Top

Tag: città

aprile 7 2015

An english version of this post is available on Medium.

Il Messaggero Veneto mi ha chiesto di contribuire al dibattito sul futuro di Pordenone, in corso da qualche mese sulle pagine dell’edizione locale. Questa – uscita sul giornale di domenica – è la mia riflessione, che vale per la mia città ma più in generale per molte altre piccole località ricche di storie da raccontare. Fa tesoro di conversazioni di lunga durata e con molte persone in rete su questi temi. È in debito di link in particolare con Giuseppe Granieri e Piervincenzo Di Terlizzi.

§

Nell’epoca delle narrazioni globali accelerate da Internet, la circolazione della conoscenza è il fattore strategico per una città. Più siamo capaci di rappresentare sulla Rete le nostre idee, le nostre esperienze e le nostre competenze e più è probabile che queste trovino interlocutori interessati con cui dialogare, collaborare o commerciare. Pordenone ha un potenziale enorme, molto superiore a quello che ci si aspetterebbe da una città delle sue dimensioni, ma per ora sta scegliendo di sprecarlo. Un po’ come bruciare in piazza un bancale di buoni del Tesoro esigibili, per rendere l’idea a chi non è pratico di comunicazione digitale.

L’effetto che facciamo oggi a chi si informa su di noi da lontano utilizzando il web e i social network è quello di una città qualunque, anonima. Chi si spinge fino qui scopre invece che organizziamo feste straordinarie per monumenti viventi della letteratura mondiale; che passiamo una settimana all’anno in compagnia di un buon centinaio di intellettuali di grido; che ogni settimana piccoli e grandi eventi richiamano persone da fuori provincia, da fuori regione, spesso dall’estero. Qui ogni autunno si danno appuntamento da tutto il mondo studiosi e appassionati del cinema muto. Qui vivono artisti e artigiani attivi in nicchie insolite o innovative. Qui hanno sede imprese e cooperative sociali con una visione del futuro coraggiosa e contagiosa.

Tutto questo c’è, ma spesso è poco riconoscibile perfino da chi a Pordenone ci abita, segno che probabilmente siamo più bravi a organizzare che a comunicare. Segno, soprattutto, che siamo ricchi di energie ma ancora non siamo riusciti a metterle in rete, sostenendo e amplificando in modo sistematico le opportunità per chi si dà da fare e per tutta la città come conseguenza. La posta in gioco è alta: quel che la globalizzazione del lavoro e delle merci ha tolto alla Pordenone delle lavatrici, dei frigoriferi, dei televisori e dei mobili, ora la globalizzazione della conoscenza potrebbe restituire alla Pordenone degli eventi culturali, delle imprese innovative, delle eccellenze nelle professioni e nelle arti, della manifattura e dell’artigianato che assecondano la smaterializzazione dei beni.

I centri maggiori, le città d’arte, le metropoli saranno sempre più appetibili della nostra periferica e contenuta provincia. Ma oltre a essere più interessanti, le grandi città sono anche più complesse: fare sistema a Milano è, in proporzione, molto più complicato che farlo a Pordenone. Questo è il momento storico in cui hanno maggiori possibilità di emergere le città a misura d’uomo, ricche di identità e propense alle relazioni, coese intorno a una visione di futuro. Il tempo, dunque, è un fattore competitivo, e qui ne abbiamo già perso parecchio.

Abbiamo già dimostrato di esserne capaci. Un anno fa, proprio di questi tempi, ci stavamo preparando ad accogliere cinquecentomila alpini da tutta Italia, dieci volte il numero dei residenti, mettendo in discussione ogni dettaglio della routine della città. Poco importa il pretesto. Il fatto è che per qualche settimana, sotto la pressione di una scadenza fuori scala per le nostre abitudini, stretti dietro allo stemma della città con le porte aperte, abbiamo comunicato molto più del solito tra di noi e abbiamo spiegato tanto di noi agli altri. Abbiamo fatto rete, abbiamo lavorato in rete e, per la prima volta in modo così consapevole, abbiamo usato la Rete per rilanciare in Italia e nel mondo il marchio ideale della nostra città.

