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Tag: sostenibilità

ottobre 18 2014

Le ultime volte che ho incontrato Elisabetta Tola – amica e collega con cui condivido tra l’altro le docenze al Master in Comunicazione della Scienza alla Sissa di Trieste e l’interesse per le frontiere del giornalismo in rete – lei era regolarmente in procinto di partire con Marco Boscolo per l’Africa o per il Medio Oriente. Sapevo che si era aggiudicata un grant dell’European Journalism Center finanziato dalla Bill and Melinda Gates Foundation per lo sviluppo di un reportage innovativo sulla biodiversità. I primi dettagli lasciavano presagire che presto avrebbe avuto qualche buona storia da raccontare.

Elisabetta insegue storie di semi e di grani, alla ricerca delle comunità rurali che stanno recuperando la sapienza delle sementi e il controllo delle coltivazioni. Banche dei semi, progetti di miglioramento genetico partecipativo che recuperino le specificità dei luoghi, reti di contadini che si autoorganizzano per chiudere filiere iperlocali. La classica ricerca che, anche se il tuo scopo è farla innovativa nei supporti e nel linguaggio, non puoi realizzare altrimenti che mettendoci il naso, andando a vedere di persona, parlando con chi si sta sporcando le mani. In Toscana, Sicilia, in Sardegna. In Francia, in Russia, in Iran. In Senegal e in Etiopia. Tanto per cominciare.

Dopo un anno di viaggi, i primi materiali del reportage sono finalmente disponibili. C’è una versione radiofonica andata in onda quest’estate in cinque puntate speciali di Radio3 Scienza. Ma il piatto forte ora è il webdoc che raccoglie la prima infornata di montaggi, interviste e materiali, Seedversity (accessibile anche su Wired Italia). Ulteriori declinazioni internazionali potrebbero arrivare dalla collaborazione con testate che si stanno interessando al progetto, tra cui Al Jazeera, Radio France e RFI.

Seedversity è uno scrigno di spunti per chi si interessa alle intersezioni tra mondi apparentemente distanti come le reti, l’innovazione, la sostenibilità, la storia e il consumo critico. Così io,  che mi appassiono più che ai progetti al modo in cui i progetti sono realizzati, ho chiamato Elisabetta Tola e mi sono fatto raccontare quest’esperienza. E questo è quello che mi ha detto (i link li ho aggiunti io).

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seedversity2Elisabetta, sappiamo che la spinta decisiva per realizzare Seedversity te l’ha data l’EJC con il suo grant. Ma l’idea evidentemente nasce prima. Quando e come?

Durante i miei studi di Agraria mi ero appassionata al lavoro di Nicolay Vavilov, il genetista russo che si è inventato le banche dei semi nei termini moderni. Vavilov è quasi sconosciuto in Italia, pur avendo passato molto tempo qui, ma la sua storia viene raccontata con imbarazzo perfino in Russia, dove lo scienziato è stato riabilitato soltanto negli anni ’50 dopo essere caduto in disgrazia con Stalin.

Vavilov è stato il primo a pensare che se costruisci una banca in cui custodisci la variabilità genetica ti dai la chiave per fare incroci o selezioni per ottenere piante che producano di più o si adattino meglio meglio a climi diversi. Questa banca del seme è oggi un istituto di San Pietroburgo che porta il suo nome. Siamo andati a visitarlo due anni fa ed è lì che abbiamo cominciato ad approfondire il tema e a fare le prime riprese. Paradossalmente proprio questa è una delle parti che dobbiamo ancora montare e pubblicare.

Le storie che fai raccontare ai protagonisti tracciano i confini di questioni di grande complessità, oltre che di grande attualità. Biodiversità, sicurezza alimentare, accesso genetico ai semi, sostenibilità economica del sistema. Tu che idea te ne sei fatta? 

