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Category: Racconto

Novembre 16 2003

Bologna, venerdì sera. Piazzale della stazione. Andirivieni nevrotico di autobus. Aspetto il 25, confuso in una folla di persone. Una donna attraversa la piazza con fare frettoloso e si avvicina nella mia direzione.
Lei (mi punta con l’indice): Trentasette?
Io (resistendo alla tentazione di rispondere “No: Sergio. Piacere”): È passato un attimo fa, ma non so dirle in quale angolo della piazza si fermi.
Lei: Perché, non ferma qui?
Io: No, signora. Vede: questa è la fermata “25 62”.
Lei: Appunto, scusi: qui fermano tutti i bus dal numero 25 al numero 62.
Io: … temo che si sbagli: significa che qui fermano il 25 e il 62. Lei deve cercare una fermata in cui compaia anche il numero “37”.
Lei: (mi guarda interdetta, quasi spazientita, non dice nulla e se ne va)

§

Bologna, sabato mattina presto. Ancora sul 25. Sedute davanti a me ci sono due donne, una di mezza età, l’altra più anziana: potrebbero essere madre e figlia. Sulla destra, cinque distinti uomini d’affari sono in piedi, ciascuno con la propria valigetta tra le gambe. Conversano pacatamente in arabo. I lineamenti fanno pensare che potrebbero essere egiziani. Le due donne parlano tra loro, poi notano gli stranieri e si fanno curiose.
Figlia: Vedi, questi sono brasiliani.
Madre: Ahhh…
Figlia: Eh, sì sì. Senti, parlano in brasiliano.
Madre: Ahhh…
Figlia: Chissà. Ma adesso glielo chiedo, eh.
Madre: Eh, sì.
Figlia (rivolta all’uomo a lei più vicino): Brasile?
L’uomo d’affari non coglie e risponde con una cortese occhiata interrogativa.
Figlia: Venite dal Brasile?
Lui: … no no… ehm… Fiera!
Madre e Figlia: Ahhh…

Ottobre 26 2003

C’è voluto un po’, tipo qualche anno, ma ora anche i treni Eurostar hanno i loro annunci automatici (almeno sulla linea Milano-Roma, su cui ho viaggiato più di quanto avrei voluto nelle ultime 48 ore). Basta boffonchiamenti, avvisi incomprensibili, inspiegabili silenzi o incontenibili chiacchieroni. Basta anche agli approssimativi e divertenti tentativi di comunicare l’essenziale ai clienti stranieri in un numero di lingue variabile tra zero e quattro, in base all’ispirazione. Ora le informazioni le dà una voce femminile preregistrata, che oltre alla precisione ha dalla sua dizione italiana e accento inglese quasi perfetti. Poco invadente, suadente quanto basta, riesce a essere terribilmente cortese perfino nel ricordare di parlare piano, abbassare la suoneria del cellulare, non fumare e non dimenticare il giornale. Per un attimo ho avuto l’impressione che qualcuno le avesse addirittura dato retta, a proposito di voce alta, telefonini e fumo negli spazi di interconnessione, ma dev’essere stata una suggestione passeggera. Ci ha tenuti pure allegri: uscendo da Firenze e col muso già sugli appennini tosco-emiliani, la Voce ha annunciato trionfante di prepararsi per l’imminente arrivo a Santa Maria Novella, tra le risate dei passeggeri. Ma secondo me è perché non voleva fare quella monotona e prevedibile fin dal primo appuntamento.

Settembre 30 2003

Da quando ho cominciato a usare i computer, avrò avuto dodici anni o poco più, ho provato tenerezza ogni volta che ho visto una persona anziana avvicinarsi alle nuove tecnologie.

Ricordo che da piccolo cercavo di convincere mia nonna a giocare a tombola sul Commodore 64. Lei, che viveva in una città dove non hanno circolato mai nemmeno le automobili, mi guardava stranita, faceva un sorriso di circostanza, stava al gioco per qualche minuto e poi si faceva distrarre dalla prima cosa che le dava occasione di occuparsi d’altro. Di fronte alla mia insistenza, non le restava che provare a spiegarmi con dolcezza come quel gioco per lei fosse fatto di cartoncino (per le cartelle) e fagioli (per coprire i numeri chiamati) e quanto trovasse inutilmente complicato stare a guardare una televisione che faceva tutto da sola.