Potremmo ripartire da qui. Internet è il sistema operativo imprescindibile: aderisce alle reti naturali della società, esalta le affinità tra persone e contenuti, costruisce ponti tra i territori e permette alle informazioni interessanti di diffondersi velocemente. È più semplice da usare di quel che sembra, ma rema contro decenni di alfabetizzazione mediatica e in questo senso è controintuiva: per esempio, chiede di lasciare andare i lettori se vogliamo che tornino, di collaborare con i concorrenti se vogliamo competere, di regalare i nostri prodotti se vogliamo venderli. Sono tecnologie dell’esperienza, come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare: una volta trovato l’equilibrio, diventa una competenza acquisita.

Lo scarto più sensibile è culturale, non tecnologico. La Rete non è una vetrina né una bacheca dove appendere locandine: prima che uno strumento di pubblicazione è uno strumento di relazione, che diventa tanto più potente e utile quanto più impara a conoscerci. Il comunicato stampa occasionale qui non serve, comunicare in Rete significa alimentare un progetto narrativo coerente che crei contesto e lo sviluppi giorno per giorno. Abituati a chiudere le notizie scadute in un armadio, trascuriamo l’importanza che in questo ambiente assumono gli archivi: la storia passata è la fonte della reputazione e del capitale sociale, che nell’economia della conoscenza sono le valute da spendere al mercato delle opportunità.

L’obiezione più frequente, anche nelle organizzazioni meno improvvisate, è che mancano se non le competenze, di certo le energie. Le prime è in ogni caso urgente acquisirle, saranno sempre più un requisito competitivo. Quanto alle energie, in realtà la comunicazione in Rete non è una sovrastruttura che si aggiunge alle incombenze precedenti e tanto meno un servizio che può essere esternalizzato. È un diario di viaggio che dovrebbe nascere il più possibile vicino al cervello e al cuore di una passione o di un’attività. È un metodo che ridefinisce i tempi complessivi della comunicazione: può essere impegnativa in fase di avvio, ma un buon progetto editoriale incentrato sul web alimenta a cascata tutti gli altri canali informativi, con significative economie di scala sia in termini di costi che di tempo. In ogni caso è un investimento: la quantità di contatti e ritorni diretti e indiretti che si possono generare il più delle volte ripagano ampiamente l’impegno.

Provinciale un tempo era chi veniva raggiunto a fatica dalle storie del mondo. Oggi provinciale è chi non si adopera per far arrivare le sue storie nel mondo. Pordenone ha caratteristiche decisamente contemporanee, non c’è motivo per cui debba comunicarle come nel 1995. Lo sforzo non può che essere collettivo: l’iniziativa del singolo o dell’istituzione può essere di stimolo, ma non basta. Il volano si avvia soltanto se tanti si mettono in gioco e se ognuno fa la sua piccola parte. Del resto la redistribuzione delle responsabilità in ogni aspetto della nostra vita comune sarà un processo inevitabile e colossale, al termine di questa strana transizione che da quasi otto anni chiamiamo crisi. Tanto vale cominciare ad affrontarla laddove promette di generare vantaggi per tutti.

dicembre 13 2012

Questa è una storia locale, ma la racconto qui perché potrebbe interessare anche chi locale non è. A Pordenone stiamo rifacendo il piano regolatore. Lo stiamo facendo prendendo a riferimento da un lato gli standard internazionali di sostenibilità ambientale e dall’altro considerando la tecnologia come uno strumento al servizio della qualità della vita. L’ennesima smart city, almeno nelle aspirazioni di lungo termine, ma forse un po’ più originale perché capovolta nel processo e strettamente interconnessa agli strumenti di pianificazione del territorio.

