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Tag: europa

ottobre 17 2014

Devo ammettere che mi sto appassionando ai racconti da Bruxelles che il digital champion Riccardo Luna sta pubblicando sull’Huffington Post. Non tanto perché siano piacevoli da leggere o suggestivi nella rilettura personale dell’attività di diplomatico dell’innovazione a cui è stato chiamato. Quanto perché trovo che stia facendo qualcosa di simbolicamente essenziale e ancora troppo poco frequentata nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda i temi continentali: Riccardo sta condividendo i mattoncini che ci servono per costruire ponti culturali tra noi italiani e il mondo dell’innovazione europea.

Inserendosi con leggerezza ed entusiasmo in un’informazione polarizzata tra i riflessi autoriferiti dei palazzi romani e la documentazione ipertecnica per addetti ai lavori, Luna tesse comunità, indica hub, isola temi, evidenzia parole chiave in modo che diventino intelligibili anche a chi non ha familiarità con l’attualità politica dell’Unione europea. La semplice narrazione pubblica di quello che fa e di quello che vede ha un potenziale enorme nell’abilitare chi è già predisposto a una visione strategica che non si fermi ai confini di Stato.

Leggere questi primi suoi post mi ha dato la stessa sensazione – galvanizzante e frustrante, insieme – con cui torno di solito da contesti istituzionali europei o da conferenze internazionali: quanto da capire, quanto da sapere, quante relazioni da creare, quante occasioni sprecate. Chissà che il lavoro di Riccardo, il suo racconto prima ancora che le sue negoziazioni, non dia una spinta in più in questa direzione. Ogni link nei suoi post sarà un’opportunità in più.

febbraio 26 2014

Sono a Strasburgo, dove il gruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo ha radunato una ventina di $blogger da tutto il continente per una serie di incontri informali sui temi della rete e della politica europea. Dall’Italia siamo arrivati Antonella e io. È un esperimento per il PPE, ma a quanto dicono è anche la prima volta che da dentro il Parlamento europeo si cerca di costruire una relazione diretta con persone che fanno cose in rete.

Qualche spunto, man mano.


Martedì 25 febbraio

  • Tre aeroporti in sei ore: Venezia, Lione, Strasburgo. Due di questi mettono a disposizione dei passeggeri un accesso wifi gratuito e semplice da utilizzare. Lascio indovinare quali.
  • L’appuntamento è nel tardo pomeriggio in un albergo della periferia sud di Strasburgo. Pur essendo una delle due sedi del Parlamento europeo, la città non è collegata granché bene. Da Venezia ci si arriva con uno scalo, su linea low cost e in una comoda mezza giornata. Ma c’è chi è partito il giorno prima, chi ha fatto più veloce prendendo il treno e chi è sceso dall’aereo a Francoforte e poi ha preso la corriera.
  • Il gruppo è eterogeneo per esperienze, specializzazioni, professioni e familiarità con la politica continentale. Non abbiamo quasi nulla in comune, ma la cittadinanza europea è un potente generatore di contesto: accoglie e favorisce il confronto. Il passaggio da cittadino italiano a cittadino europeo che vive in Italia è sorprendentemente rapido.
  • Viviamo narrazioni insoddisfacenti e costruite su luoghi comuni, stereotipi e notizie frammentarie. Nessun paese è perfetto, tutti idealizziamo le realtà altrui. Parli con un olandese o con uno svedese e gli senti fare discorsi non così diversi da quelli che facciamo in Italia. Certo, se scavi un po’ più a fondo emerge tutta la maggiore concretezza di quelle nazioni nello scendere a patti con le sfide della contemporaneità, ma nessuno ti racconta il paradiso. Per il depresso cittadino italiano è un piccolo incoraggiamento.
  • Rifletto sull’assenza di spazi di costruzione di una narrazione continentale, comune, condivisa. Non ci unisce un solo giornale, sito, fonte, blog di riferimento. Mettiamo insieme frammenti di un racconto frammentatissimo. Le nostre categoria di lettura della cittadinanza europea sono ancora prepotentemente nazionali. La narrazione europea procede per estremi: caterve di documenti per addetti ai lavori oppure la miopia della propaganda locale. Da questo punto di vista internet e i social media sono un’opportunità straordinaria, mi pare di capire ancora poco sfruttati (da noi cittadini, prima ancora che dai funzionari).


