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Tag: responsabilità

gennaio 19 2016

Caro genitore ansioso, son sempre io. Quello che, se tu dici che dobbiamo proteggere di più i nostri figli, lui ribatte polemico che al contrario dovremmo renderli più autonomi. Quello che, se tu proponi di sprangare il cancello, lui non perde l’occasione per suggerire che semmai dovremmo sradicare la recinzione. Quello che ti mette a disagio, perché non va mai ad aiutare suo figlio nello spogliatoio in palestra oppure lo manda da solo in giro per il quartiere a fare piccole commissioni.

Oggi sei particolarmente agitato. Hai letto sul giornale di un brutto fatto di cronaca. Uno dei nostri incubi peggiori: bullismo invisibile, fragilità sottovalutata, disagio esplosivo. Qui, proprio accanto a noi, nella nostra città. Ti fai domande, hai la sensazione che nemmeno tutto il tuo amore potrebbe bastare a preservare tuo figlio dai rischi. La fiducia in chi te lo custodisce per molte ore al giorno, già condizionata, vacilla. Trovi istintiva rassicurazione in chi ostenta soluzioni: dobbiamo stare loro ancora più vicino, passare al setaccio il loro mondo, filtrare le loro comunicazioni, avere tutto sotto controllo.

Mi colpisce una prima differenza tra me e te. Tu sembri identificarti soprattutto in tuo figlio e soffri preventivamente al suo posto, sulla base di un’urgenza emotiva sobillata da terzi. Io mi identifico nell’adolescente che sono stato, ripasso la geografia delle mie cicatrici e provo a marcare i punti di contatto tra la mia esperienza di allora e quella che potrebbe vivere mio figlio. E sai cosa? È davvero una realtà diversa, come sostieni sempre tu. Ma sospetto che la causa sia soprattutto nostra.

Ricordo sempre a me stesso che io già in prima elementare andavo e tornavo da scuola da solo, le chiavi di casa appese al collo. Il pomeriggio, dopo aver fatto i compiti, potevo uscire e andare ai giardinetti o in giro con gli amici del palazzo in bicicletta, lasciando agli adulti soltanto idee sommarie sui luoghi in cui avrei passato il mio tempo e sui compagni di avventure. Non ricordo di essere mai stato accompagnato in palestra a fare sport, dove andavo a piedi portandomi da solo l’attrezzatura necessaria. Godevo di ampi margini di autonomia, disponevo per gran parte del tempo libero delle mie scelte, protetto da maglie di fiducia molto ampie.

Oggi non posso dire lo stesso di mio figlio, che fa la quarta elementare. Lui è costretto a passare dalla sorveglianza di un adulto a quella di un altro adulto, deve essere accompagnato e ripreso in continuazione da scuola a casa, dall’oratorio alla palestra, dal parco alla casa degli amichetti. I suoi tempi e i suoi luoghi sono dettati da, o nel migliore dei casi concordati con, un adulto. Ho preteso per lui tutta l’autonomia che regolamenti e assunzione diretta di responsabilità mi concedono, vincendo l’ottusità delle consuetudini e il biasimo dei miei pari, ma è comunque ben poca cosa, insufficiente a creare anche soltanto una parvenza di quella indipendenza e capacità di badare a se stessi che per noi, alla loro età, era ormai scontata e acquisita.

Ogni tanto invento scuse, per supplire a questa mancanza di spazi: mi vai a prendere il pane? Preferisci restare a casa da solo mentre vado a predere la tua sorellina? Te la senti di andare per conto tuo al compleanno del tuo amico, che poi vengo a riprenderti io? Ti posso lasciare all’incrocio prima della palestra? Devo comunque limitarmi, perché i miei esperimenti generano spesso un disagio controproducente negli adulti che lui incrocia in questi frangenti, un allarme sociale che supplisce alla mia assenza e ripristina il controllo.  Nei suoi occhi invece vedo accendersi la scintilla della sfida, dell’orgoglio, della possibilità, dell’autonomia, che altrimenti sarebbe rimasta spenta. Poi ti lamenti che i giovani di oggi sono apatici: ci credo, gli soffochiamo la fiamma pilota.

Non puoi fare paragoni, ribatti sempre tu a questo punto, sono cambiate troppe cose. Davvero? Il traffico, dici. Di certo ce n’era meno. Ma c’erano anche meno marciapiedi, meno piste ciclabili, meno attraversamenti in sicurezza: cresce tutto in proporzione. Queste sono in ogni caso le strade in cui i nostri figli possono imparare a muoversi consapevolmente e responsabilmente. Ci sono tanti altri pericoli in più, insisti allusivo. I malintenzionati. Non c’erano forse i malintenzionati ai nostri tempi? E non era enormemente più basso il controllo sociale e la consapevolezza di chi si occupava di noi? Ci hanno mai impedito di fare la nostra vita e di crescere accorti, ma liberi e consapevoli della diversità nel bene e nel male attorno a noi? Dove esattamente è subentrata l’idea che dobbiamo svolazzare costantemente accanto a loro come aquile per sindacare in loro vece ogni loro incontro? Non siamo uno spettacolo orrendo noi tutti genitori assiepati sempre in attesa davanti a ogni scuola, ogni giardinetto, ogni palestra, ogni oratorio? Ammettilo, ai nostri tempi li avremmo detestati.

