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Category: Vivo

Aprile 7 2020

Per la cristianità sono i giorni simbolici della rinascita. Giorni metaforicamente potenti e universali, per chi ama leggere al di là dei riti e dei dogmi. Più che mai potenti quest’anno, nel pieno di una catastrofe che investe il mondo intero e un’intera idea di mondo.

Giovedì santo, l’ultima cena di Cristo con gli apostoli, la lavanda dei piedi. Una celebrazione che magari vivi con imbarazzato distacco, ma che intanto ti scava dentro. Chi vuole essere più grande, chi vuole essere il primo, si faccia servo di tutti. Non il piacere, ma la necessità di servire. Pensi ai medici, agli infermieri, agli operatori socio-sanitari, ai volontari, che si sono guadagnati sul campo e per sentimento popolare il ruolo dell’eroe di questa storia disgraziata. Pensi ai governanti senza più alcun privilegio né onore, schiacciati dal peso di una responsabilità inaudita, tanto più grandi, primi tra i loro pari, quanto più sapranno servire la porzione di umanità che è loro affidata e portarla in salvo. Pensi alla sfida posta a ciascuno di noi, nel riuscire a essere d’aiuto da dentro un isolamento forzato che annulla ruoli, identità e raggio d’azione. Pensi alla beffa di una situazione gigantesca che ai più richiede di essere grandi nel piccolissimo, avendo cura di piccole cose.

Venerdì santo, la passione lungo la via della croce. Le quattordici stazioni della via dolorosa, che in genere hanno per sfondo le mura di ogni chiesa e le vie di tanti quartieri, sono invece quest’anno le piazze vuote delle metropoli del mondo, spogliate d’ogni vita e della sostanza stessa della civiltà. Sono l’incapacità delle organizzazioni umane di concepire il mondo come epicentro dell’emergenza e mondiali i suoi rimedi. Sono le zone più derelitte della terra che sembrano risparmiate, perché la loro epidemia non ha forza di farsi notizia. Sono i senzatetto posteggiati come fossero auto. Sono la recita quotidiana dei numeri, sfinita tanto negli occhi di chi parla quanto in quelli di chi ascolta. Sono le auto che gridano ripetitive dai megafoni alle altre auto parcheggiate. Sono le file silenziose davanti ai supermercati, perché tutto quel che esce da quelle bocche potrebbe essere contagioso. Sono i lavori che continuiamo a fare dalle nostre case, per convincerci che dopo avranno ancora lo stesso senso. Siamo noi che non l’abbiamo vista arrivare finché non ci eravamo dentro fino al collo. Sono le piccole e grandi infrazioni con cui sfidiamo il coprifuoco. Siamo noi che rispondiamo con la mano sulla bocca e gli occhi spaventati alle offerte di aiuto dei nostri vicini. Sono le nostre case sprangate a nascondere il naufragio. Sono la codardia che ci impedisce di fare la differenza nelle sfide inedite di ogni giorno. Sono le morti dei nostri cari nella solitudine e senza commiato.

Sabato santo, la discesa agli inferi, il silenzio attonito, il raccoglimento disorientato, la meditazione costretta, l’introspezione che spaventa, la solitudine senza rito. Il nostro sabato dura ormai da settimane e ancora non si vede il tramonto. Giorno identico che si ripete uguale a se stesso, sfidandoci fino allo sfinimento a cavarne un senso e magari a uscirne migliori. Promessa di una luce che vincerà la notte, portata da chi l’avrà custodita e contagiata di candela in candela fino a riconoscere nella penombra la sagoma di una comunità stretta stretta, come nelle chiese durante le veglie della vigilia. Una vittoria che al bagliore del giorno non avrebbe potuto essere, perché allo scopo è necessaria la tenebra più oscura.

Domenica di Pasqua, Pasqua di risurrezione. Non esiste garanzia di risurrezione. Risurrezione non è sopravvivenza, non si risorge per tornare alla vita di prima. Non si risorge senza prima morire, almeno simbolicamente. Non si risorge fregando la morte, ma affrontandola per sperare di uscirne persone nuove in un mondo nuovo, rivoluzionari nella propria storia. Risurrezione è rinascita. Saremo capaci di rinascere da questa esperienza? Saremo capaci di farlo assieme? Sapremo interpretare il nuovo mondo che sarà riservato ai più fortunati tra noi? Sapremo consegnarlo ai nostri figli?

