Top

Tag: economia

febbraio 8 2009

Ho messo a disposizione su Slideshare le slide che hanno fatto da traccia alla mia lezione di ieri al Master in Digital Marketing & Communication, a Milano. Grazie a chi era presente e mi ha sopportato per sette ore: è stato un piacere passare una giornata in una classe così competente e partecipe.

settembre 29 2008

Non so lì da voi, ma nella mia città i gelatai, per lo meno quelli artigianali d’un tempo, stanno chiudendo con frequenza allarmante. Le gelaterie, molto più che i bar o le pasticcerie. Resistono a malapena quelle in posizione eccezionalmente strategica, quelle che hanno ancora molto entusiasmo da investire, quelle che per dimensione industriale possono vantare economie di scala, quelle che alla qualità hanno saputo affiancare importanti investimenti in marketing. Le mezze vie, ovvero quelle non abbastanza grandi, non abbastanza centrali, non abbastanza giovani, non abbastanza originali, prima o poi mollano. Ho provato a chiedere il perché. La risposta che ho raccolto è: colpa del telefonino. In una manciata d’anni si è volatilizzata la clientela dei ragazzini, fu zoccolo duro di questo segmento. Qualcuno perché preferisce andare a bere al pub, d’accordo. Ma gli altri perché investono gran parte della paghetta settimanale in ricariche telefoniche, e tanti saluti al cono. E magari questa come analisi di mercato lascia un po’ a desiderare e non la dice tutta, ma a me il vaso comunicante gelato-telefonino, nel suo piccolo, ha aperto un mondo.

settembre 29 2008

Io che il capitalismo ci stava franando addosso lo andavo dicendo già da qualche tempo, neh.

settembre 28 2007

Ogni cittadino del mondo ricco, del primo mondo, versa in progetti di cooperazione una cifra equivalente a 105 dollari a testa all’anno. Si tratta di una cifra enorme, di una cifra che se fosse destinata in maniera corretta, in maniera equa, evidentemente avrebbe già garantito delle condizioni di sviluppo notevolissime.

Lo diceva stamattina (audio) Sandro Cappelletto ai microfoni di quella bellissima trasmissione radiofonica quotidiana che è Il pianeta dimenticato (Radio1 Rai, dal martedì al venerdì alle 8.40).

settembre 16 2005

Sono sempre più sensibile alle teorie (e ancor meglio alle pratiche) legate alla sostenibilità, al consumo consapevole, alla globalizzazione che dà opportunità ma non mortifica. Muovo i primi passi lentamente, dunque so ancora poco, ma sto scoprendo un mondo affascinante – anche grazie agli stimoli che arrivano da qualche tempo da Luca De Biase (con il suo bel libro in fieri sull’economia della liberazione), da Beppe Caravita (che dalla teoria è passato alla pratica, nel suo piccolo) e Gaspar Torriero (che spesso e volentieri nel suo blog ragiona sul mercato del petrolio). Cito loro semplicemente perché sono i più documentati nel giro di siti che consulto quotidianamente, dunque il mio tramite verso nuove risorse.

In questo filone incastro ora una curiosità trovata sul giornale locale. Questo fine settimana si tiene a due passi da Pordenone, a Villotta di Chions, la Festa della decrescita felice. Che, voglio dire, già il nome ti fa venire la voglia di andare a vedere com’è. Ho fatto qualche ricerca online e dietro a questa serie di eventi locali ho trovato un filone interessante, legato al lavoro dell’economista Serge Latouche (ben noto negli ambienti no global): si chiama Rete per la decrescita serena, pacifica e solidale. Leggo nel manifesto:

La decrescita non è la crescita negativa. Si sa che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nel disordine con riferimento alla disoccupazione e all’abbandono dei programmi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può immaginare quale catastrofe sarebbe un tasso di crescita negativa! Allo stesso modo non c’è cosa peggiore di una società lavoristica senza lavoro e, peggio ancora, di una società della crescita senza crescita. La decrescita è dunque auspicabile soltanto in una “società di decrescita”. Ciò presuppone tutt’altra organizzazione in cui il tempo libero è valorizzato al posto del lavoro, dove le relazioni sociali prevalgono sulla produzione e sul consumo dei prodotti inutili o nocivi. La riduzione drastica del tempo dedicato al lavoro, imposta per assicurare a tutti un impiego soddisfacente, è una condizione preliminare. Ispirandosi alla carta su “consumi e stili di vita” proposta al Forum delle ONG di Rio, è possibile sintetizzare il tutto in un programma di sei “R”: rivalutare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare.

Taglio e incollo nel quaderno delle rivoluzioni possibili, che si arricchisce ogni giorno di teoria, di nomi di associazioni, di aspiranti rivoluzionari, ma latita nella pratica. Ripenso alla frase di Gandhi che citava ieri Scalfarotto: siate il cambiamento che volete vedere nel mondo. Sei parte del problema, sei parte della soluzione, recita un altro slogan mutuato dalle religioni orientali. Ecco, io forse ho completato la prima parte (sono giunto alla consapevolezza di essere parte del problema, di non poter più delegare ad altri il cambiamento che richiedo), ma non ho ancora trovato la mia soluzione.

Idee, suggerimenti, pratiche, esperienze, là fuori?