In prima media, improvvisamente, la libertà. A undici anni possono cominciare ad andare a scuola da soli. Tutto d’un tratto è considerato accettabile che i ragazzi si muovano per la città senza sorveglianza. Da un giorno all’altro piomba loro addosso il fardello del badare a se stessi per diverse ore al giorno. Senza progressione, senza allenamento, senza abitudine. Un bel casino, ci hai mai pensato? E proprio nel momento in cui l’adolescenza, l’evoluzione dell’individualità, la malizia e le dinamiche di gruppo cominciano a urlargli nel cervello.

A me questa cosa spaventa, non so a te. Preferirei di gran lunga che i miei figli arrivassero a quel momento sapendo già arrangiarsi senza genitori, avendo messo alla prova i limiti della loro libertà bambina, avendo disegnato con innocenza di fanciulli le mappe di un territorio che hanno imparato a esplorare anche senza guida. Servono spalle abbastanza larghe e gambe ben piantate per resistere agli spintoni del secondo decennio della loro vita, molto più che la custodia amorevole, onnipresente e tuttofare di mamma, papà e nonni. Senza contare che stiamo formando una generazione socialmente rachitica, proprio nel momento in cui gli aliti della storia promettono tempesta.

Mi sono confrontato con dirigenti scolastici, animatori, amministratori. Spesso mi hanno confortato nelle mie convinzioni di gran lunga minoritarie. Tuttavia ammettono di avere le mani legate. Perché non basta il buon senso, quando una comunità è pronta a scaricarti addosso tutta la responsabilità di ciò che può andare storto. Ci siamo abituati a considerare la responsabilità una situazione da evitare o da passare avanti, fino a quando qualcuno non resta col cerino corto e paga per tutti. Mi piacerebbe che tornasse a essere un sacrificio da condividere in modo diffuso nel nome di un progetto comune.

Ecco, io la mia parte di responsabilità me la vorrei prendere tutta. Chiedo monotono in ogni sede e in ogni occasione di farlo. Disperando di convincerti, spero almeno di instillarti un dubbio un po’ alla volta.

ottobre 12 2015

L’Istituto superiore  Evangelista Torricelli di Maniago, in provincia di Pordenone, mi ha invitato a intervenire in occasione dell’inaugurazione del sistema di accesso WiFi d’istituto, e-Vangelista. Questo è quello che ho raccontato agli insegnanti e agli studenti presenti questa mattina.

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Ci troviamo qui stamattina per inaugurare una manciata di scatolotti di plastica e di circuiti elettronici, un po’ di antenne e qualche centinaio di metri di cavi. Perché è importante, al punto da spingere il vostro dirigente scolastico a impegnare per l’occasione mezza mattina del nostro tempo? Perché quegli scatolotti, quelle antenne, quelle onde radio sono una porta aperta. Avete idealmente spalancato una porta tra le vostre idee e attività e le idee e le attività di tutti gli altri, là fuori.

Certo, molto probabilmente non avevate bisogno del WiFi di istituto per aprire quella porta. Molti di voi ne avranno sicuramente una a portata di mano, in tasca, nel vostro telefonino. E a casa. E nei vostri luoghi di ritrovo preferiti. Accendere un WiFi dentro una scuola è però una dichiarazione programmatica di accoglienza del cambiamento, di senso del presente, di voglia di mettersi in gioco. Dove se non a scuola? Dove se non nel luogo in cui si formano i cittadini di un mondo che è sempre più basato sulla capacità di aprire porte e far circolare rapidamente le idee?

Quello che stiamo vivendo è un cambiamento frenetico, esponenziale. Non facciamo in tempo a venire a capo delle sfide avanzate da ieri che siamo già in forte ritardo per affrontare quelle di domani. Gran parte delle discussioni sul futuro che impegnano in questi anni le classi dirigenti di questo Paese, e a cui noi facciamo da ingenuo coro greco, con ogni probabilità suoneranno ridicole quando vivremo effettivamente il futuro che oggi stiamo immaginando e pianificando. Sta succedendo tutto molto più velocemente di quanto siamo pronti ad assecondare. E questi cambiamenti stanno incidendo sulla forma della nostra società molto più profondamente di quanto siamo preparati a riconoscere e a gestire. Allora un WiFi acceso in una scuola è un piccolo segno di accettazione di questa velocità e della volontà di sperimentare insieme nuove dimensioni operative, nuove velocità, nuove connessioni, ognuno nel suo ruolo.

(Naturalmente trovare modi nuovi per copiare la versione di latino o il tema di italiano da parte degli studenti, e arginare in modo altrettanto aggiornato queste furbizie da parte degli insegnanti, lo considero parte integrante di questo percorso di apprendimento condiviso.)