Non credo che mia nonna abbia mai saputo quanto quelle parole abbiano contribuito a formare il mio rapporto con la tecnologia: da allora, ogni volta che mi trovo di fronte a un produttore entusiasta o a un programmatore eccitato, mi chiedo prima di tutto quanta umanità preservi l’innovazione di turno e quanto spirito di servizio (piuttosto che autocompiacimento o marketing) animi il progetto. Magari qualche cantonata di troppo, in questi anni di tecno-follia, me la sono anche risparmiata.

Ripensavo a tutto questo oggi leggendo di Oreste Del Buono, uno dei primi giornalisti di cui ho imparato a riconoscere la firma. Di Del Buono ricordo una testimonianza pubblicata nel 1996 su quella bella rivista che un tempo è stata Telèma. Scriveva: «Ho cominciato a scrivere a macchina a sei anni, con un’enorme Underwood. Soltanto nel dopoguerra ho acquistato una Olivetti portatile e quando mi sono fatto convincere a prenderne una elettrica me ne sono subito pentito. Non ho più l’età per imparare a usare il computer ma non potrei più vivere senza quel provvidenziale aggeggio che trasmette dovunque e in ogni momento le pagine che scrivo, il fax».

Per qualche strano motivo, sono sempre stato un appassionato lettore di anneddoti di chi, trovandosi a scrivere per mestiere e non più giovanissimo d’età, sia stato travolto dall’innovazione e costretto a confrontarsi con un progresso di cui magari non ha avvertito alcuna esigenza. Un’ineluttabilità di cui è stato sofferto interprete un fedelissimo della Lettera 22 come Indro Montanelli: «Confesso che non ho ancora capito che cosa sia il giornale on line. Immagino che si tratti di qualcosa attinente alla televisione, cioè un giornale non di carta e di parole, ma di video e d’immagini, sul quale la mia opinione muove da un pregiudizio di antipatia corretta dal riconoscimento di una realtà ineluttabile. Questa: che per il giornalismo quale io l’ho appassionatamente amato e praticato non c’è più mercato. Non so cosa sarà mai un giornale on line. So soltanto che non sarà mai il mio giornale, anche se è quello dell’avvenire».

Ci sono anche gli entusiasti come Arrigo Levi: «Io uso il computer nel modo più elementare: come archivio di cose scritte da me, e condivido il rimpianto di altri per non averlo avuto a disposizione tutta la vita (ma chissà come mi orienterei in mezzo a quella foresta di pagine ben conservate!), e come strumento di scrittura. Ora, gli strumenti di scrittura, come gli strumenti di espressione, non sono senza effetto sulla scrittura e su quello che c’è dietro, che è il pensiero. Non so bene come ciò accada, ma so che è così». Aggiunge: «Per questo, e per la sua silenziosità, lo amo».

Oppure Giorgio Bocca, che parla di computer e stampatrici con gratitudine: «Finalmente ho trovato la mia protesi giusta, questa macchina chiamata computer, che ad altri serve a operazioni raffinate e complesse, a viaggi per Internet, a calcoli astronautici e che a me serve solo a cancellare errori di battuta, subito, con poca fatica, che per voi sarà poco o niente ma che per me è una liberazione dall’incubo della scarsa manualità, la liberazione da una fatica continua e crescente».

Infine le note di un arzillo (e temo mai abbastanza riconosciuto) innovatore come Sergio Lepri, che ricorda come «Il passato dell’elettronica è pieno di previsioni mancate o di previsioni sbagliate: l’Olivetti che nel 1969 non si accorge che un suo ingegnere ha inventato il personal computer (molti anni prima degli americani) e decide di rinunziare all’elettronica perché “non c’è mercato”; i giapponesi che spendono anni di studio e miliardi di yen dietro la televisione ad alta definizione, senza prevedere il passaggio dall’analogico al digitale e quindi l’eliminazione del problema; e Internet? sono passati venti anni prima che ci si rendesse conto di che cosa volesse dire, e potesse rappresentare (anche qui nel bene e nel male), la planetaria rete delle reti».

Dice: che vuoi dimostrare? Nulla, solo che a ripensarci mi hanno fatto tenerezza.

