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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Novembre 20 2020

Nei giorni scorsi mi hanno chiesto di parlare di scuola dal punto di vista del genitore. Dice, ancora? Che c’entri tu con la scuola? Poco. Sotto la scorza nerd, batte pur sempre il cuore civico di un padre che ha servito un numero ormai considerevole di anni come rappresentante di classe e di istituto. Non abbastanza da titolarmi a parlare, ma abbastanza forse da aiutarmi a distillare due idee. Sempre le stesse, in effetti. Come d’abitudine, affido alla rete i miei appunti, ampliati e rivisti.

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Abbiamo preso i giovani in ostaggio. I nostri figli sono ostaggi di una società anziana, spaventata e ignorante, che sta scaricando su di loro il peso della sua inadeguatezza. Non li tarpiamo: li svuotiamo. Con la scusa di tenerli al sicuro, creiamo il vuoto attorno e dentro loro. Si ribelleranno, speri. Ma se di fronte alla prigionia delle idee puoi almeno fare un Sessantotto, nel vuoto ti viene sottratta anche la consapevolezza della tua condizione. Soffocano del nostro amore.

Facciamo perdere loro quotidianamente opportunità ed esperienze nel nome di una visione della realtà paranoica e spesso sobillata da terzi per interessi non limpidi. A volte semplicemente perché siamo scemi: di recente mi hanno spiegato che al posto delle classiche giornate di Scuola aperta, annullate per evidenti contingenze, non si potrà fare nemmeno un video in cui i bambini presentano la loro scuola. Per ragioni di privacy, dice. Significa che qualcosa, nel processo di formulazione, comprensione o applicazione del pur sacrosanto diritto alla riservatezza, è andato molto ma molto storto. Eppure è sintomatico di un atteggiamento.

Famiglie e istituzioni sembrano interpretare la responsabilità dell’educazione dei giovani avendo come prima urgenza quella di evitare di prendersela, questa responsabilità, passandola avanti finché semplicemente non diventa il problema di qualcun altro. L’ossessione di garantire le opportunità, la sicurezza, le differenze ha partorito, invece che una comunità più giusta, sicura e inclusiva, una gabbia sterile e asettica, ma a norma di legge e socialmente plaudita, che inibisce un numero crescente delle esperienze che dovrebbero puntellare l’evoluzione del bambino e dell’adolescente.

Prima degli 11 anni, oggi, in Italia, un ragazzino è un soggetto più che passivo. È un pacco nelle mani del suo postino e gli è precluso ogni allenamento alla responsabilità sociale di se stesso e dei suoi comportamenti. Non può muoversi da solo per il suo quartiere. Non può andare a scuola da solo. Non può tornare a casa da solo. Non può andare al parco da solo. Non può andare a comprare un gelato da solo. Non può andare in palestra da solo. Deve passare costantemente dalla mano di un adulto a quella di un altro adulto, rogito di una responsabilità va sempre certificata. Il nugolo di genitori che si assiepa davanti a qualunque luogo frequentato da bambini non mi sembra l’immagine di quanto gli vogliamo bene, semmai l’immagine del fallimento di un intero progetto di avviamento alla vita. È il segno di una società arricchita e decadente che, nel nome della paura e di un frainteso garantismo, ma anche di tanta paraculaggine, ha perso di vista il suo scopo.

Poi a 11 anni improvvisamente l’autonomia diventa accettabile. Per necessità, più che per convinzione. Senza preparazione, senza allenamento, senza progressione, senza aver avuto la possibilità di tessere le piccole reti e di costruire le piccole mappe del proprio spazio pubblico. Alle scuole medie, nell’età e nel ciclo scolastico probabilmente più disgraziati e pericolosi della loro vita, quello rispetto al quale negli ultimi decenni non ho visto evolvere una sola idea pedagogica.

Che poi si fa presto a dire anche spazio pubblico: siamo così abituati a confinarli nella rassicurante sicurezza di una casa, dove non essendo sfidati loro stessi albergano comodamente, anestetizzati dai loro schermi luminosi, che abbiamo ormai demolito i luoghi pubblici dell’età della formazione. Non esistono più centri giovanili, non esistono praticamente più gli oratori, abbiamo sepolto sotto quintali di legislazione e burocrazia qualunque centro di aggregazione provi a proporre attività sfidanti per i giovani. La maggior parte delle cose che io potevo fare tra i 6 e i 16 anni, quelle che hanno contribuito a rendere me l’uomo che sono, oggi sarebbero probabilmente considerate illegali o pericolose o socialmente riprovevoli.

E qui mi piacerebbe avere modo di ricordare una storia che la nostra città ha scelto invece di dimenticare in fretta, la storia dell’Oratorio San Giorgio di don Felice Bozzet tra gli anni ’80 e il Duemila in centro città, una storia di responsabilizzazione della gioventù talmente fuori dagli schemi che oggi non viene reclamata né dalla Curia né dalla comunità civile, pur essendo iscritta nel dna sociale di centinaia di cittadini pordenonesi tra i 30 e i 50 anni.

E ancora: pretendiamo dai ragazzi impegno e buoni voti, ma li mettiamo a confronto quotidianamente con una sciatteria, una disorganizzazione, una mancanza di cura o anche solo di attenzione umana che modellano costantemente il loro sguardo sul mondo e le loro aspettative sulla vita adulta. Insegniamo prima di tutto con l’esempio, no? Mi è capitato di passare alcune ore in un’università e poi alcuni giorni in un’ospedale col mio figlio maggiore: il riconoscere attraverso i suoi occhi tutto ciò a cui io adulto sono ormai assuefatto e rassegnato mi ha fatto male: con che coraggio io chiedo a lui di mantenere gli standard che intorno a lui noi adulti rinneghiamo, il più delle volte in modo perfino plateale?

Certo, il mondo è sempre più complesso e faticoso. La complessità esplode. Ma anche di fronte alla possibilità di imparare a governare la complessità con strumenti più adatti – strumenti del presente, che utilizzano le stesse logiche operative della complessità – negli ultimi due o tre decenni noi abbiamo scelto ostinatamente di girare la testa, di ignorarli, di usarli in modo ignorante, sciatto, reiterando schemi inadeguati, rigettando ogni proposta mettesse in discussione la nostra visione consolidata.

Nel vuoto e nell’incapacità della comunità, si sono fatti spazio interessi scaltri, cattivi maestri, gente che sfrutta l’ignoranza degli adulti e il candore destrutturato dei ragazzi per erodere margini di consenso, di mercato o di potere. In questo calderone potete mettere anche i riflessi del populismo, che poi magari vi chiedete da dove venga. Ma anche, nel caso dei più giovani, le piattaforme digitali che, mentre disegnano la forma del futuro creativo a cui apparterranno, tendono a intrappolarli in dinamiche relazionali e in labirinti narrativi astuti, pensate per servire interessi cinici e commerciali molto prima del loro armonico sviluppo.