Il primo motivo di originalità è che l’amministrazione comunale – con cui in questo progetto collaboro, tanto perché siano chiari i conflitti di interesse di chi scrive – ha deciso di non partire da un’idea specifica di città, la classica direttiva politica che si traduce poi in numero di abitanti attesi nel medio periodo, bensì dalla valutazione preventiva della capacità del suolo cittadino di sopportare la vita e l’operosità del territorio senza compromettere l’ecosistema naturale (i cosiddetti servizi ecosistemici: produzione di cibo, depurazione delle acque, contenimento dei fenomeni legati al clima e via dicendo). Da qui verrà l’indicazione se esistano margini di crescita ulteriore o se, più probabilmente, non sia il caso di fermarsi o addirittura fare qualche consistente passo indietro, fino a considerare la possibilità di negoziare i diritti edificatori pregressi o di ripristinare aree naturali.

Il secondo motivo di originalità è che tutta la fase di analisi che precede la progettazione è stata svolta in gran parte insieme ai cittadini. Da luglio a oggi la città è stata coinvolta in un percorso partecipativo che, attraverso incursioni urbane, convegni, laboratori civici, incontri informali e visite sul territorio, ha mobilitato quasi 500 persone (su una popolazione di 50.000, il proverbiale 1%). Non si è trattato soltanto di animazione e acquisizione di consenso, ma di coprogettazione a tutti gli effetti: dal lavoro collettivo di questi mesi sta emergendo una relazione approfondita (qui una bozza, a giorni sarà disponibile il documento definitivo) contenente le tracce di una visione condivisa della città, della sua identità, delle sue criticità e delle sue aspirazioni.

Questa visione diventerà la base su cui, insieme agli scenari dello studio socio-economico del territorio e al bilancio urbanistico, i progettisti chiamati a redarre il nuovo strumento di pianificazione daranno il loro contributo tecnico (l’incarico è in fase di assegnazione in queste settimane, nonostante qualche interessante complicazione). La partecipazione civica proseguirà fino all’approvazione del nuovo piano regolatore: ogni passaggio chiave sarà condiviso e discusso con la comunità, così come previsto dal bando di gara (a cui stanno partecipando alcuni dei maggiori studi nazionali di pianificazione territoriale).

«La città è un modo di coordinamento, è una piattaforma per le relazioni», diceva Luca De Biase nel corso del convegno inaugurale. Se il piano regolatore seguirà il suo destino tecnico prima e politico poi (l’approvazione definitiva è stimata per la metà del 2014), il 2013 dovrebbe essere anche l’anno decisivo per l’elaborazione di una strategia tecnologica del territorio, che alla fine sempre pianificazione è (e qui mi torna in mente la visione urbanistica degli spazi digitali di Giorgio Jannis). Progettiamo luoghi digitali e favoriamo relazioni sociali nello stesso modo e con gli stessi scopi per cui finora abbiamo aperto strade, arredato piazze e pensato i flussi di persone e beni. «L’intelligenza nell’epoca del web è la condivisione della conoscenza», ci ricordava  a settembre Michele Vianello. La sfida, secondo il sindaco di Pordenone Claudio Pedrotti, assume urgenza particolare di fronte a una crisi che ormai parla di trasformazione, ma è tutt’altro che semplice: «Dobbiamo ricollocare le nostre capacità consolidate in un contesto completamente diverso, perché non perdano valore. Per riuscirci dobbiamo fare salto gigantesco di semplificazione della nostra vita quotidiana. Questo processo ci metterà a nudo, perché tutti dovremo mettere in discussione le nostre abitudini e probabilmente rinunciare a qualcosa».

Se smart è il metodo più che l’obiettivo, la chiave di volta potrebbe essere assecondare le caratteristiche, le predisposizioni e le competenze del luogo. In questo senso il confronto partecipato con i cittadini in questi mesi è un eccellente punto di partenza, da riprendere e approfondire. Remano contro i pesantissimi tagli  di bilancio in corso a tutti i livelli nella pubblica amministrazione, che fanno strage degli sprechi ma anche dei nuclei potenzialmente benigni di innovazione, per contro ho la sensazione che proprio l’impossibilità di procedere a grandi investimenti sarà uno stimolo eccezionale alla creatività diffusa e alla ricerca di soluzioni semplici, economiche e concrete. La città diventa smart se una massa critica di cittadini diventa smart nei comportamenti, nelle pratiche e nelle aspirazioni di ogni giorno. Il che ne fa un’opportunità culturale prima che tecnologica.