Le banche dei semi e le fiere per lo scambio delle sementi dimostrano un’idea interessante, ma anch’esse non sembrano essere la soluzione. Per la legge attuale i contadini che producono prodotti da vendere sul mercato non possono vendere le sementi, cioè non possono riprodursele e vendersele. L’obiettivo di queste iniziative è veder riconosciuta a livello legale la possibilità che almeno per le sementi cosiddette tradizionali da conservazione o da valore culturale, quindi quelle prive di implicazioni commerciali negli ultimi vent’anni, si possa disporre la vendita.

È in corso anche una discussione molto interessante sull’ipotesi di considerare i semi beni comuni o beni collettivi. Definirli bene comune non è del tutto giusto, perché i semi devono essere lavorati, conservati, c’è un lavoro che va riconosciuto, non sono assimilabili all’acqua. Considerarli bene collettivo potrebbe essere un compromesso accettabile, nel senso che riconosci innanzitutto un diritto d’uso a chi li conserva e per contro li esoneri dall’obbligo delle attuali certificazioni.

Molto importante sarà la discussione in ambito europeo della legge sementiera, che fa da riferimento a livello internazionale. Le leggi sullo scambio di sementi di tutti i paesi del Sud sono modellate sulla base di questa. Sullo sfondo resta l’enorme contrapposizione tra la lobby delle aziende che hanno interesse a mantenere le sementi ipercertificate, e quindi tutelate da copyright, e chi dice che almeno una parte di queste risorse devono essere accessibili liberamente. Quello che emerge un po’ da tutte le interviste che abbiamo fatto è che se non mantieni almeno una parte di queste risorse in formato open, la sicurezza alimentare del mondo finisce in mano a quattro aziende private.

Permettimi una parentesi tecnologica: mi incuriosisce la scelta della piattaforma che avete utilizzato per il webdoc. Ha il pregio di rendere l’accesso ai contenuti semplice come sfogliare un Dvd, per contro non sembra valorizzare al meglio le possibilità di interazione e mash-up che una ricerca come la tua potrebbe offrire. E perché non usare semplicemente YouTube?

Piattaforme di questo tipo in genere le sviluppi da zero e su misura, se sei un grande editore e hai le competenze e i fondi necessari. Klynt, che utilizziamo per Seedversity, l’avevo conosciuta l’anno scorso durante un corso di giornalismo investigativo a Londra. In una giornata dedicata al formato del webdoc abbiamo incontrato gli sviluppatori di questa piattaforma francese, che cerca di supportare chi ha la necessità di produrre formati multimediali senza avere le risorse necessarie per produrre soluzioni ad hoc. Ha di buono che permette di integrare con facilità, via iframe, materiali residenti su altre piattaforme. Per contro non è sempre facile comprendere e sfruttare la logica con cui è stata costruita.

L’ipotesi di farne anche un canale YouTube l’abbiamo naturalmente considerata, ma c’è un problema di diritti che in questo caso non è secondario. Il nostro è un lavoro che nasce, per stimolo esplicito della grant EJC, per massimizzare il suo impatto attraverso testate giornalistiche. In questa prima fase dunque lo sviluppo passa soprattutto attraverso la ricerca e il dialogo con media interessati ad approfondire il progetto. Se lo mettiamo su YouTube questo di fatto non ci sarebbe più possibile. Ci arriveremo, credo, ma non subito. Pubblicheremo inoltre i video in alta definizione  in un portfolio di Vimeo.

Avete intervistato persone di nazionalità e lingue molto diverse. Una bella sfida tradurre il tutto, immagino…

Le traduzioni naturalmente ci hanno assorbito molto tempo. Non solo per la difficoltà di trovare le collaborazioni necessarie: a volte siamo ricorsi agli accompagnatori sul posto, altre volte ci hanno aiutato le reti di contatti dei nostri colleghi qui in Italia. Avendo scelto di non utilizzare nel webdoc una voce narrante, come invece succede per la versione radiofonica, la difficoltà non era soltanto capire il senso di quello che ci veniva detto in amarico, in farsi o in russo, ma anche far coincidere in modo esatto i sottotitoli con quello che l’intervistato sta dicendo.

