Top

Category: Sperimento

agosto 10 2018

Mi è tornata la voglia di ragionare di informazione in rete. Sono convinto che una delle vie più promettenti verso la rigenerazione del giornalismo post-internet passi per la dimensione locale e che da qui un modello finalmente autoctono possa poi scalare ai livelli successivi. Sono convinto che esista una domanda di informazione (scomposta, volatile, confusa, anche perché spesso incapace di supporre l’esistenza di risposte) che parta dal vivere quotidiano, dal livello micro, e che questa oggi sia servita in modo inefficiente da modelli editoriali concettualmente fermi al secolo scorso.

L’informazione prodotta professionalmente è sempre meno utile. Riesce molto meno che in passato a fare la differenza nella vita delle persone. È tanta, è ovunque, ma spesso non è lì dove serve a chi ne ha bisogno. Oppure c’è ma è incompleta o datata. L’utilità, che sia reale o percepita, sarà sempre più il motore dell’economia dell’informazione. Capita di pagare anche solo per la bellezza, la qualità o la curiosità, ma se non è anche utile faticherò a decidere di sostenerla in modo duraturo.

Alcune evidenze soggettive che mi hanno fatto riflettere, di recente. Ho ignorato il paywall del Corriere della Sera, finendo per perderne completamente di vista il sito. Ma un po’ alla volta ho ceduto al micro-abbonamento di Rep, perché almeno un articolo alla settimana vale la monetina. Mi sono abbonato a vita a Good Morning Italia perché Beniamino è mio amico, ma anche perché il loro lavoro mattiniero e sistematico di digestione delle notizie mi risparmia tempo e fatica. Mi hanno regalato un abbonamento al New York Times, che è una goduria per tanti motivi, eppure fatico a inserirlo nella mia dieta quotidiana perché è un piacere più che un’esigenza. Non ho ancora aderito a Noi, la membership del mio giornale regionale di riferimento, perché pur muovendosi nella giusta direzione non incide ancora sul prodotto giornalistico.

Utile è ciò che migliora la vita, ciò che la rende più semplice, più soddisfacente, più comprensibile. Magari più divertente. Utile è ciò che mi aiuta a contenere la complessità e a trovare chiavi di lettura efficienti. I giornali sono stati enormemente utili finché l’accesso all’informazione era scarso, poi hanno perso il passo e, invece di aprire i propri processi alla rete, si sono rinchiusi in se stessi. Nell’età dell’informazione abbondante, e tuttavia abbandonata in mille silos, l’iniziativa nel tessere relazioni tra le informazioni e le persone – che per vocazione avrebbe potuto essere terreno elettivo dei professionisti dell’informazione – è stata lasciata quasi completamente ai lettori, ai cittadini, agli specialisti, con tutta la casistica di conseguenze virtuose (Wikipedia, urban blog, social streetcommunity hub ecc.) e viziose (amplificazione di fake news, bolle di autocompiacimento, pregiudizi di conferma ecc.) che abbiamo sotto gli occhi.

L’informazione di servizio sta alle fondamenta del giornalismo contemporaneo almeno quanto la prosa letteraria stava al giornalismo (italiano) del Novecento. C’è più giornalismo oggi nel mettere al posto e al momento giusto un indirizzo, un orario o un collegamento (tra un sito e un altro, tra una persona e un’altra, tra un’idea e un’altra) di quanto ve ne sia nei copia-incolla meccanico e ossessivo dei rulli d’agenzia. Io ho imparato di più sulle dinamiche dell’informazione in rete traducendo in diario quotidiano su web e social media le prescrizioni per gli abitanti di una città su cui stava per abbattersi l’invasione di un evento di massa. Oppure creando timeline ipertestuali e repertori di dati dedicati a vicende civiche complesse e oggetto di dibattiti che si andavano allontanando dalla razionalità.

Dove è possibile essere più utili alle persone? Là dove la complessità si manifesta nel quotidiano, là dove la gente vive e fa cose. Quel che resta del giornale locale è, in potenza, l’avamposto più scontato eppure meno presidiato dalle corazzate superstiti dell’editoria giornalistica per tentare la ricostruzione di un rapporto di utilità del giornalismo e di fiducia tra giornalismo e cittadini. Per farlo credo sia inevitabile smontare il giornale locale così come lo conosciamo e usare gli stessi pezzi per farne qualcosa di diverso e dirompente. Io qualche idea in proposito l’avrei. Comincerei, programmaticamente, dalla sezione meno nobile e oggi sciatta, l’Agenda del giorno.