Che cosa può fare la scuola? Da sola niente. L’errore in passato è stato forse pensare che la scuola dovesse sempre generare le soluzioni al suo interno o assumerle per gerarchia ministeriale. Ho imparato, nelle mie esperienze civiche e nelle mie scorribande adulte nel mondo della formazione, che le scuole – soprattutto quelle che lavorano sui bambini più piccoli – sono invece l’espressione di una comunità. Del coraggio, delle intelligenze, della lungimiranza di una comunità. Della volontà di una comunità di investirci tempo e risorse. Comunità educante, si diceva.

Dire che “ci pensa la scuola” equivale a dire che è un problema nostro. Dire che “è responsabilità del preside” significa dire è un problema del nostro vicino di casa. Dire che “è colpa dell’insegnante” è dire che è colpa nostra, perché i limiti di quell’insegnante sono espressione dei limiti della comunità di cui fa parte. E dunque sono per definizione un nostro problema e una nostra responsabilità.

E allora che si fa? Sarebbe già un passo avanti prendere atto di avere un problema, enorme. Il passo successivo sarebbe immaginare un progetto di convivenza che metta i giovani al centro, li avvii alla responsabilità di sé e degli altri fin dalla tenera età, li spinga a essere migliori, li incentivi a costruire una comunità migliore, per risvegliare loro dal torpore e sperare che poi siano loro a prenderci per mano, affidandoci ormai anziani a quel che resta del nostro futuro migliore.

La mia generazione è stata – tappatevi le orecchie, perché ora dico una parolaccia – fottuta dalle rendite di posizione e di potere dei suoi padri. O – come dice quello, non senza una parte di ragione – non è stata abbastanza brava da uccidere politicamente i propri padri quando era giunto il momento. È una generazione ormai persa, una generazione di passaggio e di servizio: può fare tutt’al più da coscienza e da collante. Può fare da ponte e spingere verso maggiori opportunità per chi verrà dopo. Mancasse anche questa responsabilità, le rimarrebbero ben pochi scopi.

Maggio 14 2020

Quella che segue è la traccia di una testimonianza portata in questi giorni al consesso online di un gruppo di dirigenti scolastici del Friuli Venezia Giulia. Per tenerne memoria e poiché raccoglie il depositato di alcune esperienze in ambito scolastico e prova ad affrontare alcune implicazioni della congiuntura inaspettata e improbabile che ci troviamo a vivere, la metto a disposizione anche qui.

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Vi parlo senza nascondere la soggezione. Non penso di avere nulla di particolarmente significativo da raccontare a un dirigente scolastico, soprattutto se parliamo di scuola. E devo dire che se non avesse insistito Piervincenzo Di Terlizzi, a cui sono legato oltre che da amicizia di lungo corso anche dalla condivisione di una inveterata sensibilità nerd (peggio: Pordenonerd), probabilmente avrei evitato.

Non so bene che cosa potrei dirvi questa sera, se non provare a tracciare un paio di percorsi trasversali alle mie esperienze di vita, di genitore di due figli in età scolare, di rappresentante di classe, di rappresentante di istituto, di giornalista e di consulente freelance, di formatore saltuario (quest’anno sono entrato in alcune delle vostre classi grazie al progetto Genitori Connessi, in passato ho insegnato all’università e in varie situazioni professionali) e di testimone da ormai quasi trent’anni delle implicazioni della rete e delle innovazioni digitali sulla nostra società.

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Premetto a mo’ di captatio benevolentie che per storia familiare e sensibilità personale conservo il massimo rispetto per l’istituzione scolastica. A prescindere: la scuola la ami e la rispetti anche quando ti fa arrabbiare, soprattutto quando ti fa arrabbiare. Ti arrabbi e ti impegni proprio perché la ami e le riconosci un ruolo fondamentale. E magari la vorresti più pronta, più reattiva, più contemporanea, più aperta. Ma hai capito che tu per primo sei parte di quel cambiamento, che tu come genitore sei parte del problema e sei parte della soluzione.

La scuola a me ha dato moltissimo negli ultimi anni. Mi ha dato forse più da adulto che da bambino. Mi ha restituito a un senso di comunità, al senso dell’impegno in prima persona, alla necessità di affrontare la sfida della complessità e dei cambiamenti giganteschi che stiamo vivendo partendo non tanto dai massimi sistemi, quando dal piccolo, dal piccolissimo, dal locale, dall’iperlocale.

A questa sensibilità mi aveva già avvicinato nel primo decennio del 2000 l’esperienza dei primi blog e poi dei primi social network, che nonostante un carattere introverso ho vissuto come una scuola di civiltà, di partecipazione e di condivisione. L’idea che ognuno di noi sia un nodo in un ecosistema e che il comportamento di ciascuno di noi influisca sul benessere e sul destino di quell’ecosistema. L’idea che il mondo si cambi molto più con l’esempio che con tante parole (l’esempio anche soltanto delle parole che si sceglie di dire e di quelle che si sceglie di non dire). Ma che ciò nonostante, le parole – tante parole, tutte le parole che servono – vadano spese per spiegare, per superare pregiudizi, per condividere punti di vista, per provare a concentrare gli sforzi di tutti se non nella stessa direzione, almeno imprimendo un progresso comune e non invece ostacolandosi vicendevolmente, correndo il rischio di restare fermi.

Ecco, in questo senso la scuola mi ha aiutato a calare quelle intuizioni nel quotidiano, laddove l’impegno non è necessariamente un piacere, tra persone che non si sono scelte per affinità, ma dove invece l’impegno è dovere e sacrificio, perché ti rendi conto che siamo nodi di un ecosistema di quartiere, di città, di plesso, di istituto. E questo ecosistema non raggiunge il benessere perché il preside è bravo e si dà da fare (anche se il preside può fare una enorme differenza), non si raggiunge perché gli insegnanti sono appassionati (anche se la loro bravura è lo scheletro della comunità), non si raggiunge perché gli alunni sono bravi studenti (anche se semplifica molto le cose), ma perché tutti, comprese le famiglie, compresi i genitori, fanno la loro parte e si sentono parte attiva di quella che voi chiamate con un termine che amate tanto e che a me invece pare orribile nella sua eco di burocrazia dispositiva “comunità educante”.