Come avete identificato le comunità che avete intervistato?

All’inizio sono stati fondamentali gli agronomi che lavorano in questo settore e che già conoscevamo. Poi è stato un grande lavoro di rete. Negli ultimi anni sono nate molte reti contadine. In Italia per esempio c’è Semi Rurali, un’associazione di secondo livello di associazioni di contadini che lavorano a favore dell’agro-biodiversità. In Francia c’è Réseau Semences Paysannes. Grazie a loro siamo risaliti di nodo in nodo fino ad altre iniziative in altre parti del mondo.

Queste reti fanno rete anche nel senso della consapevolezza rispetto alle opportunità offerte da internet?

Usano senz’altro molto la rete per accordarsi, ma anche per cominciare a costruire piattaforme operative. Però è un mondo molto ancora poco digitalizzato, che avverte la necessità di costruire strumenti di uso pratico. Ci sono naturalmente differenze sostanziali tra il modo di usare la rete italiano o francese rispetto a quello africano. I contadini della comunità rurale etiope ci raccontavano che loro vanno su internet per controllare le quotazioni di mercato del grano che vendono, cosa che invece i contadini italiani non fanno. Credo dipenda dal fatto che in Italia chi aderisce a questo modello di agricoltura molto biodiversa e molto localizzata compone una comunità molto mista, dove convivono la componente nostalgica di un passato rurale e invece giovani o agricoltori di ritorno che vedono nella rete un’opportunità di sviluppo e di chiusura di filiera. Alcuni di quelli che abbiamo intervistato vendono online, un mercato non solo di prossimità attraverso il quale raggiungono famiglie e ristoranti.

In Africa la rete è vista come un’enorme possibilità, perché sono molto più isolati. Usano tantissimo il telefono e la rete attraverso il telefono. Ovviamente non stiamo parlando di smartphone e si tratta di comunicazioni prevalentemente testuali, al massimo email o sistemi di chat tipo Viber. C’è il tentativo di sviluppare applicazioni semplici che sfruttino le caratteristiche di base del cellulare per far circolare un’informazione sulle sementi che oggi non esiste. Non che in Italia esista molta più informazione, però a questo supplisce di solito un enorme ambito informale molto legato all’incontro e allo scambio diretto tra contadini.

Parlando di rete, tu che sei abituata alla connessione ovunque, come ti sei trovata in questi tuoi viaggi? 

Guarda, abbiamo sempre avuto un accesso WiFi. Anche alla fiera dei semi che abbiamo visitato a Djimini, una delle zone più povere del Senegal, anche lì avevamo la rete. Certo un po’ altalenante, con il router che veniva raffreddato da un ventilatore, ma funzionava. Mi vien da dire che forse è meno informatizzata la comunità contadina della campagna veneta. L’Iran poi è un paese ipertecnologico, contemporaneo rispetto ai nostri stessi caratteri di contemporaneità. C’è una censura seria, che impedisce l’accesso ai social network, per contro trovi la rete aperta quasi ovunque e c’è grande consapevolezza rispetto alle contromisure possibili per aggirare il sistema.

Rispetto alle comunità rurali e ai semi, che cosa ti ha lasciato l’Iran?

Il progetto più avanzato tra quelli che abbiamo esaminato finora l’abbiamo trovato proprio lì. Il governo è molto paternalista, la gestione dell’agricoltura è quasi pubblica, nazionalizzata. Le sementi, le farine, i fertilizzanti arrivano dal governo. Per contro le prime esperienze di miglioramento genetico partecipativo sono partite proprio tra l’Iran e la Siria. Un po’ perché sono zone molto ricche di risorse genetiche, e del resto sono le culle del grano. Ma poi anche perché è proprio nei paesi dove si vivono situazioni di isolamento che i contadini maturano l’idea di non poter dipendere del tutto dal governo o da una singola azienda che compra i loro prodotti.

