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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Marzo 24 2020

Ehi tu, decenne.

Proprio tu, che osservi con sguardo regale tuo fratello che ti porta la colazione a letto, “come ho sempre desiderato”. Tu, che aspettavi con ansia il primo compleanno a doppia cifra, ma forse non te lo immaginavi così. Che hai festeggiato per tutto il giorno sovraeccitata e radiosa calciando palloncini nello stesso salotto in cui sei venuta al mondo. Che hai ricevuto gli auguri dei tuoi compagni di classe durante la lezione online, e ti hanno cantato due volte la canzone tutti insieme e la maestra ha spento per te la prima candela che ha trovato in casa e poi papà ha cominciato a tirare su col naso perché devono essere i primi pollini nell’aria.

Tu, che hai spento le candeline sulla pizza ai wurstel del papà e sulla torta al cioccolato della mamma. Che oggi hai preparato il tuo primo gelato fatto in casa, ovviamente al gusto di cioccolato, perché la tua gelateria venderà soltanto gelato al cioccolato e di quel particolare tipo di cioccolato che dici tu. Tu, sguardo obliquo da ingegnere che insegue geometrie tutte sue nell’ordine delle cose. Dura quando giocano i duri, spaesata nei bicchieri d’acqua. Tu, che sei sempre circondata da amici e appena puoi evadi da questa casa, mentre ora sei costretta a rimanerci sempre, ma non lo fai pesare quasi mai.

Tu, che hai chiuso la giornata dicendo che è stato un compleanno bellissimo, anche se non il migliore, e c’ha detto pure bene.

Ehi tu, proprio tu, buon compleanno dal tuo papà

Marzo 21 2020

Leggere la testimonianza di Fra Aquilino Apassiti, missionario cappuccino ottantaquattrenne in servizio presso la cappella dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, che con grande umanità e senso del presente sfida le distanze fisiche per permettere ai parenti dei defunti quell’estremo saluto che la situazione non concede, mi ha avviato uno dei vari smottamenti emotivi di queste ore.

Come la puntina di un vecchio giradischi che reagisce a una scossa, questa storia mi ha fatto fare un balzo allo scorso mese di dicembre. Dicembre per me è stato un mese straordinario, grazie a un particolare groviglio di vicende personali e professionali. Da qualche settimana mi era capitata l’avventura inaspettata e prodigiosa di lavorare dentro un ospedale oncologico. Inoltre, in quei giorni, in quello stesso ospedale, era ricoverata una persona a me molto cara.

Il modo in cui un periodo simbolico come quello dell’Avvento entra in un luogo di frontiera della vita è particolare, fatto di un miscuglio di simboli, eventi, cerimonie, gesti, contiguità, sorrisi, presenze, calore, che prescinde dai percorsi spirituali di ciascuno ed è capace di segnare in profondità l’animo di chiunque abbia la forza di aprire abbastanza il cuore. Per me è stata un’esperienza potente, da cui traggo ancora ispirazione e resilienza.

Alle porte di Natale si tenne un concerto degli alpini della vicina sezione. Era tardi, per gli orari di un ospedale, i pazienti erano ormai tutti già rientrati nelle loro stanze. Così il coro si trovò a cantare davanti a un salone completamente vuoto e in un edificio immerso nel silenzio. Superato il disorientamento, gli alpini si presentarono così: siamo venuti a cantare per voi, non davanti a voi, speriamo che il nostro canto vi raggiunga fin dentro alle vostre stanze, insieme con il nostro augurio di pronta guarigione.

Li guardavo cantare e sentivo le note salire di piano in piano. Nella mia fantasia superavano perfino i rigidi controlli della terapia intensiva, da dove ero appena uscito al termine dell’orario di visita, per portare una carezza anche lì. Fu un momento di sospensione, sostenuto da un canto generoso e sincero. Terminò, vinto qualche tentennamento per il particolare contesto, con Signore delle cime, la struggente preghiera funebre della tradizione alpina che sa farsi inno universale di amicizia, di rispetto, di condivisione, di comunanza. Ognuno di noi probabilmente ha una o più emozioni legate a questa canzone, e a me quella sera uscirono tutte.

