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Tag: firenze

gennaio 24 2013

L’Associazione Stampa Toscana mi ha chiesto di concludere oggi con uno scenario sul “giornalismo che verrà” un corso di formazione per uffici stampa comunali organizzato con Anci Toscana e Ordine dei giornalisti. Questi sono gli appunti su cui ho basato il mio intervento.

1.

Il giornalismo che verrà possiamo immaginarlo soltanto se cambiamo prospettiva. Al momento le nostre energie sembrano concentrate soprattutto sul trasportare nel modo più indolore e redditizio possibile l’informazione dai suoi veicoli consolidati, la carta e la tv, alla rete. La retorica della nostra categoria professionale è piena di conservare, garantire, sopravvivere. Siamo consapevoli che qualcosa cambierà, anche in profondità, ma ci preoccupiamo che questo assomigli il più possibile a ciò che c’era.

Se invece di concentrarci sugli ultimi centocinquant’anni di storia della comunicazione, ovvero sull’epopea dei mezzi di comunicazione di massa, allargassimo lo sguardo per abbracciare l’intera storia della società umana, centocinquantamila anni, la chiave di lettura ci apparirebbe diversa. Forse più pacifica. Abbiamo costantemente ridefinito la nostra relazione con il tempo e con lo spazio. In principio tutto era qui e ora. Con le iscrizioni rupestri abbiamo infranto il vincolo del tempo. Con le tavolette di argilla e creta quello dello spazio. La cultura permane e circola, subendo la spinta decisiva con l’invenzione della stampa. Poi l’elettricità, l’elettronica, i primi computer, le reti, internet, in un’accelerazione formidabile. Oggi le informazioni circolano ovunque e subito. Da uno a uno. Da uno a pochi. Da uno a molti. E oggi, potenzialmente, da tutti a tutti.

Le nostre difficoltà di oggi sono un accidente della storia. Hanno a che fare molto poco con la sopravvivenza dell’industria giornalistica e molto con il progresso della civiltà. La storia, di cui stiamo scrivendo l’inciso che ci spetta, non comincia con la penny press, ma dai versi elementari nella grotta di un nostro trisavolo. Mettere tutto in prospettiva rende forse più semplice accettare alcune premesse. Che l’industria era tale perché industriali erano le economie dei sistemi di trasporto dell’informazione (e, in un secondo tempo, anche le ambizioni di alcuni imprenditori del settore). Che la rete, non più mezzo di comunicazione ma sistema operativo della società, favorisce il ritorno all’artigianato, in un mondo di hobbisti. Che non è la fine delle mediazioni professionali, ma che alle mediazioni professionali, per sopravvivere, è richiesto un salto di astrazione.

2.

Una componente considerevole della professione giornalistica è stata, negli ultimi decenni, la gestione e l’organizzazione dei mezzi di comunicazione. Questo compito ci è stato tolto, o meglio è stato redistribuito tra tutti i cittadini. L’altra funzione essenziale era dare le notizie: cercarle, controllarle, confezionarle e diffonderle. Ma anche questo compito è stato almeno in parte redistribuito: oggi una parte delle notizie viene già prodotta, verificata e redistribuita senza l’intervento di un giornalista.

Invece che competere con i propri lettori e provare a ricostruire recinti e steccati, il giornalista deve imparare a lavorare insieme a loro. Non necessariamente accanto, ma in sinergia con essi. A una comunità che esprime già le sue istanze senza bisogno di mediazioni, il giornalista può ancora offrire continuità di impegno, strumenti professionali, esperienza, spirito di servizio. Il prodotto giornalistico ha l’opportunità di rinascere all’interno della comunità, come luogo di espressione, sintesi e perfezionamento delle sue istanze.

Significa, per esempio, cominciare ad aprire le nostre redazioni, ancora blindate e distanti sia fisicamente che metaforicamente dalla vita della comunità. Negli Stati Uniti, le sedi di alcuni giornali iperlocali sono diventati centri civici, luoghi di ritrovo, bar. Succede anche in Italia, in alcune web-tv.  Il giornalismo sta salendo a un livello logico superiore, dentro la sfera della complessità dell’informazione: è il momento di adeguare le pratiche, gli strumenti, i luoghi della nostra professione. Il prodotto ne è una conseguenza.

3.

