Che cos’è un Coder Dojo?

Mio figlio Giorgio è tornato entusiasta anche questa volta, la seconda. Guidato da Gianpiero, volontario del CoderDojo Friuli Venezia Giulia, nel giro di un paio d’ore ha creato un gioco basato su una ranocchia che deve far scoppiare dei palloncini. Un gioco semplice e spartano, con cui però avrebbe giocato tutta la sera, come succede quando inventa nuove costruzioni con i Lego.

Un coder dojo è una palestra di programmazione: non una scuola di coding in senso stretto, ma un’esperienza di avviamento alla logica algoritmica per ragazzi dai 7 anni in su. Si sceglie uno scenario, si introducono personaggi e oggetti, si attribuiscono caratteristiche e azioni e si generano le relazioni che animano il gioco. Il tutto avviene dentro un ambiente di sviluppo amichevole e visuale, Scratch, sviluppato e distribuito gratuitamente dal Massachusetts Institute of Technology.

I coder dojo sono nati in Irlanda nel 2011 e da allora si sono diffusi in tutto il mondo, dando vita a un network globale di volontari ed eventi. L’Italia, per una volta, è uno dei paesi più attivi, con club informali presenti su tutto il territorio e decine di occasioni di incontro ogni mese. Centinaia i mentor, ovvero gli appassionati di programmazione che dedicano alcune ore alle attività di divulgazione. Si moltiplicano anche le occasioni per portare i coder dojo a scuola, coinvolgendo insegnanti e studenti in esperienze didattiche innovative.

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Un umanista informatico ante litteram

A poco più di un anno dalla scomparsa, è uscito un volume per ricordare opera, pensieri e ispirazioni di Franco Fileni, sociologo e a lungo docente all’Università di Trieste. Si può leggere integralmente nel sito delle collane di ateneo. C’è anche una mia breve testimonianza.

Gli studi dei docenti sono lunghi lunghi e stretti stretti, nell’edificio centrale dell’Università di Trieste. Franco Fileni il suo ufficio l’aveva trasformato in laboratorio e in aula di lezione, riempiendo ogni spazio lasciato libero dalle scrivanie e dai libri con computer, monitor, stampanti, scanner, webcam e ogni sorta di dispositivo informatico. Alle pareti le riproduzioni di alcune opere di Escher. Negli anni ’80, Fileni aveva sviluppato questa profonda curiosità accademica per i risvolti epistemologici della diffusione dei computer, conscio che la supposta e allora inossidabile divisione tra regno dell’analogico e regno del digitale di per sé non era né sufficiente né in fondo del tutto calzante per spiegare l’impatto di quelle macchine sul pensiero e sulla comunicazione. Né apocalittico né integrato, Franco si interrogava semmai sui confini, sulle terre di mezzo, sulle strutture connettive dove vecchio e nuovo si toccavano dando vita a sintesi inedite da esplorare con la sensibilità dell’antropologo. Bateson davanti al pc.

[continua a leggere questo ricordo o l’intero libro sul sito dell’Università di Trieste]

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Le narrazioni globali delle piccole città

An english version of this post is available on Medium.

Il Messaggero Veneto mi ha chiesto di contribuire al dibattito sul futuro di Pordenone, in corso da qualche mese sulle pagine dell’edizione locale. Questa – uscita sul giornale di domenica – è la mia riflessione, che vale per la mia città ma più in generale per molte altre piccole località ricche di storie da raccontare. Fa tesoro di conversazioni di lunga durata e con molte persone in rete su questi temi. È in debito di link in particolare con Giuseppe Granieri e Piervincenzo Di Terlizzi.

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Nell’epoca delle narrazioni globali accelerate da Internet, la circolazione della conoscenza è il fattore strategico per una città. Più siamo capaci di rappresentare sulla Rete le nostre idee, le nostre esperienze e le nostre competenze e più è probabile che queste trovino interlocutori interessati con cui dialogare, collaborare o commerciare. Pordenone ha un potenziale enorme, molto superiore a quello che ci si aspetterebbe da una città delle sue dimensioni, ma per ora sta scegliendo di sprecarlo. Un po’ come bruciare in piazza un bancale di buoni del Tesoro esigibili, per rendere l’idea a chi non è pratico di comunicazione digitale.

L’effetto che facciamo oggi a chi si informa su di noi da lontano utilizzando il web e i social network è quello di una città qualunque, anonima. Chi si spinge fino qui scopre invece che organizziamo feste straordinarie per monumenti viventi della letteratura mondiale; che passiamo una settimana all’anno in compagnia di un buon centinaio di intellettuali di grido; che ogni settimana piccoli e grandi eventi richiamano persone da fuori provincia, da fuori regione, spesso dall’estero. Qui ogni autunno si danno appuntamento da tutto il mondo studiosi e appassionati del cinema muto. Qui vivono artisti e artigiani attivi in nicchie insolite o innovative. Qui hanno sede imprese e cooperative sociali con una visione del futuro coraggiosa e contagiosa.