Il Coro ANA Aviano mi perdonerà se rubo tre minuti di quella loro esibizione, così preziosa nella mia memoria, per dedicarli idealmente ai morti senza conforto di queste settimane sgarbate. Immaginando che il canto di quella sera possa ripetere il prodigio e raggiungerli fin nei depositi anonimi, nei camion militari, nei cimiteri deserti, nobilitando la distanza fisica e spesso, per difesa, emotiva con cui ci stiamo congedando da loro.

Gennaio 19 2020

Ignorali

Sul serio: ignorali. Non hanno altra forza motrice che non sia il tuo sdegno. Non è nemmeno più una battaglia culturale per cui valga la pena combattere: è pura provocazione. Se la lasci cadere, il più delle volte non c’è alcuna battaglia, perché nel mondo reale tu hai già vinto e loro hanno già perso. È la tua reazione che attiva la consapevolezza di coloro che vorresti salvare: se non reagisci, preservi anche loro. È migliorato il mondo grazie al tuo entrare in polemica, nell’ultimo anno? Guarda con distacco: sono finiti, lascia che si estinguano, stacca la spina con cui contribuisci a tenerli in vita. E il mondo che vuoi difendere tornerà a prosperare.

(Sì, vale per il giornale che provoca sul congedo parentale. Vale per l’istituzionale botto d’apertura del festival televisivo. Vale per il programma subdolo della domenica. Vale per il marketing provocatorio dell’ultimo film. Vale per le esternazioni a gamba tesa dei candidati alle elezioni decisive. Vale per i post a pagamento dei giornali che ti mettono a disagio. Vale, in effetti, per gran parte di ciò che reclama la tua attenzione durante il giorno.)

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Questo post è nato su Facebook e fa parte, a posteriori, di una trilogia dell’energico invito:

Dicembre 20 2019

Invece Babbo Natale esiste. Confesso: non ci avevo mai creduto, fino a oggi. Non ricordo nemmeno se hanno mai provato a rifilarmela, da bambino, la faccenda dei regali. Ma oggi l’ho visto coi miei occhi. E ti assicuro che era lui.

Il solito travestimento, ho pensato in un primo momento. Ben riuscito, questo toccava ammetterlo, ma pur sempre un travestimento. Mi ha incuriosito perché si comportava in modo strano: gentile, ma senza dare più confidenza del necessario. La voce dolce, ma niente smancerie. Non un solo oh oh oh. Guardava le persone negli occhi, con la dedizione di chi in quel momento non è da nessun’altra parte. Poi passava subito oltre, dando l’impressione che il suo sacco, invece di svuotarsi, si riempisse ad ogni incontro.

Eravamo nell’atrio di un ospedale, uno di quelli dove pensi che non andresti volentieri nemmeno a visitare un conoscente. Babbo arriva, preceduto da uno scampanellio ritmico quanto il suo incedere. Spinge una slitta pesante e zeppa di pacchetti, peluche, lavoretti in legno. Attira l’attenzione, naturalmente. Gli si fanno incontro, gli fanno foto, gli chiedono di posare per un selfie. Lui si presta, dignitoso e senza alcun compiacimento, come farebbe il patriarca di una casa reale. Quando si rimette in marcia gli offrono aiuto per dare abbrivio alla slitta ricolma, ma lui rifiuta sempre con decisione: la spingo da solo, dice. Non dice: ce la faccio. Dice, senza parole: è compito mio, lasciatemi fare, ma con l’intensità di un Cristo che sale il suo Calvario.

Nell’atrio c’è una natività di legno a dimensione naturale. Si ferma, la contempla per qualche secondo, poi allunga la mano e accarezza il bambinello con la dolcezza di uno di famiglia. Lì comincio a pensare: se è un attore, è molto convincente.

Poi prende l’ascensore per le lettighe e si inoltra nei reparti di degenza. Qui, a dire il vero, la poesia vacilla e il fact checker che è in me conclude che molto probabilmente le renne no, quelle non esistono. Non volanti, quanto meno. O magari erano impegnate altrove.

Ora però immagina la scena: metà pomeriggio in un corridoio semideserto. Non è ancora orario da parenti. Qualche infermiere, preso in contropiede nel mezzo del suo andirivieni, sorride. La teatralità c’è tutta: il passo marcato, il bastone che scandisce il ritmo, la slitta che diffonde soffuse musiche a tema. Una delle scene più improbabili a cui mi sia capitato di assistere. Penso che prima della fine del corridoio lo cacceranno in malo modo. C’è gente che sta male, qui. C’è gente che cerca pace, non carnevalate.