Finora abbiamo vissuto di contenuti. I contenuti erano il fine del lavoro giornalistico e il valore che offrivamo e vendevamo alla società. Ma la rete ormai trabocca di contenuti, spesso di valore anche superiore ai nostri. Il contenuto cessa di essere il fine ultimo. Il contenuto diventa uno strumento, l’inizio di una relazione con altri contenuti e con le persone. Il fine del nostro lavoro, ma in realtà il fine di chiunque cerchi valore in rete, è dunque generare relazioni.

Non ricostruiremo un’economia sui contenuti, tanto meno difendendo i nostri articoli e mettendoli sotto chiave. I contenuti hanno bisogno di essere liberi, perché solo circolando liberamente hanno la possibilità di entrare in relazione con altri contenuti e con nuove persone. Lo zoccolo duro di lettori consisterà sempre meno in quelli che riusciremo a trattenere, ma in quelli che conquisteremo in giro per la rete, tra quanti ancora non sanno che esistiamo o che comunque non sapevano avessimo un contenuto interessante per loro.

Generare relazioni implica visione d’insieme, capacità di selezione e sintesi, connessione, condivisione, rilancio di attenzione. Il prossimo “giornale” di successo è un hub: un nodo della rete che, in funzione delle proprie caratteristiche e capacità, è in grado di connettere a sé e tra loro quanti più nodi possibili. Un hub è uno snodo vitale per la comunità interconnessa almeno quanto un giornale di carta è stato vitale per la società moderna che aveva bisogno di conoscere le notizie. È, dunque, sulla capacità di relazione che costruiremo probabilmente l’economia della conoscenza dei prossimi decenni. Anche se al momento non abbiamo ancora idea di come.

4.

Il primo passo potrebbe essere abbandonare concettualmente la centralità del prodotto. La logica dell’ipertesto scardina la sequenzialità dell’informazione e disgrega i contenitori convenzionali: frantuma giornali e palinsesti nelle loro unità minime di contenuto, rendendo l’informazione liquida e facilitandone lo scorrimento in situazioni e luoghi spesso imprevedibili in partenza.

Ragioniamo sempre meno per testate: i lettori citano e rilanciano singoli articoli in virtù del loro valore superiore e della loro originalità, indipendentemente dalla loro provenienza. La testata si riduce a piattaforma di lancio e marchio di fabbrica, che certifica, nella migliore delle ipotesi, la qualità dei processi editoriali, il metodo e la credibilità.

Stiamo progressivamente cedendo al lettore l’impaginazione delle notizie, la definizione degli ingombri e delle gerarchia di urgenza e valore. Il suo procedere per salti e immersioni crea un equilibrio tutto personale sia per varietà che per qualità. Possiamo facilitare questo processo, favorendo connessioni e suggerendo analogie, ma non dettiamo più noi l’agenda. I giornali online più maturi stanno progressivamente rinunciando all’home page strutturata, reinterpretazione digitale della prima pagina di carta, per sostituirla con un semplice elenco puntato di titoli di notizie. Il valore sta all’interno: ogni pagina, a modo suo, è una home page.

5.

Il fiume Mississippi, negli Stati Uniti, ha ancora oggi la fama di essere insidioso per la navigazione. Si racconta che nel XIX secolo, quando il fiume diventò una delle vie per la conquista del West, la navigazione fosse suddivisa in tante piccole tratte, ciascuna delle quali servita da un battello diverso. Ogni tratta aveva caratteristiche talmente peculiari, che ogni marinaio conosceva soltanto la sua tratta e per la successiva affidava i passeggeri al marinaio esperto del tratto successivo. I giornalisti saranno sempre più come i marinai del Mississippi, specializzati e interdipendenti tra loro. In una rete dove persone e contenuti si aggregano spontaneamente in gruppi di interesse e comunità di competenze, non basta l’occhio indistinto del generalista: serve l’esperienza di una specializzazione, occorrono riferimenti precisi e misure, capacità di inquadrare i problemi, strumenti per sviscerarli, interfacce collaudate per interconnettere specialità e sensibilità differenti.

