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Tag: guerra

ottobre 23 2010

La guerra giusta, le bombe intelligenti e tutte le altre menzogne retoriche. Quando, sul ciglio della disgraziata guerra in Iraq, qualcuno alzava la voce per ricordare che nei conflitti contemporanei il 90% delle vittime sono civili, veniva messo a tacere e sbeffeggiato dagli zelanti portavoce della coalizione dei volonterosi. Oggi sappiamo che erano questi ultimi ad avere ragione: in effetti le vittime civili in Iraq non sono il 90%, sono soltanto il 60%. Saranno soddisfatti.

ottobre 4 2004

Tirare in mezzo San Francesco d’Assisi nel tentativo di giustificare una situazione internazionale che ormai non piace più nemmeno a quanti l’hanno promossa – magari sostenendo che il fraticello umbro (vissuto in pieno Medioevo) non ebbe mai a negare la legittima difesa né l’uso delle armi, come ha fatto oggi il vicepresidente del Consiglio Fini – dà il segno della modestia di questi tempi.

Utilizzare a conforto di provocazioni non dissimili, nemmeno oggi si fossero messi tutti d’accordo, un fotogramma del giovane Francesco in partenza per le Crociate tratto da Fratello Sole, Sorella Luna – lo ha fatto, per esempio, la nuova, petulante e mattiniera edizione di Batti&Ribatti, trascurando forse la conversione che ne seguì – dà la misura della considerazione in cui è tenuto chi guarda.

Già assoldato nella schiera dei belligeranti di buon cuore l’imperatore Carlo d’Asburgo, mi stupirei ora se non si spulciasse parola per parola il testamento spirituale di Ghandi – che in tv va alla grande, di recente – alla ricerca di aperture alla guerra preventiva.

Tempora, mores.

settembre 15 2004

Di fatto oggi l’Italia ha chiesto agli Stati Uniti, con inusuale fermezza per uno zerbino, di «moderare l’azione militare» in Iraq in modo da «evitare la morte di civili innocenti». Non sono tanto stupido da non capire perché lo chiede oggi e perché lo fa con quelle parole.

Comunque sia, prendo atto che ci sono voluti un anno e sette mesi di guerra, 1.148 morti e oltre 7.100 feriti negli eserciti della coalizione internazionale, tra 4.895 e 6.370 militari iracheni morti, tra 12.721 e 14.751 civili iracheni (dico, ma siete ancora capaci di indignarvi per quello che avete appena letto: ventimila morti a voler essere prudenti, secondo Antiwar.com), decine e decine di miliardi dollari buttati al vento (vedi Cost of War) e una lunga, indecorosa, plateale serie di balle documentate o di sbugiardamenti sulle giustificazioni stesse alla guerra per restituire un po’ di dignità ai non pochi cittadini italiani che ritenevano questa guerra un errore. Emergency e tutti quegli altri pericolosi sovversivi, del resto, erano davvero tendenziosi: non 9 su 10, per ora solo 2 su 3 morti sono civili. Bella soddisfazione.

Mentre rimugino acidamente su queste considerazioni, trovo un pensiero lasciato oggi da Pfaall. Mi ci ritrovo, ritrovo le giustificazioni che mi racconto spesso:

«Da mesi evito per quanto posso di occuparmi della situazione in Iraq. È pudore. Il malessere di assistere a un disastro peggiore di quanto le più pessimiste fra noi vituperate Cassandre arrivassero a temere mentre gli stupidini si emozionavano per gli hamburger arrivati a Bagdad»

E, sempre grazie a Pfaall, recupero il brano di un articolo di Alessandro Baricco pubblicato ieri su Repubblica:

«Dire e insegnare che la guerra è un inferno e basta è una dannosa menzogna. Per quanto suoni atroce, è necessario ricordarsi che la guerra è un inferno: ma bello. Da sempre gli uomini ci si buttano come falene attratte dalla luce mortale del fuoco. Non c’è paura, o orrore di sé, che sia riuscito a tenerli lontani dalle fiamme: perché in esse sempre hanno trovato l’unico riscatto possibile alla penombra della vita. Per questo, oggi, il compito di un vero pacifismo dovrebbe essere non tanto demonizzare all’eccesso la guerra, quanto capire che solo quando saremo capaci di un’altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre. Costruire un’altra bellezza è forse l’unica vera strada verso una pace vera. Dimostrare di essere capaci di rischiarare la penombra dell’esistenza, senza ricorrere al fuoco della guerra. Dare un senso, forte, alle cose senza doverle portare sotto la luce, accecante, della morte. Poter cambiare il proprio destino senza doversi impossessare di quello di un altro; riuscire a mettere in movimento il denaro e la ricchezza senza dover ricorrere alla violenza; trovare una dimensione etica, anche altissima, senza doverla andare a cercare ai margini della morte; incontrare se stessi nell’intensità di luoghi e momenti che non siano una trincea; conoscere l’emozione, anche la più vertiginosa, senza dover ricorrere al doping della guerra o al metadone delle piccole violenze quotidiane. Un’altra bellezza, se capite cosa voglio dire.»

luglio 25 2003

Alcune opinioni interessanti sulla pubblicazione delle foto dei cadaveri dei figli di Saddam Hussein, letti sui giornali di oggi:

