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Tag: viaggiatori

maggio 20 2005

Salgo sull’Eurostar a Firenze, diretto a Venezia. Il treno è piuttosto pieno e intorno a me tutti i posti sono occupati. Delle sette persone che mi stanno intorno, cinque leggono il Codice Da Vinci di Dan Brown. Una coppia di amiche sfoglia e commenta la versione illustrata; un uomo di colore è assorto nella sua edizione tascabile inglese; una donna straniera legge l’edizione rilegata in inglese; una giovane italiana sfoglia l’edizione italiana di Mondadori. Se ne accorgono a Bologna e ne sorridono. A Ferrara si scambiano timidamente le prime battute. A Rovigo la discussione sui personaggi è animata. A Mestre si salutano e ognuno va per la sua strada.

maggio 4 2005

Entrano in una sinagoga, fermano un rabbino e chiedono “Scusi, ma chi è il dio qui?” (giuro, è vera)! [..] Per la cronaca, la serafica risposta del rabbino alla domanda idiota in sinagoga è stata, semplicemente, “Dio!”…

Le rilassanti vacanze di Pietro in Tunisia.
(Io, però, glielo avevo detto di venire in Friuli.)

febbraio 23 2004

Venerdì pomeriggio, su un Intercity che non ha nessuna intenzione di lasciare la stazione centrale di Milano per raggiungere Venezia, nonostante siano passati 25 minuti dall’orario previsto. Accanto a me siede un tizio distinto e sportivo, sulla quarantina. È un po’ nervoso, si guarda intorno. Prende il cellulare e compone un numero.

“Sai, credo che non arriverò in tempo stasera. Devo aver sbagliato treno”, racconta all’interlocutore.

“Eh, sai, io non sono pratico di treni, non li prendo mai. Pensavo di essere salito sul treno per Venezia, ma poi non è partito e allora penso di essere su un altro treno. Chissà dove andrà”, continua.

“Sì, è ancora fermo. Non so dove va questo treno. Aspetta, che chiedo”, e chiude la chiamata.

Tace per un po’, poi mi guarda, mi tocca il braccio e cerca di attirare l’attenzione in modo un po’ goffo.
“Senta, scusi, ma questo treno dove va?”, fa lui.
“A Venezia”, gli rispondo.
“Ma il treno per Venezia non doveva partire alle 17.05?”, chiede.
“Sì, in effetti avrebbe dovuto. Ma è ancora fermo”, rispondo ammiccando da uomo vissuto che ha ormai fatto l’abitudine alle bizze ferroviarie.
“Quindi sono sul treno giusto per Venezia?”, ripete.
“Direi proprio di sì”, lo tranquillizzo.
“No perché, sa, non sono pratico di treni. Non li prendo mai”, si schernisce.

Prende il telefono e richiama l’interlocutore lasciato in sospeso.
“Sono sul treno giusto, sai?”

“Sì sì, ho chiesto e mi hanno detto che è proprio il treno che va a Venezia”

“Sì, era indicato alle 17 e qualcosa, ma credo che gli orari che scrivono sui tabelloni siano solo indicativi, giusto perché uno si sappia regolare, poi partono quando sono pronti. Quindi fra un po’ partiremo, credo.”

gennaio 22 2004

Periferia nord di Milano. Sera, nebbia, freddo, cantieri. Aspetto l’autobus.
Un’auto accosta in corrispondenza della fermata in modo brusco, tra le proteste dei mezzi che seguono. Alla guida c’è un uomo; accanto a lui una donna mi guarda in modo insistente. Tento di fare l’indifferente, ma osservo la scena perplesso. Lei, sempre fissandomi, comincia a parlare.

Lei:

Mi avvicino e a gesti faccio notare che non è facile comunicare con un finestrino di mezzo. Come risposta comincia ad agitarsi, a premere bottoni, a guardarsi intorno. Dalla coda che si è formata dietro l’auto partono nuovi clacson di protesta. L’uomo allunga il braccio verso la portiera del lato passeggero e riesce ad aprirla.

Lei (urla): Dove ferma la 40?
Io: Temo di non saperglielo dire. Forse nella via che trova poco più avanti.
Lei: Ma lo sai dove ferma?
Io: Come le dicevo, non lo so con precisione. Mi sembra che il 40 passi nella via che incrocia sulla destra alla rotonda qui davanti.
Lei: E allora?
Io: Allora, se crede, potrebbe procedere fino alla rotonda, imboccare la prima strada a destra, continuare per alcune decine di metri e alla prima fermata che vede controlla quali mezzi pubblici passano.
Lei (visibilmente interdetta): Oh…

Volta lo sguardo verso la strada, sbatte la portiera, torna a fissarmi e con un gesto poco meno che deciso mi manda a quel paese. Ricordo solo di aver assunto un’espressione incredula, tra il pesce lesso e il cane bastonato. E di aver ricambiato il saluto.