In questo senso, e-Vangelista mi sembra un nome particolarmente evocativo. Mi rendo conto che è quasi un caso, avrebbe potuto essere e-Ugenio o e-Rmenegildo se solo mamma e papà Torricelli avessero scelto diversamente. Ma mi ha fatto tornare in mente quello che diceva lo scrittore Ferdinando Camon inaugurando un’edizione precoce di Pordenonelegge, diversi anni fa. Camon in verità parlava delle ragioni della lettura e della scrittura, ma mi colpì molto quando a un certo punto suggerì che l’imperativo etico dei nostri giorni, prima ancora che “ama il prossimo tuo come te stesso”, avrebbe dovuto essere “acquisisci il maggior numero possibile di informazioni sugli altri e fornisci agli altri il maggior numero di informazioni su di te”. Sulla disponibilità e sullo scambio di informazioni, diceva, si fonda il dialogo tra le persone, l’incontro delle culture, il senso della civiltà.

Acquisisci informazioni. Fornisci informazioni. Imperativo etico. Senso della civiltà. Io trovo che sia una meravigliosa, quanto probabilmente involontaria, definizione della rete come piattaforma sociale, almeno per come ho avuto la fortuna di viverla io nell’ultimo paio di decenni. Internet si fonda sulla possibilità garantita a ciascuno di contribuire con il proprio tassello a uno sterminato mosaico universale della conoscenza. Più siamo capaci di rappresentare sulla Rete le nostre idee, le nostre esperienze e le nostre competenze e più è probabile che queste trovino interlocutori interessati con cui dialogare, con cui collaborare, con cui fare affari. Vale per i singoli, ma vale a maggior ragione per le nostre comunità territoriali, che sono così ricche di identità e di specificità. Quel che la globalizzazione del lavoro e delle merci ha tolto al manifatturiero delle lavatrici, dei frigoriferi, dei televisori, dei mobili, dei coltelli, oggi la globalizzazione della conoscenza potrebbe restituire ai nostri eventi culturali, alle nostre imprese innovative, alle tante eccellenze nelle professioni e nelle arti, alla manifattura e all’artigianato che assecondano la smaterializzazione dei beni.

Se la circolazione della conoscenza è il fattore strategico, il tempo è il fattore competitivo. I centri maggiori, le città d’arte, le metropoli saranno sempre più appetibili della nostra periferica e contenuta provincia. Ma oltre a essere più interessanti, le grandi città sono anche più complesse: fare sistema a Milano è, in proporzione, molto più complicato che farlo a Pordenone o a Maniago. Questo è il momento storico in cui hanno maggiori possibilità di emergere le città a misura d’uomo, ricche di identità e propense alle relazioni, coese intorno a una visione di futuro. Provinciale un tempo era chi veniva raggiunto a fatica dalle storie del mondo. Oggi provinciale è chi non si adopera per far arrivare le sue storie nel mondo.

Internet in questo senso è il sistema operativo imprescindibile: aderisce alle reti naturali della nostra società, esalta le affinità tra le persone e tra i contenuti, costruisce ponti tra i territori e le specializzazioni, permette alle informazioni interessanti di diffondersi velocemente. È più semplice da usare di quel che sembra, ma rema contro decenni di alfabetizzazione mediatica e in questo senso è controintuiva: per esempio, chiede di lasciare andare i lettori se vogliamo che tornino, di collaborare con i concorrenti se vogliamo competere, di regalare i nostri prodotti se vogliamo venderli. Sono tecnologie dell’esperienza, come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare: una volta trovato l’equilibrio, diventa una competenza acquisita.

Lo scarto più sensibile è culturale, non tecnologico. La Rete non è una vetrina né una bacheca dove appendere locandine: prima che uno strumento di pubblicazione è uno strumento di relazione, che diventa tanto più potente e utile quanto più impara a conoscerci. Il comunicato stampa occasionale serviva poco prima e serve sempre meno ora, comunicare in Rete significa alimentare un progetto narrativo coerente che crei contesto e lo sviluppi giorno per giorno. La storia passata è la fonte della reputazione e del capitale sociale, che nell’economia della conoscenza sono le valute da spendere al mercato delle opportunità. Ditelo per esempio ai nostri festival di dignità nazionale e internazionale, che si ostinano a chiudere gli archivi in un cassetto.

Lo sforzo non può che essere collettivo e distribuito: l’iniziativa del singolo o dell’istituzione può essere di stimolo, ma non basta. Il volano si avvia soltanto se tanti si mettono in gioco e se ognuno fa la sua piccola parte. Del resto la redistribuzione delle responsabilità in ogni aspetto della nostra vita comune sarà un processo inevitabile e colossale, al termine di questo cambiamento che da otto anni chiamiamo crisi. Crisalide, la chiama Luca De Biase: terminerà quando avremo saputo interpretare la transizione.

Voi, cari e-Vangelisti, oggi diventate a tutti gli effetti un nodo al servizio di questo sforzo collettivo. Avete scelto di fare rete, di tessere rete al vostro interno, ma in questo modo ora siete inevitabimente connessi da nodo ad altri nodi. Da questo momento il vostro compito non è già più semplicemente amministrare i vostri hotspot, i vostri punti di accesso interni. Dovrete avere cura del benessere delle reti delle comunità a cui appartenete – la comunità territoriale maniaghese e pordenonese, ma anche le comunità di interessi specifici, come quella del mondo della scuola per esempio. È una responsabilità che viene insieme all’accesso, compresa nel prezzo per così dire. Ed è un ecosistema: ogni vostra azione, nel suo piccolo, influenzerà in bene e in male i destini della comunità, e dunque il vostro stesso destino nel lungo periodo.