Segnalo tutto questo qui e ora perché, qualora qualcuno fosse interessato a conoscere da vicino l’esperienza pordenonese, sabato 15 dicembre è in programma l’evento di presentazione dei primi risultati (a Palazzo Badini, in piazza Cavour, dalle 9 alle 18). Per chi vuole approfondire, il progetto si chiama Pordenone più facile e naturalmente tutto il materiale è condiviso anche online. L’hashtag su Twitter, se qualcuno vuole partecipare alla conversazione, è #pnfacile.

maggio 16 2009

Ieri a Venezia ho ascoltato i progetti e i sogni di Michele Vianello, vicesindaco e referente di un progetto ambizioso di digitalizzazione della cittadinanza. Non sono segreti: Vianello su questo ha scritto un libro di libero dominio, Una scommessa da vincere. Venezia sarà forse la prima città in Italia dove potremo finalmente passare dal pensare al se e come avere una rete cittadina in banda larga al che cosa farci sopra. Qui ho parlato molto di reti civiche, facendo filosofia sui modi in cui queste reti dovrebbero essere costruite. Ma da qualunque punto la si prenda (Venezia ha scelto di fare tutto da sé, spendendo molto ma comperandosì così una libertà invidiabile), l’obiettivo è identico: dare al territorio un sistema operativo nuovo, aperto, neutrale, sulla base del quale immaginare il futuro delle nostre città. Sulla laguna ci sono ormai molto vicini, ed è a questo punto che comincia la fase più interessante. Per le peculiarità di questa città – e penso alla portata simbolica della sua storia, della sua geografia cosmopolita, del suo essere frontiera alla fine dell’industrializzazione – potrebbe diventare un laboratorio di rilevanza nazionale, da seguire con molta attenzione.

aprile 18 2008

Stamattina ascoltavo con grande interesse il vicesindaco di Venezia raccontare al VenetoExpo il progetto di copertura wireless della sua città. Notevoli le cifre: 6,5 milioni di euro investiti per un rete in banda larga-WiFi e una pletora di contenuti/servizi/iniziative da veicolare sul network cittadino. Notevole il richiamo ai privati: lasciate stare i chip, le carte e gli altri ammenicoli chiusi, la rete è più moderna, universale e aperta. Notevole anche il corollario di iniziative a misura d’uomo: tutor comunali accompagneranno in Rete, uno per uno, diverse decine di migliaia di cittadini veneziani. Notevole infine la sicumera nel liquidare malamente le iniziative di altre città vicine, ma questa è un’altra storia. Insomma, un gran bel progetto.

Quello che mi ha fatto più impressione, però, è non averne saputo quasi nulla fino a oggi. Voglio dire: Venezia è a quattro passi da dove vivo e lavoro, e io di queste cose un po’ mi interesso. Trascuratezza tutta mia, certamente, ma anche volendo saperne di più e visitando il sito di questo progetto veneziano – a dire dell’amministratore così ampio e complesso, nonché già in avanzata fase operativa – non ho trovato un solo dettaglio tecnico e progettuale che andasse oltre la generica presentazione o un paio di cartine topografiche prive di possibilità di ingrandimento. Mi interessava sapere, per esempio, come intendessero gestire l’autenticazione per i cittadini e per gli ospiti, fase che nel progetto pordenonese ha dato un po’ di filo da torcere: non ho ancora trovato una riga. Già che c’ero ho scartabellato un po’ la Rete, trovando – per esempio – tracce di un altro progetto milanese da almeno 15 milioni di euro (cifra che fa impressione soprattutto se si pensa che l’ossatura in fibra ottica lì esiste già ed è pervasiva come in nessuna città europea). Tanto materiale per la mia mappetta delle città italiane che fanno cose in Rete, ma il punto è un altro.