La scrittura guadagna la terza dimensione, quella dei link e dei riferimenti ipertestuali, permettendo sintesi della complessità che non rinnegano più la possibilità di approfondimento o di argomentazione approfondita. A quali repertori di dati ha fatto riferimento il giornalista? Qual era il contesto originale di una citazione? Il link serve il lettore, aprendo nuove vie al suo percorso di documentazione e favorisce la credibilità dell’autore stesso, rendendo trasparente il suo metodo e le sue fonti. Il costo della verifica delle informazioni, sempre meno sostenibile perfino laddove dovrebbe essere garantito per prassi professionale, è così di fatto condiviso tra autore e lettore.

E ancora sui tagli dell’informazione online: non componiamo più moduli su un menabò, in rete abbiamo a disposizione tutto lo spazio che serve a una buona storia o a una buona causa. Inoltre ogni articolo continua a vivere anche dopo essere stato pubblicato. Si dice spesso che le notizie sul web debbano essere molto brevi ed essenziali, per venire incontro alla scarsa disponibilità di tempo e attenzione di un lettore frettoloso e distratto. Il più delle volte, il lettore non ha fretta: scappa, perché non trova contenuti all’altezza o perché trova l’ennesima copia di una notizia già letta altrove. È un problema di originalità, profondità e qualità della narrazione, non di lunghezza.

6.

Abbiamo ancora tanto da fare, tanto da inventare, tanto da sbagliare. Dentro e fuori la professione, perché intorno a noi stanno maturando fronti altrettanto interessanti e promettenti, come l’open data, il diritto all’accesso alle informazioni pubbliche, il superamento giuridico del copyright e la libera circolazione della conoscenza. Sono tutte battaglie culturali nelle quali spicca non soltanto l’assenza del contributo attivo della nostra comunità professionale, ma spesso addirittura la diffusa mancanza di consapevolezza. Significa che non siamo soli, che l’intera società è alla ricerca di nuovo senso, di nuove modalità operative, di nuove sintesi della complessità in cui siamo immersi.

È un cambiamento soprattutto culturale, perché sta cambiando il sistema operativo della società: dalla logica gerarchica delle mediazioni, stiamo passando a un’organizzazione reticolare, particolarmente efficiente perché corrisponde alla conformazione naturale della società e al modo in cui da sempre le persone si interconnettono le une alle altre. È un viaggio al buio che pone sfide  nel contempo angoscianti ed entusiasmanti a tutti noi: a chi governa, a chi informa, ma anche ai cittadini, che vedono un po’ per volta erodersi lo scudo delle deleghe che nella società dei processi di massa giustificava un atteggiamento spesso passivo e distaccato.

Abbiamo affrontato epici viaggi verso l’ignoto, nella storia dell’umanità. I grandi esploratori viaggiavano in assenza di vie consolidate e di destinazioni certe, ma si aggrappavano all’unico punto di riferimento certo e assoluto: le stelle e le costellazioni. Il giornalista oggi si mette in viaggio consapevole che deve spogliarsi di molte sovrastrutture e abitudini rassicuranti, ma ha in sé la certezza a cui aggrapparsi: il metodo giornalistico, basato su accuratezza, indipendenza, trasparenza, legalità. Può cambiare tutto nella professione, ma la sopravvivenza del giornalismo non può che passare attraverso questi tratti costitutivi.

ottobre 20 2010

Torno da un fine settimana passato a Firenze ad ascoltare  tre giorni di convegno sul berlusconismo (disclosure: da alcuni mesi collaboro alle attività online di Libertà e Giustizia, associazione che organizzava l’evento insieme alla rivista Passato e Presente). Posto l’alto livello generale di tutte le relazioni, questa occasione mi ha permesso di mettere meglio a fuoco due distinti atteggiamenti di resistenza democratica rispetto allo strapotere berlusconiano degli ultimi 15 anni. Ci sono quelli che denunciano il sistema/regime, sebbene con documentazione ed eleganza non comuni, e ci sono quelli che scendono in profondità nelle pieghe della società e nella storia italiana, cercando verità talvolta meno appariscenti e meno comode. Così alla severa e appassionata requisitoria civile di Ezio Mauro («Tratto comune del potere berlusconiano è, non lo so dire in altro modo, l’abuso di potere» – video), alla disarmante ricostruzione di Marco Travaglio («Il berlusconismo non è un’ideologia, è un work in progress. È la disperata rincorsa di un uomo solo inseguito dal suo passato, un passato che a volte rischia di raggiungerlo» – video), alla denuncia dello strapotere televisivo e mediatico del presidente del Consiglio a cui ha dato voce Norma Rangeri («Dov’è l’antitrust in questo paese? Che cosa controllano le autorità di garanzia?» – video), io ho finito per preferire di gran lunga le relazioni che sono andate a cercare la polvere sotto il tappeto o meglio ancora quelle che hanno cercato di allargare il quadro oltre i margini consueti. Ne cito quattro, ma sul sito di Libertà e Giustizia si possono già leggere buona parte degli interventi e consultare i video.

