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Tag: politica

marzo 7 2014

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Davide Coral mi ha intervistato su La Città, un periodico di attualità di Pordenone, sul rapporto tra città e rete.

febbraio 26 2014

Sono a Strasburgo, dove il gruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo ha radunato una ventina di $blogger da tutto il continente per una serie di incontri informali sui temi della rete e della politica europea. Dall’Italia siamo arrivati Antonella e io. È un esperimento per il PPE, ma a quanto dicono è anche la prima volta che da dentro il Parlamento europeo si cerca di costruire una relazione diretta con persone che fanno cose in rete.

Qualche spunto, man mano.


Martedì 25 febbraio

  • Tre aeroporti in sei ore: Venezia, Lione, Strasburgo. Due di questi mettono a disposizione dei passeggeri un accesso wifi gratuito e semplice da utilizzare. Lascio indovinare quali.
  • L’appuntamento è nel tardo pomeriggio in un albergo della periferia sud di Strasburgo. Pur essendo una delle due sedi del Parlamento europeo, la città non è collegata granché bene. Da Venezia ci si arriva con uno scalo, su linea low cost e in una comoda mezza giornata. Ma c’è chi è partito il giorno prima, chi ha fatto più veloce prendendo il treno e chi è sceso dall’aereo a Francoforte e poi ha preso la corriera.
  • Il gruppo è eterogeneo per esperienze, specializzazioni, professioni e familiarità con la politica continentale. Non abbiamo quasi nulla in comune, ma la cittadinanza europea è un potente generatore di contesto: accoglie e favorisce il confronto. Il passaggio da cittadino italiano a cittadino europeo che vive in Italia è sorprendentemente rapido.
  • Viviamo narrazioni insoddisfacenti e costruite su luoghi comuni, stereotipi e notizie frammentarie. Nessun paese è perfetto, tutti idealizziamo le realtà altrui. Parli con un olandese o con uno svedese e gli senti fare discorsi non così diversi da quelli che facciamo in Italia. Certo, se scavi un po’ più a fondo emerge tutta la maggiore concretezza di quelle nazioni nello scendere a patti con le sfide della contemporaneità, ma nessuno ti racconta il paradiso. Per il depresso cittadino italiano è un piccolo incoraggiamento.
  • Rifletto sull’assenza di spazi di costruzione di una narrazione continentale, comune, condivisa. Non ci unisce un solo giornale, sito, fonte, blog di riferimento. Mettiamo insieme frammenti di un racconto frammentatissimo. Le nostre categoria di lettura della cittadinanza europea sono ancora prepotentemente nazionali. La narrazione europea procede per estremi: caterve di documenti per addetti ai lavori oppure la miopia della propaganda locale. Da questo punto di vista internet e i social media sono un’opportunità straordinaria, mi pare di capire ancora poco sfruttati (da noi cittadini, prima ancora che dai funzionari).