Felice come una Pasqua, scrive un’infermiera piemontese in una struggente testimonianza al sindaco del suo paese. Racconta di una madre in condizioni ormai critiche, disperata perché le viene negata la possibilità di congedarsi dai quattro figli amatissimi. L’infermiera spiega di averle prestato il proprio telefono e di aver improvvisato una videochiamata coi familiari. Riferisce la commozione e l’orgoglio nell’aver visto quei cerchi chiudersi appena in tempo, prima che quella vita si spegnesse, grata e tra parole di gratitudine. «Era felice come una Pasqua», dice l’infermiera, «e tu con lei». Ed è in quella felicità straziante, per quanto mi riguarda, che resta impigliato il senso di questa Pasqua straordinaria e terribile del 2020.

Marzo 24 2020

Ehi tu, decenne.

Proprio tu, che osservi con sguardo regale tuo fratello che ti porta la colazione a letto, “come ho sempre desiderato”. Tu, che aspettavi con ansia il primo compleanno a doppia cifra, ma forse non te lo immaginavi così. Che hai festeggiato per tutto il giorno sovraeccitata e radiosa calciando palloncini nello stesso salotto in cui sei venuta al mondo. Che hai ricevuto gli auguri dei tuoi compagni di classe durante la lezione online, e ti hanno cantato due volte la canzone tutti insieme e la maestra ha spento per te la prima candela che ha trovato in casa e poi papà ha cominciato a tirare su col naso perché devono essere i primi pollini nell’aria.

Tu, che hai spento le candeline sulla pizza ai wurstel del papà e sulla torta al cioccolato della mamma. Che oggi hai preparato il tuo primo gelato fatto in casa, ovviamente al gusto di cioccolato, perché la tua gelateria venderà soltanto gelato al cioccolato e di quel particolare tipo di cioccolato che dici tu. Tu, sguardo obliquo da ingegnere che insegue geometrie tutte sue nell’ordine delle cose. Dura quando giocano i duri, spaesata nei bicchieri d’acqua. Tu, che sei sempre circondata da amici e appena puoi evadi da questa casa, mentre ora sei costretta a rimanerci sempre, ma non lo fai pesare quasi mai.

Tu, che hai chiuso la giornata dicendo che è stato un compleanno bellissimo, anche se non il migliore, e c’ha detto pure bene.

Ehi tu, proprio tu, buon compleanno dal tuo papà

Marzo 21 2020

Leggere la testimonianza di Fra Aquilino Apassiti, missionario cappuccino ottantaquattrenne in servizio presso la cappella dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, che con grande umanità e senso del presente sfida le distanze fisiche per permettere ai parenti dei defunti quell’estremo saluto che la situazione non concede, mi ha avviato uno dei vari smottamenti emotivi di queste ore.

Come la puntina di un vecchio giradischi che reagisce a una scossa, questa storia mi ha fatto fare un balzo allo scorso mese di dicembre. Dicembre per me è stato un mese straordinario, grazie a un particolare groviglio di vicende personali e professionali. Da qualche settimana mi era capitata l’avventura inaspettata e prodigiosa di lavorare dentro un ospedale oncologico. Inoltre, in quei giorni, in quello stesso ospedale, era ricoverata una persona a me molto cara.

Il modo in cui un periodo simbolico come quello dell’Avvento entra in un luogo di frontiera della vita è particolare, fatto di un miscuglio di simboli, eventi, cerimonie, gesti, contiguità, sorrisi, presenze, calore, che prescinde dai percorsi spirituali di ciascuno ed è capace di segnare in profondità l’animo di chiunque abbia la forza di aprire abbastanza il cuore. Per me è stata un’esperienza potente, da cui traggo ancora ispirazione e resilienza.

Alle porte di Natale si tenne un concerto degli alpini della vicina sezione. Era tardi, per gli orari di un ospedale, i pazienti erano ormai tutti già rientrati nelle loro stanze. Così il coro si trovò a cantare davanti a un salone completamente vuoto e in un edificio immerso nel silenzio. Superato il disorientamento, gli alpini si presentarono così: siamo venuti a cantare per voi, non davanti a voi, speriamo che il nostro canto vi raggiunga fin dentro alle vostre stanze, insieme con il nostro augurio di pronta guarigione.