seedversity3Ho percepito nettamente questa consapevolezza superiore. Ma è anche la prima volta che vivo la sensazione di trovarmi di fronte a una popolazione che ha una cultura molto più antica della nostra. Qui parli con gente che settemila anni fa era già ben insediata e aveva fondato le prime città. I contadini con cui abbiamo parlato noi avevano una visione geopolitica molto forte: sono entrati tra i primi nei programmi per la sicurezza alimentare delle Nazioni Unite, le farmer field school, che con metodi partecipativi facevano ragionare sulle dinamiche a livello territoriale. Lì hanno capito che dovevano essere indipendenti per la gestione dei semi e si sono messi a fare esperimenti. Non dico che siano tutti così, ma quelli che abbiamo incontrato noi erano davvero molto avanti.

Ma sono stati sempre tutti così contenti di parlare con voi o avete incontrato anche resistenze?

Assolutamente sì, tutti contenti. Semmai abbiamo avuto il problema contrario, perché alla fine avevamo talmente tante ore di girato che è stato drammatico selezionare. Per fortuna il montaggio l’hanno curato due colleghe di Formica Blu che non hanno fatto il viaggio con noi, quindi avevano la mente fresca nell’aiutarci a scegliere i brani più utili. Tra l’altro, senza voce narrante dovevamo curare particolarmente bene la successione logica degli interventi. Abbiamo fatto una cinquantina di interviste, le rilasceremo tutte un po’ alla volta. C’è talmente tanto materiale che avremmo potuto fare una serie televisiva a puntate. Ed è stato istruttivo anche dal punto di vista del metodo di lavoro, per il futuro.

Dopo la Russia e gli altri capitoli mancanti, che cosa hai in mente per Seedversity?

Vorremmo trovare finanziamenti per sviluppare altri pezzi di racconto sul tema. Sarebbe interessante trovare le risorse per raccontare quello che succede nelle regioni italiane. Per esempio ci hanno contattato dalle Marche, la prima regione che abbia una legge a tutela della biodiversità agroalimentare. Mi piacerebbe raccontare altri progetti di miglioramento genetico in corso in altri paesi dell’Africa e del Medio Oriente. In Tunisia il governo sta ragionando su politiche di autodeterminazione della produzione alimentare. I maggiori progetti di miglioramento genetico partecipativo, che poi è il cuore tecnico-scientifico del nostro racconto, si trovano in Siria. Purtroppo oggi in Siria la situazione è molto complessa, leggevo proprio recentemente che hanno dovuto mettere in sicurezza la banca dei semi. E poi c’è il filone d’inchiesta, che per ora non abbiamo ancora toccato, sulle logiche del mercato sementiero e sulla biopirateria.

Qual è finora la storia che ti ha colpito o sorpreso di più?

La storia che mi ha fatto più pensare è stata quella della comunità rurale di Caffee Doonsa in Etiopia. Un gruppo di contadini che dopo l’ennesima carestia, dopo l’ennesimo prestito di semi per ricominciare da capo l’anno dopo, in un paese che più o meno vive una carestia ogni tre anni, si sono autoorganizzati per creare una scorta. Sembra la soluzione più banale, in realtà hanno fatto un sorprendente lavoro organizzativo, molto strutturato e autonomo.

Mi è piaciuto perché non è la classica situazione in cui una Ong arriva e fa una proposta. È stato un progetto che ha vissuto il processo contrario, con una comunità che è stata capace di dare una risposta a una propria esigenza. Mi è sembrata una storia molto dignitosa di consapevolezza, mi ha fatto ripensare al perché a un certo punto l’uomo ha pensato di coltivare. Se coltivi e possiedi i semi, hai in mano la tua sicurezza alimentare.