Mercoledì 26 febbraio

  • Sono stato nell’emiciclo del Parlamento europeo a Strasburgo, qualche anno dopo essere entrato in quello di Bruxelles. Non sono mai entrato invece a Montecitorio o a Palazzo Madama. Qualcosa vorrà dire, anche se non so ancora bene cosa.
  • Benché probabilmente ancora giustificato da equilibri storici e politici, continua a sembrarmi un enorme spreco di spazio e di risorse la duplicazione delle sedi del Parlamento in due città diverse.
  • Per dire: stamattina a Strasburgo è stato approvato in prima lettura un importante pacchetto di liberalizzazioni in campo ferroviario accompagnato da vivaci polemiche nei giorni scorsi. Curioso, non ne trovo traccia nelle home page italiane.
  • Il fallimento del giornalismo riguardo ai temi europei non è una prerogativa italiana, pare. È un riferimento che in questi giorni ho sentito fare a diversi parlamentari di diverse provenienze. «Dicono che è complicato e per questo non ne parlano», sintetizzava stamattina uno dei vicepresidenti del Partito Popolare che si è intrattenuto con noi.
  • Noi italiani naturalmente aggiungiamo complessità alla complessità, grazie alle ripercussioni del frammentato e dinamico arco parlamentare italiano. Nella delegazione italiana del Partito Popolare Europeo, per esempio, convivono quattro anime (Forza Italia, Ncd, Fratelli d’Italia e Udc) che non solo non trovano sintesi nel contesto continentale, ma al contrario costringono ad assetti variabili in funzione delle liti contingenti. Come disperdere influenza ed efficacia.
  • Nella mia leggerezza davo tutto sommato per scontata, anche soltanto nel lunghissimo periodo, una naturale convergenza dei governi nazionali verso «una più perfetta unione». Gli Stati Uniti d’Europa, insomma. Al contrario, mi rendo conto che il dibattito tra Europa come soggetto unico ed Europa delle nazioni e dei trattati è ancora vivacissimo e molto lontano dall’essere superato. Anche all’interno degli stessi partiti. Sarà forse che per noi italiani è più semplice pensare di rinunciare alla vetusta e inadeguata classe dirigente.
  • «Serve una pazienza geologica» (Alain Lamassoure)
  • Nel pomeriggio siamo stati protagonisti di un curioso “speed-dating” tra $blogger e Meps. Sono sempre più sensibile alla condivisione delle storie individuali/locali come veicolo di innovazione sociale e culturale, è stato un momento sorprendentemente stimolante.
  • Possono i social media contribuire alla comprensione del funzionamento delle istituzioni europee e delle opportunità collegate, ho chiesto a diversi membri del Parlamento. Certo, mi spiegava la settantacinquenne Cristina Gutiérrez-Cortinez, facendomi vedere le foto dei risultati delle votazioni di stamattina subito rilanciate in rete; ma questo è un ambiente molto gerarchico, che deve appena essere investito dalle logiche operative della rete. (Mio link mentale all’intervento di Jon Worth su questi temi a State of the Net 2013).
  • Le competenze sono la chiave, mi spiega Giovanni La Via, attivo eurodeputato siciliano della delegazione Ncd, entrato in Parlamento dopo aver lavorato diversi anni come consulente. Ci vuole tempo per entrare nelle logiche, bisogna essere esperti delle materie per poter incidere. In Germania il listino elettorale garantisce i più preparati. In Italia dominano altre logiche, da cui le celebri assenze di leader distratti da beghe romane e i lunghi apprendistati che disperdono energie e tempo.
  • La legislatura è agli sgoccioli, a maggio si vota. Il timore che la prossima legislatura sia dominata dai crescenti populismi nazionali, allungando il percorso dell’Unione europea verso l’efficienza, si respira nell’aria.
  • Mi portavo dall’Italia la sensazione che rispetto all’Europa stessimo sprecando un’occasione. Come se ne avessimo tante. Esco da questa giornata convinto che lo spreco sia di dimensioni epocali, benché forse più equamente distribuito di quanto mi aspettassi.
  • Un’interessante iniziativa a sostegno dei digital rights in vista delle elezioni di maggio, segnalata da Antonella: WePromise.eu
marzo 22 2013

Io, cittadino italiano, ridestato dall’assopimento delle deleghe necessarie e delle mediazioni imprescindibili, pungolato da un reticolo di stimoli ipertestuali sempre a portata di dita, riprendo possesso del ruolo che mi spetta nella società. Torno a essere l’azionista di minoranza delle decisioni comuni che avrei sempre dovuto essere, scusandomi con i miei concittadini per l’assenza prolungata. Non addurrò a scusa il fatto che nel frattempo nessuno me l’abbia ricordato o l’abbia preteso: ho letto fin da bambino la Costituzione, sapevo bene quali fossero i miei diritti e quali i miei doveri.

Poiché ero assopito, prima di prendere posizione o giudicare le posizioni degli altri mi concedo il tempo di ricostruire e di decodificare. Mi impegno a identificare gli interlocutori e a fare domande. Mi aspetto collaborazione: se faccio le domande sbagliate mi piacerebbe essere corretto, non umiliato o ignorato. Comprendo che non tutte le domande hanno una sola risposta e che a ogni risposta corrispondono contesti complessi, tenuti insieme da legami di coerenza spesso faticosi da riconoscere. Inseguo un metodo che permetta a me e ai miei concittadini di condividere gli sforzi in modo efficace, pur garantendo a ciascuno le opinioni frutto degli sguardi e delle storie personali.

Mi considero nodo attivo in una rete aperta, dedita all’esplorazione della conoscenza e alla sintesi civica: poiché le mie scelte influenzano altri nodi, mi impegno a esercitare in modo responsabile le mie prerogative di discernimento. Evito di mettere la mia faccia e il mio nome accanto a cause e a tesi rispetto alle quali non abbia referenze certe o non sia in grado di risalire a fonti affidabili. Sono cosciente che l’attenzione collettiva è una risorsa scarsa, dunque investo le occasioni di ascolto che i miei pari mi concedono su azioni in positivo, tese a valorizzare contenuti utili o interessanti, più che in negativo, accontentandomi di moltiplicare il biasimo attorno a ciò che non condivido o reputo sbagliato.