La prima è la chiave di lettura sui cambiamenti strutturali del ceto medio proposta da Paul Ginsborg (testo, video). Ginsborg coglie due anime nel ceto medio, una più riflessiva, popolata prevalentemente da lavoratori dipendenti, che guarda con occhio critico allo sviluppo della modernità e si attiva nel sociale; la seconda più concorrenziale, fortemente orientata al mercato e sospinto dalla prorompente crescita del lavoro autonomo di seconda generazione.  Tra queste due anime si è progressivamente acuita una distanza dovuta a fattori demografici, alla crescita del livello di istruzione e al progressivo declino del lavoro dipendente. Non sono trasformazioni sociali e culturali imputabili al berlusconismo, ma al contrario sono state cavalcate dal berlusconismo, che sfruttando l’influenza mediatica e il degrado democratico degli anni ’80 ha enfatizzato alcuni valori e stili di vita, trascurandone o denigrandone altri. Berlusconi ha appoggiato esplicitamente i ceti medi concorrenziali a spese dei riflessivi, riservando nei confronti di questi ultimi schiaffi morali e materiali. «L’eredità più dannosa di Berlusconi», sostiene Ginsborg, «è il contributo che egli ha dato alla divisione dei ceti medi, aumentandone l’incomunicabilità e spaccando sostanzialmente l’Italia in due». Interessante, a questo proposito, anche la ricostruzione di Giampasquale Santomassimo (testo, video) sull’eredità degli anni ’80 nel nostro Paese, premessa fondamentale a tutto ciò che in campo politico, sociale e culturale è venuto dopo.

La seconda relazione che segnalo è quella di Alberto Vannucci (testo, video) sulla corruzione come potere invisibile. Vannucci parla di una tassa occulta da 50/60 milioni di euro all’anno soltanto in costi misurabili, perché di questo iceberg conosciamo a malapena il decimo emerso e non siamo in grado di stimare i costi politici e sociali complessivi. In poco più di mezzora Vannucci ha tracciato un quadro agghiacciante del fenomeno, che – alla luce di tutti gli indicatori disponibili – non soltanto non è stato debellato con Tangentopoli, ma al contrario è endemico e connaturato al sistema politico come mai in passato. L’extra profitto (e dunque l’extra costo) delle opere pubbliche raggiungerebbe ormai il 40/50%, di cui soltanto una parte contenuta (6/8%) andrebbe ai politici. Eppure la corruzione non è più una notizia, al punto che viene sempre più spesso sdoganata sulle pagine dei giornali da corrotti e corruttori: la sovraesposizione ha creato assuefazione. Che cosa c’entra Berlusconi? Secondo Vannucci la sua storia politica è strettamente intrecciata con la storia della corruzione italiana ed è lui il massimo beneficiario dell’evoluzione di questo specifico scenario italiano. Vannucci ha portato a Firenze alcuni grafici oltremodo interessanti, di cui finora ho trovato soltanto immagini poco nitide. Una, per esempio, rappresentava l’andamento delle denunce per corruzione e concussione tra il 1984 e il 2004 e presentava picchi interessanti e tutti da studiare in corrispondenza di cicli politici ben determinati (indovinate quali?). Un argomento che è essenziale riprendere in mano a mente fretta e al di là di ogni emotività e discorso di parte per capire meglio la politica italiana, ma più in generale l’Italia di questi decenni.

