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Tag: social media

aprile 5 2014

Venerdì sera abbiamo fatto un piccolo ma fondamentale passo nella maturazione della relazione tra Pordenone e i social media. Ospiti in Biblioteca Civica del Comune di Pordenone, che con discrezione e sensibilità ha accolto e promosso l’iniziativa, ci siamo ritrovati in una trentina di persone a ragionare sulla costituzione di un social media team diffuso a Pordenone, con il pretesto dell’imminente Adunata nazionale degli alpini. Da punti di partenza personali e professionali spesso diversi, con un’ampia rappresentanza in particolare delle aziende speciali della Camera di commercio più vicine alle sensibilità della rete, ci siamo ritrovati con facilità attorno all’urgenza di mettere in comune gli sforzi individuali per sostenere una migliore circolazione delle informazioni e la valorizzazione delle specificità di Pordenone negli spazi globali della rete. Era presente in sala il sindaco Claudio Pedrotti.

Un social media team diffuso è una rete spontanea di cittadini che intende valorizzare la città e i suoi contenuti utilizzando internet e i social network. Esperienze di questo tipo si stanno moltiplicando in Italia, spesso con finalità strettamente turistiche, dalla Basilicata alla Liguria. Anche in regione l’idea è già frequentata: nel capoluogo da circa un anno è operativo il gruppo Trieste Social, che si è fatto notare in particolare durante l’ultima edizione della Barcolana. Hanno aperto la serata proprio le testimonianze registrate di Roberta Milano, tra le maggiori esperte nazionali di web marketing applicato al turismo e animatrice delle prime esperienze italiane, e di Giovanna Tinunin, con Rosy Russo fondatrice e animatrice di Trieste Social.

Nel dibattito è emerso subito il desiderio di guardare oltre la contingenza dell’Adunata degli alpini e di non trascurare le implicazioni economiche di un progetto a lunga scadenza, che può diventare rilevante per eventi, istituzioni e imprese del territorio. Ci siamo lasciati con l’urgenza di ritrovarci per un nuovo incontro, questa volta operativo.  L’iniziativa resta aperta e inclusiva, chiunque abbia dimestichezza con Facebook e Twitter e voglia di partecipare non ha che da registrarsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

maggio 20 2012

Capisco sempre meno le polemiche sul ritardo dell’informazione mainstream in caso di notizie importanti e impreviste. Prendiamone atto e facciamocene una ragione: in piena notte, in orari periferici, in situazioni confuse, i giornalisti arriveranno sempre più tardi. Ed è molto meglio così. Preferisco un’informazione che si prenda il tempo di verificare i dettagli e che quando si esprime diffonde certezze, rispetto a dirette fiume improvvisate, che prendono notizie a casaccio da agenzie e flussi di rete, mancano alla loro missione essenziale basata sull’accuratezza e sulla sintesi. I social network ci hanno abituato a una velocità che prima semplicemente non esisteva. Ricordo bene terremoti come quello di stanotte, quando ero ragazzino: le edizioni straordinarie dei tg non si facevano con la facilità di oggi, non esistevano i canali all news (italiani), c’era solo il benemerito Televideo, embrione di flusso digitale nell’informazione giornalistica tradizionale, davanti al quale aspettavo non meno di un’ora l’aggiornamento chiarificatore. Ed era un’altra ansia, peraltro nemmeno condivisa come oggi.

Dovremmo considerare lo straordinario tempo reale condiviso attraverso Twitter e Facebook qualcosa in più, un arricchimento per tutti, non una competizione con le testate giornalistiche. “Se non ci fosse stato Twitter…”: invece c’è, ed è per questo che percepiamo la differenza. Stiamo parlando di due forme di informazione diverse, che hanno tempi e presupposti differenti. Non basta un tweet e una foto di un crollo per avere la notizia, giornalisticamente parlando: o meglio è un’informazione rilevante per me se il tweet mi arriva da @gluca, di cui ho fiducia e che ha l’avventura di vivere sull’epicentro del sisma di questa notte, ma dal Tg1, da Rainews o da Repubblica.it voglio qualcosa di diverso e di più che una collezione di tweet aggregati dalla rete. Non è semplice e lo è ancora meno oggi, che di fronte all’aumento di complessità del mestiere gli organici, i turni e il non necessario vengono selvaggiamente potati per contenere i costi. A volte penso a che cosa avrebbe potuto essere l’informazione giornalistica se mai avesse unito gli strumenti d’oggi alle risorse di ieri.