Diffido delle verità ottenute in modo troppo semplice e dalle tesi che fanno leva sulle emozioni, dunque dubito di chiunque si rivolga a me con tono paternalistico o giudizi definitivi. Sono consapevole che la mia ignoranza e la mia superficialità fanno gola a chi costruisce consenso manipolando il prossimo, per questo sento il dovere sociale di ridurle al minimo. Chiedo alle istituzioni di farsi garanti di questo percorso, facilitando l’accesso alle informazioni rilevanti e custodendo memoria storica condivisa. Metto a disposizione le mie competenze e le mie specializzazioni, convito che, se ognuno facesse lo stesso nel proprio campo, tutti insieme potremmo fare un balzo di consapevolezza nell’affrontare la complessità.

Artefice del mio destino, riconosco i miei leader naturali in coloro che dimostrano di saper mettere a sistema questi processi, attingendo in modo efficiente alle energie di tutti e operando sintesi rapide, adeguate alla velocità delle sollecitazioni che interessano la società. A loro assicuro attenzione e collaborazione, non più deleghe assopite.

marzo 8 2013

Gran parte delle esperienze personali e professionali degli ultimi due anni mi hanno portato a ragionare sulla partecipazione civica. Non me la sono cercata, sta di fatto che gli ultimi approfondimenti in campo tecnologico, giornalistico e politico mi han portato tutti lì. La chiamiamo dimensione iperlocale o giornalismo di comunità, a seconda dei casi, ma ha sempre a che fare con l’evoluzione della società dalle gerarchie al peer to peer e con il declino dei tradizionali sistemi di mediazione. C’è ancora molto da fare, soprattutto in quanto a consapevolezza e alfabetizzazione rispetto alle grammatiche e alle sensibilità promosse dalla rete, ma ci sono momenti in cui lo strappo è più sensibile. E questa peculiare congiuntura italiana, dopo anni di battaglie di retroguardia vinte ai punti dalle ottuse classi dirigenti che ci siamo dati, è nel bene e nel male uno di questi momenti (do qui per acquisite le riflessioni sull’utopia digi-egualitaria di Mario Tedeschini Lalli).

Insomma, abbiamo finalmente una simil massa critica di cittadini che usano strumenti di espressione pubblica, che condividono idee e competenze, che si aggregano intorno a specializzazioni e interessi, che si coordinano in modo fluido per fare insieme e co-creare la realtà in cui vivono. L’immaginavamo, l’aspettavamo. Ora ci siamo. Più o meno. Quello che personalmente ho sottostimato finora è quanto ci saremmo arrivati malconci, da un punto di vista dei processi democratici e partecipativi. Ma guardandola in positivo – perché nonostante tutto è un meraviglioso momento storico, di quelli in cui hai la possibilità di contribuire a dare forma al mondo con i tuoi gesti e con le tue idee – sento urgente l’esigenza di riflettere e di inventare strumenti in grado di mettere a fuoco:

