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Category: Racconto

Dicembre 20 2019

Invece Babbo Natale esiste. Confesso: non ci avevo mai creduto, fino a oggi. Non ricordo nemmeno se hanno mai provato a rifilarmela, da bambino, la faccenda dei regali. Ma oggi l’ho visto coi miei occhi. E ti assicuro che era lui.

Il solito travestimento, ho pensato in un primo momento. Ben riuscito, questo toccava ammetterlo, ma pur sempre un travestimento. Mi ha incuriosito perché si comportava in modo strano: gentile, ma senza dare più confidenza del necessario. La voce dolce, ma niente smancerie. Non un solo oh oh oh. Guardava le persone negli occhi, con la dedizione di chi in quel momento non è da nessun’altra parte. Poi passava subito oltre, dando l’impressione che il suo sacco, invece di svuotarsi, si riempisse ad ogni incontro.

Eravamo nell’atrio di un ospedale, uno di quelli dove pensi che non andresti volentieri nemmeno a visitare un conoscente. Babbo arriva, preceduto da uno scampanellio ritmico quanto il suo incedere. Spinge una slitta pesante e zeppa di pacchetti, peluche, lavoretti in legno. Attira l’attenzione, naturalmente. Gli si fanno incontro, gli fanno foto, gli chiedono di posare per un selfie. Lui si presta, dignitoso e senza alcun compiacimento, come farebbe il patriarca di una casa reale. Quando si rimette in marcia gli offrono aiuto per dare abbrivio alla slitta ricolma, ma lui rifiuta sempre con decisione: la spingo da solo, dice. Non dice: ce la faccio. Dice, senza parole: è compito mio, lasciatemi fare, ma con l’intensità di un Cristo che sale il suo Calvario.

Nell’atrio c’è una natività di legno a dimensione naturale. Si ferma, la contempla per qualche secondo, poi allunga la mano e accarezza il bambinello con la dolcezza di uno di famiglia. Lì comincio a pensare: se è un attore, è molto convincente.

Poi prende l’ascensore per le lettighe e si inoltra nei reparti di degenza. Qui, a dire il vero, la poesia vacilla e il fact checker che è in me conclude che molto probabilmente le renne no, quelle non esistono. Non volanti, quanto meno. O magari erano impegnate altrove.

Ora però immagina la scena: metà pomeriggio in un corridoio semideserto. Non è ancora orario da parenti. Qualche infermiere, preso in contropiede nel mezzo del suo andirivieni, sorride. La teatralità c’è tutta: il passo marcato, il bastone che scandisce il ritmo, la slitta che diffonde soffuse musiche a tema. Una delle scene più improbabili a cui mi sia capitato di assistere. Penso che prima della fine del corridoio lo cacceranno in malo modo. C’è gente che sta male, qui. C’è gente che cerca pace, non carnevalate.

Ed è qui che ho avuto la dimostrazione che era proprio lui, che esisteva davvero e che era la cosa migliore che potesse accadere, proprio lì, in quel momento. Babbo si affaccia nelle stanze. In ogni stanza, una alla volta. Un letto alla volta. Vorrei augurarvi buone Feste, dice. Vi auguro buona guarigione. Dolce, serio, rispettoso. Una voce che abbraccia perfino te che origli e non avresti diritto a quel calore. In quell’istante, per tutte le persone a portata di vista e di udito, è magia. Infatti lo prendono tutti sul serio. Chi divertito, chi sorpreso, chi distaccato, nessuno indifferente.

Un uomo molto anziano, che passeggia col trespolo dei trattamenti e la maglia appoggiata alla buona sulle spalle si fa da parte, pensando che la sceneggiata non lo riguardi affatto. Quando gli arriva accanto, Babbo si ferma, lo fissa, gli si fa incontro. Quello quasi si spaventa e si ritrae. Quando lo saluta e gli porge il suo pacchetto, la sorpresa, la gratitudine, l’emozione ridisegnano il volto di quell’uomo in un’espressione che meritava un Michelangelo a darle eternità.