Ed è qui che ho avuto la dimostrazione che era proprio lui, che esisteva davvero e che era la cosa migliore che potesse accadere, proprio lì, in quel momento. Babbo si affaccia nelle stanze. In ogni stanza, una alla volta. Un letto alla volta. Vorrei augurarvi buone Feste, dice. Vi auguro buona guarigione. Dolce, serio, rispettoso. Una voce che abbraccia perfino te che origli e non avresti diritto a quel calore. In quell’istante, per tutte le persone a portata di vista e di udito, è magia. Infatti lo prendono tutti sul serio. Chi divertito, chi sorpreso, chi distaccato, nessuno indifferente.

Un uomo molto anziano, che passeggia col trespolo dei trattamenti e la maglia appoggiata alla buona sulle spalle si fa da parte, pensando che la sceneggiata non lo riguardi affatto. Quando gli arriva accanto, Babbo si ferma, lo fissa, gli si fa incontro. Quello quasi si spaventa e si ritrae. Quando lo saluta e gli porge il suo pacchetto, la sorpresa, la gratitudine, l’emozione ridisegnano il volto di quell’uomo in un’espressione che meritava un Michelangelo a darle eternità.

E così per due piani, due corridoi per piano. Giovani, adulti e anziani, uomini e donne, pazienti, medici e infermieri. Ripetendo tale quale la magia ogni volta. Qualcuno chiede: e la slitta? E allora lui esce, la afferra e la infila dentro la stanza, tra le esclamazioni di approvazione. Se ce ne stavamo a casa nostra questo proprio non lo vedevamo, commenta una donna in vestaglia col piglio orgoglioso di chi ha vinto il richiamo del divano per assistere uno spettacolo indimenticabile. Le vorresti ricordare che forse il cambio era vantaggioso, ma magari no.

Il giro finisce. L’ascensore ci riporta nell’atrio. Come è entrato, Babbo esce. Non un commento, non un’emozione esplicitata, salvo quella goccia di sudore che gli gronda tra gli occhiali e la guancia, la slitta pesante quanto prima. Chiede la direzione e va. Ti serve una mano? No. Qualcosa da bere? Niente. Arrivederci. Grazie. Ancora un selfie, Babbo. Poi via, la campanella si allontana, la musica non si distingue più e lui è già sparito.

Pensi di averlo solo sognato, e allora lo devi scrivere subito, per non dimenticartene. Che Babbo Natale esiste, è un uomo mite e rispettoso, ha un coraggio da leoni, sa comunicare amore solo con lo sguardo, non indulge nel sentimentalismo e lascia dietro di sé persone un po’ migliori.

Io non so se sono stato buono quest’anno, Babbo. In ogni caso il mio regalo l’ho già avuto. Grazie.

(Il post originale è su Facebook)

Settembre 26 2019

Buine sere, ciase scure
ciase scure in miez dai ciamps
e jo spieti te criure
che ti illuminin i lamps

Vedi, maestra Maria Carla, che me la ricordo ancora oggi, almeno la prima strofa? Dio, che fatica imparare a memoria quella poesia. Ricordo ogni lacrima versata per lo sconforto. Un testo lungo e difficile, scritto in una lingua per me allora straniera. Forse la capisco davvero solo oggi, che la scuola dell’obbligo la vivo da padre, la tua ostinazione nel farcela imparare: la necessità di mettersi alla prova, di fare un po’ più fatica di quella che viene semplice, di riscoprire le radici della tua terra perché possa diventare davvero tua.

Mi capita di ripensare a quegli anni. Dico spesso che avere dei figli è spolverare e rivestire di senso le memorie della propria infanzia. Misuro quello che ricevono oggi i miei figli anche in funzione di quel che io a suo tempo ho ricevuto da te e dalle altre maestre della Collodi. Tre maestre ho avuto, in anni ancora di maestro unico: tu ci lasciasti alla fine della terza, perché pretendevi già troppo dai figli di un’epoca che andava cambiando, e non avevi vita facile.