Mercoledì 26 febbraio

  • Sono stato nell’emiciclo del Parlamento europeo a Strasburgo, qualche anno dopo essere entrato in quello di Bruxelles. Non sono mai entrato invece a Montecitorio o a Palazzo Madama. Qualcosa vorrà dire, anche se non so ancora bene cosa.
  • Benché probabilmente ancora giustificato da equilibri storici e politici, continua a sembrarmi un enorme spreco di spazio e di risorse la duplicazione delle sedi del Parlamento in due città diverse.
  • Per dire: stamattina a Strasburgo è stato approvato in prima lettura un importante pacchetto di liberalizzazioni in campo ferroviario accompagnato da vivaci polemiche nei giorni scorsi. Curioso, non ne trovo traccia nelle home page italiane.
  • Il fallimento del giornalismo riguardo ai temi europei non è una prerogativa italiana, pare. È un riferimento che in questi giorni ho sentito fare a diversi parlamentari di diverse provenienze. «Dicono che è complicato e per questo non ne parlano», sintetizzava stamattina uno dei vicepresidenti del Partito Popolare che si è intrattenuto con noi.
  • Noi italiani naturalmente aggiungiamo complessità alla complessità, grazie alle ripercussioni del frammentato e dinamico arco parlamentare italiano. Nella delegazione italiana del Partito Popolare Europeo, per esempio, convivono quattro anime (Forza Italia, Ncd, Fratelli d’Italia e Udc) che non solo non trovano sintesi nel contesto continentale, ma al contrario costringono ad assetti variabili in funzione delle liti contingenti. Come disperdere influenza ed efficacia.
  • Nella mia leggerezza davo tutto sommato per scontata, anche soltanto nel lunghissimo periodo, una naturale convergenza dei governi nazionali verso «una più perfetta unione». Gli Stati Uniti d’Europa, insomma. Al contrario, mi rendo conto che il dibattito tra Europa come soggetto unico ed Europa delle nazioni e dei trattati è ancora vivacissimo e molto lontano dall’essere superato. Anche all’interno degli stessi partiti. Sarà forse che per noi italiani è più semplice pensare di rinunciare alla vetusta e inadeguata classe dirigente.
  • «Serve una pazienza geologica» (Alain Lamassoure)
  • Nel pomeriggio siamo stati protagonisti di un curioso “speed-dating” tra $blogger e Meps. Sono sempre più sensibile alla condivisione delle storie individuali/locali come veicolo di innovazione sociale e culturale, è stato un momento sorprendentemente stimolante.
  • Possono i social media contribuire alla comprensione del funzionamento delle istituzioni europee e delle opportunità collegate, ho chiesto a diversi membri del Parlamento. Certo, mi spiegava la settantacinquenne Cristina Gutiérrez-Cortinez, facendomi vedere le foto dei risultati delle votazioni di stamattina subito rilanciate in rete; ma questo è un ambiente molto gerarchico, che deve appena essere investito dalle logiche operative della rete. (Mio link mentale all’intervento di Jon Worth su questi temi a State of the Net 2013).
  • Le competenze sono la chiave, mi spiega Giovanni La Via, attivo eurodeputato siciliano della delegazione Ncd, entrato in Parlamento dopo aver lavorato diversi anni come consulente. Ci vuole tempo per entrare nelle logiche, bisogna essere esperti delle materie per poter incidere. In Germania il listino elettorale garantisce i più preparati. In Italia dominano altre logiche, da cui le celebri assenze di leader distratti da beghe romane e i lunghi apprendistati che disperdono energie e tempo.
  • La legislatura è agli sgoccioli, a maggio si vota. Il timore che la prossima legislatura sia dominata dai crescenti populismi nazionali, allungando il percorso dell’Unione europea verso l’efficienza, si respira nell’aria.
  • Mi portavo dall’Italia la sensazione che rispetto all’Europa stessimo sprecando un’occasione. Come se ne avessimo tante. Esco da questa giornata convinto che lo spreco sia di dimensioni epocali, benché forse più equamente distribuito di quanto mi aspettassi.
  • Un’interessante iniziativa a sostegno dei digital rights in vista delle elezioni di maggio, segnalata da Antonella: WePromise.eu
febbraio 20 2010