Non capisco nemmeno le polemiche sui tweet acquisiti più o meno sportivamente dalle testate: io non riesco proprio a concepirli come contenuti originali che ciascuno di noi compone in esclusiva per il proprio ininfluente canale Twitter (col sottointeso che, se utilizzati da canali professionali dovrebbero essere adeguatamente remunerati). Sono testimonianze che mettiamo a disposizione di un ecosistema e che, in contesti straordinari e auspicabilmente rari, diventano parte di una notizia e vengono amplificati dai media mainstream. La notizia non è soltanto copia-incolla, è un processo di validazione e costruzione complessa di senso che prescinde dalla sigola unità di informazione. Ieri si intervistavano le persone con un microfono, oggi esistono molti altri modi per mettere a sistema i loro punti di vista, in modo più veloce ed efficace.

Per inciso, di quello che io penso debba essere un approccio compiutamente giornalistico nell’epoca delle reti sociali ho riscontrato un solo caso all’altezza, stanotte. Ed è stato quello de Il Post, che ha saputo unire sangue freddo velocità di reazione, ricchezza di fonti, prudenza nella selezione e capacità di sintesi.

marzo 28 2012

Il mondo ha bisogno di narrazioni. Oggi abbiamo il Grande Contenitore Universale delle narrazioni, ma non sappiamo ancora narrare bene. Servono narrazioni della quotidianità, dobbiamo mappare la banalità. Il giornalismo è narrazione dello straordinario, delle variazioni sulla banalità che diventano notizia. Ma il vero scarto del nostro tempo sta nel far parlare gli oggetti e le azioni che non fanno notizia oppure la fanno in luoghi e circostanze imprevedibili, distanti dai circuiti organizzati. Per chi crea, organizza o vende, questa è un’opportunità enorme. Possiamo mettere a disposizione un contesto, il nostro contesto, che non è scontato per tutti e che raramente supera i confini della banalità o dell’interesse generale. La narrazione del banale è mettere a disposizione sempre e ovunque tutti i dettagli possibili del proprio contesto. Significa permettere al cliente che entra in un negozio di poter conoscere facilmente la storia e le peculiarità di ogni prodotto, supportare e agevolare le sue ricerche di senso, generare analogie tra i prodotti offerti e il suo mondo. Significa aiutare chi sta cercando un corso di benessere a comparare i presupposti, la filosofia, i curriculum di tutte le associazioni che lo offrono sulla sua piazza e non sperare più di intercettarlo elemosinando qualche riga sul giornale locale o investendo soldi in affissioni. Questo non è più marketing, non è più pubblicità; o se lo sono, sono tali in una forma ecologica e stravolta nei presupposti. Non devo più arrivare e imporre, secondo ondate organizzate. Devo esserci, condividere e attendere. La narrazione è la forma emergente della cittadinanza e del mercato. Il mondo deve imparare a narrare con efficacia e consapevolezza. Ci vorrà tempo.  Ma, nel frattempo, non venitemi a dire che non ci sono spazi di mercato per quelli che lavorano con le parole.

marzo 20 2012

Ieri a Milano è stato presentato un nuovo social network per imprenditori. Si chiama myind e nasce nell’ambito della territoriale pordenonese di Confindustria. Si tratta di un social network creato da Confindustria per gestire in modo orizzontale ed emergente la comunicazione tra gli associati di Confindustria, ma a me pare che, se riuscirà nella sfida decisiva di superare la massa critica, sia destinato ad affrancarsi dai suoi confini originari per diventare semplicemente un ambiente di scambio di informazioni e di idee per gente d’impresa. Per amor di trasparenza aggiungo che l’ho visto nascere da vicino nel corso dell’ultimo anno, ne ho discusso a lungo con chi l’ha concepito, l’anno scorso ho partecipato come relatore a un ciclo di incontri propedeutico al suo lancio, ma non ho alcun ruolo né nella sua progettazione né nella sua gestione. Ne parlo qui perché a mio parere contiene alcuni spunti originali per chi si occupa di applicazioni costruite su reti sociali. Ne segnalo due che a me paiono particolarmente azzeccati e ben riusciti.

