno informazione, secondo diversi livelli di qualità, precisione e indipendenza. L’aspetto professionale subentra a un diverso livello, nella capacità e nella continuità del professionista di andare a fondo nelle questioni e assistere il filtro comunitario diffuso della rete a far emergere il meglio, i dati di fatto, le notizie verificate.

La sopravvivenza dei mestieri legati alla scrittura, del giornalismo, è profondamente legata alla capacità di rinnovarsi e di adattarsi alla tecnologica e ai nuovi metodi di lavoro da essa imposti. Nascono nuove professionalità che un tempo non esistevano quali il “Social Media Editor” o il “Data Journalist” per fare due esempi. Quali le professionalità richieste, il necessario livello di specializzazione? E quale, se possibile a definirsi, tra tutte la più importante?

La dote più importante è tenersi aggiornati e continuare a studiare con curiosità: una duttilità alla formazione personale permanente, la voglia di sporcarsi le mani, di imparare sbagliando. Non sono materie stabilizzate, evolvono in continuazione. Sono create in continuazione e in modo collaborativo dalle persone che le studiano. La formazione professionale può essere soltanto scintilla, poi il fuoco va tenuto acceso con i propri mezzi e la propria costanza. Le specializzazioni passano e passeranno in fretta, si caleranno naturalmente nella professionalità che verrà data per scontata in un addetto professionale all’informazione, come oggi sono scontate la videoscrittura, la pubblicazione in internet o la comunicazione via email.

Quali sono “gli attrezzi del mestiere” per i professionisti dell’informazione, per i giornalisti?

La curiosità, la capacità di andare a fondo nelle questioni trattate, una certa predisposizione alle relazioni e, sempre più, specializzazione.

È il giornalismo ed il mestiere di giornalista ad essere in crisi oppure è solo un problema di individuazione di nuovi modelli di business da parte degli editori?

È un problema di business, che siamo lontani dal risolvere perché continuiamo ad applicare schemi mentali e processi editoriali che appartengono a media precedenti. È necessario abbandonarsi ai processi – semplici, ma controintuitivi – della rete per capire fino in fondo la rete, per comprendere i meccanismi di produzione del valore e immaginare come trasformarli in rendita economica.

È il digitale, Internet, che hanno causato la crisi di questa professione o la spiegazione è un’altra?

È la non comprensione della struttura di base e dei meccanismi della rete.

Le informazioni stanno su Twitter ed il pubblico su Facebook. L’impatto di social media e social network come sta cambiando il giornalismo ed il mestiere del giornalista?

In realtà dal mio punto di vista è un unico grande canale, in cui circolano come liquidi frammenti di informazione liberi di ricombinarsi secondo necessità e priorità individuali. I social network accelerano la scomposizione dell’informazione in frammenti e massimizzano il processo creativo individuale nel ricombinarli. Ma di per sé non cambiano né il giornalismo in sé né il mestiere di giornalista. Cambiano i formati, le logiche operative, le grammatiche, il ruolo in relazione alla comunità delle persone interconnesse.

Dovendo fare una previsione, quale scenario per l’informazione italiana?

Continuerà a sbagliare a lungo. Poi forse un giorno uno dei maggiori giornali online si affrancherà dalla tirannia insensata delle metriche quantitative e aprirà una fase nuova. Patiremo sempre, però, l’ appartenenza a un’ enclave linguistica di dimensioni molto contenute, incapace di connettersi alle grandi conversazioni internazionali, di arricchirsene e di contribuirvi.

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Personal Democracy Forum in Italia, lunedì

Il Personal Democracy Forum è la più importante conferenza dedicata all’impatto della tecnologia sulla politica e sulle forme di governo. È nata nel 2004 negli Stati Uniti e  da allora – attraverso conferenze, seminari e contenuti online – ha raccolto una comunità di innovatori e attivisti sempre più vasta e internazionale. Un osservatorio preziosissimo, per chi si interessa di democrazia emergente, di partecipazione e di innovazione sociale.

In passato io sono stato al Personal Democracy Forum di New York nel 2008 (appunti: 1, 2) e alla prima edizione del Personal Democracy Forum Europe a Barcellona nel 2009 (appunti: 1, 2).

