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Category: Segnalo

ottobre 17 2014

Devo ammettere che mi sto appassionando ai racconti da Bruxelles che il digital champion Riccardo Luna sta pubblicando sull’Huffington Post. Non tanto perché siano piacevoli da leggere o suggestivi nella rilettura personale dell’attività di diplomatico dell’innovazione a cui è stato chiamato. Quanto perché trovo che stia facendo qualcosa di simbolicamente essenziale e ancora troppo poco frequentata nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda i temi continentali: Riccardo sta condividendo i mattoncini che ci servono per costruire ponti culturali tra noi italiani e il mondo dell’innovazione europea.

Inserendosi con leggerezza ed entusiasmo in un’informazione polarizzata tra i riflessi autoriferiti dei palazzi romani e la documentazione ipertecnica per addetti ai lavori, Luna tesse comunità, indica hub, isola temi, evidenzia parole chiave in modo che diventino intelligibili anche a chi non ha familiarità con l’attualità politica dell’Unione europea. La semplice narrazione pubblica di quello che fa e di quello che vede ha un potenziale enorme nell’abilitare chi è già predisposto a una visione strategica che non si fermi ai confini di Stato.

Leggere questi primi suoi post mi ha dato la stessa sensazione – galvanizzante e frustrante, insieme – con cui torno di solito da contesti istituzionali europei o da conferenze internazionali: quanto da capire, quanto da sapere, quante relazioni da creare, quante occasioni sprecate. Chissà che il lavoro di Riccardo, il suo racconto prima ancora che le sue negoziazioni, non dia una spinta in più in questa direzione. Ogni link nei suoi post sarà un’opportunità in più.

settembre 25 2014

Il Personal Democracy Forum è la più importante conferenza dedicata all’impatto della tecnologia sulla politica e sulle forme di governo. È nata nel 2004 negli Stati Uniti e  da allora – attraverso conferenze, seminari e contenuti online – ha raccolto una comunità di innovatori e attivisti sempre più vasta e internazionale. Un osservatorio preziosissimo, per chi si interessa di democrazia emergente, di partecipazione e di innovazione sociale.

In passato io sono stato al Personal Democracy Forum di New York nel 2008 (appunti: 1, 2) e alla prima edizione del Personal Democracy Forum Europe a Barcellona nel 2009 (appunti: 1, 2).

Lunedì all’Auditorium della Musica di Roma si tiene la prima edizione del Personal Democracy Forum Italia, nell’ambito della colossale Maker Fair organizzata da Riccardo Luna e Massimo Banzi. Sarà un’occasione per connettere le più interessanti esperienze italiane di politica e cittadinanza digitale con i dibattiti internazionali sull’argomento (e viceversa). Ci si può ancora iscrivere gratuitamente su Eventbrite. Il programma è densissimo, ricco di presenze internazionali e ruota intorno alle sfide della società dei dati. Ci sono anch’io, immeritatamente: modero un bellissimo panel dedicato agli strumenti per la ricostruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini.

Come scrive Antonella Napolitano, editor europeo di Personal Democracy Media, curatrice della conferenza e (soprattutto) amica e guida nell’esplorazione delle implicazioni civiche della rete:

Spero che chi verrà abbia semplicemente la stessa esperienza che ne ho io: spalancare gli occhi, la testa, aver davvero bisogno delle pause per elaborare, aver voglia di andare a parlare con quello speaker o chiacchierare col vicino di quel che si ha appena sentito, pensare più volte “ecco, voglio fare questo/potrei fare questo/farò questo”. [leggi tutto]

L’hashtag è #PDFIitaly.

aprile 23 2013

Da mercoledì a domenica mi trasferisco a Perugia per il Festival internazionale del giornalismo, abitudine ormai imprescindibile per fare il punto sulle trasformazioni della nostra professione e scoprire esperienze e pratiche innovative. Io vado soprattutto ad ascoltare e incontrare colleghi vecchi e nuovi. Parteciperò comunque in alcuni appuntamenti del fittissimo programma:

dicembre 13 2012

Questa è una storia locale, ma la racconto qui perché potrebbe interessare anche chi locale non è. A Pordenone stiamo rifacendo il piano regolatore. Lo stiamo facendo prendendo a riferimento da un lato gli standard internazionali di sostenibilità ambientale e dall’altro considerando la tecnologia come uno strumento al servizio della qualità della vita. L’ennesima smart city, almeno nelle aspirazioni di lungo termine, ma forse un po’ più originale perché capovolta nel processo e strettamente interconnessa agli strumenti di pianificazione del territorio.