Una quantità sorprendente di cervelli in tutta Italia sta studiando le stesse cose, pur declinandole secondo le mille peculiarità locali. Ma apparentemente non c’è il minimo scambio di idee fra loro, quand’anche dei singoli progetti esista effettivamente una qualche conoscenza al di fuori dei territori di pertinenza. Peggio: nei rari casi in cui vi sia reciproca dimestichezza, i referenti si guardano in cagnesco, rivendicando primati e quantità o contendendosi il WiFi come se lo avessero inventato loro stessi – come se non stessimo tutti quanti copiando da New York, Los Angeles, San Francisco, Montreal, Amsterdam, Seul eccetera. Chissà quanto tempo – e soldi – potremmo risparmiare condividendo le intuizioni, per esempio. Magari arrivando un po’ per volta a una serie di linee guida nazionali che prevengano le amministrazioni ultime arrivate dal fare daccapo tutti i ragionamenti (e gli errori) del caso, partendo da esperienze straniere che potrebbero essere datate e talvolta già fallite.

D’accordo: stiamo parlando di progetti di amministrazioni pubbliche e per di più in un campo atipico e magari assistito da blindatissime multinazionali dell’hardware e del software. Ma poiché sono le stesse amministrazioni a venderci poi la Rete come un nuovo modo di connetterci gli uni agli altri e collaborare, non sarebbe carino che proprio loro dessero il buon esempio dimostrandone le potenzialità? La Rete non unisce soltanto i municipi ai loro cittadini, ma anche le amministrazioni tra di loro, i cittadini di una città all’amministrazione di un’altra città e via dicendo. Possibile, per esempio, che nessuna amministrazione coinvolta in milionari progetti di copertura WiFi abbia sentito la necessità di dire la propria opinione sulla provocazione dei giorni scorsi di Alfonso Fuggetta? Possibile che non l’abbiano nemmeno tracciata? (Sì, è possibile, lo so; ma non è un buon segno.) Provocazione, aggiungo, che coi milioni di euro in gioco diventa a questo punto sempre più giustificata: stiamo investendo nella direzione giusta? E chi lo sa, nemmeno ci parliamo.

Proposte concrete: inventiamoci un luogo terzo in Rete che faccia da riferimento per le reti civiche e le esperienze di accesso pubblico a Internet. Un luogo di inventario, racconto, confronto e condivisione. Magari facilmente riconoscibile in ambienti dell’amministrazione pubblica – come Formez, ForumPA o Compa. O anche no, perché ho il timore che proprio gli schemi rigidi delle nomenclature amministrative remino contro il dialogo aperto e libero. L’obiettivo non è arrivare primi o fare a gara nei chilometri quadrati coperti, ma mettere in piedi un meccanismo che funzioni, porti valore e aiuti effettivamente a vivere meglio. Dimostrare che si può fare e ha senso, evitando errori che facciano perdere milioni di euro e anni di consapevolezza digitale a questa Italia già arrancante di suo. Non serve mica chissà che: basta una mappa di Google e qualche link, per cominciare. E la voglia di farlo, naturalmente.

settembre 27 2006

A Gaeta è stato interessante: si è parlato della città che non c’è, della città che ci potrebbe essere, della città che non c’è più, della città che c’è stata. Ognuno da un punto di vista diverso: la tecnologia, il turismo, l’architettura, l’ambiente, la filosofia. Poche soluzioni, ma molti stimoli. E la sensazione che per molti ancora Internet non sia una soluzione, nemmeno a livello locale, perché annulla le emozioni. Poche chiacchiere e poi tanto cibo, ospiti di persone appassionate che cercano di valorizzare storia e tradizioni enogastronomiche. Una bella esperienza per tutta la famiglia.