Immagino un sito (o un’app o un feed o qualunque altra forma serva lo scopo) in grado di sintetizzare tutte le informazioni di servizio necessarie per vivere e interpretare nel modo più completo e consapevole un certo giorno in determinato luogo. Penso a una forma liquida di sodalizio civico che superi la competizione tra giornalisti, istituzioni, cittadini e associazioni per l’attenzione della comunità e dia vita a una piattaforma condivisa in grado di valorizzare al meglio necessità e opportunità aggregando e digerendo dati, facendo incontrare intelligenza condivisa e intelligenza artificiale e unendo a queste il mestiere di chi gestisce professionalmente informazione. Il giornale come snodo funzionale della comunità, lo chiamavo qualche anno fa.

Su questa base essenziale e ribaltata ci giochiamo la ricostruzione del legame di fiducia perduto tra giornalisti e comunità. Io giornalista lavoro incessantemente per conoscere, connettere, rilanciare, fare sintesi, mettendo a sistema una comunità che già fa molto di suo seppure in modo disordinato e inefficiente, tu cittadino hai disposizione un supporto in tempo reale per vivere in modo consapevole e completo il tuo luogo e il tuo tempo. Solo una volta sviluppato questo bocciolo di legame fiduciario, innesterei ogni livello ulteriore di approfondimento critico e di speculazione civica, ciò che oggi vendiamo come core business del giornalismo e che basiamo sulla presunzione di un ruolo in realtà ormai consunto.

Su questa base essenziale e ribaltata ci giochiamo anche la messa a punto di un modello economico che garantisca sostenibilità e sviluppo nel tempo. Se il criterio guida è quello dell’utilità e l’effetto generato è un reale senso di comunità, possiamo finalmente inseguire una combinazione di forme di membership che non siano soltanto lipstic on pigs, microabbonamenti per servizi avanzati diretti ad aziende e negozi, formati finalmente ecologici di pubblicità, eventi significativi mirati al crowdfunding, grant per sperimentazioni di interesse nazionale e internazionale,  e ogni altra forma di micro-condivisione dei costi oggi la tecnologia permetta di sperimentare con facilità. Dovrebbe essere questo, almeno in una prima fase, il vero versante creativo del progetto.

Ci penso da un po’. Credo di essere distante da una soluzione, ma sono più che mai convito che meriti provare. L’alternativa è lasciare spegnere come candele i media locali ormai cronicamente incapaci di spremere valore dagli strumenti del loro tempo, affidandoci a iniziative gracili e parziali oppure all’estro di istituzioni civiche illuminate. In Gran Bretagna e in altri Paesi anglofoni, dove hanno dalla loro anche una lingua franca che allarga enormemente il potenziale mercato di contenuti che prescindano dal qui e ora, si è generata con maggiore spontaneità un’onda di iniziative civiche e iperlocali che spesso ha costretto gli editori a interrogarsi sul loro compito e sul loro destino.

In Italia le difficoltà dello startupper azzerano le possibilità di incidere in tempi ragionevoli, mentre l’imitazione stanca di modelli tradizionali non introduce innovazione nel sistema. Per questo un impegno diretto dei grandi editori sarebbe auspicabile e urgente: una piazza marginale, un piccolo gruppo di lavoro, un anno di libertà totale di sperimentazione e tanto coraggio nel ribaltare ogni logica consolidata.

Negli ultimi decenni il giornalismo ha servito a vario titolo progetti industriali, interessi legittimi e illegittimi, strategie di marketing, talvolta semplicemente se stesso. Non ha funzionato. Dovrebbe tornare a fare l’unica cosa che ha senso: prendersi cura. Delle persone, delle comunità, della loro capacità di vivere meglio attraverso un migliore accesso alle e una migliore gestione delle informazioni che favoriscono la consapevolezza e il benessere. Senza più alcun paternalismo, per puro spirito di servizio. Prendersi cura.

marzo 24 2016

Martedì sera, con un voto del Consiglio comunale, per me si è chiuso di fatto un lungo periodo di lavoro e sperimentazione tra informazione, comunicazione digitale e partecipazione civica nella mia Pordenone. È stato un periodo straordinariamente stimolante e di cui un giorno mi piacerebbe scrivere in modo più approfondito, perché Pordenone è soltanto una delle migliaia di comunità locali che potrebbero imparare a usare le reti in modo più maturo per generare innovazione e valore.