L'identità è una fabbrichetta che si colora secondo la personalità della aziendaIl primo è la gestione dell’identità. In questo caso non entrano in rete semplicemente persone, ma modi di fare impresa e sistemi di valori imprenditoriali. Il valore aggiunto di un ambiente di questo tipo è, seguendo il più classico dei processi di rete, far avvicinare nodi affini che ancora non sanno di avere qualcosa in comune oppure di essere complementari per lo sviluppo dei propri affari. L’anagrafica dell’azienda e la fotografia dell’imprenditore in questo caso aiutano fino a un certo punto, mentre le tassonomie richiedono una dedizione e una precisione non del tutto scontata per i tempi e le esigenze della categoria a cui questo specifico servizio è destinato. Myind risolve questa procedura distillando peculiarità aziendali attraverso un percorso mirato che traduce le competenze e le propensioni di un’organizzazione in un segnaposto colorato. La fabbrichetta stilizzata, uguale per tutti nella forma, assume in questo modo combinazioni di colori personalizzate, fornendo un’impressione a colpo d’occhio delle caratteristiche dell’imprenditore e della sua azienda. L’identità diventa un mosaico, una frequenza visiva che trova le sue risonanze attraverso meccanismi istintivi molto prima che razionali. La cartina geografica mi racconta di chi mi sta vicino, ma ancor di più mi permette di riconoscere a colpo d’occhio chi mi assomiglia, chi assomiglia alla mia concezione d’impresa, chi parla la mia stessa lingua, chi opera in un settore affine. Come tutte le soluzioni efficaci e brillanti, c’è dietro la digestione di un processo molto complesso, che spero prima o poi gli sviluppatori trovino il modo di raccontarci nel dettaglio, perché potrebbe dare un contributo interessante al mondo dei social software.

L’altro spunto che io ho trovato interessante è la gestione degli spazi di espressione a disposizione degli iscritti al social network. I microblog individuali alimentano un magazine diffuso che mette in circolo con velocità le informazioni utili ai vari gruppi sociali. È un meccanismo molto classico, che assorbe in modo comunque originale le pratiche dei più noti sistemi di pubblicazione diffusa e collaborativa, dal wiki al blog, passando per i tumblr. Ma l’innovazione che a me ha colpito di più è un dettaglio minore. Ogni “notizia” è formata da un titolo e dal corpo del testo. Il titolo è lungo massimo 140 caratteri (vi ricorda qualcosa?). Se non viene riempito il campo del titolo, non si sblocca la form di composizione per il corpo della notizia. Il titolo, in sostanza, diventa un tweet e veicola il messaggio (dentro il network, ma idealmente anche oltre, essendo già perfettamente compatibile con Twitter), mentre il testo aggiuntivo è un allegato che circostanzia e approfondisce. Concepire il titolo come tweet autosufficiente e la notizia come allegato ribalta i pesi tradizionalmente attribuiti dalla comunicazione d’impresa a questi elementi, stimola la sintesi, mette in gioco la creatività, aiuta a dare forza alla notizia, moltiplica le possibilità che l’informazione circoli e trovi gli interlocutori a cui è destinata. In ambito aziendale, soprattutto a livello italiano, mi pare una sfida creativa non scontata e molto stimolante.

marzo 12 2012

Ho sempre pensato abbastanza male di Facebook (e ne ho scritto anche in passato). Lo considero un laboratorio sociale imprescindibile, perché è pur sempre la prima applicazione della rete costruita su grafi sociali ad aver clamorosamente superato ogni possibile massa critica necessaria per far girare al massimo i suoi ingranaggi. Tuttavia soffro la rigidità dei suoi percorsi e i vincoli formali imposti qui e là all’espressione personale. Certo conta, nel mio giudizio, il fatto che io provenga da una socialità web, quella dei blog, dove tutto può essere disegnato a propria immagine e somiglianza. Eppure ultimamente trovo Facebook migliorato: non sarà mai il mio luogo elettivo, perché resta profondamente chiuso al suo interno in una rete che ci insegna che il valore nasce consiste nell’apertura, ma riconosco che il servizio sta diventando giorno dopo giorno più ricco e flessibile. Al punto che questa volta non condivido affatto le proteste che si vanno diffondendo sulle nuove pagine, i cosiddetti diari (o, come dovevano chiamarsi prima della contestazione del marchio, le timeline).

Con le timeline, infatti, Facebook recupera la memoria, ovvero ciò che più gli mancava. Non è soltanto un fatto funzionale, legato alla maggiore o minore facilità di accesso ai contenuti passati. La memoria in rete è il fondamento dell’identità e della reputazione, oltre che un volano di interazioni inaspettate per i contenuti nel tempo. A molti ritrovarsi davanti il priorio passato non piace affatto, soprattutto se le chiacchiere affidate alla rete sono intese come una forma di intrattenimento istantaneo e senza troppe implicazioni. Forse queste persone dovrebbero prendere atto che, diari o non diari, stanno usando lo strumento sbagliato: in rete il passato lascia tracce anche senza un accesso diretto agli archivi. In rete siamo quello che scriviamo e condividiamo, siamo il modo in cui gestiamo le interazioni con gli altri, siamo quello che gli altri scrivono di noi. L’identità e la reputazione ci servono, se vogliamo che le nostre idee siano prese in considerazione (le urla scomposte degli sconosciuti impressionano soltanto i giornalisti del vecchio mondo). Dunque fornire un supporto molto più evidente e funzionale alla memoria delle interazioni dentro Facebook dal mio punto di vista è un miglioramento sostanziale.