Mi chiedo – e lo chiedo in particolare agli studenti presenti oggi – se vi rendiate conto dello spostamento di potere che quello scatolotto e quelle antennine implicano. Non più di venti o trent’anni fa, io ero seduto al vostro posto, in una sala simile a questa, in una scuola che peraltro il vostro preside conosce molto bene. Allora l’urgenza di comunicare ci portava a stampare giornalini scolastici con il ciclostile e a montare video che testimoniavano le nostre attività utilizzando la telecamera della scuola e i due videoregistratori del laboratorio di scienze. Già il fatto che la scuola avesse acquistato una telecamera e la facesse usare agli studenti, in quegli anni, era straordinario. Potete ad ogni modo immaginare il risultato. Quei giornalini e quei video li vedevano, quando andava bene, alcuni nostri compagni di classe e forse gli insegnanti più curiosi. Potevamo addirittura uscire con le nostre idee fuori dall’edificio, se per esempio il video veniva abbastanza bene da competere al concorso video della Casa dello Studente o se l’articolo del giornalino solleticava la curiosità del giornale locale.

Oggi voi potete comunicare direttamente al mondo, potete far arrivare le vostre idee ovunque in un attimo e, se sono valide e ben confezionate, potete assistere al miracolo di vederle sbocciare. La scuola, con iniziative come quella che celebriamo oggi, vi aiuta a farlo. Potete ascoltare il mondo e potete parlare al mondo. Fornite informazioni, acquisite informazioni. Avete nelle vostre mani un potere enorme, rispetto a quello che avevamo noi alla vostra età. Ma anche molto spesso rispetto a quello che hanno ancora oggi gli adulti che, dalla famiglia alle istituzioni, sono incaricati di guidarvi.

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, diceva negli anni ‘60 Ben Parker (lo zio di Spiderman, per capirci). Questo è il compito che avete davanti nei prossimi mesi, dal mio punto di vista, ora che la rete è fatta. Comprendere quali sono le responsabilità di cui dovete farvi carico in quanto nodi della vostra comunità scolastica e cittadina. Responsabilità rispetto al modo in cui trattate le informazioni e rispettate l’oggettività dei fatti. Responsabilità nel selezionare i contenuti più interessanti per voi stessi, per i vostri percorsi di approfondimento, perché le vostre scelte, i vostri commenti, i vostri apprezzamenti indirizzano le scelte altrui e permettono alla comunità di far emergere solo ciò che merita davvero. Responsabilità nel riconoscere e difendere l’interesse generale di una comunità, un valore che oggi sembra drammaticamente trascurato dentro i gruppi di discussione locale nei social network. Responsabilità nelle cause che decidete di sostenere o combattere, sapendo che la rete è un grande alleato di chi si spende in positivo a favore di ciò in cui crede e che il modo migliore per boicottare ciò che non ci piace è semplicemente ignorarlo.

Insomma, credevate di avere per le mani semplicemente una rete di hotspot WiFi. State invece inaugurando un piccolo laboratorio sociale, dove imparare a diventare comunità intelligente, scuola intelligente, cittadini del mondo intelligenti. Fatene buon uso.

marzo 22 2013

Io, cittadino italiano, ridestato dall’assopimento delle deleghe necessarie e delle mediazioni imprescindibili, pungolato da un reticolo di stimoli ipertestuali sempre a portata di dita, riprendo possesso del ruolo che mi spetta nella società. Torno a essere l’azionista di minoranza delle decisioni comuni che avrei sempre dovuto essere, scusandomi con i miei concittadini per l’assenza prolungata. Non addurrò a scusa il fatto che nel frattempo nessuno me l’abbia ricordato o l’abbia preteso: ho letto fin da bambino la Costituzione, sapevo bene quali fossero i miei diritti e quali i miei doveri.

Poiché ero assopito, prima di prendere posizione o giudicare le posizioni degli altri mi concedo il tempo di ricostruire e di decodificare. Mi impegno a identificare gli interlocutori e a fare domande. Mi aspetto collaborazione: se faccio le domande sbagliate mi piacerebbe essere corretto, non umiliato o ignorato. Comprendo che non tutte le domande hanno una sola risposta e che a ogni risposta corrispondono contesti complessi, tenuti insieme da legami di coerenza spesso faticosi da riconoscere. Inseguo un metodo che permetta a me e ai miei concittadini di condividere gli sforzi in modo efficace, pur garantendo a ciascuno le opinioni frutto degli sguardi e delle storie personali.

Mi considero nodo attivo in una rete aperta, dedita all’esplorazione della conoscenza e alla sintesi civica: poiché le mie scelte influenzano altri nodi, mi impegno a esercitare in modo responsabile le mie prerogative di discernimento. Evito di mettere la mia faccia e il mio nome accanto a cause e a tesi rispetto alle quali non abbia referenze certe o non sia in grado di risalire a fonti affidabili. Sono cosciente che l’attenzione collettiva è una risorsa scarsa, dunque investo le occasioni di ascolto che i miei pari mi concedono su azioni in positivo, tese a valorizzare contenuti utili o interessanti, più che in negativo, accontentandomi di moltiplicare il biasimo attorno a ciò che non condivido o reputo sbagliato.