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Citavo la complessità. Io credo che ai dirigenti scolastici andrebbe richiesto non tanto un master in gestione di impresa, come suggerirebbe la pur interessante avventura dell’autonomia, ma un master in gestione della complessità. Voi siete – nella vostra scuola, ma di conseguenza nel vostro quartiere, nella vostra città, nella vostra comunità di riferimento – i custodi ultimi della complessità, i garanti della capacità del vostro ecosistema di adattarsi ai cambiamenti e di trasformare (come in questi giorni) le avversità in opportunità. Imbrigliati da mille lacci normativi, che rischiano di annullare anche la buona volontà, lo so bene, ma questo siete. O dovreste essere. E se lo fa la scuola, di sapersi adattare e trasformare, tutta la società fa un balzo in avanti, perché nelle reti che innervano una comunità voi siete un hub fondamentale, perché unite famiglie, generazioni, istituzioni, ruoli, sistemi economici e sociali.

Perché dico un hub? Un hub è un nodo che gli altri nodi riconoscono come funzionale, di livello superiore, quello più bravo a mettere gli altri in relazione e a far funzionare la società. Ragionate per aeroporti: Fiumicino è un hub perché mette in relazione Ronchi dei Legionari con Olbia o Lampedusa. La scuola è un hub perché spesso mette in relazione persone che non hanno altro in comune se non i figli nella stessa classe, e costoro con il senso dell’istituzione pubblica, primaria, essenziale, condivisa. La scuola è la culla della civiltà, se la scuola funziona è più probabile che anche la comunità funzioni.

La scuola ha rifiutato a lungo di confrontarsi con la complessità, e si vede. La scuola come quasi tutte le istituzioni, e come quasi tutte le istituzioni in modo particolarmente marcato in Italia. Il problema è che la complessità non si recupera, non ci sono esami a settembre. La complessità è la conseguenza di fenomeni evolutivi potentissimi. I fenomeni evolutivi sono esponenziali, la loro curva è funzione di una legge di potenza. Ci sembra un progresso lento e inesorabile, come la rana che si adatta all’acqua sulla via del bollore, invece a un certo punto accelera. E accelera. E accelera. E accelera. E a quel punto è tardi, qualunque mossa è tardiva e l’inseguimento diventa goffo e improbabile.

L’aumento della popolazione mondiale è un fenomeno esponenziale. Il raddoppio della potenza di calcolo dei computer è un fenomeno evolutivo. L’innovazione tecnologica, in generale. Persino le tanto amate o tanto odiate reti sociali online, che crescono in modo esponenziale e in modo esponenziale espongono virtù e vizi all’attenzione generale.

Le gerarchie invece no, non sono esponenziali. Le gerarchie non si adeguano, non scalano abbastanza in fretta, non concepiscono ciò che le rinnega, come per esempio un filtro distribuito del sapere, o una sintesi emergente e in tempo reale delle opinioni pubbliche, o l’informazione che prescinde definitivamente dal titolo a informare. Le gerarchie sono state il sistema operativo del XX secolo. Le gerarchie sono il principale freno all’inizio del XXI secolo. Le gerarchie sono anche il freno a capire che cosa potrà sostituire le gerarchie stesse nella tutela del benessere pubblico e come barriera alle possibili degenerazioni insite nei fenomeni di rete.

In questa tensione ideale tra gerarchia e rete distribuita, tra Stato e comunità interconnessa, tra struttura rigida e capacità di adattamento, tra programmi ministeriali e buone pratiche di periferia, tra 1980 e 2020, tra un’epoca che non riesce a morire e una che non riesce a nascere, in mezzo a queste tensioni enormi tra due visioni sempre più inconciliabili del mondo, proprio lì nel mezzo, state voi e sta il vostro ruolo. Siete chiamati a fare la differenza tradendo. Non diventerete buoni dirigenti scolastici senza che un tradimento segni la vostra storia. Se sarà il tradimento dell’istituzione rigida e burocratica o invece del mondo che aspetta gli studenti che vi sono affidati, e a cui loro comunque sono destinati nonostante voi, starà a voi in coscienza deciderlo.

C’è stato un momento in cui avremmo potuto assecondare e accompagnare il progresso, crescendoci dentro, crescendoci insieme, adattandoci nel mentre. È il momento per esempio in cui a me è stato dato in mano, non richiesto, il primo personal computer, da adolescente. È stato il momento in cui internet ha gemmato il web e ha cominciato a mettere in relazione con facilità persone, idee, strumenti su tutto il pianeta. È stato il momento in cui noi nerd abbiamo cominciato a raccontarvi che quello che stava succedendo in rete avrebbe avuto presto un impatto profondo sulla società. E dunque sulla cultura, sull’informazione, sull’educazione, sull’economia, su ogni aspetto della nostra convivenza. E, se togliete un attimo gli occhi da questa assurda contingenza che peggiora ulteriormente i problemi, qui eravamo ancora un attimo prima che ci travolgesse la pandemia.

Come società abbiamo detto molti no. E oggi siamo il prodotto di quei no. La nostra comunità, impreparata e timorosa, è il frutto delle scelte testarde a non provare, a non approfondire, a non separare il fatto tecnologico dal fatto sociale e culturale, a non provare per crescerci dentro, a non concedere per provare semmai a dominare e indirizzare. Ma il fenomeno evolutivo se ne frega dei no, una volta abilitato. Come uno tsunami: non soltanto travolge, ma cresce, cresce, cresce, cresce. Continua a crescere. E continuerà. Ecco, in questo momento è come se fossimo travolti da due tsunami contemporaneamente, quello da cui non abbiamo saputo difenderci prima e quello nuovo della pandemia, che spazza quel poco che faticosamente stava ancora in piedi.

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Il mondo in cui vi siete trovati improvvisamente a vivere in queste settimane è il mondo in cui io vivo da 25 anni, tolte le mascherine e il distanziamento sociale. Benvenuti. È un mondo dinamico e veloce, in cui è facile e normale vincere le distanze e affrontare i problemi con la tecnologia. Dove si imparano a scegliere gli strumenti non perché graziosi o semplici o inoffensivi, ma perché in grado di reggere un impatto di larga scala (e quanto tempo perso questi giorni, lasciatemelo dire, nel difendere tecnologie indifendibili, inadeguate, naïve, pur di non ascoltare i consigli di chi ci era già passato!).

È un mondo dichiaratamente in equilibrio precario, perché l’equilibrio non è più dato per circolare ministeriale, ma è la sintesi quotidiana degli sforzi e dei contributi di tanti, distribuiti e solidali. Un mondo in cui chi guida è colui o colei che è capace di servire meglio degli altri la comunità. Un mondo in cui la mediocrità non è sostenibile, semplicemente perché facilmente aggirabile. Un mondo in cui il sapere è sempre più distribuito, accessibile, pensato per essere ricombinabile. E le vostre scuole e i vostri insegnanti hanno il compito vitale di insegnare metodi per gestire tutte le decisioni e le ricombinazioni che ogni individuo sarà chiamato a sostenere nella sua vita, in modo più solitario e frequente che mai nella storia dell’umanità. La sfida che questo mondo pone al mondo a cui ancora la vostra scuola appartiene fin nel midollo non è tecnologica, non è questione di aule informatiche e collegamenti a banda larga e lim e software da aggiornare. È culturale.