Ognuna di voi mi ha lasciato qualcosa di fondamentale. Chi il gusto per quel che si può fare mettendo le parole una in fila all’altra. Chi l’importanza di non trascurare le materie scientifiche, perché sono l’altra lingua imprescindibile della convivenza. La tua eredità era più complessa e si è rivelata nel tempo: l’etica dell’impegno, l’attenzione per la forma, la cura senza sconti, la tensione verso la parte migliore di noi.

Hai continuato a insegnarmi da adulto quel che il bambino non poteva capire, né serviva capisse. Quando riscopri dietro all’insegnante che aveva tutte le formule e tutte le soluzioni la persona che, come tutti, tutti i giorni, fa i conti col proprio vissuto, coi propri tormenti, con la propria resilienza. Ti danno un bagaglio di arnesi quando sei bambino, e poi semplicemente speri di trovare quello giusto al momento giusto, e non è facile per nessuno, neanche per una maestra.

A noi, finché è stata tua responsabilità, quel bagaglio l’hai fatto riempire bello stipato, e speriamo basti per tirarci fuori da questi tempi complicati. Grazie di tutto. Che tu possa ora risplendere nella pace.

Maggio 18 2019

Mi succede questa cosa, da genitore. Non sopporto lo sbraco organizzativo, la sciatteria formale, la superficialità professionale nelle attività e negli ambienti in cui sono coinvolti i miei figli. Non certo perché io pretenda per loro qualcosa di speciale, tanto meno qualcosa di diverso dagli altri. Né perché loro, a dire il vero, se ne lamentino. Sono dettagli che in genere noto soltanto io, accumulando un rancore sociale che fatico sempre più a tenere a bada.

Stamattina per esempio, poco importa il come e il dove, sono entrato in un’università con Giorgio. Non avevamo ricevuto coordinate sufficienti prima di arrivare, sebbene una persona fosse stata incaricata di farlo. Non erano state previste indicazioni specifiche in loco, perché l’iniziativa non era abbastanza strutturata da prevedere un livello di comunicazione ad hoc, fosse anche un semplice manifesto. Né la sede contemplava un livello di accesso per visitatori occasionali, perché la collaudata tradizione accademica nazionale presuppone che tutti sappiano già oppure imparino a proprie spese dopo qualche giorno di prove ed errori.

Alla fine siamo arrivati là dove eravamo attesi nel modo tipico dei paesi latini: domandando in giro, prendendo iniziative, chiedendo venia, confidando nella disponibilità altrui. In poche parole: arrangiandoci, sentendoci poco considerati e aumentando inutilmente l’entropia di un ambiente già abbastanza caotico in quel momento. Poca cosa, come sempre. Eppure, mentre aspettavo di riprendere Giorgio, ci ho pensato a lungo.

Credo dipenda dal fatto che attraverso i miei figli rivivo luoghi e situazioni della mia infanzia e della mia adolescenza. E in questo ripasso da adulto colgo i semi del disastro sociale ed economico che ci aspettava al varco. E che oggi temo attenda di mortificare, con effetti ancora più radicali, le migliori energie dei nostri figli. 

Ho ripensato ad anni e anni di organizzazioni improvvisate, di responsabili poco scrupolosi, di promotori sciatti, di indicazioni approssimative, di luoghi introvabili, di gestioni poco professionali, di coinvolgimenti freddi e distratti. E a quella sensazione orribile di sottofondo, più che mai spiacevole agli occhi di un adolescente introverso, di non accoglienza e di indifferenza. Quasi mai in malafede, si intende. Quasi sempre suppliti dalla buona volontà e dalla generosità di singoli (indimenticabili e determinanti, nel mio caso). Nonostante ciò, profondamente incisi nella memoria. 

Perché dunque questa rabbia? Perché, mi rendo conto analizzando da adulto lo sguardo di un preadolescente, è a quest’età che si cominciano a riconoscere e a imitare gli standard. Se sei circondato da una tensione all’eccellenza, inseguirai e pretenderai anche da te stesso un livello non derogabile di qualità. Se ti abitui alla precarietà della forma e dei dettagli, cominci ben presto a fare sconti, a trascurare, a limitarti a ciò che viene.