Tutto questo c’è, ma spesso è poco riconoscibile perfino da chi a Pordenone ci abita, segno che probabilmente siamo più bravi a organizzare che a comunicare. Segno, soprattutto, che siamo ricchi di energie ma ancora non siamo riusciti a metterle in rete, sostenendo e amplificando in modo sistematico le opportunità per chi si dà da fare e per tutta la città come conseguenza. La posta in gioco è alta: quel che la globalizzazione del lavoro e delle merci ha tolto alla Pordenone delle lavatrici, dei frigoriferi, dei televisori e dei mobili, ora la globalizzazione della conoscenza potrebbe restituire alla Pordenone degli eventi culturali, delle imprese innovative, delle eccellenze nelle professioni e nelle arti, della manifattura e dell’artigianato che assecondano la smaterializzazione dei beni.

I centri maggiori, le città d’arte, le metropoli saranno sempre più appetibili della nostra periferica e contenuta provincia. Ma oltre a essere più interessanti, le grandi città sono anche più complesse: fare sistema a Milano è, in proporzione, molto più complicato che farlo a Pordenone. Questo è il momento storico in cui hanno maggiori possibilità di emergere le città a misura d’uomo, ricche di identità e propense alle relazioni, coese intorno a una visione di futuro. Il tempo, dunque, è un fattore competitivo, e qui ne abbiamo già perso parecchio.

Abbiamo già dimostrato di esserne capaci. Un anno fa, proprio di questi tempi, ci stavamo preparando ad accogliere cinquecentomila alpini da tutta Italia, dieci volte il numero dei residenti, mettendo in discussione ogni dettaglio della routine della città. Poco importa il pretesto. Il fatto è che per qualche settimana, sotto la pressione di una scadenza fuori scala per le nostre abitudini, stretti dietro allo stemma della città con le porte aperte, abbiamo comunicato molto più del solito tra di noi e abbiamo spiegato tanto di noi agli altri. Abbiamo fatto rete, abbiamo lavorato in rete e, per la prima volta in modo così consapevole, abbiamo usato la Rete per rilanciare in Italia e nel mondo il marchio ideale della nostra città.

Potremmo ripartire da qui. Internet è il sistema operativo imprescindibile: aderisce alle reti naturali della società, esalta le affinità tra persone e contenuti, costruisce ponti tra i territori e permette alle informazioni interessanti di diffondersi velocemente. È più semplice da usare di quel che sembra, ma rema contro decenni di alfabetizzazione mediatica e in questo senso è controintuiva: per esempio, chiede di lasciare andare i lettori se vogliamo che tornino, di collaborare con i concorrenti se vogliamo competere, di regalare i nostri prodotti se vogliamo venderli. Sono tecnologie dell’esperienza, come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare: una volta trovato l’equilibrio, diventa una competenza acquisita.

Lo scarto più sensibile è culturale, non tecnologico. La Rete non è una vetrina né una bacheca dove appendere locandine: prima che uno strumento di pubblicazione è uno strumento di relazione, che diventa tanto più potente e utile quanto più impara a conoscerci. Il comunicato stampa occasionale qui non serve, comunicare in Rete significa alimentare un progetto narrativo coerente che crei contesto e lo sviluppi giorno per giorno. Abituati a chiudere le notizie scadute in un armadio, trascuriamo l’importanza che in questo ambiente assumono gli archivi: la storia passata è la fonte della reputazione e del capitale sociale, che nell’economia della conoscenza sono le valute da spendere al mercato delle opportunità.

L’obiezione più frequente, anche nelle organizzazioni meno improvvisate, è che mancano se non le competenze, di certo le energie. Le prime è in ogni caso urgente acquisirle, saranno sempre più un requisito competitivo. Quanto alle energie, in realtà la comunicazione in Rete non è una sovrastruttura che si aggiunge alle incombenze precedenti e tanto meno un servizio che può essere esternalizzato. È un diario di viaggio che dovrebbe nascere il più possibile vicino al cervello e al cuore di una passione o di un’attività. È un metodo che ridefinisce i tempi complessivi della comunicazione: può essere impegnativa in fase di avvio, ma un buon progetto editoriale incentrato sul web alimenta a cascata tutti gli altri canali informativi, con significative economie di scala sia in termini di costi che di tempo. In ogni caso è un investimento: la quantità di contatti e ritorni diretti e indiretti che si possono generare il più delle volte ripagano ampiamente l’impegno.

Provinciale un tempo era chi veniva raggiunto a fatica dalle storie del mondo. Oggi provinciale è chi non si adopera per far arrivare le sue storie nel mondo. Pordenone ha caratteristiche decisamente contemporanee, non c’è motivo per cui debba comunicarle come nel 1995. Lo sforzo non può che essere collettivo: l’iniziativa del singolo o dell’istituzione può essere di stimolo, ma non basta. Il volano si avvia soltanto se tanti si mettono in gioco e se ognuno fa la sua piccola parte. Del resto la redistribuzione delle responsabilità in ogni aspetto della nostra vita comune sarà un processo inevitabile e colossale, al termine di questa strana transizione che da quasi otto anni chiamiamo crisi. Tanto vale cominciare ad affrontarla laddove promette di generare vantaggi per tutti.

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Se Pordenone perde l’università (che non ha)

Io invece penso che a Pordenone tutto sommato farebbe bene perdere l’università (laddove università è usata come sineddoche per un consorzio universitario che accoglie alcuni corsi distaccati da Udine e Trieste, un’ipotesi tramontata di dipartimento e alcuni master universitari). Per due motivi, uno di sistema e uno locale.