Li guardavo cantare e sentivo le note salire di piano in piano. Nella mia fantasia superavano perfino i rigidi controlli della terapia intensiva, da dove ero appena uscito al termine dell’orario di visita, per portare una carezza anche lì. Fu un momento di sospensione, sostenuto da un canto generoso e sincero. Terminò, vinto qualche tentennamento per il particolare contesto, con Signore delle cime, la struggente preghiera funebre della tradizione alpina che sa farsi inno universale di amicizia, di rispetto, di condivisione, di comunanza. Ognuno di noi probabilmente ha una o più emozioni legate a questa canzone, e a me quella sera uscirono tutte.

Il Coro ANA Aviano mi perdonerà se rubo tre minuti di quella loro esibizione, così preziosa nella mia memoria, per dedicarli idealmente ai morti senza conforto di queste settimane sgarbate. Immaginando che il canto di quella sera possa ripetere il prodigio e raggiungerli fin nei depositi anonimi, nei camion militari, nei cimiteri deserti, nobilitando la distanza fisica e spesso, per difesa, emotiva con cui ci stiamo congedando da loro.

Dicembre 20 2019

Invece Babbo Natale esiste. Confesso: non ci avevo mai creduto, fino a oggi. Non ricordo nemmeno se hanno mai provato a rifilarmela, da bambino, la faccenda dei regali. Ma oggi l’ho visto coi miei occhi. E ti assicuro che era lui.

Il solito travestimento, ho pensato in un primo momento. Ben riuscito, questo toccava ammetterlo, ma pur sempre un travestimento. Mi ha incuriosito perché si comportava in modo strano: gentile, ma senza dare più confidenza del necessario. La voce dolce, ma niente smancerie. Non un solo oh oh oh. Guardava le persone negli occhi, con la dedizione di chi in quel momento non è da nessun’altra parte. Poi passava subito oltre, dando l’impressione che il suo sacco, invece di svuotarsi, si riempisse ad ogni incontro.

Eravamo nell’atrio di un ospedale, uno di quelli dove pensi che non andresti volentieri nemmeno a visitare un conoscente. Babbo arriva, preceduto da uno scampanellio ritmico quanto il suo incedere. Spinge una slitta pesante e zeppa di pacchetti, peluche, lavoretti in legno. Attira l’attenzione, naturalmente. Gli si fanno incontro, gli fanno foto, gli chiedono di posare per un selfie. Lui si presta, dignitoso e senza alcun compiacimento, come farebbe il patriarca di una casa reale. Quando si rimette in marcia gli offrono aiuto per dare abbrivio alla slitta ricolma, ma lui rifiuta sempre con decisione: la spingo da solo, dice. Non dice: ce la faccio. Dice, senza parole: è compito mio, lasciatemi fare, ma con l’intensità di un Cristo che sale il suo Calvario.

Nell’atrio c’è una natività di legno a dimensione naturale. Si ferma, la contempla per qualche secondo, poi allunga la mano e accarezza il bambinello con la dolcezza di uno di famiglia. Lì comincio a pensare: se è un attore, è molto convincente.

Poi prende l’ascensore per le lettighe e si inoltra nei reparti di degenza. Qui, a dire il vero, la poesia vacilla e il fact checker che è in me conclude che molto probabilmente le renne no, quelle non esistono. Non volanti, quanto meno. O magari erano impegnate altrove.

Ora però immagina la scena: metà pomeriggio in un corridoio semideserto. Non è ancora orario da parenti. Qualche infermiere, preso in contropiede nel mezzo del suo andirivieni, sorride. La teatralità c’è tutta: il passo marcato, il bastone che scandisce il ritmo, la slitta che diffonde soffuse musiche a tema. Una delle scene più improbabili a cui mi sia capitato di assistere. Penso che prima della fine del corridoio lo cacceranno in malo modo. C’è gente che sta male, qui. C’è gente che cerca pace, non carnevalate.

