Mi è tornata la voglia di ragionare di informazione in rete. Sono convinto che una delle vie più promettenti verso la rigenerazione del giornalismo post-internet passi per la dimensione locale e che da qui un modello finalmente autoctono possa poi scalare ai livelli successivi. Sono convinto che esista una domanda di informazione (scomposta, volatile, confusa, anche perché spesso incapace di supporre l’esistenza di risposte) che parta dal vivere quotidiano, dal livello micro, e che questa oggi sia servita in modo inefficiente da modelli editoriali concettualmente fermi al secolo scorso.

L’informazione prodotta professionalmente è sempre meno utile. Riesce molto meno che in passato a fare la differenza nella vita delle persone. È tanta, è ovunque, ma spesso non è lì dove serve a chi ne ha bisogno. Oppure c’è ma è incompleta o datata. L’utilità, che sia reale o percepita, sarà sempre più il motore dell’economia dell’informazione. Capita di pagare anche solo per la bellezza, la qualità o la curiosità, ma se non è anche utile faticherò a decidere di sostenerla in modo duraturo.

Alcune evidenze soggettive che mi hanno fatto riflettere, di recente. Ho ignorato il paywall del Corriere della Sera, finendo per perderne completamente di vista il sito. Ma un po’ alla volta ho ceduto al micro-abbonamento di Rep, perché almeno un articolo alla settimana vale la monetina. Mi sono abbonato a vita a Good Morning Italia perché Beniamino è mio amico, ma anche perché il loro lavoro mattiniero e sistematico di digestione delle notizie mi risparmia tempo e fatica. Mi hanno regalato un abbonamento al New York Times, che è una goduria per tanti motivi, eppure fatico a inserirlo nella mia dieta quotidiana perché è un piacere più che un’esigenza. Non ho ancora aderito a Noi, la membership del mio giornale regionale di riferimento, perché pur muovendosi nella giusta direzione non incide ancora sul prodotto giornalistico.

Utile è ciò che migliora la vita, ciò che la rende più semplice, più soddisfacente, più comprensibile. Magari più divertente. Utile è ciò che mi aiuta a contenere la complessità e a trovare chiavi di lettura efficienti. I giornali sono stati enormemente utili finché l’accesso all’informazione era scarso, poi hanno perso il passo e, invece di aprire i propri processi alla rete, si sono rinchiusi in se stessi. Nell’età dell’informazione abbondante, e tuttavia abbandonata in mille silos, l’iniziativa nel tessere relazioni tra le informazioni e le persone – che per vocazione avrebbe potuto essere terreno elettivo dei professionisti dell’informazione – è stata lasciata quasi completamente ai lettori, ai cittadini, agli specialisti, con tutta la casistica di conseguenze virtuose (Wikipedia, urban blog, social streetcommunity hub ecc.) e viziose (amplificazione di fake news, bolle di autocompiacimento, pregiudizi di conferma ecc.) che abbiamo sotto gli occhi.

L’informazione di servizio sta alle fondamenta del giornalismo contemporaneo almeno quanto la prosa letteraria stava al giornalismo (italiano) del Novecento. C’è più giornalismo oggi nel mettere al posto e al momento giusto un indirizzo, un orario o un collegamento (tra un sito e un altro, tra una persona e un’altra, tra un’idea e un’altra) di quanto ve ne sia nei copia-incolla meccanico e ossessivo dei rulli d’agenzia. Io ho imparato di più sulle dinamiche dell’informazione in rete traducendo in diario quotidiano su web e social media le prescrizioni per gli abitanti di una città su cui stava per abbattersi l’invasione di un evento di massa. Oppure creando timeline ipertestuali e repertori di dati dedicati a vicende civiche complesse e oggetto di dibattiti che si andavano allontanando dalla razionalità.

Dove è possibile essere più utili alle persone? Là dove la complessità si manifesta nel quotidiano, là dove la gente vive e fa cose. Quel che resta del giornale locale è, in potenza, l’avamposto più scontato eppure meno presidiato dalle corazzate superstiti dell’editoria giornalistica per tentare la ricostruzione di un rapporto di utilità del giornalismo e di fiducia tra giornalismo e cittadini. Per farlo credo sia inevitabile smontare il giornale locale così come lo conosciamo e usare gli stessi pezzi per farne qualcosa di diverso e dirompente. Io qualche idea in proposito l’avrei. Comincerei, programmaticamente, dalla sezione meno nobile e oggi sciatta, l’Agenda del giorno.