novembre 16 2003

Bologna, venerdì sera. Piazzale della stazione. Andirivieni nevrotico di autobus. Aspetto il 25, confuso in una folla di persone. Una donna attraversa la piazza con fare frettoloso e si avvicina nella mia direzione.
Lei (mi punta con l’indice): Trentasette?
Io (resistendo alla tentazione di rispondere “No: Sergio. Piacere”): È passato un attimo fa, ma non so dirle in quale angolo della piazza si fermi.
Lei: Perché, non ferma qui?
Io: No, signora. Vede: questa è la fermata “25 62”.
Lei: Appunto, scusi: qui fermano tutti i bus dal numero 25 al numero 62.
Io: … temo che si sbagli: significa che qui fermano il 25 e il 62. Lei deve cercare una fermata in cui compaia anche il numero “37”.
Lei: (mi guarda interdetta, quasi spazientita, non dice nulla e se ne va)

§

Bologna, sabato mattina presto. Ancora sul 25. Sedute davanti a me ci sono due donne, una di mezza età, l’altra più anziana: potrebbero essere madre e figlia. Sulla destra, cinque distinti uomini d’affari sono in piedi, ciascuno con la propria valigetta tra le gambe. Conversano pacatamente in arabo. I lineamenti fanno pensare che potrebbero essere egiziani. Le due donne parlano tra loro, poi notano gli stranieri e si fanno curiose.
Figlia: Vedi, questi sono brasiliani.
Madre: Ahhh…
Figlia: Eh, sì sì. Senti, parlano in brasiliano.
Madre: Ahhh…
Figlia: Chissà. Ma adesso glielo chiedo, eh.
Madre: Eh, sì.
Figlia (rivolta all’uomo a lei più vicino): Brasile?
L’uomo d’affari non coglie e risponde con una cortese occhiata interrogativa.
Figlia: Venite dal Brasile?
Lui: … no no… ehm… Fiera!
Madre e Figlia: Ahhh…

ottobre 26 2003

C’è voluto un po’, tipo qualche anno, ma ora anche i treni Eurostar hanno i loro annunci automatici (almeno sulla linea Milano-Roma, su cui ho viaggiato più di quanto avrei voluto nelle ultime 48 ore). Basta boffonchiamenti, avvisi incomprensibili, inspiegabili silenzi o incontenibili chiacchieroni. Basta anche agli approssimativi e divertenti tentativi di comunicare l’essenziale ai clienti stranieri in un numero di lingue variabile tra zero e quattro, in base all’ispirazione. Ora le informazioni le dà una voce femminile preregistrata, che oltre alla precisione ha dalla sua dizione italiana e accento inglese quasi perfetti. Poco invadente, suadente quanto basta, riesce a essere terribilmente cortese perfino nel ricordare di parlare piano, abbassare la suoneria del cellulare, non fumare e non dimenticare il giornale. Per un attimo ho avuto l’impressione che qualcuno le avesse addirittura dato retta, a proposito di voce alta, telefonini e fumo negli spazi di interconnessione, ma dev’essere stata una suggestione passeggera. Ci ha tenuti pure allegri: uscendo da Firenze e col muso già sugli appennini tosco-emiliani, la Voce ha annunciato trionfante di prepararsi per l’imminente arrivo a Santa Maria Novella, tra le risate dei passeggeri. Ma secondo me è perché non voleva fare quella monotona e prevedibile fin dal primo appuntamento.

maggio 25 2003

In treno

Questa sera eri una quindicenne brufolosa. Venerdì un operaio di quarant’anni. Due settimane fa uno studente venticinquenne. Secondo la mia esperienza di viaggi in treno – un totale di 400 punti maturati quest’inverno sulla IC Card in un triangolo di tratte che ha i vertici in Milano, Bologna e Pordenone – ci sei in quasi due viaggi su tre, senza distinzione tra Eurostar, Intercity e Interregionali. A te chiedo: è proprio necessario che tu ti metta regolarmente ad ascoltare al massimo volume tutte (tutte!) le suonerie del tuo cellulare?

–o–

Divertente è stato, invece, leggere Trenità di Giuseppe Antonelli (edito da peQuod), un libretto che mi è stato istintivamente simpatico non appena visto in libreria e che si poi è rivelato della lunghezza ideale per coprire un tragitto in Eurostar tra Bologna e Milano. Il libro non mi è dispiaciuto affatto: alcune visioni inaspettate, alcune descrizioni e alcuni giochi linguistici sono strepitosi. Tuttavia a mente fredda dico che ha mantenuto solo in parte le suggestioni proposte dalle presentazioni di copertina (dove però è del tutto azzeccata la descrizione di un testo «reticolare, stratificato, ricco di echi e di campionamenti: più che un romanzo, un concept album»).

Trenità è un romanzo, ma apparentemente non ha né capo né coda. Per impostazione e sviluppo, particolare curioso, mi ha fatto pensare spesso a un blog trasposto su carta. Il linguaggio è originale e ricercato, al punto però di arrivare più volte a irritare il lettore per eccesso di ricercatezza e di effetto. I «campionamenti» di cui sopra sono stralci di canzoni appartenenti per (ab)uso all’immaginario collettivo e in quanto tali sono utilizzati come passaggi, raccordi, descrizioni essenziali all’interno del racconto: ottima trovata in un primo tempo, poi però non regge sempre l’alto livello inziale, stanca e lascia pensare a un malriuscito e semiserio tentativo di imitazione del ben più geniale Bergonzoni. Visto il filo conduttore (un uomo sale su un treno deciso a non scendere più – ma il tema principale è poi l’amore, o la sua mancanza), si apprezza soprattutto in viaggio, meglio se in una carrozza a scompartimenti di un Intercity.