Ed è qui che ho avuto la dimostrazione che era proprio lui, che esisteva davvero e che era la cosa migliore che potesse accadere, proprio lì, in quel momento. Babbo si affaccia nelle stanze. In ogni stanza, una alla volta. Un letto alla volta. Vorrei augurarvi buone Feste, dice. Vi auguro buona guarigione. Dolce, serio, rispettoso. Una voce che abbraccia perfino te che origli e non avresti diritto a quel calore. In quell’istante, per tutte le persone a portata di vista e di udito, è magia. Infatti lo prendono tutti sul serio. Chi divertito, chi sorpreso, chi distaccato, nessuno indifferente.

Un uomo molto anziano, che passeggia col trespolo dei trattamenti e la maglia appoggiata alla buona sulle spalle si fa da parte, pensando che la sceneggiata non lo riguardi affatto. Quando gli arriva accanto, Babbo si ferma, lo fissa, gli si fa incontro. Quello quasi si spaventa e si ritrae. Quando lo saluta e gli porge il suo pacchetto, la sorpresa, la gratitudine, l’emozione ridisegnano il volto di quell’uomo in un’espressione che meritava un Michelangelo a darle eternità.

E così per due piani, due corridoi per piano. Giovani, adulti e anziani, uomini e donne, pazienti, medici e infermieri. Ripetendo tale quale la magia ogni volta. Qualcuno chiede: e la slitta? E allora lui esce, la afferra e la infila dentro la stanza, tra le esclamazioni di approvazione. Se ce ne stavamo a casa nostra questo proprio non lo vedevamo, commenta una donna in vestaglia col piglio orgoglioso di chi ha vinto il richiamo del divano per assistere uno spettacolo indimenticabile. Le vorresti ricordare che forse il cambio era vantaggioso, ma magari no.

Il giro finisce. L’ascensore ci riporta nell’atrio. Come è entrato, Babbo esce. Non un commento, non un’emozione esplicitata, salvo quella goccia di sudore che gli gronda tra gli occhiali e la guancia, la slitta pesante quanto prima. Chiede la direzione e va. Ti serve una mano? No. Qualcosa da bere? Niente. Arrivederci. Grazie. Ancora un selfie, Babbo. Poi via, la campanella si allontana, la musica non si distingue più e lui è già sparito.

Pensi di averlo solo sognato, e allora lo devi scrivere subito, per non dimenticartene. Che Babbo Natale esiste, è un uomo mite e rispettoso, ha un coraggio da leoni, sa comunicare amore solo con lo sguardo, non indulge nel sentimentalismo e lascia dietro di sé persone un po’ migliori.

Io non so se sono stato buono quest’anno, Babbo. In ogni caso il mio regalo l’ho già avuto. Grazie.

(Il post originale è su Facebook)

Marzo 13 2019

Come un odore che squarcia il labirinto della memoria, i distratti omaggi ai trent’anni del Web e alle intuizioni di Tim Berners Lee ( ❤️ ) ci sbattono in faccia il sudore delle nostre migliori energie giovanili, l’entusiasmo delle prime illuminazioni professionali, i grandi sogni che hanno plasmato un’immaginazione poco più che adolescente.

Quello che molti di noi sono oggi, nonostante il peso delle disillusioni e la fatica della complessità, si nutre ancora dei frutti di quel potente senso di possibilità, dell’inebriante sensazione di riavvio del sistema operativo della società, che a lungo ispirò gli spiriti più liberi e indipendenti, quelli che non avevano niente da perdere e nessuna rendita di posizione. Nerd ad alto senso civico, che oggi in gran parte si aggirano confusi e irrisolti in una crisi di mezza età che è personale e generazionale assieme.

Il ragno geneticamente modificato che voleva ridisegnare la circolazione della conoscenza ci morse ragazzini. Sentimmo crescere in noi missione e superpoteri. Trent’anni dopo ci risvegliamo Don Chisciotte più che Spiderman, quiescenti missionari con sussulti di sdegno per lo spreco di intelligenza collettiva al cozzare di un’epoca che non riesce a morire contro un’altra che non riesce a nascere.

“Trent’anni fa” fa sembrare ieri dannatamente lontano.

[Bonus track con dedica a Franco Fileni: “C’è questo Mosaic che sembra interessante”]

(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook.)