Quello di sistema: penso che la decentralizzazione dei corsi di laurea e dei dipartimenti abbia portato poco nei territori (salvo i rarissimi casi in cui corsi molto specialistici attingevano ai distretti locali e restituivano nuove competenze, come in origine era stato anche qui in Friuli) e abbiano invece tolto molto alle università. La moltiplicazione e distribuzione di sedi, servizi e docenti non è mai stata davvero sostenibile, ma in questa congiuntura economica lo è meno che mai. Se vogliamo un’università competitiva e garantire davvero il diritto allo studio così come qualche reale opportunità di ricerca sono convinto sia meglio mantenere le università in un’unica sede (e già due poli regionali sono un lusso), concentrando gli investimenti in dotazioni eccellenti e in offerta didattica realmente competitiva col resto del mondo. Mi pare che l’economia delle università ricalchi per molti versi quella degli aeroporti: pochi hub regionali mantengono vivo e vivace l’intero sistema nazionale, troppi scali di provincia drenano risorse dal territorio, coprono a stento i costi operativi e indeboliscono la rete impedendo l’ottimizzazione dei servizi e peggiorando l’efficienza nazionale.

Il secondo motivo, quello tutto locale. Credo che l’università di oggi non sia più lo strumento di cui abbiamo bisogno per rispondere in modo flessibile alle necessità e alle opportunità di formazione continua e avanzata del territorio. L’università deve fare l’università e probabilmente è giusto che la faccia altrove, dove può rendere al meglio nel nostro stesso interesse. Negli spazi bellissimi e ormai ben attrezzati di via Prasecco, difficilmente riconvertibili in altro salvo ulteriori investimenti, abbiamo invece l’opportunità di reinventare la formazione su misura per questo luogo in questo tempo, in modo snello ed efficiente, servendo con rapidità ed elasticità i volani di sviluppo su cui la città deciderà di scommettere in futuro. Come ripeto spesso, Pordenone è una città ricca di identità, di competenze e di specializzazioni, che dovremmo arrenderci a mettere in rete se vogliamo competere sul mercato globale della conoscenza. Da queste reti e dalle loro connessioni in Italia e nel mondo, possono uscire moduli didattici aggiornati al servizio di scuole, aziende, ordini professionali, amministratori, cittadini. Basta un po’ di coraggio, un gruppo di persone competenti e pienamente inserite nel presente, un piano economico solido, non impossibile da raggiungere se mettiamo a sistema le risorse di oggi e se impariamo a utilizzare in modo intelligente le opportunità della tecnologia. Io, prima di investire altri milioni a fondo perduto su un sistema che sta evidentemente segnando il termine di un’epoca, ci farei almeno un bel pensiero.

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Di ritorno da Glocal News 2014

Un po’ di appunti/presentazioni/segnalazioni raccolti nei giorni scorsi a Varese, durante l’edizione 2014 del festival Glocal News.

  • Federico Badaloni, user experience designer al Gruppo L’Espresso, ha tenuto un laboratorio fuori programma dedicato all’architettura dell’informazione, un generosissimo condensato di un paio di decenni di esperienza sul campo. Le slide non parlano da sole, serve proprio il calore di Federico che le racconta, e tuttavia lasciano una traccia di due ore straordinarie passate in sua compagnia.
  • Nel corso di un dibattito che potrebbe fornire diversi spunti a chi si interessa all’evoluzione dei distretti industriali e alle opportunità del territorio in una prospettiva di rete globale, Luca De Biase se n’è uscito con una delle sue efficaci sintesi: «La fase storica che attraversiamo viene molto spesso definita di crisi. Però è una strana crisi, perché non passerà quando finisce. Io la chiamo crisalide, perché finirà quando ci saremo trasformati e avremo interpretato la transizione».
  • Non sono riuscito a partecipare al loro workshop, ma mi pare che Lelio Simi e Gianpiero Riva abbiano raccolto diverso materiale interessante sulle implicazioni giornalistiche di Instagram.
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Le storie dei semi

Le ultime volte che ho incontrato Elisabetta Tola – amica e collega con cui condivido tra l’altro le docenze al Master in Comunicazione della Scienza alla Sissa di Trieste e l’interesse per le frontiere del giornalismo in rete – lei era regolarmente in procinto di partire con Marco Boscolo per l’Africa o per il Medio Oriente. Sapevo che si era aggiudicata un grant dell’European Journalism Center finanziato dalla Bill and Melinda Gates Foundation per lo sviluppo di un reportage innovativo sulla biodiversità. I primi dettagli lasciavano presagire che presto avrebbe avuto qualche buona storia da raccontare.

Elisabetta insegue storie di semi e di grani, alla ricerca delle comunità rurali che stanno recuperando la sapienza delle sementi e il controllo delle coltivazioni. Banche dei semi, progetti di miglioramento genetico partecipativo che recuperino le specificità dei luoghi, reti di contadini che si autoorganizzano per chiudere filiere iperlocali. La classica ricerca che, anche se il tuo scopo è farla innovativa nei supporti e nel linguaggio, non puoi realizzare altrimenti che mettendoci il naso, andando a vedere di persona, parlando con chi si sta sporcando le mani. In Toscana, Sicilia, in Sardegna. In Francia, in Russia, in Iran. In Senegal e in Etiopia. Tanto per cominciare.