E così per due piani, due corridoi per piano. Giovani, adulti e anziani, uomini e donne, pazienti, medici e infermieri. Ripetendo tale quale la magia ogni volta. Qualcuno chiede: e la slitta? E allora lui esce, la afferra e la infila dentro la stanza, tra le esclamazioni di approvazione. Se ce ne stavamo a casa nostra questo proprio non lo vedevamo, commenta una donna in vestaglia col piglio orgoglioso di chi ha vinto il richiamo del divano per assistere uno spettacolo indimenticabile. Le vorresti ricordare che forse il cambio era vantaggioso, ma magari no.

Il giro finisce. L’ascensore ci riporta nell’atrio. Come è entrato, Babbo esce. Non un commento, non un’emozione esplicitata, salvo quella goccia di sudore che gli gronda tra gli occhiali e la guancia, la slitta pesante quanto prima. Chiede la direzione e va. Ti serve una mano? No. Qualcosa da bere? Niente. Arrivederci. Grazie. Ancora un selfie, Babbo. Poi via, la campanella si allontana, la musica non si distingue più e lui è già sparito.

Pensi di averlo solo sognato, e allora lo devi scrivere subito, per non dimenticartene. Che Babbo Natale esiste, è un uomo mite e rispettoso, ha un coraggio da leoni, sa comunicare amore solo con lo sguardo, non indulge nel sentimentalismo e lascia dietro di sé persone un po’ migliori.

Io non so se sono stato buono quest’anno, Babbo. In ogni caso il mio regalo l’ho già avuto. Grazie.

(Il post originale è su Facebook)

Settembre 27 2006

Le impronte

– Dice che dobbiamo andare in Questura per dare le impronte
– Ma non basta quella della carta d’identità elettronica?
– Dice che non sono collegati, e comunque serve l’impronta completa di tutte le dita e del palmo di entrambe le mani
– Ma mica ci spennellano di inchiostro?
– Figurati, ormai hanno gli scanner digitali, basterà un minuto

– Buongiorno, l’uff…
– Di là!
– No, scusi, dovrei parl…
– Di là!
– Ma io…
– Beh, non cerca l’ufficio passaporti? È di là!
– Veramente ero in cerca dell’ufficio di polizia scientifica
– Perché?
– Perché mi hanno chiesto di venire per delle impronte
– Ma chi cerca?
– Mi hanno detto di chiedere di Tizio Caio
– Aspetti

– Buonasera, sono Tizio Caio. Come mai siete qui?
– Ci avete convocati voi stamattina
– Ma siete quelli dell’appartamento?
– Immagino di sì
– Ma siete venuti entrambi?
– Così ci avete chiesto, sembrava dovessimo chiamare l’intera famiglia, a sentire il suo collega
– Ah, vabbé, seguitemi

– Mi spiace vi devo sporcare le mani con l’inchiostro
– Pensavo che ormai aveste gli scanner digitali
– Come no, eccolo là. Ma ancora non lo usiamo. Mi porge la mano destra?

– Venga, andiamo in bagno
– … in bagno?!
– Ma faccia attenzione a non sporcarsi i vestiti, non usi le mani!
– Prometto
– Allora: bagni le mani, prenda questa polvere e strofini bene bene senz’acqua più volte. Insista molto, eh?! Ci vorrà un po’ di pazienza…
– Speriamo basti quella…

– Ha già fatto?
– Più o meno, non è che sia venuto proprio molto bene
– Guardi che cosa ho trovato: questa cosa è arrivata proprio ieri!
– Pasta lavamani?
– Sì, esatto, è l’ultima novità
– Stupefacente il progresso, eh?!