Siamo partiti nel 2007 pensando a come il wifi civico avrebbe potuto sostenere la connessione tra competenze e idee. Nel 2010 abbiamo trasformato il formato assai liso degli stati generali tra portatori di interessi in un racconto aperto e multicanale, aggregando reti dentro e fuori la città per mettere a fuoco nuovi volani di sviluppo. Nel 2011 abbiamo provato a pensare a come la presenza in rete del municipio avrebbe potuto favorire queste logiche, un progetto premiato da fondi europei ma non ancora decollato per complicazioni amministrative.

Inseguendo un metodo smart, nel 2012 abbiamo aperto un grande laboratorio civico al servizio dell’analisi e della pianificazione strategica del territorio, arrivato proprio in questi giorni al capolinea. Nel 2014 abbiamo usato il web e i social network per accelerare la diffusione di informazioni di servizio in occasione di un enorme evento di massa che ha stravolto la routine cittadina per diversi giorni. Quell’evento è stato anche il pretesto per connettere i nodi più attivi della rete cittadina in un social media team diffuso per la promozione del territorio.

Allo stesso modo, abbiamo proposto il conforto della documentazione e dei dati oggettivi quando lo scontro tra opposti interessi rischiava di distrarre la comunità dalla necessità di comprendere di che cosa si stava parlando. Abbiamo incrociato gli hashtag e aggregato flussi di informazione spontanea, cercando di distillare nuove forme di racconto di una città mentre vive. Ci siamo interrogati sulle regole del gioco da inseguire dentro ambienti che sono più veloci e complessi della capacità delle istituzioni di comprenderli. Ci siamo spesi perché si consolidassero luoghi informali di incontro, di collaborazione, dove incubare nuove idee. Abbiamo risposto ai dubbi e consolidato pratiche nei quartieri.

A tenere insieme e a motivare questo fermento è stata la convinzione di vivere anni speciali in un luogo speciale, ricco come pochi di energie, di specializzazioni e di progetti che aspettano soltanto di essere messi in rete per spingere l’intero ecosistema locale a un nuovo livello di consapevolezza e di efficienza.

È stato un ciclo bellissimo, vissuto insieme a splendide e generose persone che tanto mi hanno insegnato su di me, sul mio lavoro, sulla mia città e sulle implicazioni del vivere insieme sopra uno stesso fazzoletto di terra. Ho imparato a riconoscere il valore del servizio civico, l’imprescindibilità dell’interesse generale, il peso morto delle rendite di posizione, la forza senza tempo dei legami tribali, il costo della coerenza in un ecosistema complesso.

Tuttavia è un ciclo che noi pordenonerd sappiamo in cuor nostro essersi sostanzialmente chiuso, per ora. Abbiamo dimostrato opportunità, favorito importanti risultati a beneficio della comunità, raccolto pacche sulle spalle, ma non siamo stati così bravi da instillare il dubbio, la possibilità, l’urgenza là dove il cambiamento potrebbe effettivamente essere accelerato a vantaggio di tutti. Non bastasse la nostra onestà intellettuale, i temi, i formati e i linguaggi su cui sembra essersi assestata la campagna elettorale per le amministrative di primavera sono lì a dimostrarlo.

Serve un nuovo ciclo e servono nuove energie. Chi ha idee si faccia avanti e sfidi le consuetudini con spirito da hacker civico. Io, per il momento, mi faccio da parte e torno dopo dodici anni a Milano, a imparare cose nuove e a inseguire l’innovazione da una prospettiva differente, più concreta. Se la testa per un po’ sarà tutta lì, il cuore, non serve dirlo, resta a Pordenone.