Due segnalazioni che incrociano in modo interessante le parole chiave internet, politica e Italia. Riguardano più o meno direttamente due amici, lo dico per inciso, ma sono iniziative che avrei apprezzato anche senza conoscere nessuno dietro le quinte.

Il primo è La Toscana che voglio, un social-coso collegato alla campagna di Enrico Rossi per le locali elezioni regionali (da studiare attentamente entrambi i siti, dietro c’è Antonio Sofi). L’idea è semplice e declina i meccanismi classici dei social-cosi: si può condividere un pensiero sul futuro della Toscana e votare quelli degli altri, facendo emergere le idee più interessanti. Accanto a ciò, ogni giorno c’è un delizioso montaggio redazionale di opinioni raccolte tra personaggi pubblici e gente comune (compito a casa per l’aspirante analista politico: prendere un programma televisivo come Secondo Voi, prendere queste interviste e tracciare le differenze). Dietro a una facciata allegra, quasi giocosa, La Toscana che vorrei prova a raccontare in modo differente un progetto politico, mettendosi al servizio delle idee degli altri, piuttosto che ripetendo a pappagallo le proprie. Tesse una rete spontanea, che aggrega energie e attenzione; fa sentire le persone accolte, ascoltate; assorbe idee e cultura del territorio; supera collettivamente le banalizzazioni dei luoghi comuni, filtrando insieme umanità e guizzi di luce. Inoltre, motivo per cui sono spinto a segnalarlo, a me ha strappato almeno tre sorrisi in cinque minuti di visita. Qual è l’ultima volta che una campagna elettorale vi ha fatto sorridere?

La seconda segnalazione è per The European roundup, una nuova rubrica che Antonella Napolitano tiene tre volte alla settimana sul blog del Personal Democracy Forum. Idea pulita pulita di quelle che dici “e che ci voleva”, ma intanto non lo faceva nessuno: tenere traccia delle idee, delle esperienze, dei dibattiti su internet e politica in tutta Europa. Una delle conclusioni emerse a Barcellona, nel corso della prima edizione del Pdf Europe, è che nel Vecchio Continente ci sono tanti contesti nazionali ma non ancora uno spazio di dialogo continentale. Non ci percepiamo ancora come una realtà politica dentro alla quale il destino di un Paese è legato a quello degli altri. Quello che serve è costruire ponti e sono anche e soprattutto piccole iniziative come quella di Antonella, sentieri tracciati in un bosco che ci pare inaccessibile, ad aiutarci a mettere un po’ per volta il naso a casa degli altri. In due numeri della rubrica (peccato che il blog del Pdf non consideri l’utilità delle categorie e non produca un indice ad hoc, btw), ho già scoperto due luoghi interessanti: laDemocrazia e l’arricchito spazio per le notizie di attualità in 11 lingue del Parlamento europeo.