Se devo dirti invece la frase che mi è piaciuta di più, è quella di Bertrand, il contadino francese che abbiamo messo anche nel trailer. Lui dice: i semi sono ciò che ha portato l’uomo da cacciatore-raccoglitore a coltivatore, il fondamento dell’umanità. Chi possiede le sementi ha in mano il presente, il passato e il futuro dell’umanità.

settembre 28 2007

Ogni cittadino del mondo ricco, del primo mondo, versa in progetti di cooperazione una cifra equivalente a 105 dollari a testa all’anno. Si tratta di una cifra enorme, di una cifra che se fosse destinata in maniera corretta, in maniera equa, evidentemente avrebbe già garantito delle condizioni di sviluppo notevolissime.

Lo diceva stamattina (audio) Sandro Cappelletto ai microfoni di quella bellissima trasmissione radiofonica quotidiana che è Il pianeta dimenticato (Radio1 Rai, dal martedì al venerdì alle 8.40).

ottobre 21 2006

Quello di cui ci occuperemmo se fossimo abitanti assennati di questo pianeta finito sotto scacco di interessi piccoli, criminali e suicidi.

(grazie a Beppe Caravita)

ottobre 19 2006

Questa settimana termina anche per noi l’esperienza dell’abbonamento all’orto, iniziata con entusiasmo dieci mesi fa. Tempo di bilanci, dice Francesco Travaglini, anima e muscoli del Parco dei Buoi, la tenuta molisana che ha allietato per otto mesi la nostra tavola. E allora che bilanci siano: trasparenti come si conviene a un esperimento del genere, anche per rispetto a chi a suo tempo si era interessato all’iniziativa attraverso queste pagine. Il nostro, nel complesso, è soddisfacente: molti pregi, ma anche alcuni difetti di varia natura. Talvolta critici, dal mio punto di vista.

Partiamo dai primi. È stato… come posso dirlo senza sembrare patetico… umanamente bello sapere di avere un orto che tutte le settimane, in base alle diverse maturazioni, ci riforniva di ortaggi freschi direttamente a casa. Non un’industria alimentare, non una tenuta a sfruttamento intensivo, ma un’azienda agricola a gestione familiare che destinava parte del proprio terreno alla coltivazione di un orto in grado di ripagarsi le spese e poco più rivendendo i prodotti a qualche decina di consumatori garantiti in partenza. In un certo senso è stato davvero come avere un orto sotto casa. La cassetta consegnata dal corriere conteneva regolarmente una varietà e una quantità di verdura sufficiente a coprire le esigenze settimanali della famiglia; talvolta, pur avendo scelto il pacchetto small, è stato perfino necessario smistare la merce al parentado o stivare qualcosa nel congelatore.

È stato bello anche doversi adattare in qualche modo al ritmo imposto dall’orto: non sempre peperoni, zucchine e melanzane, come spesso avremmo scelto noi all’ortofrutta vicino a casa, ma anche fagiolini, lattughe varie, fave e molto altro. Compresi gli assaggi a sopresa, gentile omaggio della fattoria, mai meno che generosa nelle quantità. La varietà ci ha permesso anche di (ri)scoprire gusti a noi poco familiari: le puntarelle, per dirne una, introvabili nel nord-est, e deliziose lasciate macerare al freddo con un po’ d’olio e filetti di acciuga. Quanto alla qualità, al netto delle bizzarrie di una stagione non certo gentile con gli ortaggi, non ci possiamo lamentare: mi mancheranno soprattutto le cipolle (eccezionali, farei un abbonamento soltanto per quelle), le melanzane dolci, gli spinaci freschi, i piselli, le patate. Promette bene anche la zucca, arrivata la settimana scorsa e in attesa di essere cucinata nei modi creativi tipici del periodo. Gustosi anche i pomodori, l’insalata, le zucchine. La conserva, che a più buttate mia suocera ha ottenuto dagli pomodori da sugo, è molto piacevole – e la scorta durerà a lungo.