Se dobbiamo trovare un aspetto positivo di Covid-19, e certo faccio fatica, beh forse questo potrebbe essere che ha riavvicinato questi due mondi. Ha fatto fare al nostro Paese un balzo forzato di digitalizzazione che non stento a definire epocale. E che ha spinto voi rappresentanti delle istituzioni gerarchiche che regolano il mondo della burocrazia a confrontarvi un po’ di più, ad ascoltare un po’ di più noi nerd rompiscatole. Comunque poco, vi siete fidati pochissimo (e in molti casi sulla pelle dei ragazzi, aggiungo), ma riconosco a tanti di voi il merito di averci provato e di aver avviato un dialogo. Questo dialogo è preziosissimo. Questo dialogo sono la calce e i mattoni di cui la nostra società avrà bisogno per cominciare la ricostruzione, quando lo tsunami della pandemia avrà cessato di fare i suoi danni.

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Da genitore e da nerd, quello che posso lasciarvi per alimentare questo dialogo sono un paio di sensazioni che proprio queste settimane mi hanno aiutato a circoscrivere.

La prima è che, su tutto, vince l’umanità. Se dovessi scegliere un aspetto che ha fatto veramente la differenza in positivo o in negativo in queste settimane, questo non è stato la stabilità dei collegamenti, la piattaforma scelta, il numero di ore di lezione a distanza o il modo in cui avete deciso di valutare gli studenti in questa congiuntura, tutte cose che sembrano starvi (legittimamente) molto a cuore, ma l’umanità con cui la scuola è andata (oppure non è andata affatto, o ci è andata malvolentieri) in soccorso dei propri alunni. Esserci, esserci con empatia, esserci sapendo di avere un compito che prescinde dalle materie e dai calendari, esserci anche se così è difficile e bisogna reinventarsi di giorno in giorno. Esserci al di là di ciò che la norma e il contratto di lavoro potevano immaginare.

Io credo che noi genitori in questa occasione abbiamo riscoperto proprio questo aspetto, ovvero il modo in cui la scuola integra e completa il nostro ruolo educativo, e si prende cura dei nostri figli. Ci ha commosso quando questa cura si è rivelata davanti ai nostri occhi, generosa e attenta, e ci ha fatto arrabbiare quando ne abbiamo avvertito l’assenza, con le giustificazioni tipiche di chi omette un soccorso. Su questo punto, credo che l’asticella si sia alzata a un livello tale da non permettervi più di giustificare con graduatorie, motivi sindacali o altre scuse formali i gruppi classe che non funzionano. In questo periodo ho sentito una quantità sorprendente di famiglie prendere in considerazione per il futuro l’home schooling e ho sentito una quantità sorprendente di ragazzi trovare più stimoli in un TED Talk. E se non vi fa male sentire questo, forse avete un problema.

La seconda sensazione è che la scuola può essere a distanza. Non è l’ideale, non è la prima scelta, ma può. E il discrimine non è affatto la tecnologia, ma l’insegnante. Gli insegnanti che erano già pronti, culturalmente e logisticamente, hanno reinventato forme di didattica piene e in grado di agganciare sia il singolo che il gruppo, prenderlo per mano e portarlo avanti in questo inaspettato e tortuoso sentiero che ci è capitato. Nella classe per cui sono rappresentante dei genitori, una classe 2.0 che lavora in modalità capovolta, siamo ripartiti il lunedì dopo Carnevale, non abbiamo perso un colpo, e oltre ad aver tenuto il ritmo rispetto al programma di lavoro per l’anno in corso, alle maestre non ho visto sfuggire una sfumatura, un malessere, una necessità, individuale o di gruppo, esattamente come sarebbe avvenuto in presenza. Riti, ironie, abitudini e gesti si sono adattati di conseguenza. Certo ci vuole talento, passione, preparazione e allenamento, tanto allenamento, ma si può fare. E bisogna volerlo fare. L’insegnamento si fonda sullo spingere ogni giorno i ragazzi un po’ al di là della loro zona di comfort, perché è lì che avviene la magia, è lì che si cresce. Il giorno in cui questo principio non varrà più anche per gli insegnanti e per i dirigenti, quel giorno la scuola comincerà a morire.

A questo proposito, lasciatemi aggiungere che raramente avverto nelle scuole quel salutare processo di rinnovamento generazionale che ci aspetterebbe col passare degli anni e che in altri settori sembra naturale – fatta la tara al fatto che l’Italia è, in genere, un Paese per senatori. Gli sperimentatori più trascinanti ed entusiasti che ho incontrato nel mondo della scuola sono spesso alle soglie della pensione. Non so se sia perché i giovani fatichino a emergere, non so se sia perché serve una carriera per avere la meglio sui mille lacci normativi, non so se sia perché a 60 anni, in un settore sostanzialmente privo di progressioni verticali, senti di avere molto poco da perdere. Ma se fosse vero, e non fosse solo una mia percezione distorta, questo sarebbe un problema. Un sistema che non riesce ad accogliere e valorizzare, o per altri versi a formare, idee nuove e giovani insegnanti in grado di saperle incarnare, di nuovo, è una scuola moribonda.

La terza e ultima sensazione riguarda il gruppo. Io sono convinto che la didattica a distanza di questi giorni avesse valore soprattutto in quanto forma di preservazione e di riscoperta del gruppo, a maggior ragione in una situazione così estrema e improvvisa. Ai singoli, al benessere dei singoli, idealmente provvedevamo già noi genitori. Ma una classe significa soprattutto comunità, relazioni, condivisione. Che cos’era più prezioso che la condivisione o il confronto con un adulto esterno alle dinamiche familiari per elaborare e digerire questa congiuntura, nel pieno dell’emergenza? Mi è sembrata invece una priorità molto sbiadita. La facilità con cui si è pensato e si pensa ancora di dimezzare o parcellizzare le classi per favorire la stabilità dei collegamenti o la qualità dell’insegnamento frontale o in futuro andare incontro alle prescrizioni sanitarie mi continua a stupire.