Il primo motivo di originalità è che l’amministrazione comunale – con cui in questo progetto collaboro, tanto perché siano chiari i conflitti di interesse di chi scrive – ha deciso di non partire da un’idea specifica di città, la classica direttiva politica che si traduce poi in numero di abitanti attesi nel medio periodo, bensì dalla valutazione preventiva della capacità del suolo cittadino di sopportare la vita e l’operosità del territorio senza compromettere l’ecosistema naturale (i cosiddetti servizi ecosistemici: produzione di cibo, depurazione delle acque, contenimento dei fenomeni legati al clima e via dicendo). Da qui verrà l’indicazione se esistano margini di crescita ulteriore o se, più probabilmente, non sia il caso di fermarsi o addirittura fare qualche consistente passo indietro, fino a considerare la possibilità di negoziare i diritti edificatori pregressi o di ripristinare aree naturali.

Il secondo motivo di originalità è che tutta la fase di analisi che precede la progettazione è stata svolta in gran parte insieme ai cittadini. Da luglio a oggi la città è stata coinvolta in un percorso partecipativo che, attraverso incursioni urbane, convegni, laboratori civici, incontri informali e visite sul territorio, ha mobilitato quasi 500 persone (su una popolazione di 50.000, il proverbiale 1%). Non si è trattato soltanto di animazione e acquisizione di consenso, ma di coprogettazione a tutti gli effetti: dal lavoro collettivo di questi mesi sta emergendo una relazione approfondita (qui una bozza, a giorni sarà disponibile il documento definitivo) contenente le tracce di una visione condivisa della città, della sua identità, delle sue criticità e delle sue aspirazioni.

Questa visione diventerà la base su cui, insieme agli scenari dello studio socio-economico del territorio e al bilancio urbanistico, i progettisti chiamati a redarre il nuovo strumento di pianificazione daranno il loro contributo tecnico (l’incarico è in fase di assegnazione in queste settimane, nonostante qualche interessante complicazione). La partecipazione civica proseguirà fino all’approvazione del nuovo piano regolatore: ogni passaggio chiave sarà condiviso e discusso con la comunità, così come previsto dal bando di gara (a cui stanno partecipando alcuni dei maggiori studi nazionali di pianificazione territoriale).

«La città è un modo di coordinamento, è una piattaforma per le relazioni», diceva Luca De Biase nel corso del convegno inaugurale. Se il piano regolatore seguirà il suo destino tecnico prima e politico poi (l’approvazione definitiva è stimata per la metà del 2014), il 2013 dovrebbe essere anche l’anno decisivo per l’elaborazione di una strategia tecnologica del territorio, che alla fine sempre pianificazione è (e qui mi torna in mente la visione urbanistica degli spazi digitali di Giorgio Jannis). Progettiamo luoghi digitali e favoriamo relazioni sociali nello stesso modo e con gli stessi scopi per cui finora abbiamo aperto strade, arredato piazze e pensato i flussi di persone e beni. «L’intelligenza nell’epoca del web è la condivisione della conoscenza», ci ricordava  a settembre Michele Vianello. La sfida, secondo il sindaco di Pordenone Claudio Pedrotti, assume urgenza particolare di fronte a una crisi che ormai parla di trasformazione, ma è tutt’altro che semplice: «Dobbiamo ricollocare le nostre capacità consolidate in un contesto completamente diverso, perché non perdano valore. Per riuscirci dobbiamo fare salto gigantesco di semplificazione della nostra vita quotidiana. Questo processo ci metterà a nudo, perché tutti dovremo mettere in discussione le nostre abitudini e probabilmente rinunciare a qualcosa».

Se smart è il metodo più che l’obiettivo, la chiave di volta potrebbe essere assecondare le caratteristiche, le predisposizioni e le competenze del luogo. In questo senso il confronto partecipato con i cittadini in questi mesi è un eccellente punto di partenza, da riprendere e approfondire. Remano contro i pesantissimi tagli  di bilancio in corso a tutti i livelli nella pubblica amministrazione, che fanno strage degli sprechi ma anche dei nuclei potenzialmente benigni di innovazione, per contro ho la sensazione che proprio l’impossibilità di procedere a grandi investimenti sarà uno stimolo eccezionale alla creatività diffusa e alla ricerca di soluzioni semplici, economiche e concrete. La città diventa smart se una massa critica di cittadini diventa smart nei comportamenti, nelle pratiche e nelle aspirazioni di ogni giorno. Il che ne fa un’opportunità culturale prima che tecnologica.

