Cinquant’anni fa significa che quella sera non avevo ancora compiuto quattro anni. Vivevamo all’ottavo piano di un grattacielo alto quattordici. Dormivo da una buona mezz’ora, com’era normale allora. Un minuto di scosse violente alle nove della sera non riuscì a svegliarmi né, a quanto pare, a lasciare traccia nella memoria.
Ricordo poche istantanee, dopo. Papà che mi sveglia con premura, direi determinato ma non agitato. Io in braccio a lui incuriosito mentre scavalchiamo le macerie di una parete divisoria appena fuori dalla mia camera. Gli sguardi dei vicini che si incontrano lungo le scale strette del condominio e subito si ritraggono, severi e imbarazzati. Il giaciglio improvvisato nel vano bagagli del Maggiolino Volkswagen e l’insistenza di papà e mamma nel farmi riaddormentare. Le luci invadenti di un ampio parcheggio dove passiamo la notte. Una tenda montata nel giardino di conoscenti, nei giorni successivi.
Più di tutto mi resta una cosa, dei terremoti del Friuli del 1976, vissuti da treenne a settanta chilometri dall’epicentro: la capacità degli adulti intorno a me di non trasmettermi paura né smarrimento. Non so se la fiducia di quegli anni ruggenti e la determinazione peculiare con cui questa regione seppe risollevarsi dal trauma abbiano compensato in qualche modo la precarietà di quell’estate friulana. O forse ero io davvero troppo piccolo per trattenere emozioni e preoccupazioni. Ma se ci ripenso oggi, da adulto e da genitore, mi pare notevole e degno di gratitudine non portarne cicatrici.