settembre 18 2008

Stefania, mia moglie, me lo segnala abbagliata probabilmente dalla mia proverbiale gioventù interiore (ahem…). Tuttavia viene fuori che io sono ampiamente fuori dalla pur generosa definizione continentale di “giovane giornalista”. Così questa è una segnalazione per tutti i giornalisti o aspiranti tali di età compresa tra i 18 e 30 anni: avete ancora una settimana per iscrivervi agli European Youth Media Days. L’opportunità è passare tre giorni a Bruxelles in ottobre a fianco di giovani colleghi provenienti da tutta Europa per ragionare sulla comunicazione e ripensare il nostro lavoro in un contesto europeo, con particolare curiosità per i nuovi formati e per i media digitali. Tutto spesato, naturalmente. Se ci andate, poi fatemi sapere.

settembre 5 2008

Dalle mie parti, terra di confini, si parla spesso di euroregione. L’euroregione è una sorta di istituzione sovranazionale, benedetta dall’Unione europea, che riunisce regioni, land, contee confinanti benché appartenenti a stati differenti (nel nostro caso il progetto riguarda la Carinzia, l’intera Slovenia, due contee croate, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto). Lo scopo è collaborare alla soluzione di problemi comuni e dare vita a iniziative di interesse transfrontaliero, ma è evidentemente anche una grande occasione culturale. Occasione che è molto spesso in bocca ai politici, ai rappresentanti delle istituzioni, ai ricercatori, agli imprenditori e agli attivisti locali, ma che raramente raggiunge concretamente le persone, con sfumature piuttosto differenti in base alla distanza dai confini in questione.

Per questa ragione saluto con piacere il nuovo impegno dei miei due esploratori transfrontalieri di riferimento, Enrico Maria Milič ed Enrico Marchetto, già animatori del blog Bora.la ed entrambi oggi coinvolti in Euregio, rivista di «fatti e idee di collaborazione tra l’Adriatico e il Danubio». Ho trovato la rivista in posta al ritorno dalle vacanze (ma si può leggere anche online in formato Pdf), l’ho persa di vista nel caos della ripresa lavorativa e oggi la riscopro come ricco contenitore di storie e di persone a cavallo di confini. Storie che non strizzano l’occhio soltanto alla terra in cui vivo, ma che spaziano per l’intero continente. Qui all’estremo Nord-Est abbiamo il vizio di guardare sempre a Ovest: ben venga Euregio se ci fa girare un po’ la testa.

luglio 8 2003

Le 10 cose che mi hanno colpito di più in questi due giorni:

1. gli europei: nelle rispettive nazioni fanno un po’ tutti a gara a chi la spara più grossa; quando si trovano intorno alle dodici stelle, sarà la timidezza, ma diventano aperti, collaborativi e simpatici. Pure gli italiani.

2. la quarta lingua: tutti gli incontri ufficiali sono stati resi disponibili in italiano, inglese e francese. Ma anche con il linguaggio dei segni e con una trascrizione in tempo reale su maxischermo.

3. le riprese in diretta: un’organizzatissima squadra di operatori e registi ha seguito istante per istante tutti i momenti della conferenza europea, montando e smontando set nel giro di pochi minuti e rendendo disponibile tutto il materiale online (live e on demand) e su supporti magnetici.

4. i big sponsor: in prima linea per le tecnologie fornite, sono poi rimasti in disparte, accontentandosi di qualche incontro informale a margine delle sessioni ufficiali. Nulla di meno di quanto ci si aspettava da loro. Ma lo hanno fatto con classe.

5. Pordenone: dice, che c’entra Pordenone, sei il solito provinciale. E invece no: mentre giro per gli stand delle 65 best practice internazionali selezionate dalla Ue, m’imbatto in una rappresentanza della mia città che propone un originale modello di sportello per le imprese. Orgoglio naoniano.

6. il buffet: ci ho messo un giorno per trovarlo, ma quando sono arrivato è stato il più spettacolare che mi sia capitato di vedere. Cinque sale di buon cibo e buon vino, da degustare su una veranda affacciata sull’acqua e sui monti. Best practice: il conto arriva direttamente sulla dichiarazione dei redditi 2004.