Novembre 4 2018

Per il ponte di inizio novembre siamo stati a Billund, Danimarca, la patria dei Lego. Due giorni pieni, più due mezze giornate di viaggio, 55 ore in tutto. Abbiamo dedicato le prime a Legoland, il parco divertimenti nato negli anni ‘60 per mostrare al mondo che cosa si poteva costruire assemblando mattoncini (villaggi in miniatura, repliche delle meraviglie del mondo). Era un contorno o meglio un antipasto, nella nostra gita, e ci ha fatto passare una giornata senz’altro originale, nonostante una mattina di pioggia intensa e le attrazioni in gran parte all’aperto. A parte i plastici storici, ancora spettacolari, non c’è nulla che richiami sul serio la logica creativa, che è al tempo stesso personale e collettiva, dei mattoncini. È un luna park nemmeno gigantesco, raramente interattivo, ispirato a personaggi, situazioni e serie Lego, dalle montagne russe al dojo dei ninja. Non regge il confronto con i grandi parchi europei di pura adrenalina, non brilla per ispirazione e amore dei particolari, non scalda il cuore dei bambini sopra i 40 anni, confonde i più piccoli con mille distrazioni. Il clima un po’ mesto e affaticato da ultimo scampolo di stagione (dalla settimana seguente il parco sarebbe entrato in pausa fino a primavera) probabilmente non ha aiutato.

Tutto ciò che, forse ingenuamente, inseguivo a Legoland l’ho trovato, elevato a potenza, alla Lego House. Aperta poco più di un anno fa in centro città, è esattamente quello che ti aspetti da un monumento vivo all’esperienza creativa Lego. Pienamente contemporanea, talvolta visionaria, ricca di amore per la creatività e di rispetto per i creativi in erba, Lego House fonde in museo e laboratorio tutto ciò che nella vita di molti rappresentano i mattoncini dei Cristiansen: un’esperienza creativa profondamente individuale, ma proiettata sullo sfondo di un’identità collettiva e di codici condivisi che avvicinano e fanno interagire le persone. Uno strumento di trasmissione dell’esperienza e della memoria tra le generazioni, un collante famigliare. Un’attività che non ha quasi mai nel risultato finale il suo fine (ed è il limite dei mille pupazzoni senz’anima di Legoland), ma vive invece di scoperta, di perfezionamento, di riflessione sul processo, di trasformazione, di contaminazioni.

Lego House è un contenitore bellissimo ed evocativo, architettonicamente studiato su misura, iconograficamente ancora più emozionante di quel che mi aspettavo. Spesso con qualche scusa mi sono allontanato per sedermi semplicemente nella grande hall o al margine di qualche sala a guardare la vita che lo attraversava e a lasciar cadere l’occhio sui dettagli. I laboratori creativi sono un po’ meno strutturati rispetto alle aspettative e al tempo stesso più aperti, fluidi, pronti ad accogliere le tensioni e le aspirazioni di ciascuno e di tutti assieme in quell’ambiente, in quel momento. Si costruisce, si disfa, si ricomincia, si fotografano le opere meglio riuscite per scaricarne il ricordo una volta tornati a casa attraverso tramite app, si lasciano i manufatti di cui si è più orgogliosi in bella mostra in mezzo alle grandi piscine di mattoncini, sotto l’imponente cascata che domina la stanza, finché un solerte impiegato non passerà con delicatezza e discrezione per selezionarli e portarli nelle sale riservate da cui di tanto in tanto escono scatole colme di mattoncini sciolti.

In un continuo gioco al rilancio, ubriaco per la quantità di mattoncini a tua disposizione ai piedi della plateale cascata, passi dalla semplice attività di costruzione alla messa in opera, alla condivisione, alla competizione in pretestuose gare di automobiline, all’astrazione del tuo progetto che viene scannerizzato in una rappresentazione virtuale e animata dove si riuniscono i contributi di tutti. Giocando, interagisci con elementi di urbanistica, di architettura, di robotica, di cinema. Nulla di troppo tecnico o avanzato, a dire il vero, ma tutto insistentemente focalizzato sulla creatività. La suddivisione apparentemente rigida per tema e per colore, perde rigore nel corso della giornata e asseconda il tuo andare e venire, il tuo soffermarti, il mescolare indisciplinato delle esperienze e il ricominciare da capo. Se sei genitore, l’esperienza la vivi due volte: coi tuoi occhi e con quelli dei tuoi figli, due sensibilità diverse e complementari, che si arricchiscono a vicenda. A margine di ogni ambiente, c’è uno spazio per i piccolissimi non rinchiude, ma include e rende parte organica del brulicare di vita nell’ambiente anche neonati e fratelli piccoli. Spesso i bambini sono semplicemente immersi nelle vasche, confusi tra i pezzi di ogni colore e misura.