Dopo un anno di viaggi, i primi materiali del reportage sono finalmente disponibili. C’è una versione radiofonica andata in onda quest’estate in cinque puntate speciali di Radio3 Scienza. Ma il piatto forte ora è il webdoc che raccoglie la prima infornata di montaggi, interviste e materiali, Seedversity (accessibile anche su Wired Italia). Ulteriori declinazioni internazionali potrebbero arrivare dalla collaborazione con testate che si stanno interessando al progetto, tra cui Al Jazeera, Radio France e RFI.

Seedversity è uno scrigno di spunti per chi si interessa alle intersezioni tra mondi apparentemente distanti come le reti, l’innovazione, la sostenibilità, la storia e il consumo critico. Così io,  che mi appassiono più che ai progetti al modo in cui i progetti sono realizzati, ho chiamato Elisabetta Tola e mi sono fatto raccontare quest’esperienza. E questo è quello che mi ha detto (i link li ho aggiunti io).

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seedversity2Elisabetta, sappiamo che la spinta decisiva per realizzare Seedversity te l’ha data l’EJC con il suo grant. Ma l’idea evidentemente nasce prima. Quando e come?

Durante i miei studi di Agraria mi ero appassionata al lavoro di Nicolay Vavilov, il genetista russo che si è inventato le banche dei semi nei termini moderni. Vavilov è quasi sconosciuto in Italia, pur avendo passato molto tempo qui, ma la sua storia viene raccontata con imbarazzo perfino in Russia, dove lo scienziato è stato riabilitato soltanto negli anni ’50 dopo essere caduto in disgrazia con Stalin.

Vavilov è stato il primo a pensare che se costruisci una banca in cui custodisci la variabilità genetica ti dai la chiave per fare incroci o selezioni per ottenere piante che producano di più o si adattino meglio meglio a climi diversi. Questa banca del seme è oggi un istituto di San Pietroburgo che porta il suo nome. Siamo andati a visitarlo due anni fa ed è lì che abbiamo cominciato ad approfondire il tema e a fare le prime riprese. Paradossalmente proprio questa è una delle parti che dobbiamo ancora montare e pubblicare.

Le storie che fai raccontare ai protagonisti tracciano i confini di questioni di grande complessità, oltre che di grande attualità. Biodiversità, sicurezza alimentare, accesso genetico ai semi, sostenibilità economica del sistema. Tu che idea te ne sei fatta? 

Le banche dei semi e le fiere per lo scambio delle sementi dimostrano un’idea interessante, ma anch’esse non sembrano essere la soluzione. Per la legge attuale i contadini che producono prodotti da vendere sul mercato non possono vendere le sementi, cioè non possono riprodursele e vendersele. L’obiettivo di queste iniziative è veder riconosciuta a livello legale la possibilità che almeno per le sementi cosiddette tradizionali da conservazione o da valore culturale, quindi quelle prive di implicazioni commerciali negli ultimi vent’anni, si possa disporre la vendita.

È in corso anche una discussione molto interessante sull’ipotesi di considerare i semi beni comuni o beni collettivi. Definirli bene comune non è del tutto giusto, perché i semi devono essere lavorati, conservati, c’è un lavoro che va riconosciuto, non sono assimilabili all’acqua. Considerarli bene collettivo potrebbe essere un compromesso accettabile, nel senso che riconosci innanzitutto un diritto d’uso a chi li conserva e per contro li esoneri dall’obbligo delle attuali certificazioni.

Molto importante sarà la discussione in ambito europeo della legge sementiera, che fa da riferimento a livello internazionale. Le leggi sullo scambio di sementi di tutti i paesi del Sud sono modellate sulla base di questa. Sullo sfondo resta l’enorme contrapposizione tra la lobby delle aziende che hanno interesse a mantenere le sementi ipercertificate, e quindi tutelate da copyright, e chi dice che almeno una parte di queste risorse devono essere accessibili liberamente. Quello che emerge un po’ da tutte le interviste che abbiamo fatto è che se non mantieni almeno una parte di queste risorse in formato open, la sicurezza alimentare del mondo finisce in mano a quattro aziende private.

Permettimi una parentesi tecnologica: mi incuriosisce la scelta della piattaforma che avete utilizzato per il webdoc. Ha il pregio di rendere l’accesso ai contenuti semplice come sfogliare un Dvd, per contro non sembra valorizzare al meglio le possibilità di interazione e mash-up che una ricerca come la tua potrebbe offrire. E perché non usare semplicemente YouTube?

Piattaforme di questo tipo in genere le sviluppi da zero e su misura, se sei un grande editore e hai le competenze e i fondi necessari. Klynt, che utilizziamo per Seedversity, l’avevo conosciuta l’anno scorso durante un corso di giornalismo investigativo a Londra. In una giornata dedicata al formato del webdoc abbiamo incontrato gli sviluppatori di questa piattaforma francese, che cerca di supportare chi ha la necessità di produrre formati multimediali senza avere le risorse necessarie per produrre soluzioni ad hoc. Ha di buono che permette di integrare con facilità, via iframe, materiali residenti su altre piattaforme. Per contro non è sempre facile comprendere e sfruttare la logica con cui è stata costruita.