7. i giornali di sinistra: piuttosto che rischiare di fare pubblicità a un evento della premiata ditta Berlusconi&Co., hanno preferito ignorare l’evento (anche quelli più svezzati sul fronte tecnologico). Un’occasione sprecata per parlare di scelte importanti che riguardano le pubbliche amministrazioni e i cittadini. Sprecata anche dalle testate orientate a centrodestra, peraltro, che raramente sono andati oltre le dichiarazioni governative o le cronache della mattinata berlusconiana.

8. la compostezza: in particolare quella degli stranieri davanti ai disagi delle prime ore. La reazione più violenta a cui ho assistito è stato un tale che in attesa del suo accredito ha cominciato a ridere da solo come un pazzo.

9. il personale di servizio: l’intelligenza collettiva fatta hostess. Per dirla con Lévy, nessuna sapeva tutto, ognuna sapeva una cosa, la totalità del sapere risiedeva nella loro onnipresenza.

10. il documento finale: non è più di una dichiarazione politica d’intenti sull’interoperabilità delle amministrazioni degli Stati membri, ma è un passo avanti interessante che tutto sommato non davo per scontato. Subito dopo ho sentito dire – per la quarta volta dal 2000 – che entro l’anno in Italia avremo un milione e mezzo di carte d’identità elettroniche, ma questa è un’altra storia.

luglio 8 2003

Oggi che tutto funziona per il meglio, che l’accredito è sistemato e che il programma è meno rigido nel protocollo ufficiale, ho scoperto di aver vissuto per 24 ore solo nel retro di Villa Erba. E ho scoperto improvvisamente un parco meraviglioso sulla riva del Lago, una villa magnifica e accogliente. E un buffet ministeriale degno di questo nome. In fondo basta poco per confondere un giornalista.

luglio 8 2003

Per carità, organizzare una conferenza europea che mobilita un paio di migliaia di persone di tutto il continente è tutto fuorché facile. Soprattutto se devi far lavorare insieme apparati organizzativi locali, nazionali e internazionali. Inoltre a Cernobbio oggi si respirava un’aria tutto sommato piacevole. Però, a essere proprio onesti, non è che sia andato tutto benissimo: si trattava pur sempre dell’evento inaugurale del semestre italiano.

Breve spaccato in soggettiva di una giornata passata sulla riva del Lago di Como.

Ore 8.30. Arrivo a Cernobbio in auto, direzione Villa Erba. L’ultima rotonda è presidiata da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, che impediscono con severità l’accesso all’unica strada sensata. Al finanziere che mi intima di levarmi subito dai piedi abbozzo un “Ehm, ecco, io sarei un giornalista…”. “Allora deve avere l’accredito!” (lo ha detto Leonardo che le forze dell’ordine parlano sempre col punto esclamativo?). “Sto appunto cercando di andare a ritirarlo”. “Ah, allora vada!”. Stupore. Secondo finanziere, dieci metri dopo: “Non può passare di qui!”. Da dietro: “Noooo, è un giornalista, fallo andare!”. Imbarazzo. Terzo finanziere, cinque metri dopo: “Non può passare di qui!”. Da dietro, due voci concitate: “È un giornalista, fallo passare!”. Sprofondo nel sedile.

Ore 8.32. Ci sono due parcheggi. Uno riservato alle autorità, uno per tutti gli altri accreditati. Imbocco il secondo. “Per parcheggiare deve avere l’accredito!”. “Sì, beh, vede… sto appunto cercando di andare a ritirarlo”. “Allora vada a farlo e poi torni”. “Va bene, ma dove metto la macchina?”. “La metta là, no?”. A 50 metri dalla sede della blindatissima conferenza europea, naturalmente, in pieno divieto e davanti a un nugolo di Carabinieri armati fino ai denti. Potrei essere chiunque, penso. Ma non fanno una grinza. Tanto ci metto….

