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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

agosto 10 2018

Mi è tornata la voglia di ragionare di informazione in rete. Sono convinto che una delle vie più promettenti verso la rigenerazione del giornalismo post-internet passi per la dimensione locale e che da qui un modello finalmente autoctono possa poi scalare ai livelli successivi. Sono convinto che esista una domanda di informazione (scomposta, volatile, confusa, anche perché spesso incapace di supporre l’esistenza di risposte) che parta dal vivere quotidiano, dal livello micro, e che questa oggi sia servita in modo inefficiente da modelli editoriali concettualmente fermi al secolo scorso.

L’informazione prodotta professionalmente è sempre meno utile. Riesce molto meno che in passato a fare la differenza nella vita delle persone. È tanta, è ovunque, ma spesso non è lì dove serve a chi ne ha bisogno. Oppure c’è ma è incompleta o datata. L’utilità, che sia reale o percepita, sarà sempre più il motore dell’economia dell’informazione. Capita di pagare anche solo per la bellezza, la qualità o la curiosità, ma se non è anche utile faticherò a decidere di sostenerla in modo duraturo.

Alcune evidenze soggettive che mi hanno fatto riflettere, di recente. Ho ignorato il paywall del Corriere della Sera, finendo per perderne completamente di vista il sito. Ma un po’ alla volta ho ceduto al micro-abbonamento di Rep, perché almeno un articolo alla settimana vale la monetina. Mi sono abbonato a vita a Good Morning Italia perché Beniamino è mio amico, ma anche perché il loro lavoro mattiniero e sistematico di digestione delle notizie mi risparmia tempo e fatica. Mi hanno regalato un abbonamento al New York Times, che è una goduria per tanti motivi, eppure fatico a inserirlo nella mia dieta quotidiana perché è un piacere più che un’esigenza. Non ho ancora aderito a Noi, la membership del mio giornale regionale di riferimento, perché pur muovendosi nella giusta direzione non incide ancora sul prodotto giornalistico.

Utile è ciò che migliora la vita, ciò che la rende più semplice, più soddisfacente, più comprensibile. Magari più divertente. Utile è ciò che mi aiuta a contenere la complessità e a trovare chiavi di lettura efficienti. I giornali sono stati enormemente utili finché l’accesso all’informazione era scarso, poi hanno perso il passo e, invece di aprire i propri processi alla rete, si sono rinchiusi in se stessi. Nell’età dell’informazione abbondante, e tuttavia abbandonata in mille silos, l’iniziativa nel tessere relazioni tra le informazioni e le persone – che per vocazione avrebbe potuto essere terreno elettivo dei professionisti dell’informazione – è stata lasciata quasi completamente ai lettori, ai cittadini, agli specialisti, con tutta la casistica di conseguenze virtuose (Wikipedia, urban blog, social streetcommunity hub ecc.) e viziose (amplificazione di fake news, bolle di autocompiacimento, pregiudizi di conferma ecc.) che abbiamo sotto gli occhi.

L’informazione di servizio sta alle fondamenta del giornalismo contemporaneo almeno quanto la prosa letteraria stava al giornalismo (italiano) del Novecento. C’è più giornalismo oggi nel mettere al posto e al momento giusto un indirizzo, un orario o un collegamento (tra un sito e un altro, tra una persona e un’altra, tra un’idea e un’altra) di quanto ve ne sia nei copia-incolla meccanico e ossessivo dei rulli d’agenzia. Io ho imparato di più sulle dinamiche dell’informazione in rete traducendo in diario quotidiano su web e social media le prescrizioni per gli abitanti di una città su cui stava per abbattersi l’invasione di un evento di massa. Oppure creando timeline ipertestuali e repertori di dati dedicati a vicende civiche complesse e oggetto di dibattiti che si andavano allontanando dalla razionalità.

Dove è possibile essere più utili alle persone? Là dove la complessità si manifesta nel quotidiano, là dove la gente vive e fa cose. Quel che resta del giornale locale è, in potenza, l’avamposto più scontato eppure meno presidiato dalle corazzate superstiti dell’editoria giornalistica per tentare la ricostruzione di un rapporto di utilità del giornalismo e di fiducia tra giornalismo e cittadini. Per farlo credo sia inevitabile smontare il giornale locale così come lo conosciamo e usare gli stessi pezzi per farne qualcosa di diverso e dirompente. Io qualche idea in proposito l’avrei. Comincerei, programmaticamente, dalla sezione meno nobile e oggi sciatta, l’Agenda del giorno.