Lego House si sforza costantemente di farti sentire unico e protagonista, pur in mezzo a quel calderone di persone che si susseguono giorno dopo giorno, pur consapevole della visionaria e ispirata operazione di marketing. Un braccialetto dotato di chip ti identifica in ogni attività, sa come ti chiami, si ricorda di te e ti aiuta a costruire ricordi indelebili. Per non lasciarti il dubbio che il cervellone della casa si dimenticherà di te appena avrai varcato l’uscio, all’uscita ti viene assegnata una combinazione univoca tra le centinaia di milioni possibili tra otto mattoncini 2×4, che porterà il tuo nome e conserverà traccia del tuo passaggio.

Il ristorante interno della Lego House, Mini Chef, è un’esperienza nell’esperienza: costruisci la combinazione di menu, la dai in pasto al computer di tavolo, il pasto ti viene recapitato in modo automatizzato su un rullo e consegnato da due robot burloni. Nel sotterraneo c’è il museo storico, un distillato di avventura imprenditoriale e familiare tra giochi di legno, prime intuizioni modulari, spot d’epoca e i modelli che hanno fatto la storia Lego dalla paperella di legno di nonno Ole in poi. Nel cuore dell’esposizione, la collezione storica, con la riproduzione navigabile di tutte le confezioni commercializzate fin dagli anni ’60 e teche contenenti la ricostruzione di alcuni modelli di grande successo, che toccano corde molto profonde in chiunque ci abbia giocato nella sua infanzia.

Vale la pena? A caldo dico sì, per qualunque Lego-nerd, ma anche per chi si interessa di sistemi museali, laboratori didattici, user experience e ricerca intorno alla creatività. Non è semplice, perché Billund è fuori dalle rotte aeree low-cost e la città non offre particolare simpatia o motivi di interesse, al di fuori del circuito strettamente turistico e tematico (e pure lì senza dimostrare troppo calore, dovessi dire). Bisogna proprio volerci andare, o prendersi un giorno in più sulla rotta delle grandi capitali del Nord Europa. Però se devo misurare il gradimento sulle facce di noi quattro ieri sera all’uscita, ciascuno con età e sensibilità ludica abbastanza diverse, beh è stata un’esperienza che non dimenticheremo facilmente.

Agosto 6 2018

Ehi tu, dodicenne.

Cuore grande, corazza ancora fina da proteggere con bardature e sovrastrutture. Cinque sensi da mettere alla prova con urgenza a ogni intuizione, storia, canzone, barzelletta, cibo, materiale, salvo abbandonarli dove capita il momento dopo. Tu, curioso esploratore del presente e del passato, indolente abitante di casa. Capace di affetto scomposto e fastidio respingente nello stesso quarto d’ora. Tu, che attraversi sospettoso il confine tra l’età senza pensieri e l’età dei pensieri grandi. Che hai ancora bisogno di rinforzare il nido, ma insegui già il coraggio per distruggerlo.

Trascinatore di sodali con armi fantastiche contro i mulini a vento, in disarmo quando le dinamiche di gruppo si fanno adolescenti. Tu, che invidi le lusinghe al leader di turno e non riconosci ancora la forza di chi sa farsi colla. Che metti gli amici del cuore su un piedistallo, ma non hai abbastanza piedistalli per adattarti alle circostanze. Tu, ingordo ascoltatore con la musica del mondo a portata di dita, vulnerabile ai tormentoni anni ’70. Tu, che sei un libro ancora da disegnare, ma hai dalla tua un talento straordinario per la matita.

Tu, che porti ancora addosso un po’ della magia della notte in cui sei nato.