Ma se c’è stato un momento in cui la bolla di sapone delle politiche berlusconiane sono sembrate scoppiare nel nulla, questo è stato durante l’intervento di Marco Revelli (video), il quale analizzando il rapporto tra politica e povertà ha smantellato i principali presupposti retorici dalla propaganda governativa. «La povertà è il termine opposto all’immaginario berlusconiano, la parola scandalo che non può mai essere pronunciata», ha esordito Revelli. Poi, cifre alla mano, ha dimostrato da ogni punto di vista come l’Italia sia una nazione significativamente più povera che in passato, più povera di buona parte dei vicini continentali e sulla buona strada per impoverirsi ulteriormente. La nazione paladina dei valori della famiglia è per paradosso anche la nazione dove un terzo delle famiglie numerose vive nella povertà assoluta e dove un terzo delle famiglie (che diventa il 15% tra le famiglie operaie e il 30% delle famiglie residenti al Sud) sono in condizioni di povertà relativa. Per non parlare del lavoro, altro passpartout retorico, che rivela tutta la sua fragilità di fronte al crollo della media dei salari (-13% sulla media europea) e alla mancanza di un reddito minimo garantito. Chi ci ha guadagnato di più (o perso meno, in base ai punti di vista) sono le imprese, verso le quali sono transitati 8 punti di Pil ceduti dai lavoratori. Ciononostante le imprese italiane sono le ultime in Europa per investimenti in ricerca. Anche Revelli conclude, come per certi versi già Ginsborg in precedenza, che «il berlusconismo è figlio, non causa, di questo capitalismo straccione». E che è l’urgenza più pressante è «ripristinare l’uguaglianza tra i cittadini», oggi platealmente perduta. Da rivedere e studiare.

Ultima citazione per il divertente intervento di Gustavo Zagrebelsky (testo, video), costituzionalista e presidente emerito della Corte Cosituzionale, che ha tenuto banco per almeno un’ora e mezza, nell’entusiasmo generale, con il suo rigoroso esercizio di decostruzione della retorica e del linguaggio berlusconiano. «La lingua poeta e pensa per noi, pensiamo di usare il linguaggio, in realtà la lingua ci domina inconsapevolmente», dice Zagrebelsky. «Ci sono regimi che hanno inventato parole nuove, questa invece è una lingua terra terra, che usa parole consuete con significati nuovi oppure ricorre a parole tratte da altri contesti». Da qui parte un percorso per concetti, ciascuno sezionato fino a denunciarne le forzature, le contraddizioni, i limiti, le corruzioni: scendere in campo, contratto, amore, assolutamente, fare, lavorare, decidere, politicamente corretto. Rivelando tempi comici strepitosi, Zagrebelsky ha regalato una lezione che andrebbe mostrata in tutte le scuole non tanto (o non soltanto) come dispensa di analisi critica sul potere, salutare a prescindere dalle posizioni politiche di ciascuno, ma soprattutto come esercizio di pulizia di pensiero e di espressione.

Ho registrato, durante i tre giorni fiorentini, la voglia diffusa di uscire dalla fiction politica dominante, per tornare a cercare un briciolo di realtà e di verità su noi stessi. Senza sconti al berlusconismo, che evidentemente  in questa occasione è stato l’imputato ricorrente dei peggiori mali italiani, ma nemmeno alla sinistra e alla società civile, che troppo spesso hanno abdicato al proprio ruolo ripiegando verso un’opposizione superficiale, talvolta isterica e occasionalmente complice. C’è un vuoto da colmare, come ha detto nella sua sintesi Sandra Bonsanti (video), presidente di Libertà e Giustizia. Un vuoto che ognuno dovrebbe contribuire a riempire, riscoprendosi parte di un ecosistema dentro al quale ci si salva tutti insieme o si affonda tutti insieme.

luglio 2 2010

A Firenze sono andato e tornato talmente di corsa che non ho proprio fatto in tempo a godermela. Però ToscanaLab mi è sembrato un luogo interessante, ricco di energia e di buon umore. Ospitato in una sede talmente improbabile, la gipsoteca dell’Istituto d’arte, da sembrare azzeccata: parlavano perfino i muri. Io ero inserito all’interno del percorso dedicato a internet come strumento per il miglioramento della società, percorso che univa politica e informazione. È stato piacevole confrontarsi una volta di più con Antonio, Antonella e Livia, ma è stato ancor più interessante conoscere Dino Amenduni, una delle menti dietro i più interessanti progetti online della politica pugliese, ed Ernesto Belisario, che ha approfondito in modo molto stimolante gli open data (discorso che si interseca con discussioni recenti anche in campo giornalistico). Il mio contributo è stato minimo, ho raccolto quattro idee su un tema che m’intriga molto da qualche tempo: l’iperlocalità come dimensione operativa a disposizione dell’informazione e del governo del territorio. Ci sono le slide, ma non sono molto parlanti in questa versione.