Segnalo tutto questo qui e ora perché, qualora qualcuno fosse interessato a conoscere da vicino l’esperienza pordenonese, sabato 15 dicembre è in programma l’evento di presentazione dei primi risultati (a Palazzo Badini, in piazza Cavour, dalle 9 alle 18). Per chi vuole approfondire, il progetto si chiama Pordenone più facile e naturalmente tutto il materiale è condiviso anche online. L’hashtag su Twitter, se qualcuno vuole partecipare alla conversazione, è #pnfacile.

marzo 20 2012

Ieri a Milano è stato presentato un nuovo social network per imprenditori. Si chiama myind e nasce nell’ambito della territoriale pordenonese di Confindustria. Si tratta di un social network creato da Confindustria per gestire in modo orizzontale ed emergente la comunicazione tra gli associati di Confindustria, ma a me pare che, se riuscirà nella sfida decisiva di superare la massa critica, sia destinato ad affrancarsi dai suoi confini originari per diventare semplicemente un ambiente di scambio di informazioni e di idee per gente d’impresa. Per amor di trasparenza aggiungo che l’ho visto nascere da vicino nel corso dell’ultimo anno, ne ho discusso a lungo con chi l’ha concepito, l’anno scorso ho partecipato come relatore a un ciclo di incontri propedeutico al suo lancio, ma non ho alcun ruolo né nella sua progettazione né nella sua gestione. Ne parlo qui perché a mio parere contiene alcuni spunti originali per chi si occupa di applicazioni costruite su reti sociali. Ne segnalo due che a me paiono particolarmente azzeccati e ben riusciti.

L'identità è una fabbrichetta che si colora secondo la personalità della aziendaIl primo è la gestione dell’identità. In questo caso non entrano in rete semplicemente persone, ma modi di fare impresa e sistemi di valori imprenditoriali. Il valore aggiunto di un ambiente di questo tipo è, seguendo il più classico dei processi di rete, far avvicinare nodi affini che ancora non sanno di avere qualcosa in comune oppure di essere complementari per lo sviluppo dei propri affari. L’anagrafica dell’azienda e la fotografia dell’imprenditore in questo caso aiutano fino a un certo punto, mentre le tassonomie richiedono una dedizione e una precisione non del tutto scontata per i tempi e le esigenze della categoria a cui questo specifico servizio è destinato. Myind risolve questa procedura distillando peculiarità aziendali attraverso un percorso mirato che traduce le competenze e le propensioni di un’organizzazione in un segnaposto colorato. La fabbrichetta stilizzata, uguale per tutti nella forma, assume in questo modo combinazioni di colori personalizzate, fornendo un’impressione a colpo d’occhio delle caratteristiche dell’imprenditore e della sua azienda. L’identità diventa un mosaico, una frequenza visiva che trova le sue risonanze attraverso meccanismi istintivi molto prima che razionali. La cartina geografica mi racconta di chi mi sta vicino, ma ancor di più mi permette di riconoscere a colpo d’occhio chi mi assomiglia, chi assomiglia alla mia concezione d’impresa, chi parla la mia stessa lingua, chi opera in un settore affine. Come tutte le soluzioni efficaci e brillanti, c’è dietro la digestione di un processo molto complesso, che spero prima o poi gli sviluppatori trovino il modo di raccontarci nel dettaglio, perché potrebbe dare un contributo interessante al mondo dei social software.