Immagino un sito (o un’app o un feed o qualunque altra forma serva lo scopo) in grado di sintetizzare tutte le informazioni di servizio necessarie per vivere e interpretare nel modo più completo e consapevole un certo giorno in determinato luogo. Penso a una forma liquida di sodalizio civico che superi la competizione tra giornalisti, istituzioni, cittadini e associazioni per l’attenzione della comunità e dia vita a una piattaforma condivisa in grado di valorizzare al meglio necessità e opportunità aggregando e digerendo dati, facendo incontrare intelligenza condivisa e intelligenza artificiale e unendo a queste il mestiere di chi gestisce professionalmente informazione. Il giornale come snodo funzionale della comunità, lo chiamavo qualche anno fa.

Su questa base essenziale e ribaltata ci giochiamo la ricostruzione del legame di fiducia perduto tra giornalisti e comunità. Io giornalista lavoro incessantemente per conoscere, connettere, rilanciare, fare sintesi, mettendo a sistema una comunità che già fa molto di suo seppure in modo disordinato e inefficiente, tu cittadino hai disposizione un supporto in tempo reale per vivere in modo consapevole e completo il tuo luogo e il tuo tempo. Solo una volta sviluppato questo bocciolo di legame fiduciario, innesterei ogni livello ulteriore di approfondimento critico e di speculazione civica, ciò che oggi vendiamo come core business del giornalismo e che basiamo sulla presunzione di un ruolo in realtà ormai consunto.

Su questa base essenziale e ribaltata ci giochiamo anche la messa a punto di un modello economico che garantisca sostenibilità e sviluppo nel tempo. Se il criterio guida è quello dell’utilità e l’effetto generato è un reale senso di comunità, possiamo finalmente inseguire una combinazione di forme di membership che non siano soltanto lipstic on pigs, microabbonamenti per servizi avanzati diretti ad aziende e negozi, formati finalmente ecologici di pubblicità, eventi significativi mirati al crowdfunding, grant per sperimentazioni di interesse nazionale e internazionale,  e ogni altra forma di micro-condivisione dei costi oggi la tecnologia permetta di sperimentare con facilità. Dovrebbe essere questo, almeno in una prima fase, il vero versante creativo del progetto.

Ci penso da un po’. Credo di essere distante da una soluzione, ma sono più che mai convito che meriti provare. L’alternativa è lasciare spegnere come candele i media locali ormai cronicamente incapaci di spremere valore dagli strumenti del loro tempo, affidandoci a iniziative gracili e parziali oppure all’estro di istituzioni civiche illuminate. In Gran Bretagna e in altri Paesi anglofoni, dove hanno dalla loro anche una lingua franca che allarga enormemente il potenziale mercato di contenuti che prescindano dal qui e ora, si è generata con maggiore spontaneità un’onda di iniziative civiche e iperlocali che spesso ha costretto gli editori a interrogarsi sul loro compito e sul loro destino.

In Italia le difficoltà dello startupper azzerano le possibilità di incidere in tempi ragionevoli, mentre l’imitazione stanca di modelli tradizionali non introduce innovazione nel sistema. Per questo un impegno diretto dei grandi editori sarebbe auspicabile e urgente: una piazza marginale, un piccolo gruppo di lavoro, un anno di libertà totale di sperimentazione e tanto coraggio nel ribaltare ogni logica consolidata.

Negli ultimi decenni il giornalismo ha servito a vario titolo progetti industriali, interessi legittimi e illegittimi, strategie di marketing, talvolta semplicemente se stesso. Non ha funzionato. Dovrebbe tornare a fare l’unica cosa che ha senso: prendersi cura. Delle persone, delle comunità, della loro capacità di vivere meglio attraverso un migliore accesso alle e una migliore gestione delle informazioni che favoriscono la consapevolezza e il benessere. Senza più alcun paternalismo, per puro spirito di servizio. Prendersi cura.

agosto 6 2018

Ehi tu, dodicenne.