L’ipotesi di farne anche un canale YouTube l’abbiamo naturalmente considerata, ma c’è un problema di diritti che in questo caso non è secondario. Il nostro è un lavoro che nasce, per stimolo esplicito della grant EJC, per massimizzare il suo impatto attraverso testate giornalistiche. In questa prima fase dunque lo sviluppo passa soprattutto attraverso la ricerca e il dialogo con media interessati ad approfondire il progetto. Se lo mettiamo su YouTube questo di fatto non ci sarebbe più possibile. Ci arriveremo, credo, ma non subito. Pubblicheremo inoltre i video in alta definizione  in un porfolio di Vimeo.

Avete intervistato persone di nazionalità e lingue molto diverse. Una bella sfida tradurre il tutto, immagino…

Le traduzioni naturalmente ci hanno assorbito molto tempo. Non solo per la difficoltà di trovare le collaborazioni necessarie: a volte siamo ricorsi agli accompagnatori sul posto, altre volte ci hanno aiutato le reti di contatti dei nostri colleghi qui in Italia. Avendo scelto di non utilizzare nel webdoc una voce narrante, come invece succede per la versione radiofonica, la difficoltà non era soltanto capire il senso di quello che ci veniva detto in amarico, in farsi o in russo, ma anche far coincidere in modo esatto i sottotitoli con quello che l’intervistato sta dicendo.

Come avete identificato le comunità che avete intervistato?

All’inizio sono stati fondamentali gli agronomi che lavorano in questo settore e che già conoscevamo. Poi è stato un grande lavoro di rete. Negli ultimi anni sono nate molte reti contadine. In Italia per esempio c’è Semi Rurali, un’associazione di secondo livello di associazioni di contadini che lavorano a favore dell’agro-biodiversità. In Francia c’è Réseau Semences Paysannes. Grazie a loro siamo risaliti di nodo in nodo fino ad altre iniziative in altre parti del mondo.

Queste reti fanno rete anche nel senso della consapevolezza rispetto alle opportunità offerte da internet?

Usano senz’altro molto la rete per accordarsi, ma anche per cominciare a costruire piattaforme operative. Però è un mondo molto ancora poco digitalizzato, che avverte la necessità di costruire strumenti di uso pratico. Ci sono naturalmente differenze sostanziali tra il modo di usare la rete italiano o francese rispetto a quello africano. I contadini della comunità rurale etiope ci raccontavano che loro vanno su internet per controllare le quotazioni di mercato del grano che vendono, cosa che invece i contadini italiani non fanno. Credo dipenda dal fatto che in Italia chi aderisce a questo modello di agricoltura molto biodiversa e molto localizzata compone una comunità molto mista, dove convivono la componente nostalgica di un passato rurale e invece giovani o agricoltori di ritorno che vedono nella rete un’opportunità di sviluppo e di chiusura di filiera. Alcuni di quelli che abbiamo intervistato vendono online, un mercato non solo di prossimità attraverso il quale raggiungono famiglie e ristoranti.

In Africa la rete è vista come un’enorme possibilità, perché sono molto più isolati. Usano tantissimo il telefono e la rete attraverso il telefono. Ovviamente non stiamo parlando di smartphone e si tratta di comunicazioni prevalentemente testuali, al massimo email o sistemi di chat tipo Viber. C’è il tentativo di sviluppare applicazioni semplici che sfruttino le caratteristiche di base del cellulare per far circolare un’informazione sulle sementi che oggi non esiste. Non che in Italia esista molta più informazione, però a questo supplisce di solito un enorme ambito informale molto legato all’incontro e allo scambio diretto tra contadini.

Parlando di rete, tu che sei abituata alla connessione ovunque, come ti sei trovata in questi tuoi viaggi? 

Guarda, abbiamo sempre avuto un accesso WiFi. Anche alla fiera dei semi che abbiamo visitato a Djimini, una delle zone più povere del Senegal, anche lì avevamo la rete. Certo un po’ altalenante, con il router che veniva raffreddato da un ventilatore, ma funzionava. Mi vien da dire che forse è meno informatizzata la comunità contadina della campagna veneta. L’Iran poi è un paese ipertecnologico, contemporaneo rispetto ai nostri stessi caratteri di contemporaneità. C’è una censura seria, che impedisce l’accesso ai social network, per contro trovi la rete aperta quasi ovunque e c’è grande consapevolezza rispetto alle contromisure possibili per aggirare il sistema.

Rispetto alle comunità rurali e ai semi, che cosa ti ha lasciato l’Iran?

Il progetto più avanzato tra quelli che abbiamo esaminato finora l’abbiamo trovato proprio lì. Il governo è molto paternalista, la gestione dell’agricoltura è quasi pubblica, nazionalizzata. Le sementi, le farine, i fertilizzanti arrivano dal governo. Per contro le prime esperienze di miglioramento genetico partecipativo sono partite proprio tra l’Iran e la Siria. Un po’ perché sono zone molto ricche di risorse genetiche, e del resto sono le culle del grano. Ma poi anche perché è proprio nei paesi dove si vivono situazioni di isolamento che i contadini maturano l’idea di non poter dipendere del tutto dal governo o da una singola azienda che compra i loro prodotti.

seedversity3Ho percepito nettamente questa consapevolezza superiore. Ma è anche la prima volta che vivo la sensazione di trovarmi di fronte a una popolazione che ha una cultura molto più antica della nostra. Qui parli con gente che settemila anni fa era già ben insediata e aveva fondato le prime città. I contadini con cui abbiamo parlato noi avevano una visione geopolitica molto forte: sono entrati tra i primi nei programmi per la sicurezza alimentare delle Nazioni Unite, le farmer field school, che con metodi partecipativi facevano ragionare sulle dinamiche a livello territoriale. Lì hanno capito che dovevano essere indipendenti per la gestione dei semi e si sono messi a fare esperimenti. Non dico che siano tutti così, ma quelli che abbiamo incontrato noi erano davvero molto avanti.