La qualità ci porta, inevitabilmente, ai punti critici dell’esperienza. Il trasporto su gomma lungo mezza Italia, che già mi dava da pensare per il costo ambientale, raramente è passato senza conseguenze sullo stato di conservazione della merce. Nei mesi più caldi qualche etto di foglie e pomi è arrivato a dir poco fiaccato, se non del tutto compromesso. Del resto è lo stesso Travaglini a dirsi non del tutto soddisfatto del corriere scelto. Non so se all’origine o se almeno durante i viaggi di dorsale tra un centro di smistamento e l’altro le verdure fossero conservate con le accortezze che si devono alla merce deperibile, fatto sta che nel tratto finale la cassetta viaggiava nella stiva di un qualunque furgoncino non refrigerato, senza particolari corsie preferenziali e spesso in ritardo di un giorno sul previsto. Dal punto di vista della società di spedizioni, del resto, era un pacco da consegnare come tanti altri: verdura, libri o computer per loro poco diversi sono. Se poi, come in una delle ultime occasioni, i colli sono due, ma uno di questi per qualche ragione si perde, vaglielo a spiegare al solerte impiegato che della prima confezione possono tranquillamente far concime, se non te lo fanno avere comunque al più presto o per lo meno non lo mettono al fresco.

La dipendenza dal corriere espresso è stato un punto debole anche in un altro senso, questo certamente più personale e non imputabile al Parco dei Buoi. Pur lavorando a casa, e quindi garantendo una presenza abbastanza regolare al domicilio indicato per la consegna, l’attesa dalla consegna in giorni non sempre prevedibili e a orari ancor più variabili – prolungata per una trentina di settimane – è stato un vincolo pesante: obbliga a programmare, spesso inutilmente, uscite, assenze e vacanze, mentre basta un imprevisto per costringerti a ritirare la merce non prima del giorno successivo al deposito dello spedizioniere, disperso in qualche zona industriale dei dintorni. Nel frattempo a noi è nato pure Giorgio, le cui conseguenze sull’organizzazione e sui tempi domestici avevo certamente sottostimato al momento dell’abbonamento.

Quanto a Francesco Travaglini e al Parco dei Buoi, a loro ho poco da rimproverare. Continuo a pensare che abbiano azzeccato tempi e modi per un’operazione commerciale sana, etica e a misura d’uomo. Mi aspettavo forse più informazione e più tempestiva: la vicinanza virtuale col produttore non è certo mancata, ma ha latitato talvolta proprio quando le date previste non potevano essere rispettate – che, per quanto detto sopra, per me faceva la differenza tra attendere e ricevere la cassetta il martedì e attendere a vuoto e al buio fino al giovedì o al venerdì successivi. La fatica di garantire trasparenza e presenza, già ammirevole in sé per un’impresa agricola in condizioni normali, ha avuto infine un tracollo durante il mese di agosto, quando in seguito a un brutto episodio accaduto proprio dentro la fattoria, alcuni lavoranti extracomunitari sono poi stati espulsi o confinati in un centro di permanenza temporanea per irregolarità nelle procedure di immigrazione. Emergenza che ha avuto una coda lunga e (umanamente, soprattutto) spiacevole per il loro datore di lavoro. Di questo, davvero, non mi sento di farne una colpa a Francesco, benché certo lui per primo ammetta che non tutto sia andato come voleva.

Lo rifarei? Sì, sono contento di aver fatto questa esperienza, sceglierei di certo di provare almeno una volta, se non l’avessi fatto. Lo rifarò? Non per adesso, non finché il bimbo è così piccolo e con le sue esigenze stravolge ogni possibile routine, non finché non trovo il modo di svincolarmi dalla schiavitù del corriere espresso, non finché i ritmi di lavoro e di vita non mi permetteranno di godermi appieno la varietà e la quantità di verdure da smistare e stivare ogni settimana. Per questo non ho sottoscritto l’orto invernale (cavoli, verze e affini) e difficilmente prenderò in considerazione il prossimo orto estivo, se ci sarà. E anche se probabilmente rimarrò affezionato al mio primo orto molisano, spero che esperienze di questo genere contagino presto anche il resto della penisola, annullando ogni residua difficoltà logistica. Sotto casa, per davvero.