Cuore grande, corazza ancora fina da proteggere con bardature e sovrastrutture. Cinque sensi da mettere alla prova con urgenza a ogni intuizione, storia, canzone, barzelletta, cibo, materiale, salvo abbandonarli dove capita il momento dopo. Tu, curioso esploratore del presente e del passato, indolente abitante di casa. Capace di affetto scomposto e fastidio respingente nello stesso quarto d’ora. Tu, che attraversi sospettoso il confine tra l’età senza pensieri e l’età dei pensieri grandi. Che hai ancora bisogno di rinforzare il nido, ma insegui già il coraggio per distruggerlo.

Trascinatore di sodali con armi fantastiche contro i mulini a vento, in disarmo quando le dinamiche di gruppo si fanno adolescenti. Tu, che invidi le lusinghe al leader di turno e non riconosci ancora la forza di chi sa farsi colla. Che metti gli amici del cuore su un piedistallo, ma non hai abbastanza piedistalli per adattarti alle circostanze. Tu, ingordo ascoltatore con la musica del mondo a portata di dita, vulnerabile ai tormentoni anni ’70. Tu, che sei un libro ancora da disegnare, ma hai dalla tua un talento straordinario per la matita.

Tu, che porti ancora addosso un po’ della magia della notte in cui sei nato.

Ehi tu, proprio tu, buon compleanno dal tuo papà

giugno 19 2018

State of the Net – ci strizzava l’occhio Luca De Biase nell’intervento introduttivo di questa edizione – è un metodo culturale: serve guardare oltre, analizzare, non fare sintesi affrettate e confrontarci al di là dell’emotività che ci circonda. Lo abbiamo fatto per la settima volta ed è sempre emozionante e stimolante come la prima, nel 2008. Non è facile, non sempre è popolare, ma da oltre dieci anni è il nostro modo di contribuire ad affrontare questi tempi intricati.

Quest’anno abbiamo parlato di conseguenze, sinonimo di complessità ed ecosistema. Abbiamo dedicato un pomeriggio ad approfondire la gestione dell’innovazione in Italia con i top manager dell’industria privata e rappresentanti di alto profilo della pubblica amministrazione (il ministro del digitale siete voi, per dirla col presidente di Insiel Simone Puksic). E poi un giorno intero ai nostri ospiti internazionali, col grande ritorno di Dave Snowden, Dave Winer, Ton Zijlstra and Gigi Tagliapietra e altrettanto felici incontri come quello con Luigi Zingales, Lorenza Baroncelli o Hossein Derakshan, un ricercatore che ha imparato a soppesare la gravità delle parole in un carcere iraniano.

La registrazione integrale si trova su Facebook in cinque parti: prima e seconda parte di giovedì 14 giugno (in italiano) e prima, seconda e terza parte di venerdì 15 giugno (in inglese). I singoli interventi del primo e del secondo giorno sono già disponibili come sempre su YouTube, insieme all’intera storia di State of the Net.

Abbiamo un grande staff, che rende organizzare questo evento un’esperienza umanamente e professionalmente degna di essere vissuta: a ognuno di loro va il mio ringraziamento. Ma, come sempre, l’ultima parola è per Beniamino Pagliaro, senza il quale State of the Net semplicemente non esisterebbe anno dopo anno, e Paolo Valdemarin, the smartest and the funniest guy in town.

Dai, rifacciamolo ancora.

maggio 20 2018

Per accompagnare un piatto di guancette di maiale in umido, inseguivo un contorno semplice e fresco. Una spadellata veloce, che esaltasse le verdure di stagione e completasse per gusto e consistenze il piatto principale. Ne è venuto fuori un misto croccante di asparagi verdi (500g), bianchi (500g), zucchine (1 grande) e carote (1 grande). Per aggiungere un tocco di fantasia e una nota dolce (che si sposa sempre bene con la carne di maiale), ho pensato di aggiungere anche qualche ciliegia.

Per prima cosa ho scottato al vapore gli asparagi. Un minuto quelli verdi, due minuti quelli bianchi (che erano molto grandi), in modo che rimanessero appena morbidi all’interno ma ancora croccanti all’esterno. A tutti, verdi e bianchi, ho poi tagliato la testa, mettendola da parte per essere successivamente saltata in padella all’ultimo momento. Ho tagliato a metà lo stelo di quelli bianchi e li ho passati alla griglia, per esaltarne il sapore, tagliandoli infine a pezzetti di mezzo centimetro. Gli steli degli asparagi verdi li ho tagliati direttamente a pezzetti.