Ma sono stati sempre tutti così contenti di parlare con voi o avete incontrato anche resistenze?

Assolutamente sì, tutti contenti. Semmai abbiamo avuto il problema contrario, perché alla fine avevamo talmente tante ore di girato che è stato drammatico selezionare. Per fortuna il montaggio l’hanno curato due colleghe di Formica Blu che non hanno fatto il viaggio con noi, quindi avevano la mente fresca nell’aiutarci a scegliere i brani più utili. Tra l’altro, senza voce narrante dovevamo curare particolarmente bene la successione logica degli interventi. Abbiamo fatto una cinquantina di interviste, le rilasceremo tutte un po’ alla volta. C’è talmente tanto materiale che avremmo potuto fare una serie televisiva a puntate. Ed è stato istruttivo anche dal punto di vista del metodo di lavoro, per il futuro.

Dopo la Russia e gli altri capitoli mancanti, che cosa hai in mente per Seedversity?

Vorremmo trovare finanziamenti per sviluppare altri pezzi di racconto sul tema. Sarebbe interessante trovare le risorse per raccontare quello che succede nelle regioni italiane. Per esempio ci hanno contattato dalle Marche, la prima regione che abbia una legge a tutela della biodiversità agroalimentare. Mi piacerebbe raccontare altri progetti di miglioramento genetico in corso in altri paesi dell’Africa e del Medio Oriente. In Tunisia il governo sta ragionando su politiche di autodeterminazione della produzione alimentare. I maggiori progetti di miglioramento genetico partecipativo, che poi è il cuore tecnico-scientifico del nostro racconto, si trovano in Siria. Purtroppo oggi in Siria la situazione è molto complessa, leggevo proprio recentemente che hanno dovuto mettere in sicurezza la banca dei semi. E poi c’è il filone d’inchiesta, che per ora non abbiamo ancora toccato, sulle logiche del mercato sementiero e sulla biopirateria.

Qual è finora la storia che ti ha colpito o sorpreso di più?

La storia che mi ha fatto più pensare è stata quella della comunità rurale di Caffee Doonsa in Etiopia. Un gruppo di contadini che dopo l’ennesima carestia, dopo l’ennesimo prestito di semi per ricominciare da capo l’anno dopo, in un paese che più o meno vive una carestia ogni tre anni, si sono autoorganizzati per creare una scorta. Sembra la soluzione più banale, in realtà hanno fatto un sorprendente lavoro organizzativo, molto strutturato e autonomo.

Mi è piaciuto perché non è la classica situazione in cui una Ong arriva e fa una proposta. È stato un progetto che ha vissuto il processo contrario, con una comunità che è stata capace di dare una risposta a una propria esigenza. Mi è sembrata una storia molto dignitosa di consapevolezza, mi ha fatto ripensare al perché a un certo punto l’uomo ha pensato di coltivare. Se coltivi e possiedi i semi, hai in mano la tua sicurezza alimentare.

Se devo dirti invece la frase che mi è piaciuta di più, è quella di Bertrand, il contadino francese che abbiamo messo anche nel trailer. Lui dice: i semi sono quello che ha portato l’uomo da cacciatore-raccoglitore a coltivatore, il fondamento dell’umanità. Chi possiede le sementi ha in mano il presente, il passato e il futuro dell’umanità.

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Il digital correspondent italiano

Devo ammettere che mi sto appassionando ai racconti da Bruxelles che il digital champion Riccardo Luna sta pubblicando sull’Huffington Post. Non tanto perché siano piacevoli da leggere o suggestivi nella rilettura personale dell’attività di diplomatico dell’innovazione a cui è stato chiamato. Quanto perché trovo che stia facendo qualcosa di simbolicamente essenziale e ancora troppo poco frequentata nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda i temi continentali: Riccardo sta condividendo i mattoncini che ci servono per costruire ponti culturali tra noi italiani e il mondo dell’innovazione europea.

Inserendosi con leggerezza ed entusiasmo in un’informazione polarizzata tra i riflessi autoriferiti dei palazzi romani e la documentazione ipertecnica per addetti ai lavori, Luna tesse comunità, indica hub, isola temi, evidenzia parole chiave in modo che diventino intelligibili anche a chi non ha familiarità con l’attualità politica dell’Unione europea. La semplice narrazione pubblica di quello che fa e di quello che vede ha un potenziale enorme nell’abilitare chi è già predisposto a una visione strategica che non si fermi ai confini di Stato.

Leggere questi primi suoi post mi ha dato la stessa sensazione – galvanizzante e frustrante, insieme – con cui torno di solito da contesti istituzionali europei o da conferenze internazionali: quanto da capire, quanto da sapere, quante relazioni da creare, quante occasioni sprecate. Chissà che il lavoro di Riccardo, il suo racconto prima ancora che le sue negoziazioni, non dia una spinta in più in questa direzione. Ogni link nei suoi post sarà un’opportunità in più.