  • un metodo. Non possiamo contare su regole vincolanti imposte dall’alto, dobbiamo agire necessariamente sulle buone pratiche che emergono dal basso. Non c’è più l’arbitro che fischia il rigore, la comunità deve lavorare in modo condiviso sui premi e sulle sanzioni che, agendo sulla reputazione dei singoli nodi, favoriscano il rispetto di alcuni principi condivisi. Principi come l’accuratezza, l’imparzialità, l’indipendenza, la legalità, per ispirarsi al lavoro di ricerca sui media civici di Fondazione Ahref. Principi che vengono poi declinati in una serie di indicazioni sul trattamento delle fonti. Principi che da dodici anni stanno, per esempio, alla base del lavoro editoriale di Wikipedia. Comunque sia, sta a noi: se vogliamo che l’ecosistema civico migliori ed evolva, dobbiamo, ciascuno nel nostro piccolo, dare il buon esempio, contribuire alla diffusione di culture e competenze digitali, agire in modo rigoroso sia nella pubblicazione di contenuti sia nella selezione, aggregazione e valorizzazione dei contenuti altrui.
  • sistemi di gestione della conoscenza. Non esistono, al momento, strumenti efficienti di gestione e di sistematizzazione della conoscenza di una comunità. In tempi di abbondanza di informazione e flussi di notizie iperveloci, la conoscenza collettiva è una risorsa ancora scarsa, incompleta e affidata quasi esclusivamente agli albi pretori, alle emeroteche e alle biblioteche. Basti pensare a come, al termine di ogni mandato amministrativo, viene sostanzialmente azzerata la conoscenza delle questioni correnti, che non sedimentano se non nel distillato assai minoritario e burocratico degli atti formali. Nei settori operativi di un’amministrazione si finisce molto spesso per rivolgersi al funzionario più anziano, quando si ha la necessità di ricostruire questioni complesse e di lunga durata: se questi va in pensione, si genera un buco di memoria storica e di pensieri lunghi. Anche in campo giornalistico sono sempre meno i professionisti che mantengono archivi personali su situazioni e personaggi, che comunque non vengono mai condivisi in pubblico se non sotto forma di articoli e libri, coi limiti di cui sopra. Tutto ciò che non è ancora storia e non è più notizia di attualità viene sottoposto il più delle volte a trattazioni deficitarie, incomplete e improvvisate, quando non malevolmente condizionate da interessi particolari. Il dibattito civico, mentre viene progressivamente trasferito in rete, ne risente e si impoverisce, viene agevolmente manipolato. Di qui la necessità di dare forma a depositi di conoscenza condivisa, wiki di rilevanza (iper)locale, sistemi di contestualizzazione delle notizie che lavorino sulle mille possibili relazioni tra le notizie del giorno e le vicende del passato. Sarebbe, questo, terreno di evidente vocazione giornalistica o editoriale, ma in loro mancanza sospetto che il ruolo propositivo potrebbe essere assunto almeno in una prima fase dalle amministrazioni pubbliche, a garanzia di un approccio neutrale e super partes.
  • infine, sistemi di validazione delle informazioni. Una volta ottenuti con metodo condiviso i contenitori di sapere condiviso, abbiamo per le mani uno straordinario strumento di validazione al servizio della comunità, che permette di depurare sul nascere dibattiti pubblici viziati da informazioni sbagliate, ricostruzioni incomplete e incoerenze di fondo. Non è un interesse puramente accademico: è un supporto fondamentale a disposizione dei filtri collaborativi e spontanei dei cittadini, è un sistema di biasimo condiviso che svergogna chi non misura le parole e si spinge in terreni che non ha praticato a sufficienza. Se i servizi di fact checking oggi sono interessanti, dal mio punto di vista lo sono in quanto palestra di validazione collaborativa molto prima che per le qualità di occasionali start up giornalistiche come Politifact o Pagella politica. Ma, di nuovo, non è l’azione di controllare le dichiarazioni altrui che innesca l’evoluzione: è il ragionare e il costruire i propri argomenti, soprattutto dentro l’ipertesto del web,  in una modalità già pensata per fornire all’interlocutore gli appigli per approfondire, controllare, smontare le tesi fino ad arrivare alla loro essenza.

Una cosa soprattutto mi è chiara, dopo questi mesi di esperimenti e ragionamenti sulle dinamiche iperlocali. Ed è che non ne verremo mai a capo se continueremo a fare i giornali come li stiamo facendo, ad amministrare le istituzioni come le stiamo amministrando e, soprattutto, se continueremo a essere cittadini come lo siamo oggi. L’inerzia delle funzioni delegate non basta più. Il web ha aggiunto la terza dimensione alle nostre proiezioni sociali. È giunto il momento di rinegoziare le deleghe, di superare le mediazioni, di assumersi nuove responsabilità, non per stravolgere ciò che è stato, ma per riempire da capo di senso gli spazi di convivenza civica. Il mondo cambia soltanto se ci rimettiamo in gioco noi, tutti noi, uno per uno, peer to peer.

ottobre 9 2011
  • La prefazione al libro su LinkedIn di Antonella Napolitano, in uscita per Apogeo.
  • Una chiacchierata sulla “parte abitata della rete” con Massimo Mantellini per il suo Eraclito.
novembre 27 2010

Ma io mi ostino a pensare che questa protesta, geniale e coinvolgente, degli studenti che si prendono i luoghi simbolo d’Italia non sia tanto contro questa riforma e contro questo governo. Quelli sono il pretesto, la notizia buona per i titoli del tg. La scintilla che innesca. Mi piace invece pensare che stiano protestando per lo sfascio, per l’arroganza, per il cinismo, per la miopia che gli ultimi venti o trent’anni di storia italiana, con governi di ogni colore, hanno riservato loro. Per lo stato in cui è ridotto l’intero sistema della formazione nazionale, per la precarietà degli edifici, per la prostrazione degli insegnanti, per la tristezza delle ultime riserve di potere, per il tedio dell’ennesima riforma che sai già destinata a impoverire ancora. Per lo spettacolo disonorevole di questi anni. Mi piace pensare che questi esuberanti giovanotti abbiano trovato il coraggio, la motivazione e l’intuizione per fare quello che noi ex-studenti sfuggiti per un soffio al collasso, noi genitori che portiamo a scuola la carta igienica per i nostri figli, noi adulti tramortiti al pensiero dell’eroismo quotidiano che ci sarebbe richiesto, non siamo stati capaci di fare: ritrovare dignità, alzare la voce, riprenderci – almeno simbolicamente – ciò che ci spetta. Per questo trovo quei monumenti occupati un’immagine potente come non se ne vedevano da anni. Per questo auguro a tutti noi che non si stanchino o non siano distratti troppo presto. E per questo, come altri in queste ore, penso che su quei monumenti dovremmo esserci anche noi.