Diffido delle verità ottenute in modo troppo semplice e dalle tesi che fanno leva sulle emozioni, dunque dubito di chiunque si rivolga a me con tono paternalistico o giudizi definitivi. Sono consapevole che la mia ignoranza e la mia superficialità fanno gola a chi costruisce consenso manipolando il prossimo, per questo sento il dovere sociale di ridurle al minimo. Chiedo alle istituzioni di farsi garanti di questo percorso, facilitando l’accesso alle informazioni rilevanti e custodendo memoria storica condivisa. Metto a disposizione le mie competenze e le mie specializzazioni, convito che, se ognuno facesse lo stesso nel proprio campo, tutti insieme potremmo fare un balzo di consapevolezza nell’affrontare la complessità.

Artefice del mio destino, riconosco i miei leader naturali in coloro che dimostrano di saper mettere a sistema questi processi, attingendo in modo efficiente alle energie di tutti e operando sintesi rapide, adeguate alla velocità delle sollecitazioni che interessano la società. A loro assicuro attenzione e collaborazione, non più deleghe assopite.

gennaio 12 2012

Qualche giorno fa i rappresentanti di istituto del mio vecchio liceo pordenonese, oggi Leopardi-Majorana, mi hanno invitato a partecipare a un’assemblea studentesca dedicata a libertà d’informazione, giornalismo e rete. Questo, su per giù, quello che ho raccontato loro.

Che cosa sta succedendo? Che al sistema dei media si sta affiancando, e talvolta sostituendo, l’ecosistema della conoscenza delle persone. Tanto il primo era verticale, unidirezionale e presidiato all’origine, così il secondo è orizzontale, reticolare, bidirezionale. Globale, soprattutto; ma animato da una globalizzazione sana, che esalta le differenze. È la differenza che genera informazione. Il sistema operativo di questo ecosistema è internet, un motore di relazioni prima che di contenuti. Non è un luogo altro, la rete: è il nostro spazio pubblico che si estende, dando a ciascuno di noi un frammento della potenza dei media.

Succede che non siamo più massa, ma torniamo a essere individui, ciascuno abilitato a creare contenuti, condividere idee, interagire con le idee di altre persone. Che è poi quello che gli individui fanno da sempre, ma oggi per la prima volta tutto ciò avviene in una dimensione pubblica e di straordinaria ampiezza. Tutti possono fare tutto, tutto ciò che ciascuno di noi ritiene opportuno diffondere è pubblicato, nessuno filtra. O meglio: tutti filtrano, mettendo a disposizione dell’ecosistema le proprie scelte e i propri percorsi di scrematura di ciò che merita attenzione. Internet non ha una redazione, ma un enorme filtro umano che, mettendo a sistema le scelte individuali, distilla segnali intelligibili dal caos e fa emergere ciò che aggrega interesse in modo diffuso.

All’idea della qualità certificata da un centro ordinatore si sostituisce un criterio molto relativo, che ha a che fare con la rilevanza di ciascun contenuto nel percorso di esplorazione contingente di ciascuna persona in un determinato momento. Se la rete vi sembra un grande caos o avete l’impressione che su Facebook tutti dicano scemenze, è soprattutto colpa vostra: state usando il web come usereste un giornale e non avete costruito la vostra rete di pari – il vostro primo e più rilevante filtro sociale per accedere a contenuti interessanti – in modo adeguato.

Mi chiedete di parlare della libertà di espressione. Io ritengo che non siamo mai stati così liberi come lo siamo oggi. E mi innervosisco quando sento i miei concittadini, soprattutto i più giovani, lamentarsi di un regime che è forte soltanto della loro superficialità o pigrizia. È vero che in Italia diverse e gravi anomalie nel sistema dei media condizionano pesantemente la qualità e la limpidezza dell’informazione mainstream. Ma in compenso oggi, se avete un’idea o l’urgenza di condividere un’informazione, avete accesso diretto alle persone, non dovete nemmeno aspettare che vi passino un microfono. Se un’idea o un contenuto hanno valore per un numero consistente di persone, in rete emergeranno. E chi vi può essere interessato ci arriverà da sé, attraverso le analogie feconde e i percorsi imprevedibili della rete.

Non è così facile, ma è molto più facile di come spesso pensiate o vi facciano credere. Il problema è che stiamo parlando di tecnologie dell’esperienza: non le capite – e dunque non le dominate – finché non vi ci immergete fino al collo. La sfida della vostra generazione è arrangiarsi in questo processo di avvicinamento, dimostrando buon senso, intuito e spirito di esplorazione. Pochi vi possono essere d’aiuto: chi non è già nodo attivo dell’ecosistema ragiona secondo schemi consolidati che vi porteranno fuori strada e vi faranno perdere tempo prezioso. La maggior parte dei vostri familiari, dei vostri insegnanti, dei giornalisti a cui vi affidate per conoscere e capire il mondo oggi manca, seppure in buona fede, nel compito di indicarvi con autorevolezza la strada.