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Appunti da PDF Italia

Benedetta, come sempre, l’occasione di guardare alle nostre specializzazioni con occhi internazionali. Viviamo in un catino linguistico e culturale sempre più ripiegato al suo interno, abbiamo invece grande bisogno di confrontarci con il resto del mondo. Di imparare dal resto del mondo, ma anche semplicemente di raccontare al resto del mondo quanto di buono facciamo, per crescere insieme. Se c’è una via d’uscita dalla crisi strutturale in cui siamo impantanati, questa non può che emergere che allargando lo sguardo, includendo punti di vista, moltiplicando le relazioni. Se avevo bisogno di metterlo a fuoco ancora una volta, beh il Personal Democracy Forum di Roma me ne ha dato di certo una nuova occasione.

Qualche appunto disordinato, per tenerne traccia:

  • Utile rinfrescata di progetti che conoscevo già, ma che è sempre interessante tenere sott’occhio: mySociety, OpenPolis, Open Corporates, Open Coesione, OpenExpo.
  • Sam Lee ha raccontato alcuni progetti di World Bank, a partire dagli Open Financial Data della banca mondiale.
  • Deliziosa combinazione tra confezione british e passione italiana quella di Luciano Floridi, filosofo dell’innovazione a Oxford. Il suo The Fourth Revolution mi aspetta già sull’iPad.
  • FoodCast: l’esempio che userò d’ora in poi per spiegare il senso per nulla astratto degli open/big data. Prendi informazioni che sono (o dovrebbero essere) già disponibili a tutti, le ordini in modo che possano interagire facilmente tra di loro, assumi informazioni dalle relazioni che si creano. Nel caso specifico, un progetto nato peraltro alla Sissa di Trieste, per spiegare e prevedere le oscillazioni nella disponibilità e nel prezzo del cibo. Ne risentiremo parlare durante Expo2015, credo.
  • D-Cent, un progetto di Nesta per la realizzazione di strumenti e piattaforme per la collaborazione e il decision making su vasta scala. Ne ha parlato Francesca Bria nel nostro panel.
  • Giovani da tenere d’occhio: Leonardo Quattrucci.
  • Il processo dovrebbe partire dalla spontaneità dei network per arrivare al policy making e non viceversa: l’intervento di Alberto Cottica è stato al solito illuminante.
  • Una bella chiacchierata con Paola Bonini e Alessio Baù sulla loro esperienza nella gestione dei canali social del Comune di Milano, ottimi spunti per le mie ricerche sulle dinamiche iperlocali.
  • Quanti soldi servirebbero per colmare il gap strutturale che renderebbe digitalmente competitiva l’Italia, chiede Gian Antonio Stella al neo direttore generale dell’Agenzia per l’Italia Digitaled Alessandra Poggiani? «Sei miliardi di euro».
  • Uno storify con una selezione ragionata di tweet e link dalla giornata romana.

Grazie ad Antonella Napolitano, brillante organizzatrice e conduttrice del PDF Italy. Ma anche a Riccardo Luna, fresco digital champion italiano, e all’organizzazione della InnovationWeek/Maker Fair, che hanno creato le premesse per ospitarlo.

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Il punto sull’integrazione carta-web in Italia

Nei giorni scorsi è uscita la prima relazione del gruppo di lavoro sull’evoluzione della professione istituito dall’Ordine dei giornalisti. Quadro aggiornato sull’integrazione carta-web nell’informazione italiana, questa raccolta di appunti è  interessante perché raccoglie in modo sintetico molte testimonianze di prima mano, in un viaggio nelle redazioni italiane che copre a campione le testate tradizionali, quelle native digitali, le agenzie e i service di nuova generazione.

A margine del rapporto compaiono alcune interviste a esperti del settore, tra cui Giovanni Boccia Artieri («Non credo che le informazioni stiano su Twitter, solo che su Twitter abbiamo la sensazione di vederle emergere mentre su Facebook hanno senso se e perché finiscono nel flusso dell’utente»), Mafe De Baggis («È cambiata la società intera ed è cambiata più per la pillola anticoncezionale e i voli low cost che per il digitale»), Luca Conti e Stefano Quintarelli. Pier Luca Santoro ha raccolto anche la mia opinione, che riporto qui per tenerne traccia.

 

Qual è l’impatto dei media digitali sul giornalismo?

Dal punto di vista del metodo nessuno: il giornalismo resta quello che è sempre stato, una funzione vitale per la società che continua ad adeguarsi nei decenni a canali e grammatiche differenti. Cambiano le pratiche, i ruoli operativi, i modelli di business, ma il giornalismo resta e resta se stesso. I media digitali stanno promuovendo soprattutto un sano ritorno all’artigianato, dopo trent’anni di esasperazioni industriali.

Il citizen journalism, il giornalismo partecipativo, è alleato o rivale dei giornalismo professionale?

Un grande alleato. Posto che fatico sempre più a distinguere un’informazione fatta da professionisti e un’informazione fatta da non professionisti. Tutti fanno informazione, secondo diversi livelli di qualità, precisione e indipendenza. L’aspetto professionale subentra a un diverso livello, nella capacità e nella continuità del professionista di andare a fondo nelle questioni e assistere il filtro comunitario diffuso della rete a far emergere il meglio, i dati di fatto, le notizie verificate.