E non è la qualità in sé, il problema. È ciò che la qualità porta con sé. Sono le condizioni che permettono alle persone di sentirsi a proprio agio, predisposte a dare il meglio. È fare in modo che ognuno riconosca nel modo più rapido ed efficiente la propria collocazione nel contesto e ciò che ci si attende da lui. È evitare che le energie vengano disperse o, peggio, operino contro. È concentrare ogni sforzo al servizio di un obiettivo comune. È un distillato di civiltà, in altre parole. Una cellula di comunità.

Tutto ciò che ho sopportato con indifferenza da ragazzo, oggi mi appare improvvisamente intollerabile. Così come intollerabile è vederlo rivivere in modo così simile dai miei figli. Perché lì prende forma il loro mondo. E lì li stiamo già fottendo.

(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook)

Maggio 17 2019

Cadiamo in ogni tranello, te ne rendi conto? Hanno in mano il clic clac e scattiamo come cani di Pavlov. Siamo davvero così ingenui? Stiamo davvero parlando da due giorni dell’ispanico giustiziere mascherato? È una strategia completamente votata al rinforzo identitario e alla polarizzazione: qualunque cosa diciamo, anche se in buona fede e con le migliori intenzioni, serve soltanto a marcare la distanza tra noi e loro, rinforzando loro. È judo sociale: usano la nostra forza per metterci al tappeto. 

Li leggi mai i loro commenti? Lo vedi come festeggiano il tuo sdegno? Tutto ciò che diciamo diventa soltanto controprova di un pregiudizo. Non mette in discussione, non stimola autocritica, conforta solo nelle convinzioni. Serrano i ranghi grazie alla nostra indignazione e al nostro sarcasmo. Loro. Perché noi, dopo esserci sfogati strappando una risatina complice o un ghigno stizzito alle nostre cerchie, non siamo nulla. La nostra identità ha legami così deboli che coincide con la reazione a un presunto nemico comune e poco più.

Così non stiamo preservando, ma contribuendo a distruggere il terreno comune dell’incontro e del confronto. È così in politica, in una contingenza resa spudorata dall’imminente scadenza elettorale. Ma se ci fai caso è così in tutti i confronti divisivi della nostra epoca, come i vaccini o la sostenibilità ambientale. O gli alberi, se vivi a Pordenone. L’unica cosa che ci unisce, in questo momento storico, è che stiamo contribuendo tutti assieme a sfasciare tutto. E non so a te, ma a me questo comincia a fare parecchia paura…

(Bravo, ma come si fa a ripopolare le piazze del confronto? Non ne ho idea. Ma credo che potremmo iniziare se non altro contribuendo nel nostro piccolo a spostare l’asse del discorso pubblico. Raccontando storie in quanto storie potenzialmente universali, non in virtù del loro valore oppositivo o divisivo. Indirizzando le discussioni nel merito. Lasciando cadere ogni provocazione. Non concedendo più alcun alibi sui temi chiave della nostra epoca alle persone di buona volontà, a qualunque sensibilità civica, politica o ambientale appartengano. Ricercando affannosamente ciò che può avvicinare, fare sintesi, superare gli steccati rassicuranti. E poi vedere come va. Stiamo andando a votare per il Parlamento europeo: non sono ancora inciampato in una sola visione continentale, né io ho ancora fatto abbastanza per mettere a fuoco i temi su valutare le proposte. Ecco, io ricomincio da qui. Fanculo Zorro.)


(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook)

Aprile 24 2019

C’è una dinamica – narrativa e di comunicazione, prima che politica – che ricordo mi colpì molto ai tempi del plateale scontro al governo tra Berlusconi e Fini, e che oggi vedo almeno in parte ricalcata nell’elastica tensione dei rapporti tra Salvini e Di Maio. È una tipologia di contrapposizione interessante, che ha come effetto collaterale quello di ridurre all’irrilevanza l’opposizione, posto che in entrambi casi l’opposizione ha fatto il suo per facilitare l’impresa.

In un racconto mediatico della politica sempre più elementare e svilito nella complessità, c’è spazio per una sola storia principale, quella che detta (o giustifica) l’agenda della nazione. Come in ogni storia che appassioni, c’è un buono, c’è un cattivo e c’è uno scontro. Le storie in cui tutti si vogliono bene e cooperano per un fine superiore sono letteratura di genere, non ci si fa la Storia. 