– Bene, grazie, potete andare
– Senta, ma ci sono sviluppi sul nostro furto?
– No, nulla
– Non è che i nomadi arrestati in questi giorni c’entrano qualcosa?
– No no
– Quindi è solo routine?
– Solo routine
– Ne conserverò un ricordo indelebile. Buonasera
– Buonasera

Febbraio 17 2006

Il portiere

Se non amassi il mio lavoro, ho sempre pensato che avrei avuto un certo talento come portiere. Dev’essere per via di quest’indole recondita che da qualche settimana faccio da centralino per l’intero palazzo. Alle ore più impensate, di solito alla mattina molto presto oppure all’ora di pranzo, mi arrivano chiamate da ministeri e uffici pubblici in cerca di informazioni su residenti nel condominio.

Dice: servizi segreti. No, è solo che i primi piani del condominio sono soggetti a un discreto via vai di affitti, la maggior parte dei quali legati ai frequenti spostamenti delle famiglie di lavoratori stranieri. Così citofono e cassette delle lettere sono popolate di bigliettini provvisori e nomi non sempre facili da distinguere, col postino che secondo me si fa un grappino prima di imbucare la corrispondenza per farsi coraggio.

In questo andirivieni, che va a sommarsi alle difficoltà di socializzazione favorite dalla scarsa inclinazione dei miei concittadini per la mediazione culturale, spesso le raccomandate e le lettere si perdono. Oppure restano in attesa per settimane in bella vista nell’atrio. Oppure ancora tornano indietro al mittente, semplicemente perché il destinatario non ha ritenuto auspicabile dare segni della sua presenza nel nuovo domicilio. Oppure, non si può escludere, il grappino di cui sopra ha confuso del tutto il postino.

Dice: e tu che c’entri? C’entro perché a quanto pare sono uno dei primi risultati che le Pagine bianche online restituiscono a chi cerca gli intestatari di utenze telefoniche al mio indirizzo. Così l’impiegata di turno (evidenza statistica: tutte donne, finora) compone il mio numero e, saltando tutta una serie di preliminari che nella mia testa seguirebbero al buongiorno, cominciano a farmi domande incalzanti su persone che io non ho mai sentito nominare. Hai voglia a far notare che le scale sono due, che gli inquilini vanno e vengono, che no non ho mai fatto caso a chi viva al quarto piano interno venti. Eccetera.

L’aspetto bizzarro è la sensazione che sia scontato che loro chiamino me, che io debba saper rispondere al volo e che, laddove ignori l’informazione utile, io risponda “beh, attenda in linea che vado a vedere, neh”. Ci girano intorno, poi notano una certa reticenza e mi salutano frettolosamente, quasi infastidite.

Dice: embé? No, niente, è che mi incuriosisce questa tendenza spuntata dal nulla nel giro di un mese e già piuttosto frequentata (tre telefonate in poche settimane soltanto a me, da parte di tre impiegate diverse, alla ricerca di tre persone diverse sono ben curiose, no?). Per il momento mi limito ad annotare con diligenza l’amministrazione pubblica tra gli affezionati alla mia cornetta insieme a mobilifici friulani, negozi di accessori per giardino veneti, venditori porta a porta di surgelati e operatori telefonici.

Maggio 20 2005

Salgo sull’Eurostar a Firenze, diretto a Venezia. Il treno è piuttosto pieno e intorno a me tutti i posti sono occupati. Delle sette persone che mi stanno intorno, cinque leggono il Codice Da Vinci di Dan Brown. Una coppia di amiche sfoglia e commenta la versione illustrata; un uomo di colore è assorto nella sua edizione tascabile inglese; una donna straniera legge l’edizione rilegata in inglese; una giovane italiana sfoglia l’edizione italiana di Mondadori. Se ne accorgono a Bologna e ne sorridono. A Ferrara si scambiano timidamente le prime battute. A Rovigo la discussione sui personaggi è animata. A Mestre si salutano e ognuno va per la sua strada.

Febbraio 25 2005

– Varda, el xe ‘rivà. Senti la banda.
– Ah, ma la signora Franca no la xe.
– No, il Gasetìn dise che la ga l’influensa.
– Ehhh, ma che pecà…
– Ah, i xe tanto carini!
– Signora, davvero una bella coppia!
– I xe cussì unìdi. Proprio carini.
– Che lui xe un bon presidente. Almen lu xe visìn a la gente.
– Oh sì, guardi. Mi ogi go preso ferie per vegnir qui.
– Ah, ma che pecà che no la xe la Franca…

Gennaio 24 2005

Oggi, invece, si gioca a SimCity a casa di Antonio ed Enrico.