La sopravvivenza dei mestieri legati alla scrittura, del giornalismo, è profondamente legata alla capacità di rinnovarsi e di adattarsi alla tecnologica e ai nuovi metodi di lavoro da essa imposti. Nascono nuove professionalità che un tempo non esistevano quali il “Social Media Editor” o il “Data Journalist” per fare due esempi. Quali le professionalità richieste, il necessario livello di specializzazione? E quale, se possibile a definirsi, tra tutte la più importante?

La dote più importante è tenersi aggiornati e continuare a studiare con curiosità: una duttilità alla formazione personale permanente, la voglia di sporcarsi le mani, di imparare sbagliando. Non sono materie stabilizzate, evolvono in continuazione. Sono create in continuazione e in modo collaborativo dalle persone che le studiano. La formazione professionale può essere soltanto scintilla, poi il fuoco va tenuto acceso con i propri mezzi e la propria costanza. Le specializzazioni passano e passeranno in fretta, si caleranno naturalmente nella professionalità che verrà data per scontata in un addetto professionale all’informazione, come oggi sono scontate la videoscrittura, la pubblicazione in internet o la comunicazione via email.

Quali sono “gli attrezzi del mestiere” per i professionisti dell’informazione, per i giornalisti?

La curiosità, la capacità di andare a fondo nelle questioni trattate, una certa predisposizione alle relazioni e, sempre più, specializzazione.

È il giornalismo ed il mestiere di giornalista ad essere in crisi oppure è solo un problema di individuazione di nuovi modelli di business da parte degli editori?

È un problema di business, che siamo lontani dal risolvere perché continuiamo ad applicare schemi mentali e processi editoriali che appartengono a media precedenti. È necessario abbandonarsi ai processi – semplici, ma controintuitivi – della rete per capire fino in fondo la rete, per comprendere i meccanismi di produzione del valore e immaginare come trasformarli in rendita economica.

È il digitale, Internet, che hanno causato la crisi di questa professione o la spiegazione è un’altra?

È la non comprensione della struttura di base e dei meccanismi della rete.

Le informazioni stanno su Twitter ed il pubblico su Facebook. L’impatto di social media e social network come sta cambiando il giornalismo ed il mestiere del giornalista?

In realtà dal mio punto di vista è un unico grande canale, in cui circolano come liquidi frammenti di informazione liberi di ricombinarsi secondo necessità e priorità individuali. I social network accelerano la scomposizione dell’informazione in frammenti e massimizzano il processo creativo individuale nel ricombinarli. Ma di per sé non cambiano né il giornalismo in sé né il mestiere di giornalista. Cambiano i formati, le logiche operative, le grammatiche, il ruolo in relazione alla comunità delle persone interconnesse.

Dovendo fare una previsione, quale scenario per l’informazione italiana?

Continuerà a sbagliare a lungo. Poi forse un giorno uno dei maggiori giornali online si affrancherà dalla tirannia insensata delle metriche quantitative e aprirà una fase nuova. Patiremo sempre, però, l’ appartenenza a un’ enclave linguistica di dimensioni molto contenute, incapace di connettersi alle grandi conversazioni internazionali, di arricchirsene e di contribuirvi.

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Personal Democracy Forum in Italia, lunedì

Il Personal Democracy Forum è la più importante conferenza dedicata all’impatto della tecnologia sulla politica e sulle forme di governo. È nata nel 2004 negli Stati Uniti e  da allora – attraverso conferenze, seminari e contenuti online – ha raccolto una comunità di innovatori e attivisti sempre più vasta e internazionale. Un osservatorio preziosissimo, per chi si interessa di democrazia emergente, di partecipazione e di innovazione sociale.

In passato io sono stato al Personal Democracy Forum di New York nel 2008 (appunti: 1, 2) e alla prima edizione del Personal Democracy Forum Europe a Barcellona nel 2009 (appunti: 1, 2).

Lunedì all’Auditorium della Musica di Roma si tiene la prima edizione del Personal Democracy Forum Italia, nell’ambito della colossale Maker Fair organizzata da Riccardo Luna e Massimo Banzi. Sarà un’occasione per connettere le più interessanti esperienze italiane di politica e cittadinanza digitale con i dibattiti internazionali sull’argomento (e viceversa). Ci si può ancora iscrivere gratuitamente su Eventbrite. Il programma è densissimo, ricco di presenze internazionali e ruota intorno alle sfide della società dei dati. Ci sono anch’io, immeritatamente: modero un bellissimo panel dedicato agli strumenti per la ricostruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini.

Come scrive Antonella Napolitano, editor europeo di Personal Democracy Media, curatrice della conferenza e (soprattutto) amica e guida nell’esplorazione delle implicazioni civiche della rete:

Spero che chi verrà abbia semplicemente la stessa esperienza che ne ho io: spalancare gli occhi, la testa, aver davvero bisogno delle pause per elaborare, aver voglia di andare a parlare con quello speaker o chiacchierare col vicino di quel che si ha appena sentito, pensare più volte “ecco, voglio fare questo/potrei fare questo/farò questo”. [leggi tutto]

L’hashtag è #PDFIitaly.

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Giornalista artigiano, esploratore interconnesso, innovatore periferico, cittadino inquieto