Settembre 8 2003

…la usano come i telegrammi: parole che costano. Chiedi, cercando di non dilungarti oltre il necessario, «Tutto bene? Come sta X? Hai poi combinato quella cosa con Y? Mi confermi l’appuntamento?». La risposta tipo è «Bene» oppure «Ok», seguita dalla firma. È una sorta di passe-partout che soddisfa tutte le domande con una parola sola, oppure la conferma solo alla prima. Ottieni una sola certezza: tu fai troppe domande.

…ce l’hanno ma non la utilizzano affatto, come una segreteria telefonica che fa bella mostra di sé in soggiorno, ma resta sempre disattivata «perché m’impressiona sentire le voci registrate sul nastro». La esibiscono, ma non la usano. Amano essere contattati, ma fanno i preziosi. Li incontri di rado, e in quel caso ti dicono: «Scrivimi!».

…la confondono col diario dell’adolescenza. Alla richiesta «Stai bene?» rispondono con un sunto di psicologia, alla curiosità «Come hai passato il fine settimana?» allegano il depliant turistico, al desiderio «Quando ci vediamo?» uniscono l’ultimo anno di frustrazioni. Aprono il cuore per la dedizione, ma assorbono l’attenzione di una giornata intera.

…la preferiscono alla chat. Una frase, una mail. Due ore di conversazione, tredici mail. Ti chiedi: perché non usiamo il messenger? «No», ti rispondono, «non mi piace chiacchierare via Internet; piuttosto uso il telefono».

…la domano con personalità. Rispondono con misura a tutte le richieste, soddisfano ogni richiesta, spediscono tutto il materiale desiderato. Non prima di due settimane.

Agosto 1 2003

Provo verso il calcio gli stessi sentimenti che mi tengono a distanza dal mercato finanziario. A volte mi appassiono per le impennate di un titolo e ho pur sempre la prima azione nel cuore, ma poco servono a distrarre la mia diffidenza.

Ciononostante, mi dispiace venire a sapere dai giornali che il Pordenone Calcio, la squadra della mia città d’origine (serie C2), dovrà ricominciare il prossimo campionato dai Dilettanti.

Un’altra volta, in effetti, perché la squadra friulana era arrivata all’iscrizione in serie C2 dopo la lenta risalita seguita a uno dei più spettacolari flop economici che la storia dello sport di periferia ricordi. La vicenda è legata a un folcloristico imprenditore, tal Giuseppe D’Antuono detto Peppino, che negli anni ’80 arrivò da un giorno all’altro in città, acquistò il Pordenone Calcio e – in barba a una reputazione non certo immacolata – cominciò a promettere le massime serie professionistiche, l’arrivo di stelle del calcio e altre belle cose a cui molti diedero retta. Arrivarono, in effetti, campioni prepensionati, come Evaristo Beccalossi e, per un breve mentre, Dirceu. Ma un po’ per sfortuna, un po’ per la gestione sconsiderata, un po’ perché nel calcio di periferia le cose non vanno quasi mai come nelle favole, la squadra infilò una serie ininterrotta di retrocessioni. Passata dalla serie C alla Promozione senza passare dal via, la società vacillo e i conti collassarono definitivamente. Si ripartì nel 1990 dalla Prima Categoria.

Non si parla volentieri di questa storia, a Pordenone. Se chiedete in giro, molti fingeranno di averla dimenticata. Eppure c’è stata poesia in quel fallimento, ben resa in un memorabile articolo scritto in quei giorni sul Corriere della Sera dall’allora fresco di nomina inviato speciale Gian Antonio Stella (a ritrovarlo, lo incollerei volentieri).

Le vicende di questi giorni le conosco di rimbalzo dai quotidiani locali. Conti inaffidabili, decisioni prese all’ultimo minuto, il solito rimpallo di responsabilità. Pordenone ha nello sport le potenzialità di una città di medie dimensioni, ma l’atteggiamento della squadra da oratorio (con tutto che proprio la squadra di un oratorio è tra le poche a brillare in zona).

C’erano tempi in cui il calcio mieteva successi in C2 (e Pordenone compariva in schedina tre o quattro volte all’anno), il basket andava alla grande in A2, l’hockey su pista era ai primi posti della A1 e vinceva una coppa europea, il nuoto sfornava campioni internazionali, la pallavolo si avvicinava ai vertici. Oggi, invece, siamo poco più che dilettanti in quasi tutte le discipline.