novembre 5 2010

Quello che penso di quella che per molti, me compreso, è la notizia del giorno (appunti disordinati per chiarirmi le idee):

  • il fatto che il governo abbia deciso di lasciar finalmente scadere la legge Pisanu (quel che ne resta) è, a prescindere, un bene;
  • non è avvenuto per improvvisa illuminazione di chi fino a ieri ha ostinatamente rifiutato ogni dialogo in proposito, è un banale gioco di contingenze politiche e convergenze di schieramenti, internet paradossalmente c’entra poco o nulla;
  • non è, di conseguenza, sintomo di un’inversione di tendenza nella considerazione di una classe dirigente profondamente impermeabile a tutto ciò che non ha origine nelle dinamiche di massa e nella loro conservazione;
  • dunque non servirà a molto, sarà soltanto un gagliardetto di cui qualcuno, durante la prossima campagna elettorale, a centrodestra così come a centrosinistra, si farà vanto cercando voti in determinati segmenti della società;
  • anche perché l’articolo 7 della legge Pisanu (ovvero l’oggetto della decisione di oggi) non è che la punta di un iceberg fatto di vincoli e norme riguardanti internet in Italia: si potrà accedere più facilmente agli hotspot pubblici, ma non sarà la libertà totale che qualcuno immagina;
  • il valore di questa decisione è soprattutto simbolico: la legge Pisanu era diventata il pretesto per una battaglia culturale molto più ampia, una battaglia è ancora in corso e che nonostante una giornata di gloria non promette benissimo;
  • parentesi: spero che di questa finestra tardiva e ormai quasi inaspettata approfittino soprattutto le reti civiche convinte che l’accesso a internet sia elemento costituzionale della cittadinanza dei prossimi decenni;
  • oggi non abbiamo fatto un passo avanti, siamo semplicemente tornati su una linea di partenza da cui avevamo scelto consapevolmente di retrocedere; gli altri sono già tutti più avanti.

Le puntate precedenti: il mio appello del 2009 su Apogeonline, le prime reazioni, la Carta dei Cento per il libero WiFi, spunta la proposta Cassinelli, dubbi sugli effetti della Pisanu sul WiFi, l’epilogo 2009, il mio cinismo brontolone nel 2010.

Altri pareri interessanti (link man mano che leggo): Zambardino sui timori del procuratore antimafia Grasso e soprattutto sul un passaggio regolamentare ancora molto nebuloso, Scorza fa il punto sulla confusione intorno all’annuncio, Gilioli è prudente e non del tutto soddisfatto,  Jannis stigmatizza il tono di Maroni e fa una domanda precisa, Mantellini dice che è una presa in giro (e ha ragione), Longo dice che non è del tutto una presa in giro.

novembre 4 2010

Segnalo – e mi riconosco in ispirazione e sensibilità – due iniziative attigue, entrambe animate da amici e compagni di viaggio di lungo corso. La prima è SpaghettiOpenData, un luogo di aggregazione di pensiero, di strumenti e di esperienze legate all’idea che i dati pubblici debbano essere rilasciati in formati aperti e facilmente accessibili.  Si tratta, peraltro, di un tema fondamentale anche per il giornalismo digitale che verrà (e che altrove nel mondo spesso già è ). La seconda iniziativa è la nascita dell’Associazione italiana per l’Open Government, che si presenta in questi giorni con un manifesto sull’open government ancora in beta, che mi permetto di rilanciare anche qu:

1 – Governare con le persone
La partecipazione attiva è un diritto e un dovere di ogni cittadino. L’Open Government si propone di creare le condizioni organizzative, culturali e politiche affinché questo venga esercitato con pari opportunità per tutti.