Ora si riparte per Milano. Un paio di giorni in giro per lavoro, e poi tanti incontri vecchi e nuovi al BzaarCamp prima di riacciuffare un po’ di normalità.

settembre 20 2006

Anche quest’anno nel weekend di Pordenonelegge.it sarò dall’altra parte d’Italia. Da domani a domenica sono a Gaeta (Latina), ospite di Gaetavola. Venerdì pomeriggio, nell’ambito della manifestazione gastronomico-culturare Le vie di Gaeta, parteciperò al convegno La città che non c’è (appuntamento alle 17 in piazza Montesecco). Occasione per conoscere nuovi luoghi e nuove persone, ma anche – forse e inaspettatamente – per riabbracciare un po’ di vecchi amici.

giugno 22 2006

(Pubblicato originariamente  su Apogeonline)

Che cosa resta della retorica dell’innovazione alla fine della tormentata primavera elettorale? Poco coraggio e molta dispersione di risorse, soprattutto. E se all’amministrazione pubblica applicassimo le stesse intuizioni che stanno alla base di Internet? Il territorio come rete, il cittadino che dialoga, il municipio come social network: un’ipotesi tra Simcity e Monopoli

Col referendum confermativo sulla riforma costituzionale, si chiude un lungo e a dir poco sofferto periodo elettorale. Qui, su Apogeonline, si era aperto con una riflessione di Andrea Granelli sulla retorica dell’innovazione, così presente e al tempo stesso così assente dai programmi elettorali dei partiti politici alla ricerca di un voto. Il bilancio, tre mesi e tante parole dopo, non è confortante. L’impressione, per farla semplice, è che la via all’innovazione suggerita nei programmi politici della collezione primavera-estate 2006 sia ancora saldamente ancorata alla retorica di inizio 2000: le autostrade dell’informazione, il divario digitale, i corsi di informatica per i cittadini. È chic e impegna poco, ma soprattutto non serve.

E dunque, visto che si avvia alla conclusione questa stitica stagione di realpolitik e si può ricominciare finalmente a progettare un mondo migliore, proviamo a tracciare uno stato dell’arte per il governo della complessità attraverso tecnologie nuove ma a misura d’uomo. Immaginiamo, per esempio, di essere il sindaco di un comune italiano di medie dimensioni che si pone il problema di come tradurre in pratica questa benedetta innovazione. Abbiamo due scelte a disposizione: possiamo inseguire faticosamente le buone pratiche altrui, disperdendo a pioggia un budget che per definizione è contenuto; oppure possiamo immaginare di prendere tutti i soldi a disposizione e investirli in un progetto complessivo in grado di anticipare (per una volta) l’innovazione e dare vita spontaneamente a buone pratiche. Visto che questo è l’equivalente di Simcity e i soldi sono come quelli del Monopoli, prendere la seconda strada richiede soltanto un po’ di immaginazione.

La prima considerazione è che abbiamo un bene scarso, la connettività, e un bene talmente abbondante da andare sprecato, l’informazione. Affrontare il primo ci mette nelle condizioni di dominare il secondo e mettere in circolo esperienze e competenze altrimenti disperse. Si tratta, in altre parole, di trasferire la complessità di un territorio in un ambiente in cui la gestione sia più agevole: per fare questo è necessario – ricorrendo a una locuzione che piace molto alle amministrazioni locali – fare rete. Questa volta però non è una metafora: si tratta proprio di posare un po’ di cavi, montare punti di accesso senza fili (e quel Naaw di cui si parlava in questo spazio nei giorni scorsi casca a fagiolo), distribuire l’accesso a Internet quanto più possibile e quanto più liberamente concede oggi la legge – considerandolo, come presto potrebbe essere davvero, un diritto insito nell’idea stessa di cittadinanza. Un investimento di questo tipo è costoso e non dà risultati immediati, ma è il volano imprescindibile.