In compenso, quando giochiamo a palla su un prato ci divertiamo ancora un sacco.

Luglio 8 2003

Le 10 cose che mi hanno colpito di più in questi due giorni:

1. gli europei: nelle rispettive nazioni fanno un po’ tutti a gara a chi la spara più grossa; quando si trovano intorno alle dodici stelle, sarà la timidezza, ma diventano aperti, collaborativi e simpatici. Pure gli italiani.

2. la quarta lingua: tutti gli incontri ufficiali sono stati resi disponibili in italiano, inglese e francese. Ma anche con il linguaggio dei segni e con una trascrizione in tempo reale su maxischermo.

3. le riprese in diretta: un’organizzatissima squadra di operatori e registi ha seguito istante per istante tutti i momenti della conferenza europea, montando e smontando set nel giro di pochi minuti e rendendo disponibile tutto il materiale online (live e on demand) e su supporti magnetici.

4. i big sponsor: in prima linea per le tecnologie fornite, sono poi rimasti in disparte, accontentandosi di qualche incontro informale a margine delle sessioni ufficiali. Nulla di meno di quanto ci si aspettava da loro. Ma lo hanno fatto con classe.

5. Pordenone: dice, che c’entra Pordenone, sei il solito provinciale. E invece no: mentre giro per gli stand delle 65 best practice internazionali selezionate dalla Ue, m’imbatto in una rappresentanza della mia città che propone un originale modello di sportello per le imprese. Orgoglio naoniano.

6. il buffet: ci ho messo un giorno per trovarlo, ma quando sono arrivato è stato il più spettacolare che mi sia capitato di vedere. Cinque sale di buon cibo e buon vino, da degustare su una veranda affacciata sull’acqua e sui monti. Best practice: il conto arriva direttamente sulla dichiarazione dei redditi 2004.

7. i giornali di sinistra: piuttosto che rischiare di fare pubblicità a un evento della premiata ditta Berlusconi&Co., hanno preferito ignorare l’evento (anche quelli più svezzati sul fronte tecnologico). Un’occasione sprecata per parlare di scelte importanti che riguardano le pubbliche amministrazioni e i cittadini. Sprecata anche dalle testate orientate a centrodestra, peraltro, che raramente sono andati oltre le dichiarazioni governative o le cronache della mattinata berlusconiana.

8. la compostezza: in particolare quella degli stranieri davanti ai disagi delle prime ore. La reazione più violenta a cui ho assistito è stato un tale che in attesa del suo accredito ha cominciato a ridere da solo come un pazzo.

9. il personale di servizio: l’intelligenza collettiva fatta hostess. Per dirla con Lévy, nessuna sapeva tutto, ognuna sapeva una cosa, la totalità del sapere risiedeva nella loro onnipresenza.

10. il documento finale: non è più di una dichiarazione politica d’intenti sull’interoperabilità delle amministrazioni degli Stati membri, ma è un passo avanti interessante che tutto sommato non davo per scontato. Subito dopo ho sentito dire – per la quarta volta dal 2000 – che entro l’anno in Italia avremo un milione e mezzo di carte d’identità elettroniche, ma questa è un’altra storia.

Luglio 8 2003

Oggi che tutto funziona per il meglio, che l’accredito è sistemato e che il programma è meno rigido nel protocollo ufficiale, ho scoperto di aver vissuto per 24 ore solo nel retro di Villa Erba. E ho scoperto improvvisamente un parco meraviglioso sulla riva del Lago, una villa magnifica e accogliente. E un buffet ministeriale degno di questo nome. In fondo basta poco per confondere un giornalista.

Luglio 8 2003

Per carità, organizzare una conferenza europea che mobilita un paio di migliaia di persone di tutto il continente è tutto fuorché facile. Soprattutto se devi far lavorare insieme apparati organizzativi locali, nazionali e internazionali. Inoltre a Cernobbio oggi si respirava un’aria tutto sommato piacevole. Però, a essere proprio onesti, non è che sia andato tutto benissimo: si trattava pur sempre dell’evento inaugurale del semestre italiano.

Breve spaccato in soggettiva di una giornata passata sulla riva del Lago di Como.