Iraq, ritorno al passato
Furio Colombo sull’Unità

Trofei di guerra per Bush: “Così convinciamo gli scettici”
Vittorio Zucconi su Repubblica

Quando si esibisce il nemico morto
Tahar Ben Jelloun su Repubblica

Commento
di Gianni Riotta sul Corriere

Il Rischio di farne dei martiri
Editoriale della Stampa

marzo 24 2003

Il cormorano del Golfo (dal Washington Post)– Ma tu credi che sia proprio tutto vero?
– Beh, proprio tutto no. Qualche eccesso di propaganda è evidente. Però le immagini in diretta… i collegamenti telefonici… Internet… insomma, questa volta ne sappiamo parecchio di più, no?
– Sarà. Però vedere non mi fa stare più tranquillo. Ti ricordi del cormorano?
– Quale cormorano?
– Quello impiastricciato di petrolio. Nel Golfo Persico. Dodici anni fa.
– Ah, sì. È stata una delle immagini simbolo della guerra del 1991, se non sbaglio.
– Esatto.
– Beh, che c’entra?
– Era falsa.
– Sì, vabbé. E magari Saddam non aveva nemmeno invaso il Kuwait.
– No, nel Kuwait era entrato davvero. Non stava per invadere l’Arabia Saudita, semmai, ma questa è un’altra storia.
– Beh, ma il cormorano che c’entra?
– Il cormorano era la dimostrazione che Saddam Hussein stava vendicandosi del mondo aprendo le pompe di petrolio e creando un disastro ambientale.
– Questo l’avevo capito.
– Lo scoop l’avevano girato lungo le coste del Kuwait le troupe di Itv e della Cnn. Fece impressione perché si trattava di una delle prime immagini reali degli effetti della guerra dopo giorni di traccianti verdi nel cielo di Baghdad.
– E perché sarebbe falsa?
– Perché quella zona era in pieno controllo irakeno, in quel momento. Ed era sottoposta a continui bombardamenti americani.
– Saranno stati giornalisti coraggiosi.
– Forse lo erano, ma è certo che non si trovavano sulle rive del mare in quei giorni.
– No?
– No. E la troupe della Cnn lo ammise qualche giorno dopo a un collega francese più curioso degli altri. Le immagini erano state girate altrove.
– Dove?
– Non è chiaro. Di sicuro c’è che in quella zona e in quel periodo dell’anno non ci sono cormorani. Del cormorano agonizzante esistono fotografie e riprese televisive. Solo che le foto risalirebbero addirittura al 1983, durante la guerra Iran-Iraq.
– Ma figurati!
– Aspetta, c’è di peggio. Le riprese televisive, a quanto si stabilì nei mesi successivi, sono state create ad hoc prelevando dei cormorani allo zoo e sporcandoli di petrolio.
– Ma non è possibile.
– Invece andò proprio così. È stato dimostrato che anche altri dei filmati più noti della Guerra del Golfo furono girati “in studio” e spacciati per veri. Alcuni hanno fatto a lungo bella mostra di se nel portafoglio della Hill & Knowlton.
– Se fosse davvero così sarebbe venuto fuori uno scandalo.
– Ci fu, ma non ebbe lo stesso risalto. A guerra finita non importava più nessuno. Ne parlano molti libri, comunque.
– E che cosa vorresti dimostrare con questo?
– Nulla. Non toglie nulla alla drammaticità della guerra. Non cancella le responsabilità di nessuno. Fa pensare, però.
– Che cosa dovrei fare, allora? Sentirmi tradito e non credere più a nulla? Non seguire più i telegiornali? Pensare che la Gruber non si trovi affatto a Baghdad, ma mi stia raccontando un sacco di balle da qualche isola tropicale?
– Ma no, credici pure. Anzi, segui la cronaca e informati il più possibile. Ma ricordati di dubitare. Non puoi fare altro, in questo momento. Puoi solo dubitare. E non mi pare poco.

marzo 20 2003

Ripensavo a una poesia che mi è rimasta nel cuore.

TESTAMENTO
di Kriton Athanasulis (1916-1979)

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.

Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali, e uguali
t’indurranno le notti a dolce sonno,
il mare t’empirà di sogni.

Ti lascio il mio sorriso amareggiato:
fanne scialo, ma non tradirmi.
Il mondo è povero oggi.
S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco tu
guadagnando l’amore del mondo.

Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro
Il mondo ne ha bisogno.

Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del mio tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.

Non dire mai che sono stato indegno,
che disperazione m’ha portato avanti
e son rimasto indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento, e pioggia, e grandine
hanno sepolto la mia voce.

Ti lascio la mia storia
vergata con la mano d’una qualche speranza.
A te finirla.

Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate, ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austera forma d’uomo,
madri vestite a bruno, fanciulle violentate.

Ti lascio la memoria di Belsen e di Auschwitz.
Fa presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo.

Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici: già! i nemici dell’odio.

Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri:
dicono sempre sì, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono, di fuori,
il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.

Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro.
Il pane è fatto pietra, l’acqua fango,
la verità un uccello che non canta.

É questo che ti lascio.
Io conquistai il coraggio d’essere fiero.
Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. É questo che ti lascio.