In padella gli ingredienti vanno aggiunti in base al tempo di cottura. Per prima ho messo la carota: tolta la buccia, la carota va divisa in quarti e i quarti in pezzetti di massimo mezzo centimetro. La carota deve ammorbidirsi ma non lessarsi troppo all’interno: per questo va scottata a fuoco sostenuto per qualche minuto, fino a quando l’esterno non comincia ad abbrustolirti. A quel punto ho aggiunto la zucchina, tagliata in modo simile alla carota. Qualche minuto per scottarla a fuoco sostenuto, poi qualche altro minuto a fuoco basso per completare la cottura.

Quando carote e zucchine hanno raggiunto la cottura ideale, morbida ma ancora molto compatta, ho buttato in padella gli asparagi preparati in precedenza. Con loro una decina di ciliegie precedentemente denocciolate, tagliate a metà e quindi in quarti. Ho saltato il tutto per un paio di minuti, regolato di sale e di pepe e servito in tavola.

marzo 28 2018

Qualche giorno fa abbiamo festeggiato in famiglia il compleanno di Gea. Come da richiesta della festeggiata, il menu prevedeva pizza fatta in casa. Il tradizionale giropizza della casa prevede una decina di sfornate successive: ogni pizza un gusto diverso, a ciascuno uno spicchio di assaggio. Poiché uno degli invitati doveva evitare i cibi solidi, ho pensato di replicare per lui il gusto di alcune farciture in una sorta di degustazione al cucchiaio.

Sono partito dal pomodoro. Ho usato una salsa molto più gustosa di quella che spalmo di solito sull’impasto della pizza (io mi trovo particolarmente bene con la polpa bio del pastificio Iris), perché in questo caso il pomodoro diventa protagonista e fa da base per le farciture. Ho ristretto la salsa in pentola, l’ho aggiustata di sale e di acidità, infine l’ho condita con un goccio di salsa di soia.

Ho disposto un paio di cucchiaiate abbondanti della riduzione così ottenuta sul fondo di alcuni vasetti del diametro di 6/7 centimetri e dal bordo di 4/5 centimetri. Vanno bene tazzine da caffé o bicchierini di vetro, l’importante è che la base non sia troppo stretta (lo sviluppo in verticale costringerebbe a procedere a strati, perdendo il mix di sapori tipico della pizza) e che il bordo non sia troppo alto (perché il composto deve essere agevole da raggiungere con un cucchiaino).

Ho poi ridotto la mozzarella in coriandoli e ne ho aggiunti alcuni per vasetto sul pomodoro ancora caldo, in modo che cominciasse a sciogliersi naturalmente. Ho passato i vasetti con il loro composto al grill per un paio di minuti per dare alla mozzarella l’aspetto e la consistenza tipici della pizza cotta al forno. Su questa base di margherita ho aggiunto gli ingredienti delle farciture, tutti naturalmente tagliati in proporzione, in modo da renderne il cucchiaino più che sufficiente per il consumo.

In questa occasione ho replicato la pizza alle acciughe (striscioline di cipolla stufata, brandelli di filetti di acciuga, un paio di capperi), la “capricciosa” della casa (striscioline di cipolla stufata, un paio di spicchi di cuore di carciofo sott’olio, un paio di rondelle di olive nere denocciolate, un cappero e una fetta sottile di speck a brandelli) e la pizza alle verdure (rondelle di zucchine precedentemente saltate in padella, una rondella di carota stufata e condita, un quarto di pomodorino fresco). Su tutto una spolverata di origano. Prima di servire, ho ripassato ogni vasetto al grill un altro paio di minuti per scottare gli ingredienti.

L’effetto finale è stato molto credibile e la ricetta ha riscosso entusiasmo. Da tenere presente per un aperitivo o un antipasto diverso dal solito, ma anche per unire i sapori della pizza con pranzi o cene più tradizionali.

marzo 15 2018

Quello alto, beige è il grattacielo in cui ho vissuto l’infanzia. L’edificio ai suoi piedi è il mio “Cinema Paradiso”. Come i paesani di Giancaldo nel film di Tornatore, oggi lo guardo venire giù sotto i colpi delle ruspe con gli occhi lucidi e lo sguardo arreso. Quella palazzina custodiva l’auditorium con le sedie di legno in cui, nelle interminabili domeniche di bambino, ho cominciato ad amare il grande schermo. Ci si trovava dopo pranzo, si faceva scorta di caramelle sfuse nella gelateria della Cesira e poi ci si perdeva nelle ruspanti retrospettive degli anni ’70, immersi nel fresco nella sala buia.