novembre 2 2009

Nei giorni scorsi hanno visto la luce due progetti a cui sto dedicando parte del mio tempo. Il primo è Filtr, per usare le parole di Giuseppe Granieri, che ora l’ha creato, «un posto in cui chi ha gli strumenti per informarsi mette la sua informazione a disposizione di chi è interessato ad averla». È un esperimento, un numero zero, un prototipo ancora largamente incompleto di funzionalità e di energie redazionali, ma cresce giorno dopo giorno. L’idea in soldoni è che alla rete in questo momento più che un nuovo giornale online manca un luogo di digestione sociale dell’attualità, che macini informazione su carta, etere e bit e la rimetta in circolo in un formato facilmente accessibile e adeguato alle grammatiche della rete. Chi ha considerevole esperienza di vita e navigazione dentro internet è spesso in grado di fare da sé, grazie alle proprie ramificazioni di fonti e di relazioni. E tuttavia esiste un’ampia frangia di nuovi arrivati che da una spinterella verso le potenzialità informative della internet può trarre giovamento. Come, quanto e se evolverà è presto per dirlo, al momento è soprattutto un esperimento sul campo. Filtr prevede anche alcune ramificazioni tecnologiche “social”, di cui il bottone sotto a questo post (utile per segnalare alla redazione articoli e post interessanti) è un primo esempio.

L’altro progetto è FactCheck.it, un piccolo blog collettivo nel quale mi piacerebbe fare il punto sul fact checking in Italia. Chi legge queste pagine ricorda forse la mia recente fissazione rispetto alla necessità di tornare ai fatti nel racconto della realtà. Dopo le prime sommarie ricerche di questi mesi, mi sono reso conto che la tradizione anglosassone del reality check non trova quasi sponda qui da noi. Posto che il buon giornalismo è per definizione una forma rigorosa di factchecking, ma senza voler sfondare nel più ampio dibattito sulla qualità e sui problemi dell’informazione, mi piacerebbe raccogliere esperienze, fissare paletti, promuovere stumenti in grado di aiutarci a recuperare una certa ecologia dell’informazione. Il blog nasce come blocco pubblico di appunti, ma prima ancora che lo presentassi (questa è la prima volta che ne parlo in pubblico) ha già riscosso inaspettata attenzione da parte di diversi colleghi e amici, molti dei quali si son resi disponibili a collaborare. Anche in questo caso navighiamo a vista, ma l’interesse intorno a questo tema è ulteriormente stimolante.

marzo 3 2009

Di questa piccola cosa, tanto per tornare al filone battuto nei giorni scorsi, vado piuttosto orgoglioso. Oggi su Apogeonline abbiamo inaugurato una paginetta agile agile che prova a tener traccia delle leggi italiane destinate a toccare più o meno da vicino internet. Abbiamo cominciato con quelle di stretta attualità (le proposte ancora in discussione Carlucci, D’Alia, Barbareschi, Cassinelli), poi un po’ per volta abbiamo recuperato alcune grandi battaglie del recente passato che ancora attendono perfezionamenti o attuazioni (Gentiloni, Urbani, Pisanu – remember?). In una materia per addetti ai lavori, dove capire che cosa sta succedendo fa tutta la differenza tra contribuire alla causa e accontentarsi di starnazzare, spesso basta un po’ d’ordine e di contesto per inquadrare i piccoli e grandi aggiornamenti che si susseguono nel tempo. E c’è bisogno di sapere quel che sta accandendo, in un momento in cui la corsa a regolamentare internet, spesso senza motivo né competenza, trova tanti sostenitori acritici.

Ovviamente anche questa iniziativa non sarebbe stata possibile senza il contributo, la presenza e l’entusiasmo di Elvira Berlingieri, i cui generosi approfondimenti (oggi è il turno dell’emendamento Cassinelli all’emendamento D’Alia) hanno la capacità di rendere questa materia oltremodo appassionante. La pagina, per ora, è un esperimento in beta, una sorta di numero zero ancora perfezionabile di un modello informativo di servizio che mi piacerebbe approfondire in futuro. Abbiamo chiamato questa sezione in evoluzione “fili rossi” per sottolineare il tentativo di ricostruire una vicenda o un settore secondo una dimensione che sia alternativa tanto all’accumularsi disordinato delle notizie di attualità quanto a quella fotografia di un attimo che resta inevitabilmente anche il miglior approfondimento specialistico. Sintesi prolungate nel tempo che costruiscano ponti tra persone e tra contenuti: certo richiedono tempo, sono faticose, implicano il sostegno di esperti ed esigono disponibilità a mettersi in gioco, ma io credo siano uno spunto su cui cominciare a ripensare il ruolo e il senso stesso del giornalismo.