Trovo poi che le nuove pagine servano molto meglio i contenuti. Il contenitore fa un significativo passo indietro rispetto ai contenuti. Inoltre le nuove pagine danno molto più spazio alla sensibilità e ai criteri estetici del singolo iscritto. Piccoli dettagli, forse, ma ho la sensazione che ora le pagine di persone molto diverse fra loro possano apparire in modo sostanzialmente diverso. L’uso della “copertina”, il colpo d’occhio sulla selezione di amici in primo piano che forma un’immagine molto diversa dalla lista precedente, l’uso integrato di metadati di tempo, luogo e prossimità a corredo dei contenuti: colgo un diffuso e importante tentativo di fornire strumenti all’espressione delle peculiarità individuali. Nulla che non fosse già disponibile dal 1999, ma per la prima volta integrato in un sistema popolato da 800 milioni di persone, non è un salto indifferente. Resta forse da trovare un migliore equilibrio nella riconoscibilità di unità di contenuto che scorrono ora da una parte ora dall’altra della timeline, ma mi pare il meno.

Dice che sacrifica i contenuti giornalistici. L’argomentazione non mi convince del tutto o comunque mi pare molto contingente, di corto respiro. È vero, il nuovo formato valorizza le immagini più del testo, così come forse ridimensiona un po’ il video: mi pare una buona notizia per le immagini, senza togliere nulla a ciò che già il testo aveva a disposizione. Ma in un mezzo di comunicazione che prova a fondere testo, immagini e video in grammatiche nuove mi pare un problema relativo, un passaggio verso una più matura capacità di espressione crossmediale. Inoltre tenderei a sdrammatizzare il problema di quanto cambino le pagine delle persone, dei giornali o delle aziende. Perché, come nel caso dei siti, si tratta sempre più di piattaforme di lancio per i contenuti, non del luogo principale di socializzazione tra le persone e i contenuti. Un po’ come il rapporto tra redazioni ed edicole: le persone non vengono in redazione a leggere il giornale, lo comprano in edicola e lo leggono dove pare a loro. Così su Facebook: la pagina rende pubblici i contenuti, custodendoli per chi cerca contestualizzazioni più marcate, ma la fruizione prevalente avviene soprattutto nella bacheca generale degli iscritti e attraverso le segnalazioni della rete sociale.

Solo per dire: guardiamola un po’ più da lontano, ecco.

novembre 29 2010

Giovedì a Pordenone comincia un evento molto particolare che si chiama DireFare.PN.it. Gli incontri del 2, 3 e 4 dicembre prossimi sono il momento clou di un progetto con cui l’amministrazione comunale ha deciso di affidarsi  alle reti – reti analogiche sul territorio e reti sociali sul web – per provare a raccogliere esperienze, progetti, visioni e aspettative per la città del prossimo decennio. Filo conduttore di tutte le attività sono i “pordenonesi altrove“, ovvero cittadini giovani e meno giovani che vita o studio o lavoro hanno portato lontani da casa. La retorica del cervello in fuga qui c’entra poco: il tentativo non è farli tornare, ma di attivare relazioni attraverso cui mettere al servizio della comunità sensibilità, specializzazioni e punti di vista meno familiari. Torneranno in 25 per un fine settimana, mentre altri si sono già raccontati e si racconteranno a distanza sul sito del progetto.

C’entro un po’ anch’io, nel senso che per il Comune e insieme a Giorgio Jannis e Piervincenzo Di Terlizzi sto curando le attività online del progetto. Qui lo segnalo perché potrebbe interessare, oltre ai miei concittadini in loco e altrove non ancora raggiunti dal progetto, anche a chi si occupa di dinamiche sociali mediate dai social network. Le difficoltà che incontra un’amministrazione pubblica nell’aprirsi in rete e alle reti sono enormi, come si può ben immaginare, per questo invito chiunque ne abbia piacere a unirsi a noi, per esempio su Facebook o negli altri spazi sociali predisposti per l’occasione, e a dare, se lo desidera, il suo contributo attivo. Accanto ai pordenonesi altrove e ai tessitori di relazioni locali non mi dispiacerebbe ospitare anche punti di vista e spunti di cittadini digitali che guardano a questo esperimento da altre realtà italiane e internazionali.