Una delle cose per cui più sono grato alla scuola, nel percorso dei miei figli, è proprio il modo in cui – attraverso le dinamiche di gruppo – la scuola ha saputo esporli alle differenze. Vivendo in comunità le situazioni in cui erano loro a eccellere, ma non si poteva procedere finché tutti gli altri non li avevano raggiunti. E quelle in cui invece erano loro a rimanere indietro, ed erano loro quelli che il gruppo si fermava ad aspettare. Sono convinto che molte cose i miei figli avrebbero comunque potuto impararle altrove, ma il confronto quotidiano con chi è più abile di te o diversamente abile, con chi è nato nel tuo stesso palazzo o molti confini più in là, con chi è molto più ricco o molto più povero, più curato dalla propria famiglia o meno curato, più talentuoso di te anche nella materia in cui pensi di eccellere, tutto questo è la vera essenza della scuola (pubblica, mi verrebbe da aggiungere, pur nel rispetto per chi fa altre scelte) e la vera grandezza del suo progetto educativo e di civiltà. Perché è qui che impari a mettere te stesso e le tue ambizioni in prospettiva, ed è qui che impari che non potrai mai procedere da solo, ma che è l’unione di tante differenze a fare di te qualunque cosa vorrai diventare un giorno.

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Vi lascio qui, a uno snodo della storia, in cui alla scuola a quanto pare non bastano impiegati, ma servono eroi. Sogno una scuola a cui i cittadini mandino spontaneamente dolci o battano le mani dai balconi, come a medici e infermieri nei giorni scorsi. Voi dovrete essere sempre più maestri d’orchestra della complessità. Esperti in contemporaneità. Virtuosi del buon senso. Traghettatori tra il mondo che era (e difficilmente sarà ancora) e il mondo che sarà, e che per molti di noi (e tra questi buona parte dei vostri alunni) già è. Come nella leggenda di San Cristoforo, voi siete i giganti maestosi e terribili che possono aiutare il fanciullo mite e grazioso ad attraversare il fiume impetuoso, barcollando sotto il suo peso, perché quello a sua volta porta sulle spalle il peso del mondo intero. Se vi spaventate davanti alla corrente oppure eccepite che non sta scritto da nessuna parte che sia compito vostro attraversare quel fiume impetuoso, il fanciullo molto probabilmente sarà destinato a restare lì con voi. E il mondo con lui. A voi però, molto più che a tanti altri in questo momento, sta decidere come proseguirà la sua storia.

Aprile 7 2020

Per la cristianità sono i giorni simbolici della rinascita. Giorni metaforicamente potenti e universali, per chi ama leggere al di là dei riti e dei dogmi. Più che mai potenti quest’anno, nel pieno di una catastrofe che investe il mondo intero e un’intera idea di mondo.

Giovedì santo, l’ultima cena di Cristo con gli apostoli, la lavanda dei piedi. Una celebrazione che magari vivi con imbarazzato distacco, ma che intanto ti scava dentro. Chi vuole essere più grande, chi vuole essere il primo, si faccia servo di tutti. Non il piacere, ma la necessità di servire. Pensi ai medici, agli infermieri, agli operatori socio-sanitari, ai volontari, che si sono guadagnati sul campo e per sentimento popolare il ruolo dell’eroe di questa storia disgraziata. Pensi ai governanti senza più alcun privilegio né onore, schiacciati dal peso di una responsabilità inaudita, tanto più grandi, primi tra i loro pari, quanto più sapranno servire la porzione di umanità che è loro affidata e portarla in salvo. Pensi alla sfida posta a ciascuno di noi, nel riuscire a essere d’aiuto da dentro un isolamento forzato che annulla ruoli, identità e raggio d’azione. Pensi alla beffa di una situazione gigantesca che ai più richiede di essere grandi nel piccolissimo, avendo cura di piccole cose.

Venerdì santo, la passione lungo la via della croce. Le quattordici stazioni della via dolorosa, che in genere hanno per sfondo le mura di ogni chiesa e le vie di tanti quartieri, sono invece quest’anno le piazze vuote delle metropoli del mondo, spogliate d’ogni vita e della sostanza stessa della civiltà. Sono l’incapacità delle organizzazioni umane di concepire il mondo come epicentro dell’emergenza e mondiali i suoi rimedi. Sono le zone più derelitte della terra che sembrano risparmiate, perché la loro epidemia non ha forza di farsi notizia. Sono i senzatetto posteggiati come fossero auto. Sono la recita quotidiana dei numeri, sfinita tanto negli occhi di chi parla quanto in quelli di chi ascolta. Sono le auto che gridano ripetitive dai megafoni alle altre auto parcheggiate. Sono le file silenziose davanti ai supermercati, perché tutto quel che esce da quelle bocche potrebbe essere contagioso. Sono i lavori che continuiamo a fare dalle nostre case, per convincerci che dopo avranno ancora lo stesso senso. Siamo noi che non l’abbiamo vista arrivare finché non ci eravamo dentro fino al collo. Sono le piccole e grandi infrazioni con cui sfidiamo il coprifuoco. Siamo noi che rispondiamo con la mano sulla bocca e gli occhi spaventati alle offerte di aiuto dei nostri vicini. Sono le nostre case sprangate a nascondere il naufragio. Sono la codardia che ci impedisce di fare la differenza nelle sfide inedite di ogni giorno. Sono le morti dei nostri cari nella solitudine e senza commiato.

Sabato santo, la discesa agli inferi, il silenzio attonito, il raccoglimento disorientato, la meditazione costretta, l’introspezione che spaventa, la solitudine senza rito. Il nostro sabato dura ormai da settimane e ancora non si vede il tramonto. Giorno identico che si ripete uguale a se stesso, sfidandoci fino allo sfinimento a cavarne un senso e magari a uscirne migliori. Promessa di una luce che vincerà la notte, portata da chi l’avrà custodita e contagiata di candela in candela fino a riconoscere nella penombra la sagoma di una comunità stretta stretta, come nelle chiese durante le veglie della vigilia. Una vittoria che al bagliore del giorno non avrebbe potuto essere, perché allo scopo è necessaria la tenebra più oscura.

Domenica di Pasqua, Pasqua di risurrezione. Non esiste garanzia di risurrezione. Risurrezione non è sopravvivenza, non si risorge per tornare alla vita di prima. Non si risorge senza prima morire, almeno simbolicamente. Non si risorge fregando la morte, ma affrontandola per sperare di uscirne persone nuove in un mondo nuovo, rivoluzionari nella propria storia. Risurrezione è rinascita. Saremo capaci di rinascere da questa esperienza? Saremo capaci di farlo assieme? Sapremo interpretare il nuovo mondo che sarà riservato ai più fortunati tra noi? Sapremo consegnarlo ai nostri figli?

Felice come una Pasqua, scrive un’infermiera piemontese in una struggente testimonianza al sindaco del suo paese. Racconta di una madre in condizioni ormai critiche, disperata perché le viene negata la possibilità di congedarsi dai quattro figli amatissimi. L’infermiera spiega di averle prestato il proprio telefono e di aver improvvisato una videochiamata coi familiari. Riferisce la commozione e l’orgoglio nell’aver visto quei cerchi chiudersi appena in tempo, prima che quella vita si spegnesse, grata e tra parole di gratitudine. «Era felice come una Pasqua», dice l’infermiera, «e tu con lei». Ed è in quella felicità straziante, per quanto mi riguarda, che resta impigliato il senso di questa Pasqua straordinaria e terribile del 2020.