Più interessante è semmai il testo che riassume gli approfondimenti del nostro panel. L’idea era che ogni gruppo di lavoro producesse un documento di sintesi da portare poi nella sessione plenaria di chiusura. Questo è quello che è uscito dal nostro, per merito soprattutto di Antonio Sofi (approfondimenti su SpinDoc):

Trasparenza e fiducia
La società digitale è trasparente e translucida: ci si vede (ci si deve vedere) attraverso. La spinta verso la massima trasparenza vale per la politica e per la pubblica amministrazione, per il giornalismo e l’informazione, per il pubblico e i cittadini. Una nuova negoziazione che produce una nuova opinione pubblica: più informata e attiva, in cui nessuno può nascondere niente o avere rendite di posizione. Una nuova negoziazione fiduciaria. Il termine è inoltre legato a doppio filo all’attività della Pubblica Amministrazione: la trasparenza degli atti amministrativi può essere realizzata solo e unicamente tramite le nuove tecnologie. Per rendere noti decisioni e risultati; per migliorare il rapporto dei cittadini con la burocrazia e la competitività delle scelte delle aziende.

Ascolto e condivisione
Più che per parlare, i nuovi media servono per ascoltare gli altri. Il pubblico ha subito una mutazione antropologica: non è più audience muta, ma è composta di persone che possono pubblicare e si aggregano intorno a un bisogno o un contenuto. Una propensione all’ascolto e all’apertura verso l’esterno è sempre più il presupposto per poi dire con sensatezza. All’ascolto si lega l’idea di condivisione – che chiama in causa tutti i soggetti interessati nessuno escluso. Non è un flusso che viene dall’alto, ma un meccanismo circolare attivato da tutti i nodi che stanno in rete: ogni pezzo di contenuto e informazione condiviso migliora la vita di chi viene in contatto con esso.

Riscoperta del territorio e senso di comunità
I nuovi media non sono solo fattore di globalizzazione. Ma sempre più una riscoperta del territorio e del locale, grazie a comunità di persone che trovano online gli strumenti per conoscersi, far conoscere i propri bisogni, attivarsi e organizzarsi. Le comunità che si creano online (anche se non hanno una base geolocalizzata) hanno un forte senso di appartenenza e adesione – che può diventare anche il vero valore aggiunto per l’innovazione e il cambiamento.

Impegno “grassroots” e approfondimento narrativo
I nuovi spazi digitali consentono e aprono alla progettazione, produzione e distribuzione di contenuti dal basso (“grassroots”) che aggirano le logiche mediali tradizionali e si caratterizzano per un maggiore impegno. Una propensione (spesso multimediale) legata alla ricerca dell’approfondimento, della narrazione, della profondità dello sguardo sui fatti e sugli eventi.

Sincronizzazione e “bridging” tra diverse velocità
In contesti in cui esistono varie e diverse sensibilità, tradizioni, velocità e esperienze (pe l’Unione Europea), il web può servire per “sincronizzare” i vari punti di vista e fare da ponte (“bridge”). Sia per la costruzione di una identità comune, sia – più pragmaticamente – per concordare delle politiche efficaci e condivise.

novembre 13 2007

Torno da Firenze con diversi stimoli positivi. L’incontro di sabato è stato informale, pacato e a modo suo ricco di contenuti. A Firenze abbiamo trovato un assessore giovane ed entusiasta, Lucia De Siervo (assistita da una vecchia conoscenza del blogging italiano, Franco Bellacci), che ha parlato poco e ascoltato tanto. Trovo intelligente la scelta alla base: non le solite chiacchiere tra esperti di reti civiche e siti istituzionali, non l’ennesimo Comune che celebra se stesso, ma una sorta di tempesta di cervelli in pubblico tra persone che vivono questo vivace angolo di Rete tutti i giorni, in contesti quasi sempre diversi da quelli amministrativi. Che cosa chiedereste se foste un cittadino fiorentino? E come rispondereste se foste il Comune? Ciascuno ha inquadrato il web sociale dal punto di vista della propria esperienza, condividendo pratiche e suggerimenti non inediti ma spesso ancora inauditi nelle istituzioni pubbliche, troppo spesso frenate da vincoli normativi e soprattutto da un timore non facilmente comprensibile all’esterno.