A voi, per contro, sono richieste consapevolezza e responsabilità. Molto più di quanto ne venissero chieste a noi quando avevamo la vostra età, questo è sicuro. Il limite a questa eccezionale libertà di creare con le idee, infatti, è il danno che potete fare a voi stessi e agli altri. Siete responsabili del benessere dell’ecosistema, sentitevi azionisti per una sua piccola parte. Le vostre scelte influenzano il sistema, se il sistema è non è in salute ne ricevete danno voi per primi. In rete voi siete quello che raccontate, venite conosciuti per quello che condividete, venite apprezzati per il modo in cui interagite con gli altri e con i loro contenuti, il vostro capitale sociale si rivaluta o si svaluta in funzione delle cause che avallate. I vostri contenuti sono la vostra storia e dicono di voi. Anche quando pensate semplicemente di scherzare all’interno di un circolo ristretto di amici, in realtà appartenete già a una dimensione pubblica. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, diceva un intellettuale newyorkese degli anni Sessanta, Peter Parker.

Se posso permettermi di suggerirvi una direzione, andate sempre in cerca dei fatti. Dubitate di tutto ciò che capita alla vostra attenzione: sul web la regola è che tutto è falso fino a prova contraria. Spetta a ciascuno di voi trovare quella prova. Imparate a ricostruire la catena della fonti, fino a cercare conferme affidabili. I fatti vi rendono forti nelle vostre certezze e danno spessore alle vostre opinioni. Rispettate la verità degli altri almeno quanto amate la vostra, perché soltanto da un confronto intellettualmente onesto tra le differenze può venire crescita. Io sospetto ci sia un legame diretto tra il declino economico di questi anni e il respiro corto che l’informazione, la politica e in generale il dibattito pubblico hanno dimostrato negli ultimi decenni.

Voi, nonostante il degrado e i pessimi esempi che vedete intorno a voi, avete il dovere di fare meglio. Siamo al punto in cui non c’è più alternativa. Cominciate dalle vostre grandi passioni, quelle in cui siete in grado di discriminare con facilità il valore e l’immondizia. Non fate il verso ai media, date versi alla vostra unicità. La conoscenza è un mosaico che aspetta che il vostro tassello o una mano esperta e capace di restaurarlo. È sempre stato così, in realtà. La società è sempre stata una rete del cui benessere ogni nodo ha l’obbligo morale di sentirsi responsabile. Quello che è cambiato, così rapidamente da creare quasi una frattura nella comprensione del mondo,  è semplicemente che oggi abbiamo un sistema operativo più adeguato ad affrontarne la complessità.

Vent’anni fa, su per giù, io ero seduto esattamente al vostro posto, in questa stessa sala. Allora l’urgenza di comunicare ci portava a stampare giornalini scolastici con il ciclostile o a montare video che testimoniavano le nostre attività utilizzando la telecamera della scuola e i due videoregistratori del laboratorio di scienze. Potete immaginare il risultato. Se andava bene ne erano informati i nostri compagni di classe e alcuni insegnanti più curiosi. Potevamo addirittura uscire con le nostre idee fuori dall’edificio, se il video veniva abbastanza bene da competere al concorso video della Casa dello Studente. In quegli anni ci accontentavamo, nella migliore delle ipotesi, di fare il solletico ai media (locali, per giunta). Oggi voi potete comunicare direttamente al mondo, potete far arrivare le vostre idee ovunque in un attimo e, se sono valide e ben confezionate, potete assistere al miracolo di vederle sbocciare. Oggi voi potete ascoltare il mondo e potete parlare al mondo. Non accontentatevi di fargli il solletico.

agosto 13 2010

Lui scrive di getto, dal cellulare, senza cura per la punteggiatura e senza rispetto per il lettore. Ne esce un pensiero faticoso e poco chiaro, di quelli che pur volendo essere assertivi ti lasciano alcuni punti di domanda. Lei glielo fa notare: non potresti essere più chiaro? Lui risponde: dal cellulare va così, mi passa la voglia di trovare le virgole e se ragionassi di più mentre scrivo perderei di efficacia. Scorrendo innocenti aggiornamenti estivi su Facebook mi si accende una lampadina. È proprio così che facciamo: quando abbiamo torto marcio difendiamo le nostre ragioni con sprezzo della vergogna che dovrebbe serrarci la bocca e invece rispondiamo con la supponenza delle nostre condizioni soggettive elette a criterio universale di giudizio e di giustificazione. Non rispettiamo più le regole del gioco: abbiamo abbandonato il campo neutro, ci siamo ritirati nel nostro cortile. Ognuno contro tutti gli altri, ognuno secondo ordini differenti e autoindulgenti.

luglio 10 2009

È mia ferma convinzione che si perde la libertà soltanto per colpa della propria debolezza. La mia opera sarà compiuta se riuscirò a convincere l’umanità che ogni uomo o donna, per quanto fisicamente debole, è il difensore della propria libertà e del rispetto di sé.