2- Governare con la rete
La Pubblica Amministrazione deve far riferimento a un nuovo modello organizzativo che abbandoni la logica burocratica verticale di gestione dei servizi pubblici a favore di una logica orizzontale, in grado di coinvolgere i diversi attori pubblici, privati e del non profit, nel raggiungimento di un obiettivo comune. Tale obiettivo può essere perseguito attraverso un efficace uso della Rete.

3 – Creare un nuovo modello di trasparenza
L’Amministrazione deve agire in modo da garantire sempre la più completa trasparenza dell’attività di governo e la pubblicità di tutto ciò che è relativo al settore pubblico. Fornire ai cittadini tutte le informazioni sull’operato dell’Amministrazione è indispensabile per realizzare un controllo diffuso sulle attività di governo e sulla gestione della cosa pubblica.

4 – Trattare l’informazione come infrastruttura
I dati delle Pubbliche Amministrazioni devono essere accessibili a tutti sul Web in formato aperto, gratuitamente ove possibile, e – in ogni caso – con licenze idonee a consentire la più ampia e libera utilizzazione. La disponibilità di dati aperti è, di fatto, l’infrastruttura digitale sulla quale sviluppare l’economia immateriale. Le Pubbliche Amministrazioni, liberando i dati che gestiscono per conto di cittadini e imprese, possono favorire lo sviluppo di soluzioni da parte di soggetti terzi e contribuire in modo strategico, allo sviluppo economico dei territori dalle stesse amministrati.

5 – Liberare i dati pubblici per lo sviluppo economico del terzo millennio
Le Pubbliche Amministrazioni devono concentrarsi sulla produzione, classificazione e pubblicazione di dati e informazioni grezzi e disaggregati, lasciando, salvo eccezioni espressamente previste dalla legge, all’iniziativa privata lo sviluppo di applicazioni ed interfacce per la loro rielaborazione, consultazione e fruizione. Un orientamento della Pubblica Amministrazione verso l’Open Data offre nuove opportunità a chi investe nella Rete, incentivando la crescita di nuovi distretti dell’economia immateriale che rappresenterebbero un nuovo modello di produzione da affiancare a quello tradizionale oggi in crisi e, troppo spesso, sostenuto dagli aiuti di stato.

6 – Informare, coinvolgere, partecipare per valorizzare l’intelligenza collettiva
La rete moltiplica il potenziale delle intelligenze coinvolte e aumenta l’efficacia dell’azione amministrativa. Le dinamiche organizzative ed i procedimenti della Pubblica Amministrazione vanno ripensati per  migliorare la qualità dei processi di informazione,  facilitare il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i cittadini, diffondere la cultura dell’Open Governement anche attraverso i social media e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

7 – Educare alla partecipazione
Lo  Pubblica Amministrazione promuove la partecipazione di tutti i cittadini alla gestione  della cosa pubblica anche attraverso il ricorso alle tecnologie dell’informazione, eliminando ogni discriminazione culturale, sociale, economica, infrastrutturale o geografica ed educando alla partecipazione come diritto e dovere civico di ogni cittadino.

8 – Promuovere l’accesso alla Rete
La tecnologia, ed in particolare internet e gli strumenti di accesso alla Rete, sono elementi abilitanti ai processi di partecipazione. Per questo motivo è dovere dello Stato consentire a tutti i cittadini di accedervi e promuoverne la cultura d’uso.

9 – Costruire la fiducia e aumentare la credibilità della PA
La conoscenza e la partecipazione ai processi decisionali sono strumenti di costruzione della fiducia in un rapporto tra pari che coinvolge Amministrazione e Cittadini rendendo inutili gli attuali livelli di mediazione. L’appartenenza agli stessi ecosistemi (digitali e non), la pratica delle stesse dinamiche sociali e servizi efficaci costruiti intorno al cittadino e alle sue esigenze aiutano ad accrescere la fiducia, la credibilità dell’Amministrazione e la condivisione degli obiettivi.

10 – Promuovere l’innovazione permanente nella pubblica amministrazione
La costruzione di servizi deve essere sempre realizzata in modalità condivisa e sviluppata, pensando l’utente al centro del sistema e mantenendo aperta la possibilità di far evolvere i sistemi. Una innovazione permanente per garantire una revisione continua, nelle forme di utilizzo, negli adeguamenti tecnici, funzionali ed organizzativi sempre in linea con l’evoluzione dei paradigmi della Rete.

ottobre 23 2010

La guerra giusta, le bombe intelligenti e tutte le altre menzogne retoriche. Quando, sul ciglio della disgraziata guerra in Iraq, qualcuno alzava la voce per ricordare che nei conflitti contemporanei il 90% delle vittime sono civili, veniva messo a tacere e sbeffeggiato dagli zelanti portavoce della coalizione dei volonterosi. Oggi sappiamo che erano questi ultimi ad avere ragione: in effetti le vittime civili in Iraq non sono il 90%, sono soltanto il 60%. Saranno soddisfatti.