Ehi tu, proprio tu, buon compleanno dal tuo papà

Marzo 15 2018

Quello alto, beige è il grattacielo in cui ho vissuto l’infanzia. L’edificio ai suoi piedi è il mio “Cinema Paradiso”. Come i paesani di Giancaldo nel film di Tornatore, oggi lo guardo venire giù sotto i colpi delle ruspe con gli occhi lucidi e lo sguardo arreso. Quella palazzina custodiva l’auditorium con le sedie di legno in cui, nelle interminabili domeniche di bambino, ho cominciato ad amare il grande schermo. Ci si trovava dopo pranzo, si faceva scorta di caramelle sfuse nella gelateria della Cesira e poi ci si perdeva nelle ruspanti retrospettive degli anni ’70, immersi nel fresco nella sala buia.

Al cinema vero mi appassionai poi altrove: lì invece cominciai a percepire il fascino che su di me esercita il retro delle quinte, l’organizzazione delle cose, ciò che aiuta la magia a rivelarsi e lo stupore a rimanere sospeso. Perché, dopo le prime stagioni da spettatore, in quell’edificio era naturale cominciare a darsi da fare per farlo funzionare. Non si pagava il biglietto, ma si era tutti coinvolti un po’ per volta nella gestione. Bruno, il mio compagno di giochi e di film della domenica, diventò proiezionista che non eravamo ancora usciti dalle medie. Si andava per divertirsi, ma divertendosi si cominciava a esplorare le proprie vocazioni e il proprio ruolo nella società.

Era l’inizio, quello, di una delle vicende più stupefacenti e tuttavia meno celebrate nella mia città. Per i successivi vent’anni in quell’auditorium, nelle sale gioco al primo piano e nelle aule del secondo piano ora esposte al vento, una manciata di generazioni di giovani pordenonesi è entrata per divertirsi e divertendosi è cresciuta facendosi carico un po’ alla volta del divertimento e della crescita altrui. Universitari che si prendevano cura di adolescenti che a loro volta badavano ai ragazzini. Una scuola di responsabilità e di condivisione del germe della comunità che, con la scusa dei film, dei gruppi di animazione, dei campi estivi e delle serate a tema (discoteca compresa), arrivò a muovere numeri impressionanti e a generare esperienze difficili da etichettare semplicemente come oratorio.

Quello era il San Giorgio di don Felice Bozzet. Sgangherato, anche dopo la parziale ristrutturazione. Rumoroso, per il brulicare di vita che accoglieva a tutte le ore. Talmente fuori dagli schemi, da restare – ieri, come oggi nel ricordo – fuori dai radar della classe dirigente cittadina e in fondo da quello della stessa Curia. Ma fecondo, sereno, indimenticabile per chiunque ci abbia passato anche soltanto qualche ora. Il rudere polveroso e abbandonato da anni, che oggi viene demolito, non era che il fantasma di quell’esperienza. La memoria della vita e dell’esempio di mondo possibile che ha contenuto è ora affidata a tutti noi che sappiamo ancora dare un nome a quei locali sventrati.

(Il post è stato pubblicato originariamente su Facebook. La foto è di Ezio Colombo ed è stata pubblicata dall’autore nel gruppo Sei di Pordenone Se…)

Ottobre 15 2017

C’è questa cosa che si tiene ogni inizio autunno a Pordenone: il grande mercatino dei bambini. Il gran giorno, fin dalle tre di notte, la piazza deputata si riempie di nugoli di padri, madri, nonni, nonne, variamente ecreativamente attrezzati, tutti alla rincorsa dei posti migliori. Già alle cinque sei relegato ai posti di minor passaggio e destinato a riportare a casa gran parte della mercanzia.

Verso le 8:30, sbadiglianti e con gli occhi a dollaro, arrivano i giovani titolari dei banchetti, pronti a vendere i propri regali reietti, ma soprattutto ad acquistare i reietti regali altrui. Magari pedagogicamente non proprio una faccenda a prova di bomba, ma rivendendola come utile infarinatura commerciale per i figli e pensando allo spazio che ti si libera in casa finisci per chiudere un occhio.

Due cose tuttavia non capisco, giunti alla settordicesima edizione: come non sia possibile assegnare/estrarre/distribuire i posti in modo preventivo, automatico e umano, evitando ai genitori meno entusiasti l’assurdo rito della notte in bianco.

E soprattutto: come mai nessun bar della zona interessata abbia ancora compreso il potenziale economico di far trovare brioches calde e caffè bollenti già a notte fonda a questo esercito di esseri umani degno di miglior causa.