Marzo 24 2020

Ehi tu, decenne.

Proprio tu, che osservi con sguardo regale tuo fratello che ti porta la colazione a letto, “come ho sempre desiderato”. Tu, che aspettavi con ansia il primo compleanno a doppia cifra, ma forse non te lo immaginavi così. Che hai festeggiato per tutto il giorno sovraeccitata e radiosa calciando palloncini nello stesso salotto in cui sei venuta al mondo. Che hai ricevuto gli auguri dei tuoi compagni di classe durante la lezione online, e ti hanno cantato due volte la canzone tutti insieme e la maestra ha spento per te la prima candela che ha trovato in casa e poi papà ha cominciato a tirare su col naso perché devono essere i primi pollini nell’aria.

Tu, che hai spento le candeline sulla pizza ai wurstel del papà e sulla torta al cioccolato della mamma. Che oggi hai preparato il tuo primo gelato fatto in casa, ovviamente al gusto di cioccolato, perché la tua gelateria venderà soltanto gelato al cioccolato e di quel particolare tipo di cioccolato che dici tu. Tu, sguardo obliquo da ingegnere che insegue geometrie tutte sue nell’ordine delle cose. Dura quando giocano i duri, spaesata nei bicchieri d’acqua. Tu, che sei sempre circondata da amici e appena puoi evadi da questa casa, mentre ora sei costretta a rimanerci sempre, ma non lo fai pesare quasi mai.

Tu, che hai chiuso la giornata dicendo che è stato un compleanno bellissimo, anche se non il migliore, e c’ha detto pure bene.

Ehi tu, proprio tu, buon compleanno dal tuo papà

Marzo 21 2020

Leggere la testimonianza di Fra Aquilino Apassiti, missionario cappuccino ottantaquattrenne in servizio presso la cappella dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, che con grande umanità e senso del presente sfida le distanze fisiche per permettere ai parenti dei defunti quell’estremo saluto che la situazione non concede, mi ha avviato uno dei vari smottamenti emotivi di queste ore.

Come la puntina di un vecchio giradischi che reagisce a una scossa, questa storia mi ha fatto fare un balzo allo scorso mese di dicembre. Dicembre per me è stato un mese straordinario, grazie a un particolare groviglio di vicende personali e professionali. Da qualche settimana mi era capitata l’avventura inaspettata e prodigiosa di lavorare dentro un ospedale oncologico. Inoltre, in quei giorni, in quello stesso ospedale, era ricoverata una persona a me molto cara.

Il modo in cui un periodo simbolico come quello dell’Avvento entra in un luogo di frontiera della vita è particolare, fatto di un miscuglio di simboli, eventi, cerimonie, gesti, contiguità, sorrisi, presenze, calore, che prescinde dai percorsi spirituali di ciascuno ed è capace di segnare in profondità l’animo di chiunque abbia la forza di aprire abbastanza il cuore. Per me è stata un’esperienza potente, da cui traggo ancora ispirazione e resilienza.

Alle porte di Natale si tenne un concerto degli alpini della vicina sezione. Era tardi, per gli orari di un ospedale, i pazienti erano ormai tutti già rientrati nelle loro stanze. Così il coro si trovò a cantare davanti a un salone completamente vuoto e in un edificio immerso nel silenzio. Superato il disorientamento, gli alpini si presentarono così: siamo venuti a cantare per voi, non davanti a voi, speriamo che il nostro canto vi raggiunga fin dentro alle vostre stanze, insieme con il nostro augurio di pronta guarigione.

Li guardavo cantare e sentivo le note salire di piano in piano. Nella mia fantasia superavano perfino i rigidi controlli della terapia intensiva, da dove ero appena uscito al termine dell’orario di visita, per portare una carezza anche lì. Fu un momento di sospensione, sostenuto da un canto generoso e sincero. Terminò, vinto qualche tentennamento per il particolare contesto, con Signore delle cime, la struggente preghiera funebre della tradizione alpina che sa farsi inno universale di amicizia, di rispetto, di condivisione, di comunanza. Ognuno di noi probabilmente ha una o più emozioni legate a questa canzone, e a me quella sera uscirono tutte.

Il Coro ANA Aviano mi perdonerà se rubo tre minuti di quella loro esibizione, così preziosa nella mia memoria, per dedicarli idealmente ai morti senza conforto di queste settimane sgarbate. Immaginando che il canto di quella sera possa ripetere il prodigio e raggiungerli fin nei depositi anonimi, nei camion militari, nei cimiteri deserti, nobilitando la distanza fisica e spesso, per difesa, emotiva con cui ci stiamo congedando da loro.

Gennaio 19 2020

Ignorali

Sul serio: ignorali. Non hanno altra forza motrice che non sia il tuo sdegno. Non è nemmeno più una battaglia culturale per cui valga la pena combattere: è pura provocazione. Se la lasci cadere, il più delle volte non c’è alcuna battaglia, perché nel mondo reale tu hai già vinto e loro hanno già perso. È la tua reazione che attiva la consapevolezza di coloro che vorresti salvare: se non reagisci, preservi anche loro. È migliorato il mondo grazie al tuo entrare in polemica, nell’ultimo anno? Guarda con distacco: sono finiti, lascia che si estinguano, stacca la spina con cui contribuisci a tenerli in vita. E il mondo che vuoi difendere tornerà a prosperare.

(Sì, vale per il giornale che provoca sul congedo parentale. Vale per l’istituzionale botto d’apertura del festival televisivo. Vale per il programma subdolo della domenica. Vale per il marketing provocatorio dell’ultimo film. Vale per le esternazioni a gamba tesa dei candidati alle elezioni decisive. Vale per i post a pagamento dei giornali che ti mettono a disagio. Vale, in effetti, per gran parte di ciò che reclama la tua attenzione durante il giorno.)

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Questo post è nato su Facebook e fa parte, a posteriori, di una trilogia dell’energico invito:

Dicembre 20 2019

Invece Babbo Natale esiste. Confesso: non ci avevo mai creduto, fino a oggi. Non ricordo nemmeno se hanno mai provato a rifilarmela, da bambino, la faccenda dei regali. Ma oggi l’ho visto coi miei occhi. E ti assicuro che era lui.

Il solito travestimento, ho pensato in un primo momento. Ben riuscito, questo toccava ammetterlo, ma pur sempre un travestimento. Mi ha incuriosito perché si comportava in modo strano: gentile, ma senza dare più confidenza del necessario. La voce dolce, ma niente smancerie. Non un solo oh oh oh. Guardava le persone negli occhi, con la dedizione di chi in quel momento non è da nessun’altra parte. Poi passava subito oltre, dando l’impressione che il suo sacco, invece di svuotarsi, si riempisse ad ogni incontro.