ottobre 20 2010

Torno da un fine settimana passato a Firenze ad ascoltare  tre giorni di convegno sul berlusconismo (disclosure: da alcuni mesi collaboro alle attività online di Libertà e Giustizia, associazione che organizzava l’evento insieme alla rivista Passato e Presente). Posto l’alto livello generale di tutte le relazioni, questa occasione mi ha permesso di mettere meglio a fuoco due distinti atteggiamenti di resistenza democratica rispetto allo strapotere berlusconiano degli ultimi 15 anni. Ci sono quelli che denunciano il sistema/regime, sebbene con documentazione ed eleganza non comuni, e ci sono quelli che scendono in profondità nelle pieghe della società e nella storia italiana, cercando verità talvolta meno appariscenti e meno comode. Così alla severa e appassionata requisitoria civile di Ezio Mauro («Tratto comune del potere berlusconiano è, non lo so dire in altro modo, l’abuso di potere» – video), alla disarmante ricostruzione di Marco Travaglio («Il berlusconismo non è un’ideologia, è un work in progress. È la disperata rincorsa di un uomo solo inseguito dal suo passato, un passato che a volte rischia di raggiungerlo» – video), alla denuncia dello strapotere televisivo e mediatico del presidente del Consiglio a cui ha dato voce Norma Rangeri («Dov’è l’antitrust in questo paese? Che cosa controllano le autorità di garanzia?» – video), io ho finito per preferire di gran lunga le relazioni che sono andate a cercare la polvere sotto il tappeto o meglio ancora quelle che hanno cercato di allargare il quadro oltre i margini consueti. Ne cito quattro, ma sul sito di Libertà e Giustizia si possono già leggere buona parte degli interventi e consultare i video.

La prima è la chiave di lettura sui cambiamenti strutturali del ceto medio proposta da Paul Ginsborg (testo, video). Ginsborg coglie due anime nel ceto medio, una più riflessiva, popolata prevalentemente da lavoratori dipendenti, che guarda con occhio critico allo sviluppo della modernità e si attiva nel sociale; la seconda più concorrenziale, fortemente orientata al mercato e sospinto dalla prorompente crescita del lavoro autonomo di seconda generazione.  Tra queste due anime si è progressivamente acuita una distanza dovuta a fattori demografici, alla crescita del livello di istruzione e al progressivo declino del lavoro dipendente. Non sono trasformazioni sociali e culturali imputabili al berlusconismo, ma al contrario sono state cavalcate dal berlusconismo, che sfruttando l’influenza mediatica e il degrado democratico degli anni ’80 ha enfatizzato alcuni valori e stili di vita, trascurandone o denigrandone altri. Berlusconi ha appoggiato esplicitamente i ceti medi concorrenziali a spese dei riflessivi, riservando nei confronti di questi ultimi schiaffi morali e materiali. «L’eredità più dannosa di Berlusconi», sostiene Ginsborg, «è il contributo che egli ha dato alla divisione dei ceti medi, aumentandone l’incomunicabilità e spaccando sostanzialmente l’Italia in due». Interessante, a questo proposito, anche la ricostruzione di Giampasquale Santomassimo (testo, video) sull’eredità degli anni ’80 nel nostro Paese, premessa fondamentale a tutto ciò che in campo politico, sociale e culturale è venuto dopo.

La seconda relazione che segnalo è quella di Alberto Vannucci (testo, video) sulla corruzione come potere invisibile. Vannucci parla di una tassa occulta da 50/60 milioni di euro all’anno soltanto in costi misurabili, perché di questo iceberg conosciamo a malapena il decimo emerso e non siamo in grado di stimare i costi politici e sociali complessivi. In poco più di mezzora Vannucci ha tracciato un quadro agghiacciante del fenomeno, che – alla luce di tutti gli indicatori disponibili – non soltanto non è stato debellato con Tangentopoli, ma al contrario è endemico e connaturato al sistema politico come mai in passato. L’extra profitto (e dunque l’extra costo) delle opere pubbliche raggiungerebbe ormai il 40/50%, di cui soltanto una parte contenuta (6/8%) andrebbe ai politici. Eppure la corruzione non è più una notizia, al punto che viene sempre più spesso sdoganata sulle pagine dei giornali da corrotti e corruttori: la sovraesposizione ha creato assuefazione. Che cosa c’entra Berlusconi? Secondo Vannucci la sua storia politica è strettamente intrecciata con la storia della corruzione italiana ed è lui il massimo beneficiario dell’evoluzione di questo specifico scenario italiano. Vannucci ha portato a Firenze alcuni grafici oltremodo interessanti, di cui finora ho trovato soltanto immagini poco nitide. Una, per esempio, rappresentava l’andamento delle denunce per corruzione e concussione tra il 1984 e il 2004 e presentava picchi interessanti e tutti da studiare in corrispondenza di cicli politici ben determinati (indovinate quali?). Un argomento che è essenziale riprendere in mano a mente fretta e al di là di ogni emotività e discorso di parte per capire meglio la politica italiana, ma più in generale l’Italia di questi decenni.