Posto che il canale di ascolto e di interazione tra istituzione e cittadini è aperto su ogni tema di interesse o di ricaduta locale, il progetto si è andato specializzando in particolare in quattro filoni: l’internazionalizzazione, l’innovazione dei processi aziendali, la sostenibilità ambientale e i nuovi patti di cittadinanza. Io, devo dire, mi sto appassionando soprattutto a quest’ultimo versante. L’idea di fondo è che le istituzioni locali hanno e avranno in futuro sempre meno risorse per far fronte a problemi sempre più complessi. Già oggi i servizi sociali territoriali non fanno più fronte soltanto alle emergenze degli ultimi della società, ma anche dei penultimi e a volte dei terz’ultimi. Se ne esce soltanto ridiscutendo le deleghe di responsabilità, riavvicinando i cittadini alla propria comunità, con l’idea che i problemi di un quartiere possono essere risolti più efficacemente dentro al quartiere dalle persone che nel quartiere vivono. In questo senso viene proposto un nuovo istituto giuridico chiamato fondazione di partecipazione o fondazione di comunità. Ne riparleremo, di questo, perché è un ribaltamento di prospettiva che, nella mia testa, va di pari passo con le dinamiche di cui mi occupo per lavoro nella comunicazione e nell’informazione, così come con la sostenibilità delle scelte di vita che sperimento con la mia famiglia e con il gruppo d’acquisto a cui partecipo. Chi vuole approfondire intanto trova alcune sintesi degli incontri delle settimane scorse sul sito di DireFare.PN.it.

Segnalo infine che giovedì 2 dicembre alle 18.00 avrò il piacere di moderare un incontro sulla società che si fa rete a cui parteciperanno Giuseppe Granieri, a cui riesco per la prima volta a far mettere un piede a Pordenone, e Giorgio Jannis. Parleremo di società digitale, di abitanza biodigitale, di flussi da pettinare, di conversazioni e quant’altro. Sarete i benvenuti.

agosto 16 2010

Nell’ultimo paio di mesi ho giocato con Facebook un po’ più del solito, col desiderio di mettere a fuoco oltre agli innegabili motivi di interesse (un contenitore sociale da 500 milioni di persone è interessante per definizione) anche i motivi per cui questo social network continua a essermi spesso, nonostante tutto, indigesto. Naturalmente l’ho osservato con gli occhi di chi è già abituato alla condivisione e all’espressione online, immagino che questo vizi in partenza lo sguardo. Un po’ per volta sto cominciando a dare il nome ad alcune sensazioni che mi mettono spesso a disagio. Nulla di tale, per ora, solo appunti in corso d’opera e che condivido nel caso qualcuno avesse da aggiungere o ribattere.