settembre 16 2005

Sono sempre più sensibile alle teorie (e ancor meglio alle pratiche) legate alla sostenibilità, al consumo consapevole, alla globalizzazione che dà opportunità ma non mortifica. Muovo i primi passi lentamente, dunque so ancora poco, ma sto scoprendo un mondo affascinante – anche grazie agli stimoli che arrivano da qualche tempo da Luca De Biase (con il suo bel libro in fieri sull’economia della liberazione), da Beppe Caravita (che dalla teoria è passato alla pratica, nel suo piccolo) e Gaspar Torriero (che spesso e volentieri nel suo blog ragiona sul mercato del petrolio). Cito loro semplicemente perché sono i più documentati nel giro di siti che consulto quotidianamente, dunque il mio tramite verso nuove risorse.

In questo filone incastro ora una curiosità trovata sul giornale locale. Questo fine settimana si tiene a due passi da Pordenone, a Villotta di Chions, la Festa della decrescita felice. Che, voglio dire, già il nome ti fa venire la voglia di andare a vedere com’è. Ho fatto qualche ricerca online e dietro a questa serie di eventi locali ho trovato un filone interessante, legato al lavoro dell’economista Serge Latouche (ben noto negli ambienti no global): si chiama Rete per la decrescita serena, pacifica e solidale. Leggo nel manifesto:

La decrescita non è la crescita negativa. Si sa che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nel disordine con riferimento alla disoccupazione e all’abbandono dei programmi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può immaginare quale catastrofe sarebbe un tasso di crescita negativa! Allo stesso modo non c’è cosa peggiore di una società lavoristica senza lavoro e, peggio ancora, di una società della crescita senza crescita. La decrescita è dunque auspicabile soltanto in una “società di decrescita”. Ciò presuppone tutt’altra organizzazione in cui il tempo libero è valorizzato al posto del lavoro, dove le relazioni sociali prevalgono sulla produzione e sul consumo dei prodotti inutili o nocivi. La riduzione drastica del tempo dedicato al lavoro, imposta per assicurare a tutti un impiego soddisfacente, è una condizione preliminare. Ispirandosi alla carta su “consumi e stili di vita” proposta al Forum delle ONG di Rio, è possibile sintetizzare il tutto in un programma di sei “R”: rivalutare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare.

Taglio e incollo nel quaderno delle rivoluzioni possibili, che si arricchisce ogni giorno di teoria, di nomi di associazioni, di aspiranti rivoluzionari, ma latita nella pratica. Ripenso alla frase di Gandhi che citava ieri Scalfarotto: siate il cambiamento che volete vedere nel mondo. Sei parte del problema, sei parte della soluzione, recita un altro slogan mutuato dalle religioni orientali. Ecco, io forse ho completato la prima parte (sono giunto alla consapevolezza di essere parte del problema, di non poter più delegare ad altri il cambiamento che richiedo), ma non ho ancora trovato la mia soluzione.

Idee, suggerimenti, pratiche, esperienze, là fuori?

settembre 29 2003

«Chiunque creda in Italia d’aver subìto ieri una calamità eccezionale, s’illude: ha solo vissuto una prova generale di quel che sarà il nostro futuro “normale”. Il mondo intero corre ciecamente verso la catastrofe energetico-ambientale, foriera a sua volta d’inaudite tensioni geopolitiche, conflitti sociali e avventure militari. L’Italia corre nella stessa direzione, a modo suo: cioè mescolando eccessi postmoderni e debolezze premoderne, con in più quel sovraccarico di malafede e sguaiata rissosità interna che rende ancora più difficile al paese capire e affrontare una terribile emergenza. È questo il problema centrale dell’epoca contemporanea. Continuando a sottovalutarlo, le nostre generazioni e le classi dirigenti che ci governano si macchiano di colpe incancellabili verso l’umanità futura.»

Federico Rampini sulLa Repubblica di oggi.