Tra le storie più interessanti, ne ha parlato Enrico Sola, mi sono appuntato l’evoluzione di SanpaBlog (l’urban blog del quartiere San Paolo di Torino) da inefficace voce delle locali associazioni a vivacissima raccolta di segnalazioni e notizie dopo che un gruppo di anziani del quartiere ne ha preso di fatto la gestione. Il pensionato come collante delle iniziative collettive, anche e soprattutto online, è un tema che mi interessa in modo particolare, e su cui devo tornare nei prossimi giorni anche per presentare meglio una piccola cosa che sta per cominciare all’unAcademy.

Ora riparto, ma resto ancora in ambito reti civiche e amministrazioni entusiaste. Domani sera, 14 novembre, sono ospite dei mercoledì di Piazza Telematica a Schio, in provincia di Vicenza. Piazza Telematica è un ufficio dell’Informagiovani del Comune di Schio, ed è un originale centro di documentazione, supporto, divulgazione e studio sulle nuove tecnologie – di forte ispirazione “open” (open software, collaborazione aperta, libertà digitali eccetera). Nella mia esperienza, è una delle prime amministrazioni a non fermarsi alle solite chiacchiere sul digital divide o all’organizzazione di noiosissimi quanto inutili corsi per imparare a usare il Pc, ma che investono sulla cultura digitale e provano a dare vita a un volano concreto di competenze ed esperienza. Domani sera – si comincia alle 20.30, nella sede di Via Fratelli Pasini (mappa) – si parla naturalmente di parte abitata della Rete.

novembre 9 2007

Domattina, sabato, sono a Firenze per partecipare a un incontro su Reti civiche 2.0, l’evoluzione del rapporto tra cittadini, istituzioni e web, organizzato dall’Assessorato all’Informatica del Comune. Si comincia alle 9.30 nella sala Blu dell’Educatorio del Fuligno (via Faenza 48, non lontano dalla stazione di Santa Maria Novella). Il dibattito dovrebbe potrarsi fino al pomeriggio. Insieme a me, Paolo Attivissimo, Diego Bianchi, Antonio Dini, Elena Farinelli, Flavia Marzano, Nicola Novelli, Antonio Sofi, Enrico Sola e Simone Storci. Modera i lavori Marzio Fatucchi.

dicembre 17 2005

Il seminario all’Università di Firenze è stato interessante: quanto meno io mi sono divertito parecchio e ho la sensazione che anche gli studenti presenti abbiano reagito bene all’esplorazione della parte abitata della Rete. Per l’occasione ho ripreso e adattato alcune slide che avevo già presentato a Milano qualche tempo fa, con l’aggiunta di un’appendice nuova nuova basata su alcune idee che ritengo fondamentale conoscere, almeno se si frequenta un corso sociologico sulla comunicazione e sui nuovi media. Come di consueto, li metto a disposizione.

La parte abitata della Rete e otto idee con cui potrebbe essere utile familiarizzare (slide in Pdf, 1,8 MB)

Appunti in forma di testo sulle otto idee (Pdf, 35 KB)

dicembre 15 2005

Oggi Firenze e Bologna, domani Roma. Più tempo in treno che altro, ma il programma è fitto di impegni e promette incontri stimolanti. Oggi, tra l’altro, racconto la “parte abitata della Rete” ad alcuni studenti dell’Università di Firenze, ospite di Antonio Sofi. Venerdì, poi, conto di essere nel pomeriggio alla Camera dei Deputati per il convegno su Internet e Politica organizzato da Blogosfere.

In questi giorni di consegne urgenti e di bagagli disfatti e rifatti manca giusto il tempo di riflettere sulle cose. Di Parigi, per esempio, ho ancora un po’ di idee da smaltire, ma di questo passo dovranno attendere ancora per un po’. Intanto Diego “Z di Zoro” Bianchi ha quasi finito il montaggio e, questione di ore, dovrebbe essere online il suo video su Les Blogs 2.0: una ventina di minuti sarcastici e irriverenti, ma – che diamine! – quel ragazzo ha classe da vendere. Per chi c’era e per chi non c’era: chi c’era ride di più, ma non è detto.

maggio 24 2005

Per mille motivi, che non sto qui a spiegare, queste non sono per me le giornate giuste per mettere ordine negli appunti e nelle sensazioni raccolte a Firenze, a Nuovo e Utile. Per ora l’unica cosa che sono riuscito a fare è stato condividere due righe sulla mia relazione e un paio di foto. Va così, per ora.