  • Facebook non ha memoria. Non ha il valore della memoria, l’interesse di conservarla e valorizzarla. Puoi scorrere e scorrere e scorrere i contenuti di una bacheca, ma il contenitore è fatto sostanzialmente per il qui e ora. Premia e valorizza in modo eccellente la socialità d’istinto, scoraggia la conoscenza profonda. Se vuoi ritrovare un contenuto di qualche settimana o mese prima non hai che da scorrere per ore, nessuna scorciatoia ti assiste. Lo stesso motore di ricerca interno è più focalizzato sul reperimento di persone, piuttosto che di contenuti, e ha ampie zone di ombra che non sembrano nemmeno indicizzate). Questo è interessante, perché al contrario delle forme di socialità digitale preesistenti (nei blog, ma anche in molti social network ancora popolari) sulla memoria si fondano, per esempio, l’identità e la reputazione. Facebook favorisce come nessuna comunità web in precedenza l’uso del nome e cognome, ma non la costruzione di una storia pubblica e condivisa dei suoi utenti.
  • Facebook regge a fatica la scalabilità dei gruppi sociali. Benché faccia notizia soprattutto per gli alti numeri di aderenti a cause comuni di ogni genere, più il numero di partecipanti a un gruppo, a una pagina o a un profilo personale diventa elevato, più facile è perdere il filo (anche in virtù di quanto detto a proposito sulla memoria). Maggiore è la partecipazione, più difficile è che ci sia un reale confronto e una possibilità di sintesi. Anche nei gruppi di protesta più nutriti le persone parlano spesso da sole o in gruppetti molto ristretti, come se effettivamente si trovassero per strada durante una manifestazione di massa. Facebook è adeguato per gruppi contenuti oppure gruppi ampi ma composti da persone molto ben educate all’espressione in spazi sociali digitali (e dunque sintetiche, rispettose del contesto e sensibili allo scopo, prima ancora che all’espressione di sé). Più spesso, Facebook incoraggia le leadership e la creazione verticale del consenso, facendo fare al web reticolare un passo indietro verso la gerarchia.
  • Facebook costringe chi lo usa ad adeguarsi alla sua logica. Vale per tutti i social software, ma nel caso di Facebook si tratta di una logica particolarmente rigida e macchinosa. Quasi nulla si può trasformare: puoi creare oppure cancellare, non riusare, trasferire, evolvere. Se apri un “profilo” senza sapere che associazioni o aziende o marchi dovrebbero usare lo spazio “pagina”, se hai raggiunto il limite massimo di contatti, se la natura del tuo spazio s’è evoluta, puoi solo adeguarti ai limiti imposti dal servizio oppure ricominciare tutto da capo. Ricominciare da capo significa però ricostruire da zero la rete sociale, che è un po’ come cambiare acquario dovendolo riempire con un bicchierino da liquore. Oppure mantenere due o più acquari contemporaneamente. Non c’è un modello di base con una serie di etichette interscambiabili, ci sono invece percorsi obbligati pensati su entità generiche e standardizzate, che non aderiscono quasi mai con le peculiarità del caso specifico e che una volta imboccati non possono essere più rimessi in discussione. Sono scelte legittime di gestione del servizio ed evidentemente sono scelte che non turbano buona parte dei milioni di iscritti. Eppure l’ipertesto sociale ci ha abituati ad avere sempre una via d’uscita, mentre navigando in Facebook si ha spesso l’impressione di imbattersi in vicoli ciechi.
  • Facebook si spiega male. Le poche impostazioni che un iscritto può adeguare ai propri desideri (i famigerati controlli sulla visibilità dei contenuti e sulla privacy delle informazioni condivise, per esempio) sono quanto di più macchinoso, non univoco e inusabile si sia visto sul pianeta social networking, nonostante ci abbiano rimesso le mani più volte. Benché tu faccia scelte consapevoli, una volta chiusa la pagina ad hoc sei già lì che ti chiedi in fin dei conti chi può vedere che cosa tra i tuoi amici, gli amici dei tuoi amici e il resto del mondo. E anche quando credi di aver adeguato tutto al tuo personale stile di condivisione, scopri che una certa tua foto non si vede perché è sì un’immagine, ma caricata dal cellulare e dunque appartiene a un sottoramo di scelte a cui non avevi prestato sufficiente attenzione. Il pannello di controllo delle personalizzazioni è disperso in almeno tre ambiti differenti: non so voi, ma io comincio sempre dal link sbagliato. Penso spesso di non essere completamente in target rispetto alle aspettative ideali di Facebook, eppure mi chiedo quanti si sentano effettivamente a loro agio con i controlli (e con la disposizione dei controlli) che questa piattaforma mette a disposizione.

Post scriptum. Curiosa coincidenza, nel momento in cui ho terminato di scrivere questo testo l’aggregatore mi ha proposto quest’articolo, Perché Facebook non ci piace, dal quale emerge che Facebook è sì popolarissimo, ma è considerato al tempo stesso una piattaforma poco soddisfacente. Mi sembra un segnale interessante. Il punto per me resta, tuttavia, non tanto capire se Facebook ci piaccia o meno, ma perché e in quale misura Facebook sia differente dai social media che l’hanno preceduto, perché ottenga tanto successo (oltre al motivo più scontato: ha superato la massa critica, ci sono le persone, le persone vanno dove trovano altre persone) e quali conseguenze tutto ciò comporti sulla costruzione e sull’evoluzione della nostra socialità online.

agosto 5 2010

Da ieri Giornalismo e nuovi media è finalmente disponibile anche in versione ebook, distribuito per ora direttamente dall’editore Apogeo (in formato ePub). Segnalo anche che contestualmente a questa novità vengono distribuiti gratuitamente due testi a mio parere molto significativi di Apogeo. Uno è L’umanista informatico, testo coraggioso di Fabio Brivio dedicato all’incrocio più che mai attuale tra formazione umanistica e competenze informatiche allo stato dell’arte. Andrebbe preso molto seriamente in tutte le facoltà non strettamente scientifiche, tanto per cominciare. Il secondo è Editoria digitale di Letizia Sechi, libro serio che approfondisce nei dettagli il passaggio dall’editoria tradizionale al mercato degli ebook e soprattutto permette di farsi un’idea dettagliata di come si produce un libro in formato elettronico (perché non è poi così scontato come potrebbe sembrare).