Eravamo nell’atrio di un ospedale, uno di quelli dove pensi che non andresti volentieri nemmeno a visitare un conoscente. Babbo arriva, preceduto da uno scampanellio ritmico quanto il suo incedere. Spinge una slitta pesante e zeppa di pacchetti, peluche, lavoretti in legno. Attira l’attenzione, naturalmente. Gli si fanno incontro, gli fanno foto, gli chiedono di posare per un selfie. Lui si presta, dignitoso e senza alcun compiacimento, come farebbe il patriarca di una casa reale. Quando si rimette in marcia gli offrono aiuto per dare abbrivio alla slitta ricolma, ma lui rifiuta sempre con decisione: la spingo da solo, dice. Non dice: ce la faccio. Dice, senza parole: è compito mio, lasciatemi fare, ma con l’intensità di un Cristo che sale il suo Calvario.

Nell’atrio c’è una natività di legno a dimensione naturale. Si ferma, la contempla per qualche secondo, poi allunga la mano e accarezza il bambinello con la dolcezza di uno di famiglia. Lì comincio a pensare: se è un attore, è molto convincente.

Poi prende l’ascensore per le lettighe e si inoltra nei reparti di degenza. Qui, a dire il vero, la poesia vacilla e il fact checker che è in me conclude che molto probabilmente le renne no, quelle non esistono. Non volanti, quanto meno. O magari erano impegnate altrove.

Ora però immagina la scena: metà pomeriggio in un corridoio semideserto. Non è ancora orario da parenti. Qualche infermiere, preso in contropiede nel mezzo del suo andirivieni, sorride. La teatralità c’è tutta: il passo marcato, il bastone che scandisce il ritmo, la slitta che diffonde soffuse musiche a tema. Una delle scene più improbabili a cui mi sia capitato di assistere. Penso che prima della fine del corridoio lo cacceranno in malo modo. C’è gente che sta male, qui. C’è gente che cerca pace, non carnevalate.

Ed è qui che ho avuto la dimostrazione che era proprio lui, che esisteva davvero e che era la cosa migliore che potesse accadere, proprio lì, in quel momento. Babbo si affaccia nelle stanze. In ogni stanza, una alla volta. Un letto alla volta. Vorrei augurarvi buone Feste, dice. Vi auguro buona guarigione. Dolce, serio, rispettoso. Una voce che abbraccia perfino te che origli e non avresti diritto a quel calore. In quell’istante, per tutte le persone a portata di vista e di udito, è magia. Infatti lo prendono tutti sul serio. Chi divertito, chi sorpreso, chi distaccato, nessuno indifferente.

Un uomo molto anziano, che passeggia col trespolo dei trattamenti e la maglia appoggiata alla buona sulle spalle si fa da parte, pensando che la sceneggiata non lo riguardi affatto. Quando gli arriva accanto, Babbo si ferma, lo fissa, gli si fa incontro. Quello quasi si spaventa e si ritrae. Quando lo saluta e gli porge il suo pacchetto, la sorpresa, la gratitudine, l’emozione ridisegnano il volto di quell’uomo in un’espressione che meritava un Michelangelo a darle eternità.

E così per due piani, due corridoi per piano. Giovani, adulti e anziani, uomini e donne, pazienti, medici e infermieri. Ripetendo tale quale la magia ogni volta. Qualcuno chiede: e la slitta? E allora lui esce, la afferra e la infila dentro la stanza, tra le esclamazioni di approvazione. Se ce ne stavamo a casa nostra questo proprio non lo vedevamo, commenta una donna in vestaglia col piglio orgoglioso di chi ha vinto il richiamo del divano per assistere uno spettacolo indimenticabile. Le vorresti ricordare che forse il cambio era vantaggioso, ma magari no.

Il giro finisce. L’ascensore ci riporta nell’atrio. Come è entrato, Babbo esce. Non un commento, non un’emozione esplicitata, salvo quella goccia di sudore che gli gronda tra gli occhiali e la guancia, la slitta pesante quanto prima. Chiede la direzione e va. Ti serve una mano? No. Qualcosa da bere? Niente. Arrivederci. Grazie. Ancora un selfie, Babbo. Poi via, la campanella si allontana, la musica non si distingue più e lui è già sparito.

Pensi di averlo solo sognato, e allora lo devi scrivere subito, per non dimenticartene. Che Babbo Natale esiste, è un uomo mite e rispettoso, ha un coraggio da leoni, sa comunicare amore solo con lo sguardo, non indulge nel sentimentalismo e lascia dietro di sé persone un po’ migliori.

Io non so se sono stato buono quest’anno, Babbo. In ogni caso il mio regalo l’ho già avuto. Grazie.

(Il post originale è su Facebook)

Settembre 26 2019

Buine sere, ciase scure
ciase scure in miez dai ciamps
e jo spieti te criure
che ti illuminin i lamps

Vedi, maestra Maria Carla, che me la ricordo ancora oggi, almeno la prima strofa? Dio, che fatica imparare a memoria quella poesia. Ricordo ogni lacrima versata per lo sconforto. Un testo lungo e difficile, scritto in una lingua per me allora straniera. Forse la capisco davvero solo oggi, che la scuola dell’obbligo la vivo da padre, la tua ostinazione nel farcela imparare: la necessità di mettersi alla prova, di fare un po’ più fatica di quella che viene semplice, di riscoprire le radici della tua terra perché possa diventare davvero tua.

Mi capita di ripensare a quegli anni. Dico spesso che avere dei figli è spolverare e rivestire di senso le memorie della propria infanzia. Misuro quello che ricevono oggi i miei figli anche in funzione di quel che io a suo tempo ho ricevuto da te e dalle altre maestre della Collodi. Tre maestre ho avuto, in anni ancora di maestro unico: tu ci lasciasti alla fine della terza, perché pretendevi già troppo dai figli di un’epoca che andava cambiando, e non avevi vita facile.

Ognuna di voi mi ha lasciato qualcosa di fondamentale. Chi il gusto per quel che si può fare mettendo le parole una in fila all’altra. Chi l’importanza di non trascurare le materie scientifiche, perché sono l’altra lingua imprescindibile della convivenza. La tua eredità era più complessa e si è rivelata nel tempo: l’etica dell’impegno, l’attenzione per la forma, la cura senza sconti, la tensione verso la parte migliore di noi.

Hai continuato a insegnarmi da adulto quel che il bambino non poteva capire, né serviva capisse. Quando riscopri dietro all’insegnante che aveva tutte le formule e tutte le soluzioni la persona che, come tutti, tutti i giorni, fa i conti col proprio vissuto, coi propri tormenti, con la propria resilienza. Ti danno un bagaglio di arnesi quando sei bambino, e poi semplicemente speri di trovare quello giusto al momento giusto, e non è facile per nessuno, neanche per una maestra.