Ma se c’è stato un momento in cui la bolla di sapone delle politiche berlusconiane sono sembrate scoppiare nel nulla, questo è stato durante l’intervento di Marco Revelli (video), il quale analizzando il rapporto tra politica e povertà ha smantellato i principali presupposti retorici dalla propaganda governativa. «La povertà è il termine opposto all’immaginario berlusconiano, la parola scandalo che non può mai essere pronunciata», ha esordito Revelli. Poi, cifre alla mano, ha dimostrato da ogni punto di vista come l’Italia sia una nazione significativamente più povera che in passato, più povera di buona parte dei vicini continentali e sulla buona strada per impoverirsi ulteriormente. La nazione paladina dei valori della famiglia è per paradosso anche la nazione dove un terzo delle famiglie numerose vive nella povertà assoluta e dove un terzo delle famiglie (che diventa il 15% tra le famiglie operaie e il 30% delle famiglie residenti al Sud) sono in condizioni di povertà relativa. Per non parlare del lavoro, altro passpartout retorico, che rivela tutta la sua fragilità di fronte al crollo della media dei salari (-13% sulla media europea) e alla mancanza di un reddito minimo garantito. Chi ci ha guadagnato di più (o perso meno, in base ai punti di vista) sono le imprese, verso le quali sono transitati 8 punti di Pil ceduti dai lavoratori. Ciononostante le imprese italiane sono le ultime in Europa per investimenti in ricerca. Anche Revelli conclude, come per certi versi già Ginsborg in precedenza, che «il berlusconismo è figlio, non causa, di questo capitalismo straccione». E che è l’urgenza più pressante è «ripristinare l’uguaglianza tra i cittadini», oggi platealmente perduta. Da rivedere e studiare.

Ultima citazione per il divertente intervento di Gustavo Zagrebelsky (testo, video), costituzionalista e presidente emerito della Corte Cosituzionale, che ha tenuto banco per almeno un’ora e mezza, nell’entusiasmo generale, con il suo rigoroso esercizio di decostruzione della retorica e del linguaggio berlusconiano. «La lingua poeta e pensa per noi, pensiamo di usare il linguaggio, in realtà la lingua ci domina inconsapevolmente», dice Zagrebelsky. «Ci sono regimi che hanno inventato parole nuove, questa invece è una lingua terra terra, che usa parole consuete con significati nuovi oppure ricorre a parole tratte da altri contesti». Da qui parte un percorso per concetti, ciascuno sezionato fino a denunciarne le forzature, le contraddizioni, i limiti, le corruzioni: scendere in campo, contratto, amore, assolutamente, fare, lavorare, decidere, politicamente corretto. Rivelando tempi comici strepitosi, Zagrebelsky ha regalato una lezione che andrebbe mostrata in tutte le scuole non tanto (o non soltanto) come dispensa di analisi critica sul potere, salutare a prescindere dalle posizioni politiche di ciascuno, ma soprattutto come esercizio di pulizia di pensiero e di espressione.

Ho registrato, durante i tre giorni fiorentini, la voglia diffusa di uscire dalla fiction politica dominante, per tornare a cercare un briciolo di realtà e di verità su noi stessi. Senza sconti al berlusconismo, che evidentemente  in questa occasione è stato l’imputato ricorrente dei peggiori mali italiani, ma nemmeno alla sinistra e alla società civile, che troppo spesso hanno abdicato al proprio ruolo ripiegando verso un’opposizione superficiale, talvolta isterica e occasionalmente complice. C’è un vuoto da colmare, come ha detto nella sua sintesi Sandra Bonsanti (video), presidente di Libertà e Giustizia. Un vuoto che ognuno dovrebbe contribuire a riempire, riscoprendosi parte di un ecosistema dentro al quale ci si salva tutti insieme o si affonda tutti insieme.

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