Visto il tema ne approfitto per salutare anche la nuova avventura di un manipolo di amici speciali, con cui ho condiviso diverse esperienze umane e professionali negli ultimi anni. Da qualche settimana, infatti, è online BookRepublic, piattaforma di vendita per le versioni digitali del catalogo di piccoli e medi editori di qualità creata da Marco Ghezzi e Marco Ferrario (ma ci lavorano, tra gli altri, anche Matteo Brambilla e la stessa Letizia Sechi). In parallelo, il medesimo gruppo, impreziosito dalla direzione editoriale di Giuseppe Granieri, ha lanciato un esperimento editoriale basato su racconti e saggi in formato digitale: 40k Books produce ebook di lunghezza contenuta (40.000 caratteri, da cui il nome del progetto) ad alta densità di pensiero e di creatività. Peculiarità fondamentale: gli ebook vengono distribuiti contemporaneamente in italiano, inglese, francese, spagnolo e portoghese. Mi piace l’idea che l’inaugurazione di questo mercato ancora nuovo per l’italia si accompagni a forme di sperimentazione sul formato e sui contenuti.

Ultima segnalazione, Giuseppe (Granieri) e Giovanni (Boccia Artieri) mi hanno tirato dentro più o meno per scherzo a Goodreads, approfittando della scarsa connessione di cui dispongo in questi giorni. L’ambiente a prima vista sembra interessante e io ho appena reclamato la mia pagina autore. Ora, però, vorrei un po’ di GoodHolidays.

giugno 9 2010

Da questa mattina dovrebbe essere disponibile in buona parte delle librerie italiane Giornalismo e nuovi media. L’informazione al tempo del citizen journalism, il mio nuovo libro dedicato all’evoluzione della mia professione nel mondo di internet. Per vuole approfondire, oltre alla scheda su questo mio sito, sono disponibili anche una scheda su Apogeonline, dove si possono leggere sommario e introduzione, e una pagina di social-cose su Facebook.

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giugno 4 2010

Credo accada un po’ a tutti noi che “viviamo online” da un numero ormai ragguardevole di anni. Molti tra i miei più cari amici, che pure seguono da anni quello che faccio per lavoro e hanno una copia dei miei libri in casa, hanno sempre sdegnosamente ignorato il mondo dei blog e della condivisione in rete. Fino a Facebook. Dentro Facebook, per una serie di motivi che non ho ancora del tutto messo a fuoco, ci si sono tuffati senza alcuna remora o prudenza. Ora sono loro i fanatici della condivisione, ben più di me. Sono loro che segnalano a me le pratiche e gli strumenti che io a suo tempo proponevo loro. Perfino chi non condivideva la mia serenità nel mostrare in rete le foto di mio figlio che cresce oggi è il più incallito tra i dispensatori di aneddoti sulla propria famiglia. Al punto che non pubblicano più soltanto le immagini dei propri figli, ma anche dei miei figli. E non pubblicano solo le loro foto, ma anche le mie foto. Tanto lo fai già tu, mi rispondono: è vero, ma in modi che poi io posso gestire e controllare direttamente e comunque all’interno delle mie reti sociali.

C’è un aspetto che mi rende felice, in tutto questo: sono arrivati a ciò che a suo tempo proponevo loro attraverso i propri percorsi personali, e questo è un bene. Ma c’è un aspetto che mi spaventa: ci sono milioni di persone, là fuori, che pensano di guidare un triciclo al parco giochi e non si rendono conto di essere invece al volante di un bolide in autostrada. Possono farsi male e possono fare del male agli altri. Nella più assoluta buona fede, sono inconsapevoli della dimensione in cui stanno operando e delle ripercussioni delle loro azioni sociali. Strumenti come Facebook richiedono ai loro utenti di maturare in pochi giorni un’alfabetizzazione alla socialità digitale che noi più fortunati pionieri della socialità digitale abbiamo invece avuto modo di sviluppare nel corso degli anni.

Non c’è alcun merito nell’essere arrivati prima, non è questo il punto. Il punto è che pensavo bastassero generosi dosi di buon senso, ma alla prova dei fatti o il buon senso è un bene particolarmente scarso in natura oppure semplicemente non è sufficiente. E, nella faglia culturale che ormai divide le istituzioni deputate (famiglie, scuole, amministrazioni pubbliche, luoghi di condivisione di esperienza) dal mondo contemporaneo, io continuo a vedere fior di professionisti mettere la faccia su opinioni formulate in modo diffamatorio, ingiurioso, violento; ragazzini sputtanarsi la propria reputazione personale e professionale prima ancora di aver cominciato a metterla in gioco; intimità messe in piazza senza il minimo filtro. A me sta bene tutto, sono un sostenitore della prima ora della possibilità per chiunque di mettersi in gioco liberamente, raggiungendo la piena espressione della propria personalità e del proprio talento. Penso che, comunque vada, sarà più il bene che ne verrà. L’unico cruccio che mi faccio è che diventi al più presto per tutti una scelta consapevole, informata, digerita riguardo alle implicazioni di ciò che si sta facendo.