L’altro spunto che io ho trovato interessante è la gestione degli spazi di espressione a disposizione degli iscritti al social network. I microblog individuali alimentano un magazine diffuso che mette in circolo con velocità le informazioni utili ai vari gruppi sociali. È un meccanismo molto classico, che assorbe in modo comunque originale le pratiche dei più noti sistemi di pubblicazione diffusa e collaborativa, dal wiki al blog, passando per i tumblr. Ma l’innovazione che a me ha colpito di più è un dettaglio minore. Ogni “notizia” è formata da un titolo e dal corpo del testo. Il titolo è lungo massimo 140 caratteri (vi ricorda qualcosa?). Se non viene riempito il campo del titolo, non si sblocca la form di composizione per il corpo della notizia. Il titolo, in sostanza, diventa un tweet e veicola il messaggio (dentro il network, ma idealmente anche oltre, essendo già perfettamente compatibile con Twitter), mentre il testo aggiuntivo è un allegato che circostanzia e approfondisce. Concepire il titolo come tweet autosufficiente e la notizia come allegato ribalta i pesi tradizionalmente attribuiti dalla comunicazione d’impresa a questi elementi, stimola la sintesi, mette in gioco la creatività, aiuta a dare forza alla notizia, moltiplica le possibilità che l’informazione circoli e trovi gli interlocutori a cui è destinata. In ambito aziendale, soprattutto a livello italiano, mi pare una sfida creativa non scontata e molto stimolante.

settembre 14 2011

Oggi comincia la dodicesima edizione di Pordenonelegge.it, consueta festa del libro con gli autori di metà settembre che ospiterà quest’anno 245 scrittori, editori, giornalisti, filosofi, artisti e scienziati per animare in cinque giorni oltre 200 incontri in 32 luoghi della città. Il programma e la quantità di persone che affollano il centro storico in questa occasione richiedono scelte mirate e molta organizzazione, ma ce n’è un po’ per tutti i gusti.

Agli interessati di ebook, editoria digitale e informazione in rete segnalo l’incontro di sabato 17 settembre alle 10 all’auditorium dell’Istituto Vendramini con Giuseppe Granieri e Piervincenzo Di Terlizzi (a cui partecipo anch’io) e quello di domenica 18 alle 11.30 con Edoardo Fleischner, Antonio Tombolini, Antonio Riccardi e Gianni Peresson.

dicembre 13 2010

Segnalo che è uscito il bando della seconda edizione del premio Eretici digitali per le eccellenze nelle inchieste online, di cui quest’anno sono giurato. C’è tempo fino al 28 febbraio 2011. Il bando è disponibile sul sito del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Gli autori di Eretici digitali e gli organizzatori del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia indicono la seconda edizione del premio giornalistico Eretici digitali.

Il premio prenderà in esame progetti di inchiesta giornalistica che promuovano un uso innovativo di internet (crowdsourcing, giornalismo collaborativo, mash-up, datajournalism, web 2.0) e degli strumenti del digitale per realizzare un reportage di cronaca attraverso video, audio, testo, fotografie, animazione o attraverso una combinazione degli strumenti sopra elencati. Saranno selezionati progetti che si distinguano per originalità, documentazione e approfondimento.

I reportage dovranno essere stati pubblicati online nel periodo tra il 01 gennaio 2010 e il 15 febbraio 2011.

[continua a leggere sul sito del Festival del Giornalismo di Perugia]
novembre 13 2010

Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile, sostenuto, ospitato, promosso l’incontro di Roma sul giornalismo iperlocale, ma grazie soprattutto ai tanti che sono intervenuti, in sala e in rete. È stata una giornata bella e stimolante. Per chi c’era e per chi non c’era, questo è – per ora – ciò che ne resta:

(aggiungo link man mano che trovo contenuti)

novembre 4 2010

Segnalo – e mi riconosco in ispirazione e sensibilità – due iniziative attigue, entrambe animate da amici e compagni di viaggio di lungo corso. La prima è SpaghettiOpenData, un luogo di aggregazione di pensiero, di strumenti e di esperienze legate all’idea che i dati pubblici debbano essere rilasciati in formati aperti e facilmente accessibili.  Si tratta, peraltro, di un tema fondamentale anche per il giornalismo digitale che verrà (e che altrove nel mondo spesso già è ). La seconda iniziativa è la nascita dell’Associazione italiana per l’Open Government, che si presenta in questi giorni con un manifesto sull’open government ancora in beta, che mi permetto di rilanciare anche qu:

1 – Governare con le persone
La partecipazione attiva è un diritto e un dovere di ogni cittadino. L’Open Government si propone di creare le condizioni organizzative, culturali e politiche affinché questo venga esercitato con pari opportunità per tutti.