Al cinema vero mi appassionai poi altrove: lì invece cominciai a percepire il fascino che su di me esercita il retro delle quinte, l’organizzazione delle cose, ciò che aiuta la magia a rivelarsi e lo stupore a rimanere sospeso. Perché, dopo le prime stagioni da spettatore, in quell’edificio era naturale cominciare a darsi da fare per farlo funzionare. Non si pagava il biglietto, ma si era tutti coinvolti un po’ per volta nella gestione. Bruno, il mio compagno di giochi e di film della domenica, diventò proiezionista che non eravamo ancora usciti dalle medie. Si andava per divertirsi, ma divertendosi si cominciava a esplorare le proprie vocazioni e il proprio ruolo nella società.

Era l’inizio, quello, di una delle vicende più stupefacenti e tuttavia meno celebrate nella mia città. Per i successivi vent’anni in quell’auditorium, nelle sale gioco al primo piano e nelle aule del secondo piano ora esposte al vento, una manciata di generazioni di giovani pordenonesi è entrata per divertirsi e divertendosi è cresciuta facendosi carico un po’ alla volta del divertimento e della crescita altrui. Universitari che si prendevano cura di adolescenti che a loro volta badavano ai ragazzini. Una scuola di responsabilità e di condivisione del germe della comunità che, con la scusa dei film, dei gruppi di animazione, dei campi estivi e delle serate a tema (discoteca compresa), arrivò a muovere numeri impressionanti e a generare esperienze difficili da etichettare semplicemente come oratorio.

Quello era il San Giorgio di don Felice Bozzet. Sgangherato, anche dopo la parziale ristrutturazione. Rumoroso, per il brulicare di vita che accoglieva a tutte le ore. Talmente fuori dagli schemi, da restare – ieri, come oggi nel ricordo – fuori dai radar della classe dirigente cittadina e in fondo da quello della stessa Curia. Ma fecondo, sereno, indimenticabile per chiunque ci abbia passato anche soltanto qualche ora. Il rudere polveroso e abbandonato da anni, che oggi viene demolito, non era che il fantasma di quell’esperienza. La memoria della vita e dell’esempio di mondo possibile che ha contenuto è ora affidata a tutti noi che sappiamo ancora dare un nome a quei locali sventrati.

(Il post è stato pubblicato originariamente su Facebook. La foto è di Ezio Colombo ed è stata pubblicata dall’autore nel gruppo Sei di Pordenone Se…)

ottobre 15 2017

C’è questa cosa che si tiene ogni inizio autunno a Pordenone: il grande mercatino dei bambini. Il gran giorno, fin dalle tre di notte, la piazza deputata si riempie di nugoli di padri, madri, nonni, nonne, variamente ecreativamente attrezzati, tutti alla rincorsa dei posti migliori. Già alle cinque sei relegato ai posti di minor passaggio e destinato a riportare a casa gran parte della mercanzia.

Verso le 8:30, sbadiglianti e con gli occhi a dollaro, arrivano i giovani titolari dei banchetti, pronti a vendere i propri regali reietti, ma soprattutto ad acquistare i reietti regali altrui. Magari pedagogicamente non proprio una faccenda a prova di bomba, ma rivendendola come utile infarinatura commerciale per i figli e pensando allo spazio che ti si libera in casa finisci per chiudere un occhio.

Due cose tuttavia non capisco, giunti alla settordicesima edizione: come non sia possibile assegnare/estrarre/distribuire i posti in modo preventivo, automatico e umano, evitando ai genitori meno entusiasti l’assurdo rito della notte in bianco.

E soprattutto: come mai nessun bar della zona interessata abbia ancora compreso il potenziale economico di far trovare brioches calde e caffè bollenti già a notte fonda a questo esercito di esseri umani degno di miglior causa.

agosto 12 2017

Pordenone ha salutato oggi uno dei suoi padri più recenti e discreti, monsignor Felice Bozzet. Non un capitano d’industria o un campione della politica, ma un umile tessitore di comunità, un incantatore di giovani, colui che forse più di chiunque altro ha saputo illuminare l’adolescenza e la via verso le responsabilità adulte di qualche migliaio di uomini e donne che oggi hanno tra i trenta e i sessant’anni.