Ghandi-ji, ovviamente.

giugno 27 2009

All’asilo di Giorgio quest’anno si è discusso spesso del portoncino d’ingresso. Chi lo frequenta sa come far scattare la serratura senza citofonare all’interno, evitando al personale di interrompere in continuazione il lavoro con i bimbi. Alcuni genitori, pochi invero, hanno manifestato disagio rispetto a questa pratica e hanno chiesto che il cancello fosse sempre chiuso a chiave quando la struttura è frequentata dai bambini. Soluzione del tutto inutile, poiché un malintenzionato che volesse nonostante tutto entrare non avrebbe che da scavalcare un metro e mezzo di comune e inoffensiva rete o un altrettanto inoffensivo cespuglio. Il compromesso è stato, almeno per un periodo, la chiusura a chiave del cancello durante le ore centrali della giornata, quando il via vai di genitori è ridotto al minimo. Rassicura chi deve essere rassicurato, non ostacola chi non ha senso che sia ostacolato, nei fatti non sposta di una virgola la situazione.

Da un punto di vista culturale la propensione vagamente paranoica a rinchiudersi a me sembra un errore importante e antistorico, che però replichiamo in tutti i contesti della vita comune e in modo particolarmente accentuato nell’ultimo decennio. Chiudiamo serrature, eleviamo muri, filtriamo gli accessi, proteggiamo dati, sorvegliamo comportamenti umani, spesso in modo talmente goffo e inefficace da lasciar pensare che il vero obiettivo sia stroncare il presunto nemico a risate. L’obiettivo è rassicurare noi stessi, prima ancora che chiederci con un briciolo di razionalità da che cosa abbiamo la necessità di difenderci, quale sia l’effettiva entità del pericolo, quanto siamo disposti a sacrificare in nome di una generica angoscia.

Mi pare che gran parte degli snodi della storia a cui imputiamo sostanziali scatti di progresso sociale, economico o tecnologico siano riconducibili a coraggiose aperture. Che cosa sono le brecce inferte vent’anni fa al Muro di Berlino se non l’apoteosi dell’apertura? E quanta chiusura rispetto al riconoscimento dell’altro c’è dentro la pretesa di esportare con la forza militare il proprio modello di governo democratico? Tutte le contrapposizioni decisive della nostra storia recente girano intorno alla dialettica tra apertura e chiusura. Destra e sinistra, Occidente e Islam, innovatori e conservatori, europeisti e antieuropeisti, e naturalmente la dialettica tra genitori prudenti e genitori sereni.

Così pensavo che raccontarci il mondo in questi termini forse ci può aiutare a scoprire un po’ di più le nostre carte, soprattutto in considerazione della necessità di aprire un nuovo ciclo politico che si lasci alle spalle i contenitori cinico-ideologici di oggi. Io non ho nulla contro chi oggi sostiene la necessità di alzare muri intorno ai caseggiati, installare telecamere a ogni angolo, organizzare ronde notturne, respingere con la forza i tentativi di immigrazione clandestina. Non ho nulla contro di loro, ma mi sento profondamente lontano dalle loro idee: penso che quello che stanno facendo in questi anni accondiscendenti ci stia rendendo tutti quanti un po’ peggiori, un po’ più vecchi, un po’ meno attenti alla vita che ci passa accanto e sono pronto a combatterli con ogni strumento democratico mi sia concesso.

Quanto a Giorgio, che probabilmente in questi due anni di asilo ho incoscientemente esposto a rischi inenarrabili di cui nemmeno mi rendo conto (Pordenone come Belsen? La Melarancia come Columbine?), vorrei far capire fin da piccolo che richiudersi nel proprio piccolo mondo non serve a nulla. Che chiudendo a chiave una serratura non scoraggia necessariamente chi ha cattive intenzioni, ma tiene lontano di sicuro chi ha buone intenzioni. Che i problemi che oggi prova a scacciare dalla porta molto probabilmente rientreranno domani dalla finestra, peggiori. Che non esiste altro modo di vivere al sicuro e in pace su questo mondo se non conoscendo e rispettando ogni suo abitante, il quale non ha minor titolo di lui a realizzare i propri sogni. E che la Storia, anche se spesso distratta o umiliata, è molto probabilmente dalla sua parte.

dicembre 5 2008

In una discoteca dalle mie parti arriva la bibita che fa digerire la sbornia in mezzora, e poi via in auto senza problemi coi controlli. Un paese propone di pagare duemila euro agli immigrati senza lavoro purché se ne vadano a vivere altrove, perché mantenerli disoccupati costerebbe di più alle casse comunali. La ruota dell’economia mangiasoldi s’è inceppata, i consumatori vengono invitati a spendere con solerzia perché magari girando s’aggiusta. La palla magica per il bucato non è affatto magica, e anzi sarebbe proprio un bidone: lava decentemente perché già la sola azione meccanica dell’acqua in lavatrice fa il suo, ma ai più – sollevati di poter tornare a usare detersivi in eccesso – sfugge la notizia.