Immagino un sito (o un’app o un feed o qualunque altra forma serva lo scopo) in grado di sintetizzare tutte le informazioni di servizio necessarie per vivere e interpretare nel modo più completo e consapevole un certo giorno in determinato luogo. Penso a una forma liquida di sodalizio civico che superi la competizione tra giornalisti, istituzioni, cittadini e associazioni per l’attenzione della comunità e dia vita a una piattaforma condivisa in grado di valorizzare al meglio necessità e opportunità aggregando e digerendo dati, facendo incontrare intelligenza condivisa e intelligenza artificiale e unendo a queste il mestiere di chi gestisce professionalmente informazione. Il giornale come snodo funzionale della comunità, lo chiamavo qualche anno fa.

Su questa base essenziale e ribaltata ci giochiamo la ricostruzione del legame di fiducia perduto tra giornalisti e comunità. Io giornalista lavoro incessantemente per conoscere, connettere, rilanciare, fare sintesi, mettendo a sistema una comunità che già fa molto di suo seppure in modo disordinato e inefficiente, tu cittadino hai disposizione un supporto in tempo reale per vivere in modo consapevole e completo il tuo luogo e il tuo tempo. Solo una volta sviluppato questo bocciolo di legame fiduciario, innesterei ogni livello ulteriore di approfondimento critico e di speculazione civica, ciò che oggi vendiamo come core business del giornalismo e che basiamo sulla presunzione di un ruolo in realtà ormai consunto.

Su questa base essenziale e ribaltata ci giochiamo anche la messa a punto di un modello economico che garantisca sostenibilità e sviluppo nel tempo. Se il criterio guida è quello dell’utilità e l’effetto generato è un reale senso di comunità, possiamo finalmente inseguire una combinazione di forme di membership che non siano soltanto lipstic on pigs, microabbonamenti per servizi avanzati diretti ad aziende e negozi, formati finalmente ecologici di pubblicità, eventi significativi mirati al crowdfunding, grant per sperimentazioni di interesse nazionale e internazionale,  e ogni altra forma di micro-condivisione dei costi oggi la tecnologia permetta di sperimentare con facilità. Dovrebbe essere questo, almeno in una prima fase, il vero versante creativo del progetto.

Ci penso da un po’. Credo di essere distante da una soluzione, ma sono più che mai convito che meriti provare. L’alternativa è lasciare spegnere come candele i media locali ormai cronicamente incapaci di spremere valore dagli strumenti del loro tempo, affidandoci a iniziative gracili e parziali oppure all’estro di istituzioni civiche illuminate. In Gran Bretagna e in altri Paesi anglofoni, dove hanno dalla loro anche una lingua franca che allarga enormemente il potenziale mercato di contenuti che prescindano dal qui e ora, si è generata con maggiore spontaneità un’onda di iniziative civiche e iperlocali che spesso ha costretto gli editori a interrogarsi sul loro compito e sul loro destino.

In Italia le difficoltà dello startupper azzerano le possibilità di incidere in tempi ragionevoli, mentre l’imitazione stanca di modelli tradizionali non introduce innovazione nel sistema. Per questo un impegno diretto dei grandi editori sarebbe auspicabile e urgente: una piazza marginale, un piccolo gruppo di lavoro, un anno di libertà totale di sperimentazione e tanto coraggio nel ribaltare ogni logica consolidata.

Negli ultimi decenni il giornalismo ha servito a vario titolo progetti industriali, interessi legittimi e illegittimi, strategie di marketing, talvolta semplicemente se stesso. Non ha funzionato. Dovrebbe tornare a fare l’unica cosa che ha senso: prendersi cura. Delle persone, delle comunità, della loro capacità di vivere meglio attraverso un migliore accesso alle e una migliore gestione delle informazioni che favoriscono la consapevolezza e il benessere. Senza più alcun paternalismo, per puro spirito di servizio. Prendersi cura.