Ore 8.30. Arrivo a Cernobbio in auto, direzione Villa Erba. L’ultima rotonda è presidiata da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, che impediscono con severità l’accesso all’unica strada sensata. Al finanziere che mi intima di levarmi subito dai piedi abbozzo un “Ehm, ecco, io sarei un giornalista…”. “Allora deve avere l’accredito!” (lo ha detto Leonardo che le forze dell’ordine parlano sempre col punto esclamativo?). “Sto appunto cercando di andare a ritirarlo”. “Ah, allora vada!”. Stupore. Secondo finanziere, dieci metri dopo: “Non può passare di qui!”. Da dietro: “Noooo, è un giornalista, fallo andare!”. Imbarazzo. Terzo finanziere, cinque metri dopo: “Non può passare di qui!”. Da dietro, due voci concitate: “È un giornalista, fallo passare!”. Sprofondo nel sedile.

Ore 8.32. Ci sono due parcheggi. Uno riservato alle autorità, uno per tutti gli altri accreditati. Imbocco il secondo. “Per parcheggiare deve avere l’accredito!”. “Sì, beh, vede… sto appunto cercando di andare a ritirarlo”. “Allora vada a farlo e poi torni”. “Va bene, ma dove metto la macchina?”. “La metta là, no?”. A 50 metri dalla sede della blindatissima conferenza europea, naturalmente, in pieno divieto e davanti a un nugolo di Carabinieri armati fino ai denti. Potrei essere chiunque, penso. Ma non fanno una grinza. Tanto ci metto….

Ore 10.15. …UNORAETREQUARTI! Ci ho messo un’ora e tre quarti per ritirare un dannato accredito! Scuola elementare di Cernobbio. Tenera, lei: appendini a misura di bambino, poesie ancora attaccate alle pareti, muri color scuola, nulla che la faccia sembrare l’anticamera dell’evento europeo del mese. Gente in coda fin dal marciapiede, 35 minuti solo per arrivare al banco della stampa, 10 in meno delle delegazioni internazionali perché quelle devono andare ancora più avanti (ma la fila e la porta d’ingresso sono uniche, idea brillante per gestire un flusso di centinaia di persone nei tre quarti d’ora previsti). Banco – banco in tutti i sensi – degli accrediti stampa: “Ah sì, Maistrello. È nell’elenco, ma il badge non c’é”. “Scusi?”. “Eh, alcuni non sono ancora pronti”. “Ma mi sono registrato più di due settimane fa!”. “Eh sì, ma alcuni non sono ancora pronti, li stanno facendo adesso”. Altri colleghi imprecano in fianco alla porta. “Quanto ci vuole?”. “Eh…”. “Eh???”. “Eh…”. “Scusi, ma mi può dire che cosa devo fare? Aspettare, ricompilare qualche modulo, rimettermi in fila, implorare…”. “Mah, aspetti là con gli altri”. Quando Stanca e Liikanen attaccano il loro benvenuto ufficiale, decido di violentare il mio carattere austrungarico (ordine e rassegnazione, soprattutto) e blocco la responsabile degli accrediti stampa. Stremata, non obietta neppure e mi porta tra le delegazioni internazionali a rifare da capo l’accredito. La bolgia: francesi, tedeschi, spagnoli, ungheresi, polacchi, inglesi rassegnati e con gli occhi persi tra l’incredulo e il disperato. Non capiscono, non comprendono, si fanno trascinare da una fila all’altra. Non capiscono e non comprendono molto nemmeno le hostess, che altrettanto imbarazzate cercano di metterci una pezza: “Plis, tu step bec, ai nid tu teic iu a fotograf for ve card”. “Ehw?”. “Bec, bec, ancora bec, foto, foto”. Io ricomincio ad arrossire. Dopo aver atteso nel posto sbagliato per almeno mezzora – ma era un’attesa democratica: ho visto aspettare accanto a noi anche il presidente di Smau – entro in possesso del mio accredito. Che per la cronaca è una carta d’identità elettronica speciale (e un po’ sbiadita) creata per l’occasione. Dal clic alla coda.