Lunedì all’Auditorium della Musica di Roma si tiene la prima edizione del Personal Democracy Forum Italia, nell’ambito della colossale Maker Fair organizzata da Riccardo Luna e Massimo Banzi. Sarà un’occasione per connettere le più interessanti esperienze italiane di politica e cittadinanza digitale con i dibattiti internazionali sull’argomento (e viceversa). Ci si può ancora iscrivere gratuitamente su Eventbrite. Il programma è densissimo, ricco di presenze internazionali e ruota intorno alle sfide della società dei dati. Ci sono anch’io, immeritatamente: modero un bellissimo panel dedicato agli strumenti per la ricostruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini.

Come scrive Antonella Napolitano, editor europeo di Personal Democracy Media, curatrice della conferenza e (soprattutto) amica e guida nell’esplorazione delle implicazioni civiche della rete:

Spero che chi verrà abbia semplicemente la stessa esperienza che ne ho io: spalancare gli occhi, la testa, aver davvero bisogno delle pause per elaborare, aver voglia di andare a parlare con quello speaker o chiacchierare col vicino di quel che si ha appena sentito, pensare più volte “ecco, voglio fare questo/potrei fare questo/farò questo”. [leggi tutto]

L’hashtag è #PDFIitaly.


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Quando le periferie della rete si popolarono

Giovedì mattina a Pordenonelegge dovevo moderare un incontro sulla democrazia digitale di cui era protagonista Fabio Chiusi. Come avviene di solito nei festival, fuori dalla sala c’era un banchetto con in vendita i libri degli autori. Mi aspettavo di trovare Giornalismo e nuovi media, l’ultimo dei miei libri stampati su carta. Invece c’era La parte abitata della rete, forse il testo a cui sono più affezionato, uscito nel 2007. Strano, dico al libraio, lo sapevo ormai introvabile.  Strana anche la copertina, insisto, d’un cartoncino lucido e leggero che non ricordavo. È toccato al colophon dirmi la novità: il libro è andato in ristampa, la seconda, proprio in queste settimane. Si vede che non si usa più avvertire l’autore.

La notizia mi ha da un lato inquietato (dopo sette anni che cos’avrà mai da dire un libro che parla della rete avanti Facebook, se non testimoniarne la preistoria?) e dall’altro emozionato (dopo sette anni dalla pubblicazione è ancora tra i piedi, quel dannato libretto!). Ancor più emozionante è stato leggere su Facebook, dove d’istinto ho condiviso la mia sorpresa, i commenti di chi a suo tempo l’aveva apprezzato. Qui, per festeggiare, le prime pagine di La parte abitata della rete.

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Ho preso la residenza nella parte abitata di Internet per la prima volta nel 1996, al 6272 del lungocosta di SouthBeach, dentro Geocities. Geocities era un servizio che permetteva di aprire pagine Web amatoriali, uno dei primi dedicati a quanti entravano nel Web con la velleità di costruire un ambiente in cui tutti erano nello stesso tempo autori e lettori di contenuti. A metà degli anni ’90, Geocities era diviso in città e in vicinati: il mio aveva la fama di un luogo dove ritrovarsi e chiacchierare senza impegno, ma c’erano quartieri per gli hobby e gli interessi più in voga: dalla politica (Capitol Hill) alle scienze (Cape Canaveral), dalla musica classica (Vienna) agli stili di vita alternativi (West Hollywood), dalle collezioni di fumetti giapponesi (Tokio) agli sport estremi (Pipeline), e perfino un parco giochi riservato ai bambini (Enchanted Forest).

Geocities riproduceva sull’allora giovanissimo World Wide Web alcune metafore di tipo geografico e sociale legate alla vita reale. Oggi potremmo definirle ingenue, se non tenessimo conto del fatto che dieci anni fa Internet era un ambiente nuovo e sconosciuto, quanto meno al di fuori dei circoli accademici e scientifici. L’analogia con la realtà era un primo, efficace strumento per esplorarlo: ogni vicinato era composto da una strada che collegava tra loro le costruzioni, a ciascuna delle quali corrispondeva la pagina personale di un iscritto identificata da un numero civico progressivo. Le villette di Geocities erano punti di presenza dei pionieri della Rete e il primo tentativo, necessariamente immaturo, di mettere in connessione i contenuti di tutti attraverso contesti arbitrari e tuttavia intuitivi.