Ore 10.15. …UNORAETREQUARTI! Ci ho messo un’ora e tre quarti per ritirare un dannato accredito! Scuola elementare di Cernobbio. Tenera, lei: appendini a misura di bambino, poesie ancora attaccate alle pareti, muri color scuola, nulla che la faccia sembrare l’anticamera dell’evento europeo del mese. Gente in coda fin dal marciapiede, 35 minuti solo per arrivare al banco della stampa, 10 in meno delle delegazioni internazionali perché quelle devono andare ancora più avanti (ma la fila e la porta d’ingresso sono uniche, idea brillante per gestire un flusso di centinaia di persone nei tre quarti d’ora previsti). Banco – banco in tutti i sensi – degli accrediti stampa: “Ah sì, Maistrello. È nell’elenco, ma il badge non c’é”. “Scusi?”. “Eh, alcuni non sono ancora pronti”. “Ma mi sono registrato più di due settimane fa!”. “Eh sì, ma alcuni non sono ancora pronti, li stanno facendo adesso”. Altri colleghi imprecano in fianco alla porta. “Quanto ci vuole?”. “Eh…”. “Eh???”. “Eh…”. “Scusi, ma mi può dire che cosa devo fare? Aspettare, ricompilare qualche modulo, rimettermi in fila, implorare…”. “Mah, aspetti là con gli altri”. Quando Stanca e Liikanen attaccano il loro benvenuto ufficiale, decido di violentare il mio carattere austrungarico (ordine e rassegnazione, soprattutto) e blocco la responsabile degli accrediti stampa. Stremata, non obietta neppure e mi porta tra le delegazioni internazionali a rifare da capo l’accredito. La bolgia: francesi, tedeschi, spagnoli, ungheresi, polacchi, inglesi rassegnati e con gli occhi persi tra l’incredulo e il disperato. Non capiscono, non comprendono, si fanno trascinare da una fila all’altra. Non capiscono e non comprendono molto nemmeno le hostess, che altrettanto imbarazzate cercano di metterci una pezza: “Plis, tu step bec, ai nid tu teic iu a fotograf for ve card”. “Ehw?”. “Bec, bec, ancora bec, foto, foto”. Io ricomincio ad arrossire. Dopo aver atteso nel posto sbagliato per almeno mezzora – ma era un’attesa democratica: ho visto aspettare accanto a noi anche il presidente di Smau – entro in possesso del mio accredito. Che per la cronaca è una carta d’identità elettronica speciale (e un po’ sbiadita) creata per l’occasione. Dal clic alla coda.

Ore 10.20. Torno alla macchina. Una vigilessa sta dando indicazioni a un carro attrezzi per farla rimuovere. Faccio finta di niente e salgo. Giuro, lei è la più dolce vigilessa che io abbia mai incontrato. Mi si avvicina vagamente divertita: “Era giusto la prima da rimuovere, lo sa?”. “Guardi, mi hanno bloccato per quasi due ore agli accrediti, al parcheggio non me la fanno mettere senza accredito, i carabinieri non mi hanno detto nulla…”. “Ma sì, vada vada”. Che altro può succedere?

Ore 10.30. Entro a Villa Erba. Oddio, entro… Circumnavigo una struttura di metallo, plastica e vetro priva di indicazioni e vago entrata per entrata con un gruppo di colleghi, attraversando angoli di parco che in salute stanno come i giardinetti dell’Ariete a Pordenone. A ogni possibile varco siamo più numerosi, ma la risposta è sempre: “Non qui, più avanti!”