Ore 10.20. Torno alla macchina. Una vigilessa sta dando indicazioni a un carro attrezzi per farla rimuovere. Faccio finta di niente e salgo. Giuro, lei è la più dolce vigilessa che io abbia mai incontrato. Mi si avvicina vagamente divertita: “Era giusto la prima da rimuovere, lo sa?”. “Guardi, mi hanno bloccato per quasi due ore agli accrediti, al parcheggio non me la fanno mettere senza accredito, i carabinieri non mi hanno detto nulla…”. “Ma sì, vada vada”. Che altro può succedere?

Ore 10.30. Entro a Villa Erba. Oddio, entro… Circumnavigo una struttura di metallo, plastica e vetro priva di indicazioni e vago entrata per entrata con un gruppo di colleghi, attraversando angoli di parco che in salute stanno come i giardinetti dell’Ariete a Pordenone. A ogni possibile varco siamo più numerosi, ma la risposta è sempre: “Non qui, più avanti!”

Ore 10.40. Sono dentro! Sì, ma dove devo andare? Tento di intrufolarmi nella sala principale, ma vengo cordialmente invitato a levarmi dai piedi. “I giornalisti devono stare in sala stampa!” Ok, ok. Ma dove sta la sala stampa? Guarda sulla cartina, no? Giusto. Se non fosse che i totem informativi riproducono una cartina sbiadita e resa abbastanza incomprensibile dalla bassa definizione. Comunque in sala stampa ci arrivo, in qualche modo. Certo, questo sembra il corridoio di collegamento per le toilette, con tanto di ominio che aspira la terra sulla moquette lungo il corridoio, ma la sala stampa c’è davvero e non è male. Tralascio i dettagli sul tentativo di appropriarmi di un Pc e di farmi riconoscere da questo con la carta d’identità elettronica. Dopo che hai capito il sistema – processo a totale carico dell’utente – hai però accesso a streaming in tempo quasi reale, agenzie, documenti e ogni altro ben di dio.

Ore 12.30. Arriva Berlusconi in elicottero. Esco dal bagno, sbaglio strada e mi ritrovo nel pieno della processione tra gli stand delle best practice. Tento di levarmi dai piedi prima di finire travolto dal codazzo di telecamere impazzite. Nel tentativo di tornare in sala stampa, mi ritrovo per tre volte quasi a tu per tu con il presidente del consiglio, che sembra vagamente teso. Per poco non inciampo su Stanca e Formigoni, ricevo un paio di occhiatacce dagli uomini della sicurezza e riesco ad andarmene. Mi sento un po’ Forrest Gump quando sbuca tra la folla al ricevimento di Nixon. I giornalisti d’assalto riescono a strappare una sola battuta, quasi per scherzo. “Presidente, come sta la maggioranza?”. “Bene, bene. Come me è in ottima salute; abbiamo superato tutti gli esami clinici.” Poi parlerà per quasi un’ora, ma sui tg quella frase diventerà la sintesi della giornata.

Ore 12.45. Riesco a tornare in sala stampa, dove ci avvisano che Berlusconi parlerà addirittura con qualche minuto di anticipo, sacrificando buona parte della premiazione dei casi d’eccellenza. Non ci dicono che quella manciata di minuti gli servono per fornire indicazioni turistiche ai prestigiosi convenuti, ma soprattutto che sforerà di una buona mezzoretta per fare una sorta di discorso inaugurale del semestre, questa volta senza parlamentari tedeschi che interrompono. I colleghi delle agenzie intorno a me lavorano a pieni giri e trascrivono sul Pc. Appena termina il discorso, in sala stampa salta la corrente per qualche istante. Addio appunti. Commenti non ripetibili. In compenso parte un lancio sul fallimento delle nuove tecnologie. Quando torna la corrente, sul monitor compare la Carlucci che premia con Berlusconi le best practice selezionate dalla Commissione. Brivido.

Ore 14.00. Esco per un panino (in sala stampa solo pasticcini e succo di frutta). Stavolta imbrocco il cancello principale e mi ritrovo in piazza. LA piazza, immagino. Lavori in corso appena terminati, aiuole brulle seminate da poche ore, segnaletica gialla da lavori in corso. Un sentimento generale di provvisorietà. Ma il trionfo sta al centro della rotonda, dove una scenografia di vasi e motivi colorati danno un vago effetto marshmellow. Penso che forse è un bene se Berlusconi è atterrato e decollato dal parco della villa.