Nel 1998 i fornitori di accesso a Internet gettavano le fondamenta di quelle che sarebbero diventate le prime città di Internet. Erano posti strani, con tante vie d’entrata, ma pochi modi per andarsene. Ti invitavano a trasferirti da loro regalandoti un po’ più di spazio, laddove le esigenze crescevano e il mercato degli affitti andava rincarando. Accettai, abbandonando a malincuore Geocities, che dal canto suo cominciava a trasformarsi lentamente in qualcosa di più asettico e funzionale agli interessi dei neonati portali. Il mio domicilio, che ospitava una breve biografia e qualche dettaglio sui miei hobby, diventò una sequenza di lettere poco affascinante e imposta dal provider (space.tin.it/io/smaistr), in cui – dato un nome-utente poco leggibile, definito automaticamente dal sistema – si poteva scegliere soltanto la sottocategoria che avrebbe suggerito al visitatore il taglio del sito: viaggi, arte, salute eccetera. Non trovandomi a mio agio in nessuna classificazione a priori, scelsi la più generica e personale: io.

Dalla finestra di quel monolocale piccolo e poco ospitale ho visto passare una dopo l’altra le tempeste di quel periodo di follia collettiva passato alla storia come new economy: buona parte dell’architettura autoctona del Web – fatta di esperimenti, di presenze individuali e di connessioni ancora molto simili a quelle sperimentate nelle Bbs – venne travolta dalle nuove metropoli dei contenuti commerciali e industriali, che attiravano
le energie migliori e dimenticavano la vocazione più autentica di Internet. Portali e comunità virtuali creati a tavolino per ottimizzare i costi e massimizzare il numero di accessi imponevano sensibilità e strutture mutuate dal mondo dei mezzi di comunicazione di massa. Ogni muro disponibile veniva riempito di marchi e cartelloni pubblicitari. Si stava costruendo la nuova televisione: altrettanto generalista, livellata verso il basso e passiva di quella tradizionale, sebbene il telecomando fosse più complicato. Doveva far ricchi tutti, Internet, e per alcuni anni andò davvero così. Ma non durò a lungo, e lasciò dietro di sé pessimismo e crisi di creatività, insieme all’idea che per fare qualcosa di buono sarebbero serviti comunque tanti soldi.

A partire dal 2000 si sparse la voce che, lontano da queste metropoli sempre più depresse, le periferie si andavano popolando. Rustici di campagna e villini in collina venivano resi interessanti da una tecnologia che permetteva a chiunque di metter su pareti e mobilio senza la necessità di ricorrere ad architetti, ingegneri, arredatori, muratori e carpentieri. Erano gli embrioni di ciò che oggi chiamiamo
weblog, sistemi di pubblicazione personale economici in virtù dei quali l’autore non ha più necessità di perdere tempo a comprendere la tecnologia, ma può concentrarsi sui contenuti. Racconta Eloisa Di Rocco:

Era il classico quartiere dove non ci si viene a fare niente, il quartiere che ha senso solo per chi ci abita. Che non ha nessun secondo fine se non quello di essere usato per il suo scopo. […] Il quartiere che nessuna guida turistica, nessun quotidiano fuori dalla pagina di cronaca, nessun giornaletto alternativo stampato su carta riciclata e distribuito gratis nella metropolitana nomina mai. Lì c’è solo gente comune che vive. Esce, va al supermercato, si ferma ai semafori, parcheggia in garage, compra i fiori all’angolo, va alla scuola di fronte, prende l’autobus sulla via grande, si incontra al bar, sul muretto, sulla piazzetta. In un quartiere così ci capitano tutti per caso.

Divenne un’alternativa sempre più concreta rispetto alle esasperazioni commerciali di Internet, il luogo della rifondazione di ideali originari di libertà, creatività, condivisione e collaborazione. Un numero inaspettato di persone ci si stabilì in via definitiva, rimboccandosi le maniche per alimentare uno straordinario quanto
improvvisato esperimento di ingegneria sociale mediato dalla rete di comunicazione. Io ci sono capitato diverse volte per lavoro, per studiare quello che stava succedendo e raccontarlo in città: nel 2003 ero ormai talmente affascinato da quanto vedevo che mi ci sono trasferito a mia volta. Vinte le ultime diffidenze da artigiano del web, che ama costruire a mano le pagine dominando quel poco di codice Html conosciuto, ho colonizzato un indirizzo che ora porta il mio nome (www.sergiomaistrello.it) e che da allora raccoglie quanto di più significativo concerne la mia vita personale e lavorativa. Ogni pagina di questo libro nasce da ciò che è successo in seguito e da ciò che ho imparato come cittadino di quel quartiere appena fuori città.