Febbraio 23 2004

Venerdì pomeriggio, su un Intercity che non ha nessuna intenzione di lasciare la stazione centrale di Milano per raggiungere Venezia, nonostante siano passati 25 minuti dall’orario previsto. Accanto a me siede un tizio distinto e sportivo, sulla quarantina. È un po’ nervoso, si guarda intorno. Prende il cellulare e compone un numero.

“Sai, credo che non arriverò in tempo stasera. Devo aver sbagliato treno”, racconta all’interlocutore.

“Eh, sai, io non sono pratico di treni, non li prendo mai. Pensavo di essere salito sul treno per Venezia, ma poi non è partito e allora penso di essere su un altro treno. Chissà dove andrà”, continua.

“Sì, è ancora fermo. Non so dove va questo treno. Aspetta, che chiedo”, e chiude la chiamata.

Tace per un po’, poi mi guarda, mi tocca il braccio e cerca di attirare l’attenzione in modo un po’ goffo.
“Senta, scusi, ma questo treno dove va?”, fa lui.
“A Venezia”, gli rispondo.
“Ma il treno per Venezia non doveva partire alle 17.05?”, chiede.
“Sì, in effetti avrebbe dovuto. Ma è ancora fermo”, rispondo ammiccando da uomo vissuto che ha ormai fatto l’abitudine alle bizze ferroviarie.
“Quindi sono sul treno giusto per Venezia?”, ripete.
“Direi proprio di sì”, lo tranquillizzo.
“No perché, sa, non sono pratico di treni. Non li prendo mai”, si schernisce.

Prende il telefono e richiama l’interlocutore lasciato in sospeso.
“Sono sul treno giusto, sai?”

“Sì sì, ho chiesto e mi hanno detto che è proprio il treno che va a Venezia”

“Sì, era indicato alle 17 e qualcosa, ma credo che gli orari che scrivono sui tabelloni siano solo indicativi, giusto perché uno si sappia regolare, poi partono quando sono pronti. Quindi fra un po’ partiremo, credo.”

Gennaio 22 2004

Periferia nord di Milano. Sera, nebbia, freddo, cantieri. Aspetto l’autobus.
Un’auto accosta in corrispondenza della fermata in modo brusco, tra le proteste dei mezzi che seguono. Alla guida c’è un uomo; accanto a lui una donna mi guarda in modo insistente. Tento di fare l’indifferente, ma osservo la scena perplesso. Lei, sempre fissandomi, comincia a parlare.

Lei:

Mi avvicino e a gesti faccio notare che non è facile comunicare con un finestrino di mezzo. Come risposta comincia ad agitarsi, a premere bottoni, a guardarsi intorno. Dalla coda che si è formata dietro l’auto partono nuovi clacson di protesta. L’uomo allunga il braccio verso la portiera del lato passeggero e riesce ad aprirla.

Lei (urla): Dove ferma la 40?
Io: Temo di non saperglielo dire. Forse nella via che trova poco più avanti.
Lei: Ma lo sai dove ferma?
Io: Come le dicevo, non lo so con precisione. Mi sembra che il 40 passi nella via che incrocia sulla destra alla rotonda qui davanti.
Lei: E allora?
Io: Allora, se crede, potrebbe procedere fino alla rotonda, imboccare la prima strada a destra, continuare per alcune decine di metri e alla prima fermata che vede controlla quali mezzi pubblici passano.
Lei (visibilmente interdetta): Oh…

Volta lo sguardo verso la strada, sbatte la portiera, torna a fissarmi e con un gesto poco meno che deciso mi manda a quel paese. Ricordo solo di aver assunto un’espressione incredula, tra il pesce lesso e il cane bastonato. E di aver ricambiato il saluto.

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