Buono e cattivo cambiano in base al punto di osservazione, naturalmente. In un sistema maggioritario, già di suo binario e semplificato, corrispondono in genere a maggioranza e opposizione. A meno che la maggioranza non sia così forte a livello di consenso e astuta di fronte alle oggettive difficoltà che intravede all’orizzonte da gemmare al suo interno un nemico e spostare completamente il baricentro della storia, a quel punto controllandola integralmente.

Il nemico precedente, l’opposizione, ora può pure sbraitare, ma da un punto di vista narrativo sembrerà meno che un comprimario. E non c’è modo di riprendere il controllo della storia, per l’opposizione di turno, se non ritrovando abbastanza forza da imporre un racconto totalmente nuovo, necessariamente più appassionante, rispetto al quale ergersi a eroe (o antieroe, perché no: è comunque un modo per tornare visibile, in una politica in cui si naviga a vista e lo scarso orizzonte tende a chiudere un occhio sui mezzi).

Non ho prove per sostenere che nei due casi citati questa sia una strategia voluta e ricercata, anche perché certo implica margini di rischio piuttosto alti. Sta di fatto che oggi così come nel 2010 la telenovela intergovernativa non impedisce affatto al Governo di governare, mentre al contrario dà maggiore visibilità alle sue scelte. Berlusconi e Fini tennero banco per un anno senza pregiudicare seriamente il destino di un governo che si è infranto invece sui primi seri rimbrotti europei. Mentre noi di europeo abbiamo in vista un’elezione di qui a breve, anche se questa per il momento è un’altra faccenda.

Marzo 13 2019

Come un odore che squarcia il labirinto della memoria, i distratti omaggi ai trent’anni del Web e alle intuizioni di Tim Berners Lee ( ❤️ ) ci sbattono in faccia il sudore delle nostre migliori energie giovanili, l’entusiasmo delle prime illuminazioni professionali, i grandi sogni che hanno plasmato un’immaginazione poco più che adolescente.

Quello che molti di noi sono oggi, nonostante il peso delle disillusioni e la fatica della complessità, si nutre ancora dei frutti di quel potente senso di possibilità, dell’inebriante sensazione di riavvio del sistema operativo della società, che a lungo ispirò gli spiriti più liberi e indipendenti, quelli che non avevano niente da perdere e nessuna rendita di posizione. Nerd ad alto senso civico, che oggi in gran parte si aggirano confusi e irrisolti in una crisi di mezza età che è personale e generazionale assieme.

Il ragno geneticamente modificato che voleva ridisegnare la circolazione della conoscenza ci morse ragazzini. Sentimmo crescere in noi missione e superpoteri. Trent’anni dopo ci risvegliamo Don Chisciotte più che Spiderman, quiescenti missionari con sussulti di sdegno per lo spreco di intelligenza collettiva al cozzare di un’epoca che non riesce a morire contro un’altra che non riesce a nascere.

“Trent’anni fa” fa sembrare ieri dannatamente lontano.

[Bonus track con dedica a Franco Fileni: “C’è questo Mosaic che sembra interessante”]

(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook.)

Gennaio 22 2019

Perché lo fanno? Per suscitare una reazione. Perché tu reagisci all’eccezionale, non all’ordinario. Tutti reagiscono all’eccezionale. E ne parlano. Insieme. E diventano tendenza. Le tendenze vengono misurate. Le misurazioni diventano notizia. Le notizie amplificano la tendenza di nicchia e diventano attualità. L’attualità suscita nuove reazioni, anche dove non era arrivata prima. Attira gli analisti, gli editorialisti, l’umanità circense in cerca di un pubblico quotidiano per sopravvivere. Diventa speculazione sul costume.

Così un fatto bislacco diventa, suo malgrado, agenda di una nazione. E l’agenda serve sempre qualcuno, anche quando nasce bislacca. Poco importa se il fatto iniziale era davvero bislacco: ti ha già cambiato, ci ha già cambiati. Ed è cominciato grazie a te. Ma non oggi: due o tre decenni fa, forse prima. Solo che oggi è più facile: loro lo hanno capito e tu, spesso, no.

Evolvi.

(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook.)

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