Don Felice è stato un prete di strada in centro città, un mistico alla guida di una parrocchia più grande di lui, un gioioso innovatore del messaggio cristiano in un’epoca di grandi aperture e altrettanto rapide chiusure, un sant’uomo senza superpoteri che pure ha saputo compiere opere straordinarie impastando umanità, prossimità e condivisione al volgere di decenni in cui sembrava improvvisamente più semplice procedere da soli.

La sua impronta sociale è riconoscibile oggi in gran parte delle reti che innervano l’economia, la cultura, la politica e la società della Destra Tagliamento. Le testimonianze, addolorate ma al tempo stesso gioiose e grate, che i suoi ragazzi di ogni età gli stanno tributando in queste ore sono il miglior testamento possibile.

Don Felice è stato una presenza ricorrente anche nella mia vita, fin dai banchi di scuola. L’ultimo suo regalo, di certo quello più inaspettato ed emozionante, è stato chiedermi di mettere ordine agli appunti di una vita e distillare una testimonianza di ciò che gli era a cuore. Non ho mai capito perché avesse voluto chiederlo proprio a me, tra tanti che avrebbero potuto rendergli un servizio di certo più ortodosso, ma so che immergermi in quella storia, nelle sue illuminazioni e nelle sue delusioni, nei suoi successi e nelle sue sconfitte, è stata una delle esperienze più coinvolgenti che mi siano capitate. La storia di una vita, di cui pure ero stato almeno in parte testimone, ricostruita nel pieno nella sua complessità. Oggi, più che mai, è un dono che va condiviso.

novembre 3 2016

Due giorni ricchi, come sempre, di spunti di riflessione e ah-à moment. Con in più il piacere di essere tornati a casa, a Trieste e in Friuli Venezia Giulia, dopo la trasferta milanese del 2015 in occasione di Expo. A State of the Net 2016 s’è parlato di fatti, della loro abbondanza, del frequente rifiuto e di un possibile superamento al tempo della rete. Di post-verità, un paio di settimane prima che questa diventasse una delle parole simbolo del 2016. Secondo tradizione, tutto resta disponibile e riascoltabile online, sul sito della conferenza e su YouTube. La biblioteca di idee raccolte in sei edizioni dalla conferenza comincia a fare una certa impressione.

agosto 26 2016

Nei giorni scorsi abbiamo salutato un amico, che in poche settimane si è dovuto arrendere a una delle più crudeli tra le sfide per la vita. Su invito della famiglia, che ha saputo trasformare una vicenda orribile in una in una celebrazione della vita e del valore della comunità, ho scritto queste righe per lui. Mi piace che ne resti traccia qui.

 

A P. ho voluto istintivamente bene.

Che cosa ti fa venire in simpatia una persona che puoi dire di conoscere appena e che incontri il più delle volte soltanto per il tempo di un ciao nell’atrio delle scuole dei tuoi figli?

Un modo di stare, un modo di guardare, un modo di ascoltare.

Ci sono occhi – la gran parte – che sono portoni sprangati, indifferenti, rivolti altrove. Altri, più rari, sono finestre tenute appena accostate dal pudore. Dietro una cordialità riservata, gli occhi di P. lasciavano intravedere un mondo ricco. Ricco di contrasti, di differenze, di originalità.

Semplice, ma intenso.
Umile, ma orgoglioso.
Rispettoso, ma indomito.

P. gli occhi te li incollava addosso, se quello che dicevi catturava la sua immaginazione. Grati. Assetati. Quasi avessero saputo di avere poco tempo per capire quel che c’era da capire.

P. un giorno avrò modo di conoscerlo meglio, mi dicevo. Avrò modo di farmi raccontare la sua storia, a cui K. accenna sempre così fiera. Avrò modo di scoprire da dove attingono compostezza e sfumature fuori dal comune i suoi bimbi.

Che sfortuna, P., un’ingiustizia da spezzare il cuore. Ma anche che enorme lezione di vita, di condivisione, di dignità, di gioia nonostante tutto, che ci avete dato in queste poche settimane straordinarie.

Ci lasci una famiglia splendida, a cui volere ancora più bene. E un senso di comunità da accudire, ora anche nel tuo ricordo.

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