A noi, finché è stata tua responsabilità, quel bagaglio l’hai fatto riempire bello stipato, e speriamo basti per tirarci fuori da questi tempi complicati. Grazie di tutto. Che tu possa ora risplendere nella pace.

Maggio 18 2019

Mi succede questa cosa, da genitore. Non sopporto lo sbraco organizzativo, la sciatteria formale, la superficialità professionale nelle attività e negli ambienti in cui sono coinvolti i miei figli. Non certo perché io pretenda per loro qualcosa di speciale, tanto meno qualcosa di diverso dagli altri. Né perché loro, a dire il vero, se ne lamentino. Sono dettagli che in genere noto soltanto io, accumulando un rancore sociale che fatico sempre più a tenere a bada.

Stamattina per esempio, poco importa il come e il dove, sono entrato in un’università con Giorgio. Non avevamo ricevuto coordinate sufficienti prima di arrivare, sebbene una persona fosse stata incaricata di farlo. Non erano state previste indicazioni specifiche in loco, perché l’iniziativa non era abbastanza strutturata da prevedere un livello di comunicazione ad hoc, fosse anche un semplice manifesto. Né la sede contemplava un livello di accesso per visitatori occasionali, perché la collaudata tradizione accademica nazionale presuppone che tutti sappiano già oppure imparino a proprie spese dopo qualche giorno di prove ed errori.

Alla fine siamo arrivati là dove eravamo attesi nel modo tipico dei paesi latini: domandando in giro, prendendo iniziative, chiedendo venia, confidando nella disponibilità altrui. In poche parole: arrangiandoci, sentendoci poco considerati e aumentando inutilmente l’entropia di un ambiente già abbastanza caotico in quel momento. Poca cosa, come sempre. Eppure, mentre aspettavo di riprendere Giorgio, ci ho pensato a lungo.

Credo dipenda dal fatto che attraverso i miei figli rivivo luoghi e situazioni della mia infanzia e della mia adolescenza. E in questo ripasso da adulto colgo i semi del disastro sociale ed economico che ci aspettava al varco. E che oggi temo attenda di mortificare, con effetti ancora più radicali, le migliori energie dei nostri figli. 

Ho ripensato ad anni e anni di organizzazioni improvvisate, di responsabili poco scrupolosi, di promotori sciatti, di indicazioni approssimative, di luoghi introvabili, di gestioni poco professionali, di coinvolgimenti freddi e distratti. E a quella sensazione orribile di sottofondo, più che mai spiacevole agli occhi di un adolescente introverso, di non accoglienza e di indifferenza. Quasi mai in malafede, si intende. Quasi sempre suppliti dalla buona volontà e dalla generosità di singoli (indimenticabili e determinanti, nel mio caso). Nonostante ciò, profondamente incisi nella memoria. 

Perché dunque questa rabbia? Perché, mi rendo conto analizzando da adulto lo sguardo di un preadolescente, è a quest’età che si cominciano a riconoscere e a imitare gli standard. Se sei circondato da una tensione all’eccellenza, inseguirai e pretenderai anche da te stesso un livello non derogabile di qualità. Se ti abitui alla precarietà della forma e dei dettagli, cominci ben presto a fare sconti, a trascurare, a limitarti a ciò che viene.

E non è la qualità in sé, il problema. È ciò che la qualità porta con sé. Sono le condizioni che permettono alle persone di sentirsi a proprio agio, predisposte a dare il meglio. È fare in modo che ognuno riconosca nel modo più rapido ed efficiente la propria collocazione nel contesto e ciò che ci si attende da lui. È evitare che le energie vengano disperse o, peggio, operino contro. È concentrare ogni sforzo al servizio di un obiettivo comune. È un distillato di civiltà, in altre parole. Una cellula di comunità.

Tutto ciò che ho sopportato con indifferenza da ragazzo, oggi mi appare improvvisamente intollerabile. Così come intollerabile è vederlo rivivere in modo così simile dai miei figli. Perché lì prende forma il loro mondo. E lì li stiamo già fottendo.

(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook)

Maggio 17 2019

Cadiamo in ogni tranello, te ne rendi conto? Hanno in mano il clic clac e scattiamo come cani di Pavlov. Siamo davvero così ingenui? Stiamo davvero parlando da due giorni dell’ispanico giustiziere mascherato? È una strategia completamente votata al rinforzo identitario e alla polarizzazione: qualunque cosa diciamo, anche se in buona fede e con le migliori intenzioni, serve soltanto a marcare la distanza tra noi e loro, rinforzando loro. È judo sociale: usano la nostra forza per metterci al tappeto. 

Li leggi mai i loro commenti? Lo vedi come festeggiano il tuo sdegno? Tutto ciò che diciamo diventa soltanto controprova di un pregiudizo. Non mette in discussione, non stimola autocritica, conforta solo nelle convinzioni. Serrano i ranghi grazie alla nostra indignazione e al nostro sarcasmo. Loro. Perché noi, dopo esserci sfogati strappando una risatina complice o un ghigno stizzito alle nostre cerchie, non siamo nulla. La nostra identità ha legami così deboli che coincide con la reazione a un presunto nemico comune e poco più.

Così non stiamo preservando, ma contribuendo a distruggere il terreno comune dell’incontro e del confronto. È così in politica, in una contingenza resa spudorata dall’imminente scadenza elettorale. Ma se ci fai caso è così in tutti i confronti divisivi della nostra epoca, come i vaccini o la sostenibilità ambientale. O gli alberi, se vivi a Pordenone. L’unica cosa che ci unisce, in questo momento storico, è che stiamo contribuendo tutti assieme a sfasciare tutto. E non so a te, ma a me questo comincia a fare parecchia paura…

(Bravo, ma come si fa a ripopolare le piazze del confronto? Non ne ho idea. Ma credo che potremmo iniziare se non altro contribuendo nel nostro piccolo a spostare l’asse del discorso pubblico. Raccontando storie in quanto storie potenzialmente universali, non in virtù del loro valore oppositivo o divisivo. Indirizzando le discussioni nel merito. Lasciando cadere ogni provocazione. Non concedendo più alcun alibi sui temi chiave della nostra epoca alle persone di buona volontà, a qualunque sensibilità civica, politica o ambientale appartengano. Ricercando affannosamente ciò che può avvicinare, fare sintesi, superare gli steccati rassicuranti. E poi vedere come va. Stiamo andando a votare per il Parlamento europeo: non sono ancora inciampato in una sola visione continentale, né io ho ancora fatto abbastanza per mettere a fuoco i temi su valutare le proposte. Ecco, io ricomincio da qui. Fanculo Zorro.)


(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook)

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