Gennaio 17 2014

Qualche giorno fa mio figlio Giorgio, che ha sette anni e va in seconda elementare, è tornato a casa eccitato perché a scuola era stato nell’aula di informatica e la maestra gli aveva spiegato che cos’è, com’è fatto e da dove viene il computer. L’hanno presa un po’ classica – unità centrale, tastiera, mouse, schermo, stampante, videoscrittura – ma ha fatto subito breccia nella sua immaginazione.

Giorgio mi ha sempre visto lavorare su computer, tablet e smartphone, ma finora non ha manifestato in modo evidente i comportamenti precoci che si è soliti attribuire ai nativi digitali. Il suo unico interesse ricorrente sono stati i giochi e le applicazioni ludiche dell’iPhone di sua madre, quando sta con i suoi amici e perché li vede usare ai suoi amici. Io finora non ho promosso alcuna interazione con questi strumenti che non nascesse da una sua richiesta e dal suo percorso di scoperta del mondo.

Quel giorno Giorgio ha unito vari puntini isolati negli anni e ha capito che il pc di suo padre e di suo nonno gli potevano servire, oltre che per vedere cartoni animati a richiesta, per fare delle cose. Per creare lui, prima che per godere delle creazioni altrui. Così quello stesso pomeriggio ha scritto frasi, ha stampato su carta e poi ha mostrato orgoglioso a tutti il risultato. Visto l’improvviso entusiasmo, nei giorni seguenti gli ho proposto di continuare i suoi esperimenti su un vecchio iBook che non ero mai riuscito a dare via e che stava vivendo la sua obsolescenza programmata nell’imballo originale. In un certo senso lo tenevo lì per lui, e lui ne è stato felice.

Dopo aver preso le misure, Giorgio si è chiesto che cosa poteva farne, che cosa poteva scrivere. Gli ho suggerito che invece di scrivere qualcosa, poteva scrivere a qualcuno. Anzi, poiché gli era appena nata l’urgenza di chiedere un’informazione a una persona che non avrebbe incontrato presto di persona, gli ho spiegato che poteva mandargli un messaggio di posta elettronica. La prospettiva l’ha ulteriormente appassionato e in un paio d’ore aveva il suo primo indirizzo email, la prima password da ricordare e un messaggio nella casella della posta inviata. È stato un gran pomeriggio, altroché. Che è proseguito, nei ritagli di tempo dei giorni seguenti, e ha generato nuove conversazioni in rete con amici e parenti lontani.

Riflettevo stasera su quello che sto facendo con Giorgio. Cercavo di guardare questa esperienza con gli occhi di un settenne e di provare a decodificare l’affastellamento di stimoli, le azioni che gli venivano semplici e quelle che invece lo mettevano in difficoltà. Mettevo in discussione la piega che ha preso per me l’accompagnarlo in questa scoperta. Per noi è stato così diverso, ci siamo cresciuti dentro poco alla volta, molto lentamente. Per loro lo stato dell’arte sono aggeggi che stanno in tasca, che si toccano e che hanno imparato a nascondere buona parte della loro complessità, facendoti fare cose complicate senza preoccuparti di che cosa succede sotto quello schermo. Discussioni che, tra genitori nerd, abbiamo già fatto molte volte, esaminandone i pro e i contro.

Alla fine ho capito che stavo impostando male il mio ragionamento. Perché, più o meno consapevolmente, io non stavo già più insegnando a mio figlio a usare il computer. A capire come funziona il computer. Quello verrà da sé, un po’ per volta, assecondando curiosità e opportunità, con me o a scuola o con gli amici geek. In realtà in questi giorni noi due stiamo già facendo tutt’altro: stiamo imparando insieme a costruire e ad estendere la sua rete di relazioni, solo in un modo diverso da quelli che già conosceva. Non lo strumento, ma l’azione sociale. Non tecnologia, ma cultura e umanità. Non il computer: le relazioni.

Che poi è lo stesso scarto mentale che è chiamata a fare la nostra società, e intorno al quale s’è aggrovigliato in questi anni il mio lavoro. Solo che questa sera, grazie a Giorgio, ci sono arrivato attraverso un sentiero nuovo.

 

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