2- Governare con la rete
La Pubblica Amministrazione deve far riferimento a un nuovo modello organizzativo che abbandoni la logica burocratica verticale di gestione dei servizi pubblici a favore di una logica orizzontale, in grado di coinvolgere i diversi attori pubblici, privati e del non profit, nel raggiungimento di un obiettivo comune. Tale obiettivo può essere perseguito attraverso un efficace uso della Rete.

3 – Creare un nuovo modello di trasparenza
L’Amministrazione deve agire in modo da garantire sempre la più completa trasparenza dell’attività di governo e la pubblicità di tutto ciò che è relativo al settore pubblico. Fornire ai cittadini tutte le informazioni sull’operato dell’Amministrazione è indispensabile per realizzare un controllo diffuso sulle attività di governo e sulla gestione della cosa pubblica.

4 – Trattare l’informazione come infrastruttura
I dati delle Pubbliche Amministrazioni devono essere accessibili a tutti sul Web in formato aperto, gratuitamente ove possibile, e – in ogni caso – con licenze idonee a consentire la più ampia e libera utilizzazione. La disponibilità di dati aperti è, di fatto, l’infrastruttura digitale sulla quale sviluppare l’economia immateriale. Le Pubbliche Amministrazioni, liberando i dati che gestiscono per conto di cittadini e imprese, possono favorire lo sviluppo di soluzioni da parte di soggetti terzi e contribuire in modo strategico, allo sviluppo economico dei territori dalle stesse amministrati.

5 – Liberare i dati pubblici per lo sviluppo economico del terzo millennio
Le Pubbliche Amministrazioni devono concentrarsi sulla produzione, classificazione e pubblicazione di dati e informazioni grezzi e disaggregati, lasciando, salvo eccezioni espressamente previste dalla legge, all’iniziativa privata lo sviluppo di applicazioni ed interfacce per la loro rielaborazione, consultazione e fruizione. Un orientamento della Pubblica Amministrazione verso l’Open Data offre nuove opportunità a chi investe nella Rete, incentivando la crescita di nuovi distretti dell’economia immateriale che rappresenterebbero un nuovo modello di produzione da affiancare a quello tradizionale oggi in crisi e, troppo spesso, sostenuto dagli aiuti di stato.

6 – Informare, coinvolgere, partecipare per valorizzare l’intelligenza collettiva
La rete moltiplica il potenziale delle intelligenze coinvolte e aumenta l’efficacia dell’azione amministrativa. Le dinamiche organizzative ed i procedimenti della Pubblica Amministrazione vanno ripensati per  migliorare la qualità dei processi di informazione,  facilitare il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i cittadini, diffondere la cultura dell’Open Governement anche attraverso i social media e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

7 – Educare alla partecipazione
Lo  Pubblica Amministrazione promuove la partecipazione di tutti i cittadini alla gestione  della cosa pubblica anche attraverso il ricorso alle tecnologie dell’informazione, eliminando ogni discriminazione culturale, sociale, economica, infrastrutturale o geografica ed educando alla partecipazione come diritto e dovere civico di ogni cittadino.

8 – Promuovere l’accesso alla Rete
La tecnologia, ed in particolare internet e gli strumenti di accesso alla Rete, sono elementi abilitanti ai processi di partecipazione. Per questo motivo è dovere dello Stato consentire a tutti i cittadini di accedervi e promuoverne la cultura d’uso.

9 – Costruire la fiducia e aumentare la credibilità della PA
La conoscenza e la partecipazione ai processi decisionali sono strumenti di costruzione della fiducia in un rapporto tra pari che coinvolge Amministrazione e Cittadini rendendo inutili gli attuali livelli di mediazione. L’appartenenza agli stessi ecosistemi (digitali e non), la pratica delle stesse dinamiche sociali e servizi efficaci costruiti intorno al cittadino e alle sue esigenze aiutano ad accrescere la fiducia, la credibilità dell’Amministrazione e la condivisione degli obiettivi.

10 – Promuovere l’innovazione permanente nella pubblica amministrazione
La costruzione di servizi deve essere sempre realizzata in modalità condivisa e sviluppata, pensando l’utente al centro del sistema e mantenendo aperta la possibilità di far evolvere i sistemi. Una innovazione permanente per garantire una revisione continua, nelle forme di utilizzo, negli adeguamenti tecnici, funzionali ed organizzativi sempre in linea con l’evoluzione dei paradigmi della Rete.

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