Io detesto i decaloghi. E detesto due volte quelli che mettono in guardia dai rischi del mondo digitale. Ma da tempo ne rimugino uno, che metto nero su bianco in una sua beta ancora tutta da rodare. L’ho pensato per i miei amici, ma magari può essere utile anche a qualcun altro:

  1. Sii consapevole che tutto quello che scrivi e che condividi riguardo a te e ai tuoi amici potrebbe sfuggire al tuo controllo. Dentro ambienti come Facebook, il tuo controllo sui contenuti finisce sostanzialmente nel momento in cui pubblichi un contenuto. Non è sempre così, ma sii preparato al fatto che potrebbe anche essere così.
  2. Sii consapevole che potresti essere chiamato a rispondere di qualunque cosa tu abbia scritto o condiviso, anche molto tempo dopo che l’hai pubblicata. I reati esistono anche dentro internet e sono gli stessi che regolano qualunque convivenza sociale: passato lo spaesamento per la novità dell’ambiente, le querele aumenteranno.
  3. E nel caso ti rimanesse il dubbio: no, anche se non ti firmi con nome e cognome dentro internet non sei mai del tutto anonimo. Ogni tua azione lascia tracce a qualche livello. Se necessario, può essere più facile di quanto tu creda risalire alla tua identità.
  4. La differenza tra l’espressione legittima delle tue idee e l’ingiuria o la diffamazione è spesso soltanto una questione di formulazione del pensiero e di stile nel confezionarlo. Puoi pensare che Tizio sia un cretino, ma non puoi dargli semplicemente del cretino. La libertà di opinione e di espressione non implica la libertà di insulto. Questa non è educazione a internet, questa è educazione civica.
  5. Sii lungimirante: se pensi che un contenuto, tolto dal suo contesto originale, un giorno potrebbe nuocere a te o alle altre persone coinvolte, evita di pubblicarlo. Tieni sempre in mente il fatto che stai giocando con la reputazione e la dignità tua, dei tuoi amici e di tutte le persone con cui ti capita di interagire.
  6. Non pubblicare o condividere mai nulla che riguardi anche altri senza avere l’esplicito consenso di tutte persone coinvolte. Ci sono persone che non gradiscono affatto che in rete circolino le loro foto o si parli di loro ed è giusto rispettare la loro sensibilità: non sono loro a dover manifestare la loro preferenza a pubblicazione avvenuta, sei tu che devi verificarla preventivamente. L’attenzione deve essere ancora maggiore quando i contenuti riguardano minorenni, a maggior ragione se non si tratta dei propri figli.
  7. Assicurati di essere legittimato a pubblicare contenuti che non siano prodotti da te: se pubblichi foto di altre persone devi avere il loro consenso, altrimenti ti stai appropriando di una creazione intellettuale altrui. Se vuoi rilanciare un contenuto che ti è piaciuto molto, un estratto con un link alla fonte originaria è altrettanto efficace e molto più rispettoso del funzionamento di internet.
  8. Se decidi di rilanciare appelli, campagne di opinione e altri contenuti “virali” assicurati di non contribuire alla propagazione di bufale o di palesi falsità. Più un contenuto è soprendente e basato su presupposti emotivi più è probabile che sia artefatto, superficiale o disonesto: condividendolo ne sottoscrivi implicitamente i limiti e i fini. Se contribuisci a diffondere falsità e bufale manifesti platealmente la tua ignoranza (e gli altri sono autorizzati a fartelo notare). La rete offre molti strumenti per fare verifiche preventive, usali.
  9. Sei nodo in una rete, anello in una catena. Ogni tua azione ha una conseguenza, seppur minima, a livello di sistema. Sei libero di pensare, esprimere e condividere quello che ti pare: quello che ci si aspetta da te è che sia quanto meno un’azione consapevole e ponderata.
  10. È troppo facile esprimersi per lo più contro qualcosa o contro qualcuno, a maggior ragione oggi che tutti possono diffondere con facilità le proprie idee. Costringiti a discutere sempre e soltanto le idee, mai le persone. Costringiti a essere positivo, propositivo. Da grandi abilità derivano grandi responsabilità. Oggi non hai più scuse per non contribuire a migliorare il mondo. Comincia migliorando le tue idee, il modo in cui le presenti e l’impatto che possono avere nella tua rete sociale.
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