Preferiamo concentrarci sulla soluzione piuttosto che sul problema, dice questi giorni in tivù la pubblicità di un farmaco. Ecco, forse il punto è proprio tutto qui.

novembre 25 2008

Poco fa ascoltavo al telegiornale regionale un consigliere leghista difendere la posizione estrema del proprio partito in merito ai requisiti di cittadinanza richiesti agli extracomunitari per accedere ai bandi di assegnazione degli alloggi popolari in Friuli Venezia Giulia. Non entro nel merito di una questione riguardo alla quale non sono competente quanto serve per evitare di dire banalità o sciocchezze. Ma per una frase sono grato a quel politico. Diceva, in soldoni: è una questione di giustizia guardare prima ai propri figli e poi, se rimane, a quelli degli altri. Ecco, se è vero che siamo definiti da noi stessi, ma anche dal confronto con gli altri, devo dire che i leghisti mi sono sempre di grande aiuto per decifrare il mio rapporto col mondo. E se una cosa mi è chiara, riguardo a quello che avrà un giorno mio figlio, questa è che non sarà affatto indipendente da quello che resterà ai figli degli altri. E se questo non è abbastanza chiaro oggi, che ancora ci illudiamo di poter tenere per legge la complessità fuori dai confini della nostra città o regione o nazione o continente, temo sarà lampante quando quei figli per il cui benessere materiale tanto ci preoccupiamo dovranno effettivamente spartirsi la ricchezza, gli spazi, le abitazioni e i lavori su cui oggi proviamo a ipotizzare riserve.

novembre 5 2008

Sia chiaro, oggi ci ho messo anch’io del mio, dunque farei meglio a tacere. Però ora basta compiangerci, su. Sì, ok, con un Obama davanti che ti sprona vien tutto più facile. Fortunati gli americani e disgraziati noi, d’accordo. E di Obama ne nasce uno ogni cinquant’anni in tutto il mondo, forse. Poi noi qui abbiamo il governo che abbiamo e l’opposizione che abbiamo, va bene. Però: Obama è stata la scintilla, il gas ce lo hanno messo i cittadini americani no? Non parlo solo delle elezioni, parlo di tutto quello che la campagna di Obama ha fatto nell’anno e mezzo precedente. Possiamo almeno cominciare a lavorare sul combustibile, non vi pare?

Benché, come molti, abbia subito il fascino di quei due o tre momenti di grazia a misura di fotografi e telecamere (il comizio sotto la pioggia in jeans e scarpe da tennis, soprattutto) o la disinvoltura con cui ha acceso costellazioni di presenze online, quel che più ho apprezzato di Obama fin qui è l’essenza del suo appello al cambiamento. Che non è stato solo – lo scrivevo già oggi – un “aiutami a costruire il mio progetto, fammi vincere le elezioni”, ma piuttosto un “datti da fare per migliorare il tuo mondo, rimetti in moto il tuo senso civico, fatti venire idee per migliorare la vita della tua famiglia, della tua città, della tua nazione, assumiti le responsabilità che ti spettano per il fatto stesso di stare a questo mondo e, se ti va, condividile con noi e lavoriamoci insieme”. Tanto più ha funzionato, in America, quanto più sembrava fosse un esercizio di stile che mai sarebbe stato premiato con una vittoria concreta. Ci hanno provato, han visto che succedeva qualcosa, ci han preso gusto.

Ecco, questo potremmo già farlo, no? Molti già lo fanno, qualcuno ci prova, qualcuno non sa da dove cominciare. Ma per lo più ci fa comodo mascherarci dietro all’idea che siccome siamo governati da un manipoli di vegliardi fuori dal tempo (e spesso anche della decenza) non ha senso impegnarsi. E anzi, siamo quasi autorizzati a dare il peggio di noi. Forse dovremmo smettere di pensare alle elezioni. Forse dovremmo smetterla di perdere tempo dietro alla mediocrità di chi ci rappresenta. Forse dovremmo pensare di cambiare quello che possiamo nel nostro piccolo e a come possiamo unire sforzi contigui per salire un po’ per volta di livello. Se qualcosa stiamo imparando da Internet e dalle reti sociali, questo è che l’innovazione può sgorgare in ogni momento da ogni punto e che la spinta è tale solo se è sostenuta dal basso. Il basso, il livello base, quello da cui tutto inizia è ciascuno di noi. Se non comincia nulla è anche colpa nostra, per definizione.

Come tutti, per formazione civica/scolastica/istituzionale, sono stato convinto a lungo che per cambiare le cose sarebbe servito un grande leader. Ci ho messo anni per arrivare all’idea che il leader il più delle volte non arriva oppure è affaccendato altrove. Ma soprattutto che l’unico modo che abbiamo a disposizione per cambiare il mondo è lavorare su noi stessi e sull’esempio che per il solo fatto di esistere e fare cose forniamo a chi ci bazzica intorno. Avere un figlio, in questo senso, è straordinariamente utile: fin da piccolissimo è lo specchio dei tuoi difetti, te li spiattella sotto il naso in continuazione (ed è per questo, forse, che ci si arrabbia tanto coi bambini). Educare un figlio significa per lo più educare te stesso a dare sempre il meglio, senza sconti o giustificazioni. È una terapia che consiglio a tutti.

Quindi? Quindi non lo so. Ma forse non dovremmo stare qui a compiangerci e ad aspettare il nostro Obama. Potremmo invece – yes, we can – ricavarne nuovo vigore nel seminare buone idee a fondo perduto. Nel connettere le nostre buone volontà in rete. Nel condividere le idee che ci passano per il cervello. Nel collaborare affinché circoli combustibile. Che non si sa mai da dove può arrivare la prossima scintilla.

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