[Tratto da La parte abitata della rete, Tecniche Nuove, 2007]

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State of Me 2014

comfort zone
Jessica Hagy, How to be interesting

Abbiamo archiviato un’altra edizione di State of the Net, la quarta.

Il giorno dopo è sempre un guazzabuglio di stanchezza, emozioni e stimoli da elaborare. Quello che è andato da manuale e quello che è riuscito meno convincente, gli apprezzamenti inaspettati e le critiche sempre benvenute. Ci saranno giorni deputati ai bilanci e ai progetti per il futuro, altrove. Qui vorrei invece tenere memoria di una sensazione, oggi più che mai forte.

State of the Net è l’esperienza professionale di gran lunga più complessa e stimolante che mi sia capitata finora. È la mia asticella: ogni anno sale, sempre più in alto e sempre più velocemente di quanto io sia realmente pronto a saltare. È una sfida che mi porta in continuazione lontano dalla mia comfort zone e che fa succedere cose. A volte il salto riesce al primo colpo, più spesso atterri malamente, quando proprio non travolgi l’asta nel tentativo. Ma è nel volo che capisci che solo in quel punto lì, scoordinato e affannato, potevi incontrare l’intuizione e la determinazione necessarie per evolvere.

Per questo senso di scomodità e di ebbrezza insieme io sono oltremodo grato. E, tra i tanti con cui sono in debito, sono grato in particolare ai miei compagni di viaggio Beniamino e a Paolo, di cui ogni anno vado più orgoglioso.

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Digital Day in Friuli Venezia Giulia

La regione in cui vivo, il Friuli Venezia Giulia, è la prima a sperimentare le ricette per la digitalizzazione di imprese, pubbliche amministrazioni, scuole e cittadini proposte da Go on Italia. Il merito va soprattutto a Riccardo Luna, che ha avviato la collaborazione con Debora Serracchiani, e a quella banda di generosi e appassionati innovatori chiamata Wikitalia. In regione il motore infaticabile è Simone Puksic, che come anima del Distretto delle Tecnologie Digitali di Udine ha già dimostrato di saper tessere reti in modo sano e lungimirante.

Go on Friuli Venezia Giulia parte ufficialmente domani, 5 maggio, con un Digital Day che accenderà scintille di innovazione in oltre 100 sedi delle quattro province dall’alba al tramonto. Tutte le realtà regionali legate alla rete e al digitale sono in qualche modo coinvolte.

Al #DDayFVG naturalmente partecipiamo anche noi di State of the Net, organizzando un incontro sugli open data come leva culturale ed economica per il territorio a cui prenderanno parte Alberto Cottica, Giovanni Menduni, Maurizio Napolitano, Ernesto Belisario e Matteo Brunati. L’assessore regionale Paolo Panontin verrà a presentare in anteprima legge e portale open data del Friuli Venezia Giulia. Se tutto va bene, ci sarà anche una diretta web dalla sala consiliare del Comune di Pordenone, dove inizieremo alle 9.

Nel pomeriggio alle 17 io sarò a Maniago, ospite dell’assessore comunale Cristina Querin con Livio Martinuzzi e Marco Grollo, per parlare di comunità emergenti che intessono reti intorno alle proprie competenze e unicità (e del perché, secondo me, la pubblica amministrazione dovrebbe farsi garante di questo passaggio culturale).

Vedi tutti i 100 e passa eventi in programma il 5 maggio in Friuli Venezia Giulia e un dettaglio sugli incontri previsti a Pordenone.

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Le voci digitali dell’inchiesta

ok 70x100 VOCI INCHIESTA 2014Tra gli innumerevoli eventi che caratterizzano in questi anni Pordenone, città spesso beatamente inconsapevole del tesoro di esperienze e competenze su cui è seduta, c’è Le Voci dell’Inchiesta. Nato da un’ispirazione cinematografica nella culla di Cinemazero (il cineclub che, tra le altre cose, ospita anche il principale evento al mondo dedicato al cinema muto) e animato dalla sensibilità accademica di Marco Rossitti, il festival sta aggregando anno dopo anno temi e personaggi di primo piano nel dibattito sul giornalismo di qualità. Storicamente più incline alla retrospettiva (quest’anno Andrea Barbato e Adriano Olivetti, tra gli altri) e all’anteprima di documentari e inchieste d’annata (The Human Experiment, Narco cultura, Soul Food Stories per cominciare), quest’anno Le Voci dell’Inchiesta rivolge per la prima volta uno sguardo strutturato anche alle questioni legate al giornalismo in(torno alla) rete. Segnalo qui per affinità di temi e perché direttamente coinvolto questa specifica costola del ricco programma.