Se la città è una rete sociale, dotare ciascun nodo di una connessione (dunque della cittadinanza digitale) significa proiettare su Internet una mappa della realtà locale, con tutti i vantaggi che si ottengono in fatto di velocità, bidirezionalità e uniformità di scambio delle informazioni. La città in Rete sarebbe un classico esempio di applicazione basata su rete sociale, un social network in cui una volta tanto lo scopo non sarebbe soltanto quello di incontrare amici (MySpace, Orkut, Friendster), pubblicare fotografie e video (Flickr, YouTube) o cercare lavoro (LinkedIn), ma di diventare protagonisti di un territorio e rappresentarne la complessità. Le reti sociali ci stanno educando all’idea di emergenza: partendo da regole semplici si ottengono schemi complessi che la semplice somma delle parti non avrebbe lasciato immaginare. Le formiche e il formicaio, i neuroni e il cervello, l’uomo e la civiltà: la dimensione collettiva è l’evoluzione del sistema. Più il sistema è efficiente ed esalta l’azione del singolo, più il sistema cresce: in questo senso, lo strumento Internet – con tutta la dotazione di pratiche con cui ottenere il miglior ordine possibile dal caos – fornisce l’opportunità di fare un salto epocale d’efficienza.

Metti progressivamente tutti i tuoi cittadini su un social network cittadino, lasciali esprimere, stimolali a costruire punti di presenza personali, promuovi la creazione di reti di identità e di comunità di interesse, invitali a spendere il loro capitale sociale nelle cause che stanno loro a cuore: avrai uno strumento inaudito di interpretazione del territorio. Tutto ciò richiede evidentemente una profonda rivisitazione dei ruoli: l’amministrazione, in una logica reticolare, non è più il centro ma uno dei nodi della rete senza ragno, un hub di hub, il primo tra i pari. Se la città è l’insieme di tante visioni del mondo quanti sono i suoi cittadini, chi la governa è il nodo deputato alla sintesi di questo flusso di comunicazione che prorompe dal basso. La rappresentanza non è più soltanto un voto quinquennale, ma l’interpretazione costante del racconto della realtà di ciascun nodo, corrisponda esso a un cittadino, a un’associazione, a un’istituzione o a una realtà produttiva. Chi interpreta meglio, governa meglio.

A cascata vengono tutte le sfide complesse che già ci si pone urgentemente, pur senza avere un supporto tecnologico adeguato: il superamento delle barriere d’accesso, le difficoltà di dialogo sociale, le opportunità imprenditoriali. Il circolo virtuoso nasce con l’infrastruttura di comunicazione e con le tecnologie per la condivisione sempre più diffuse, facili da usare ed economiche: gli strumenti più maturi di Internet stanno abilitando le persone a esserci, a partecipare, a organizzarsi spontaneamente tra di loro, a contribuire con le proprie idee, a supportarsi a vicenda in caso di bisogno. Un patrimonio di conoscenza (più o meno locale) distribuita e facilmente accessibile – in grado di dare risposte al giovane e all’anziano, all’imprenditore e al disoccupato, all’immigrato extracomunitario e al turista, all’associazione e all’istituzione – è un motore formidabile per la crescita di un territorio. Se dai alle persone un motivo per esserci, e non solo generiche istruzioni per accendere un aggeggio e lanciare programmi, è molto probabile che ci saranno.

Fantascienza? Sì, se si dovesse immaginare un progetto del genere imposto dall’alto, da un giorno all’altro. Tuttavia i fronti più evoluti di Internet ci parlano di un pubblico sempre più attivo, che non ragiona più come massa ma è informato e soddisfa facilmente bisogni individuali che in precedenza dipendevano da catene di mediazioni di tipo culturale, politico, informativo o economico. Non chiede più di essere ascoltato, lo pretende. Dove non trova orecchie disponibili, si organizza da sé aggregando spontaneamente competenze per risolvere esigenze nuove in modo nuovo. La scelta, già oggi, è tra il presidio sempre più costoso e conflittuale degli accentramenti di potere e l’accoglienza progressiva di quest’onda lunga, che promette di ridefinire la società almeno quanto a suo tempo fece la scrittura. Le prime scelte, a cominciare da quella di mettersi in ascolto, devono essere fatte già oggi. L’alternativa è la solita: accumulare ritardo e perdere competitività.

gennaio 24 2005

Oggi, invece, si gioca a SimCity a casa di Antonio ed Enrico.