Ore 10.40. Sono dentro! Sì, ma dove devo andare? Tento di intrufolarmi nella sala principale, ma vengo cordialmente invitato a levarmi dai piedi. “I giornalisti devono stare in sala stampa!” Ok, ok. Ma dove sta la sala stampa? Guarda sulla cartina, no? Giusto. Se non fosse che i totem informativi riproducono una cartina sbiadita e resa abbastanza incomprensibile dalla bassa definizione. Comunque in sala stampa ci arrivo, in qualche modo. Certo, questo sembra il corridoio di collegamento per le toilette, con tanto di ominio che aspira la terra sulla moquette lungo il corridoio, ma la sala stampa c’è davvero e non è male. Tralascio i dettagli sul tentativo di appropriarmi di un Pc e di farmi riconoscere da questo con la carta d’identità elettronica. Dopo che hai capito il sistema – processo a totale carico dell’utente – hai però accesso a streaming in tempo quasi reale, agenzie, documenti e ogni altro ben di dio.

Ore 12.30. Arriva Berlusconi in elicottero. Esco dal bagno, sbaglio strada e mi ritrovo nel pieno della processione tra gli stand delle best practice. Tento di levarmi dai piedi prima di finire travolto dal codazzo di telecamere impazzite. Nel tentativo di tornare in sala stampa, mi ritrovo per tre volte quasi a tu per tu con il presidente del consiglio, che sembra vagamente teso. Per poco non inciampo su Stanca e Formigoni, ricevo un paio di occhiatacce dagli uomini della sicurezza e riesco ad andarmene. Mi sento un po’ Forrest Gump quando sbuca tra la folla al ricevimento di Nixon. I giornalisti d’assalto riescono a strappare una sola battuta, quasi per scherzo. “Presidente, come sta la maggioranza?”. “Bene, bene. Come me è in ottima salute; abbiamo superato tutti gli esami clinici.” Poi parlerà per quasi un’ora, ma sui tg quella frase diventerà la sintesi della giornata.

Ore 12.45. Riesco a tornare in sala stampa, dove ci avvisano che Berlusconi parlerà addirittura con qualche minuto di anticipo, sacrificando buona parte della premiazione dei casi d’eccellenza. Non ci dicono che quella manciata di minuti gli servono per fornire indicazioni turistiche ai prestigiosi convenuti, ma soprattutto che sforerà di una buona mezzoretta per fare una sorta di discorso inaugurale del semestre, questa volta senza parlamentari tedeschi che interrompono. I colleghi delle agenzie intorno a me lavorano a pieni giri e trascrivono sul Pc. Appena termina il discorso, in sala stampa salta la corrente per qualche istante. Addio appunti. Commenti non ripetibili. In compenso parte un lancio sul fallimento delle nuove tecnologie. Quando torna la corrente, sul monitor compare la Carlucci che premia con Berlusconi le best practice selezionate dalla Commissione. Brivido.

Ore 14.00. Esco per un panino (in sala stampa solo pasticcini e succo di frutta). Stavolta imbrocco il cancello principale e mi ritrovo in piazza. LA piazza, immagino. Lavori in corso appena terminati, aiuole brulle seminate da poche ore, segnaletica gialla da lavori in corso. Un sentimento generale di provvisorietà. Ma il trionfo sta al centro della rotonda, dove una scenografia di vasi e motivi colorati danno un vago effetto marshmellow. Penso che forse è un bene se Berlusconi è atterrato e decollato dal parco della villa.

Ore 16.45. Il pomeriggio scorre tranquillo, si prende familiarità con gli strumenti, si fa il pieno di cartelle stampa, si stringono contatti e ci si prende gusto. Stanca e Liikanen tengono una conferenza stampa alle mie spalle e se la prendono con quelli delle ultime file perche sono distratti e rumorosi. Per un attimo ho temuto che uno dei due gridasse: “Ansaloni, ti ho visto che tiravi le trecce alla Piera! Fuori!”.

Ore 19.30. A fine giornata, quando sessioni e incontri si esauriscono, la scena più bella. Al rinfresco offerto da uno degli sponsor principali si ritrovano tutti quelli che sono rimasti: delegati, espositori, professionisti, giornalisti, ma anche pompieri, carabinieri, cameramen, hostess e addetti di servizio. Eccolo, il momento europeo.