Domani, mercoledì 9 aprile, alle 10, intavoliamo una conversazione con Paolo Valdemarin sulle piattaforme. Paolo è una delle prime persone che ho incontrato in rete e mi è compare nell’avventura di State of the Net, ma soprattutto è un eccellente sviluppatore di social software, una scheggia di Silicon Valley trapiantata nel Carso goriziano. Il senso del nostro incontro è guardare ai fatti sociali dentro Facebook dal verso opposto a quello consueto. A monte dei comportamenti in rete e delle influenze che questi hanno sulla società c’è il contenitore che li ospita, la piattaforma, che non è mai neutra. La piattaforma definisce percorsi e standardizza azioni, dà forma alla comunità degli utenti, il suo codice di programmazione in quel contesto è legge. Ne consegue che il modo in cui viene concepito e sviluppato un social network, posto che il modello del social network è sempre più il sistema operativo della rete, è uno dei processi chiave per capire le implicazioni di internet nelle nostre vite e sull’informazione.

A seguire, se nel giro di un’ora non abbiamo ancora steso i nostri interlocutori nella comoda sala di Cinemazero, toccherà a me raccontare la storia del fact checking, la sua rinascita in rete sotto forma di start up giornalistiche e l’importanza che può avere questo distillato di metodo giornalistico nei grovigli quotidiani della rete.

Nel pomeriggio alle 16 interviene Fabio Chiusi, indagatore pressoché solitario in Italia del più grande e sottovalutato scandalo contemporaneo, il Datagate scatenato dalle rivelazioni di Edward Snowden e dalle imprese giornalistiche di Glenn Greenwald. Fabio ha fatto un eccellente lavoro di ricostruzione, verifica e sintesi del complesso corpo di rivelazioni sulle indiscriminate intercettazioni globali della National Security Agency americana. Il minuzioso lavoro svolto nel blog Chiusi nella rete è poi diventato un ebook gratuito distribuito dal Messaggero Veneto. Sempre a sua firma è uscito in questi giorni il saggio Critica della democrazia digitale.

Giovedì 10 aprile alle 15.30 ci raggiunge Elisabetta Tola, giornalista scientifica appassionata e sorridente, per uno sguardo di insieme sul data journalism e sulle inchieste più interessanti realizzate negli ultimi mesi in Italia e nel mondo. Elisabetta aveva già parlato di dati che raccontano storie durante il simposio inaugurale di Pordenone più facile, un paio d’anni fa. Nel frattempo le esperienze si sono moltiplicate in fretta, il giornalismo dei dati è diventato una specialità fondamentale nelle redazioni al passo con i tempi e tante storie che altrimenti non sarebbero state tali sono venute alla luce.

Sabato 12 aprile alle 18.30, sempre a Cinemazero, Giovanni Boccia Artieri parlerà di Facebook per genitori, o per meglio dire della relazione tra genitori e figli in un mondo connesso. Dice che c’entra con il giornalismo d’inchiesta? Poco, apparentemente, se non fosse che per costruire un rapporto consapevole e maturo con la rete, dove l’informazione trova declinazioni inedite e potentissime, c’è più che mai bisogno, oggi, in Italia, nelle nostre province, di parlare di educazione alla rete, tema spesso ancora alieno alla gran parte delle famiglie e delle scuole. E se c’è qualcuno che sa farlo in modo sano, equilibrato e divertente, nonostante sia un docente universitario (blink), questo è senz’altro Giovanni.

Domenica 13 aprile alle 10, stavolta a Palazzo Badini, si torna in redazione con Marco Pratellesi, responsabile del nuovo sito de L’espresso. Con lui, che ha guidato la conquista della rete in alcune delle testate storiche del nostro paese, e tra queste il Corriere della Sera, daremo uno sguardo alle opportunità e alle complicazioni che comportano i social network per una grande organizzazione giornalistica.

Dopodiché tutti in trasferta a Perugia, dove il 30 aprile comincia l’edizione più ricca e internazionale di sempre del festival del giornalismo.

 

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Giornalista artigiano, esploratore interconnesso, innovatore periferico, cittadino inquieto