So che all’opera di digerire gli spunti è al lavoro Antonio Sofi, per cui tenete d’occhio Webgol nei prossimi giorni. Del resto lui è stato uno dei pochissimi a presenziare indefessamente tutti e cinque i giorni. Nonché uno dei pochi a cogliere sempre e comunque il lato bello della vicenda, anche quando diluviava e il pubblico entrava magari solo per ripararsi dalla pioggia.

Dico questo perché mi dispiace un po’ che chi c’è stato trovi modo di evidenziare quasi soltanto i lati negativi. C’era poca gente? Oh, vero, ma quella poca era (quasi) tutta da noi, era partecipe come non s’è visto mai e (almeno nei due giorni in cui c’ero) ha gradito. Mi dispiace, oltretutto, anche perché dimenticarsi di raccontare anche il buono che è uscito dalla polveriera da il la ai soliti imbecilli che nemmeno c’erano ma non perdono l’occasione di mettersi in bocca quattro scemenze pur di levarsi vecchi sassolini dalla scarpa.

Per esempio, vogliamo dire che la formula informale ha funzionato? Nessuno ha sprecato una riga per la bella intuzione del salottino intimo al posto del solito tavolone presidenziale da aula magna, per dire. E vogliamo aggiungere che il programma dai tempi dilatatissimi era azzeccato? Quando Giuseppe Granieri me lo ha fatto leggere per la prima volta, io ero molto scettico: incontri ogni due ore? Tempi così laschi? Sarà difficilissimo tenere alta l’attenzione e non disperdere i temi, le persone, il clima positivo. E invece no: nei primi due giorni si faceva a mala pena a tempo a concedere dieci minuti di pausa prima di ricominciare. Questo non perché l’ospite di turno straparlasse incontinente, ma perché non c’era più ospite e pubblico, c’era semplicemente un gruppo di persone che interagiva. E interagiva piuttosto bene, per quel che ho visto mercoledì e giovedì.

Secondo aspetto interessante: ridendo e scherzando, e nonostante alcune assenze da rimpiangere, sono state messe a confronto con il mondo dei blog persone che partivano da tutt’altri punti di vista. Penso in particolare al secondo giorno, quello dedicato al giornalismo. Sempre restando nella pacatezza più costruttiva, ma su alcuni punti – vedi diffusione dei link, ruolo dei giornali online, innovazioni considerate strategiche – non mi sento di dire che ci fossero né punti di partenza né punti di arrivo condivisi. Ma, una volta tanto, penso che i giornalisti presenti abbiano assorbito un po’ di stimoli dai blogger e i blogger abbiano capito qualcosa di più dei giornalisti. Vedere il mondo con gli occhi degli altri, non è forse questo che suggeriamo spesso?

Il terzo aspetto che ho apprezzato: quando si parla senza fretta, quando non si ha l’ambizione di stravolgere il mondo in un giorno, ma semplicemente si mettono a disposizione intuizioni ed esperienze, abbattendo invece che costruendo distanze, ecco è in questi casi che si finisce per fare i grandi passi avanti. Fossero anche aspetti apparentemente minori. Per dire, credo che Gino Roncaglia, mai abbastanza celebrato per le sue doti divulgative, in due ore abbia dato alla causa delle aggregazioni di contenuti più di quanto noi tutti insieme abbiamo fatto nell’ultimo anno.

Non è poco, no?

maggio 19 2005

Per chi fosse interessato (o per chi era presente e vuole conservare qualche appunto ordinato), ho messo online una traccia delle cose che ho raccontato tra ieri e oggi – qualcosa più, qualcosa meno – a Nuovo e Utile Web. Il testo è disponibile in formato Pdf.

maggio 17 2005

Me ne vado a Firenze per un paio di giorni a dire la mia su come si entra nella parte abitata della Rete in due semplici mosse. Chi c’è è il benvenuto. Maggiori dettagli su quel che succede a Firenze in questi giorni sul sito del festival Nuovo e utile, sul blog del libro e su quello di Giuseppe Granieri, che organizza la nostra porzione di festival.