Cinque anni fa succedeva una delle cose più improbabili della mia vita: diventavo presidente di un’associazione sportiva.

Non immaginavo allora quanta fatica ci fosse nel tenere insieme una comunità. Quante decisioni impopolari. Quante delusioni. Quante sere sottratte alla famiglia, quante discussioni, quante preoccupazioni che nessuno vede. E quante responsabilità, anche legali ed economiche.

Ho imparato che il lavoro più importante è quello che non lascia traccia: evitare che le cose si rompano, ricucire rapporti, trovare persone, tenere aperta una porta, ricominciare ogni settembre come se fosse la prima volta.

Ma una cosa la penso ancora esattamente come allora.

Le comunità esistono perché qualcuno, a un certo punto, decide di farsene carico. Non perché sia più bravo degli altri, ma perché capisce che, se aspettiamo sempre qualcun altro, prima o poi non rimane nessuno. Me l’avevano trasmesso Antonio Santangelo, Ermenegildo Marrone, Antonio Aloisi, Giovanni Silvani, ma solo adesso credo di averne ricomposto il significato.

In questi cinque anni ho conosciuto tutta la fatica del volontariato. Ma anche tutto il suo privilegio.

Ho visto bambini diventare ragazzi, ragazzi diventare uomini. Genitori trasformarsi in dirigenti. Volontari mettere un pezzo della propria anima in un progetto che non appartiene a nessuno e, proprio per questo, appartiene a tutti. Ho visto persone fare molto più di quanto fosse loro richiesto. Ho visto che uno sport può essere un modo per costruire cittadini, prima ancora che atleti.

Non tutto è andato come speravo. Non tutto dipendeva da noi.

Ma se oggi l’Hockey Pordenone è un po’ più solido, un po’ più aperto, un po’ più capace di guardare al futuro, allora forse tutta quella fatica ha avuto un senso.

Soprattutto, ho imparato che una comunità non si misura da quanti applausi produce, ma da quante persone, nel silenzio, continuano a fare la propria parte.

È lì che cresce il futuro.

E forse è anche questo il senso di ogni incarico: accorgersi, con il tempo, che non si è mai davvero protagonisti. Si è, per un tratto di strada, al servizio di qualcosa che ci precede e che ci sopravvivrà.