Per il ponte di inizio novembre siamo stati a Billund, Danimarca, la patria dei Lego. Due giorni pieni, più due mezze giornate di viaggio, 55 ore in tutto. Abbiamo dedicato le prime a Legoland, il parco divertimenti nato negli anni ‘60 per mostrare al mondo che cosa si poteva costruire assemblando mattoncini (villaggi in miniatura, repliche delle meraviglie del mondo). Era un contorno o meglio un antipasto, nella nostra gita, e ci ha fatto passare una giornata senz’altro originale, nonostante una mattina di pioggia intensa e le attrazioni in gran parte all’aperto. A parte i plastici storici, ancora spettacolari, non c’è nulla che richiami sul serio la logica creativa, che è al tempo stesso personale e collettiva, dei mattoncini. È un luna park nemmeno gigantesco, raramente interattivo, ispirato a personaggi, situazioni e serie Lego, dalle montagne russe al dojo dei ninja. Non regge il confronto con i grandi parchi europei di pura adrenalina, non brilla per ispirazione e amore dei particolari, non scalda il cuore dei bambini sopra i 40 anni, confonde i più piccoli con mille distrazioni. Il clima un po’ mesto e affaticato da ultimo scampolo di stagione (dalla settimana seguente il parco sarebbe entrato in pausa fino a primavera) probabilmente non ha aiutato.

Tutto ciò che, forse ingenuamente, inseguivo a Legoland l’ho trovato, elevato a potenza, alla Lego House. Aperta poco più di un anno fa in centro città, è esattamente quello che ti aspetti da un monumento vivo all’esperienza creativa Lego. Pienamente contemporanea, talvolta visionaria, ricca di amore per la creatività e di rispetto per i creativi in erba, Lego House fonde in museo e laboratorio tutto ciò che nella vita di molti rappresentano i mattoncini dei Cristiansen: un’esperienza creativa profondamente individuale, ma proiettata sullo sfondo di un’identità collettiva e di codici condivisi che avvicinano e fanno interagire le persone. Uno strumento di trasmissione dell’esperienza e della memoria tra le generazioni, un collante famigliare. Un’attività che non ha quasi mai nel risultato finale il suo fine (ed è il limite dei mille pupazzoni senz’anima di Legoland), ma vive invece di scoperta, di perfezionamento, di riflessione sul processo, di trasformazione, di contaminazioni.

Lego House è un contenitore bellissimo ed evocativo, architettonicamente studiato su misura, iconograficamente ancora più emozionante di quel che mi aspettavo. Spesso con qualche scusa mi sono allontanato per sedermi semplicemente nella grande hall o al margine di qualche sala a guardare la vita che lo attraversava e a lasciar cadere l’occhio sui dettagli. I laboratori creativi sono un po’ meno strutturati rispetto alle aspettative e al tempo stesso più aperti, fluidi, pronti ad accogliere le tensioni e le aspirazioni di ciascuno e di tutti assieme in quell’ambiente, in quel momento. Si costruisce, si disfa, si ricomincia, si fotografano le opere meglio riuscite per scaricarne il ricordo una volta tornati a casa attraverso tramite app, si lasciano i manufatti di cui si è più orgogliosi in bella mostra in mezzo alle grandi piscine di mattoncini, sotto l’imponente cascata che domina la stanza, finché un solerte impiegato non passerà con delicatezza e discrezione per selezionarli e portarli nelle sale riservate da cui di tanto in tanto escono scatole colme di mattoncini sciolti.

In un continuo gioco al rilancio, ubriaco per la quantità di mattoncini a tua disposizione ai piedi della plateale cascata, passi dalla semplice attività di costruzione alla messa in opera, alla condivisione, alla competizione in pretestuose gare di automobiline, all’astrazione del tuo progetto che viene scannerizzato in una rappresentazione virtuale e animata dove si riuniscono i contributi di tutti. Giocando, interagisci con elementi di urbanistica, di architettura, di robotica, di cinema. Nulla di troppo tecnico o avanzato, a dire il vero, ma tutto insistentemente focalizzato sulla creatività. La suddivisione apparentemente rigida per tema e per colore, perde rigore nel corso della giornata e asseconda il tuo andare e venire, il tuo soffermarti, il mescolare indisciplinato delle esperienze e il ricominciare da capo. Se sei genitore, l’esperienza la vivi due volte: coi tuoi occhi e con quelli dei tuoi figli, due sensibilità diverse e complementari, che si arricchiscono a vicenda. A margine di ogni ambiente, c’è uno spazio per i piccolissimi non rinchiude, ma include e rende parte organica del brulicare di vita nell’ambiente anche neonati e fratelli piccoli. Spesso i bambini sono semplicemente immersi nelle vasche, confusi tra i pezzi di ogni colore e misura.

Lego House si sforza costantemente di farti sentire unico e protagonista, pur in mezzo a quel calderone di persone che si susseguono giorno dopo giorno, pur consapevole della visionaria e ispirata operazione di marketing. Un braccialetto dotato di chip ti identifica in ogni attività, sa come ti chiami, si ricorda di te e ti aiuta a costruire ricordi indelebili. Per non lasciarti il dubbio che il cervellone della casa si dimenticherà di te appena avrai varcato l’uscio, all’uscita ti viene assegnata una combinazione univoca tra le centinaia di milioni possibili tra otto mattoncini 2×4, che porterà il tuo nome e conserverà traccia del tuo passaggio.

Il ristorante interno della Lego House, Mini Chef, è un’esperienza nell’esperienza: costruisci la combinazione di menu, la dai in pasto al computer di tavolo, il pasto ti viene recapitato in modo automatizzato su un rullo e consegnato da due robot burloni. Nel sotterraneo c’è il museo storico, un distillato di avventura imprenditoriale e familiare tra giochi di legno, prime intuizioni modulari, spot d’epoca e i modelli che hanno fatto la storia Lego dalla paperella di legno di nonno Ole in poi. Nel cuore dell’esposizione, la collezione storica, con la riproduzione navigabile di tutte le confezioni commercializzate fin dagli anni ’60 e teche contenenti la ricostruzione di alcuni modelli di grande successo, che toccano corde molto profonde in chiunque ci abbia giocato nella sua infanzia.

Vale la pena? A caldo dico sì, per qualunque Lego-nerd, ma anche per chi si interessa di sistemi museali, laboratori didattici, user experience e ricerca intorno alla creatività. Non è semplice, perché Billund è fuori dalle rotte aeree low-cost e la città non offre particolare simpatia o motivi di interesse, al di fuori del circuito strettamente turistico e tematico (e pure lì senza dimostrare troppo calore, dovessi dire). Bisogna proprio volerci andare, o prendersi un giorno in più sulla rotta delle grandi capitali del Nord Europa. Però se devo misurare il gradimento sulle facce di noi quattro ieri sera all’uscita, ciascuno con età e sensibilità ludica abbastanza diverse, beh è stata un’esperienza che non dimenticheremo facilmente.