Ore 16.45. Il pomeriggio scorre tranquillo, si prende familiarità con gli strumenti, si fa il pieno di cartelle stampa, si stringono contatti e ci si prende gusto. Stanca e Liikanen tengono una conferenza stampa alle mie spalle e se la prendono con quelli delle ultime file perche sono distratti e rumorosi. Per un attimo ho temuto che uno dei due gridasse: “Ansaloni, ti ho visto che tiravi le trecce alla Piera! Fuori!”.

Ore 19.30. A fine giornata, quando sessioni e incontri si esauriscono, la scena più bella. Al rinfresco offerto da uno degli sponsor principali si ritrovano tutti quelli che sono rimasti: delegati, espositori, professionisti, giornalisti, ma anche pompieri, carabinieri, cameramen, hostess e addetti di servizio. Eccolo, il momento europeo.

Marzo 24 2003

Il cormorano del Golfo (dal Washington Post)– Ma tu credi che sia proprio tutto vero?
– Beh, proprio tutto no. Qualche eccesso di propaganda è evidente. Però le immagini in diretta… i collegamenti telefonici… Internet… insomma, questa volta ne sappiamo parecchio di più, no?
– Sarà. Però vedere non mi fa stare più tranquillo. Ti ricordi del cormorano?
– Quale cormorano?
– Quello impiastricciato di petrolio. Nel Golfo Persico. Dodici anni fa.
– Ah, sì. È stata una delle immagini simbolo della guerra del 1991, se non sbaglio.
– Esatto.
– Beh, che c’entra?
– Era falsa.
– Sì, vabbé. E magari Saddam non aveva nemmeno invaso il Kuwait.
– No, nel Kuwait era entrato davvero. Non stava per invadere l’Arabia Saudita, semmai, ma questa è un’altra storia.
– Beh, ma il cormorano che c’entra?
– Il cormorano era la dimostrazione che Saddam Hussein stava vendicandosi del mondo aprendo le pompe di petrolio e creando un disastro ambientale.
– Questo l’avevo capito.
– Lo scoop l’avevano girato lungo le coste del Kuwait le troupe di Itv e della Cnn. Fece impressione perché si trattava di una delle prime immagini reali degli effetti della guerra dopo giorni di traccianti verdi nel cielo di Baghdad.
– E perché sarebbe falsa?
– Perché quella zona era in pieno controllo irakeno, in quel momento. Ed era sottoposta a continui bombardamenti americani.
– Saranno stati giornalisti coraggiosi.
– Forse lo erano, ma è certo che non si trovavano sulle rive del mare in quei giorni.
– No?
– No. E la troupe della Cnn lo ammise qualche giorno dopo a un collega francese più curioso degli altri. Le immagini erano state girate altrove.
– Dove?
– Non è chiaro. Di sicuro c’è che in quella zona e in quel periodo dell’anno non ci sono cormorani. Del cormorano agonizzante esistono fotografie e riprese televisive. Solo che le foto risalirebbero addirittura al 1983, durante la guerra Iran-Iraq.
– Ma figurati!
– Aspetta, c’è di peggio. Le riprese televisive, a quanto si stabilì nei mesi successivi, sono state create ad hoc prelevando dei cormorani allo zoo e sporcandoli di petrolio.
– Ma non è possibile.
– Invece andò proprio così. È stato dimostrato che anche altri dei filmati più noti della Guerra del Golfo furono girati “in studio” e spacciati per veri. Alcuni hanno fatto a lungo bella mostra di se nel portafoglio della Hill & Knowlton.
– Se fosse davvero così sarebbe venuto fuori uno scandalo.
– Ci fu, ma non ebbe lo stesso risalto. A guerra finita non importava più nessuno. Ne parlano molti libri, comunque.
– E che cosa vorresti dimostrare con questo?
– Nulla. Non toglie nulla alla drammaticità della guerra. Non cancella le responsabilità di nessuno. Fa pensare, però.
– Che cosa dovrei fare, allora? Sentirmi tradito e non credere più a nulla? Non seguire più i telegiornali? Pensare che la Gruber non si trovi affatto a Baghdad, ma mi stia raccontando un sacco di balle da qualche isola tropicale?
– Ma no, credici pure. Anzi, segui la cronaca e informati il più possibile. Ma ricordati di dubitare. Non puoi fare altro, in questo momento. Puoi solo dubitare. E non mi pare poco.

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