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Tag: milano

ottobre 4 2015

Domenica e lunedì c’è State of the Net, la conferenza internazionale dedicata alla rete e al suo impatto sulla società, che ho il privilegio e l’avventura di organizzare con Beniamino Pagliaro e Paolo Valdemarin. Quest’anno andiamo in trasferta a Milano con la scusa di Expo 2015, ospiti di UniCredit nel nuovo e bellissimo Pavilion a Porta Nuova. Parleremo di algoritmi e di come software sempre più potenti, che interagiscono con quantità crescenti di dati, imprimeranno accelerazioni forse ancora a noi poco comprensibili in ogni ambito della nostra società.

Come al solito, ci raggiungeranno imprenditori, analisti e visionari da mezzo mondo. Domenica pomeriggio li incontriamo nel corso di una sessione aperta e informale, insieme ai partecipanti che vorranno far parte della conversazione dal giorno prima. Lunedì conference as usual, secondo il format consolidato di State of the Net. Dai un’occhiata alla lista degli interventi. Ci puoi seguire anche in streaming.

» Il programma

» Gli speaker

settembre 21 2010

A Milano è in corso la Social Media Week, un evento divulgativo internazionale dedicato alle piattaforme sociali e alle culture digitali, in corso contemporaneamente anche in altre quattro città (Bogotà, Buenos Aires, Los Angeles, Mexico City). Tra i vari eventi previsti nel ricchissimo programma, c’è uno spazio quotidiano dedicato ai libri del settore ospitato da Mafe De Baggis. Mezzora davanti a un caffé per introdurre tema e autori: oggi, per dire, tocca al nuovissimo Wikicrazia di Alberto Cottica, domani a Luca Lorenzetti e al suo Scrivere 2.0, dopodomani a Invertising e World Wide We. Venerdì 24, infine, tocca a me e a Giornalismo e nuovi media, con la piacevole compagnia di Marco Ghezzi (che di quel libro è stato di fatto l’editore, appena prima di fondare Bookrepublic). Appuntamento alle 14 all’Urban Center in Galleria Vittorio Emanuele, accanto al Duomo (il promemoria su Facebook). Ci vediamo lì.

febbraio 17 2010

Da qualche parte dovremo pur ricominciare a ricostruire questo Paese. Sono convinto da tempo che la soluzione non riuscirà più ad arrivare dall’alto, ma dovrà necessariamente emergere dal basso. Da ciascuno di noi in quanto parte di un soggetto collettivo che ha il dovere di farsi carico del proprio destino. Se le cose vanno come vanno è prima di tutto colpa nostra, altrimenti certe anomalie italiane non sarebbero durate nemmeno un giorno. Ci penso spesso, cercando un appiglio, un innesco per questa rivoluzione gioiosa che sono certo un giorno salverà l’Italia dalla depressione, dalla senilità e dalla rassegnazione. Ieri sera alla stazione centrale di Milano penso di averlo finalmente trovato. Nei panini.

In nessuna stazione o aeroporto in cui mi sia capitato di transitare si mangiano panini altrettanto scialbi, insignificanti, dozzinali. Non necessariamente cattivi: semplicemente si accontentano di essere il meno possibile, il punto di equilibrio più stiracchiato possibile tra necessità delle persone, costo al dettaglio e qualità complessiva. Tu hai fame, loro hanno il cibo: se non ti sei preso per tempo, se viaggi a orari critici, se devi calmare quel languorino che poi ti rende il tragitto una sofferenza non hai alternative. In dieci anni che frequento regolarmente quel luogo non è mai comparsa un’alternativa che sia una, e al contrario ce ne sono sempre meno. Nell’arco di mezzo chilometro, nella seconda città del Belpaese, l’unica alternativa sono i panini di McDonald’s, per dire. Non ho mai mangiato cibo da urlo in una stazione, ma insignificante e avvilente come quello di Milano – che pure ho comprato spesso per necessità e disorganizzazione – da nessuna parte mai.

Allora, ragionavo ieri sera, se volessimo cominciare a prenderci carico delle sorti di questo Paese, i panini della stazione centrale di Milano potrebbero essere un buon punto di partenza. Un pretesto, un simbolo da stampare sulle bandiere che sventoleremo durante la rivoluzione. Sono la metafora perfetta di ogni grettezza, di tutto il cinismo, del primato del commercio su ogni afflato di umanità e di passione per ciò che si fa. Immagino che quei panini facciano girare (non poco) l’economia di quel microcosmo, ma chi conta i soldi deve avere gli occhi foderati di prosciutto, ed è prosciutto scadente. Ecco, cominciare a lottare per quei panini – non tanto per averne di migliori, quanto per rivendicare il nostro sacrosanto diritto alla gioia del palato, alla soddisfazione dell’appetito e al felicità dello stomaco – mi sembra un punto di partenza. Il fatto che non esistano alternative non deve giustificare la nostra complicità. Boicottiamo i panini della stazione centrale di Milano, lottiamo per averne di migliori, marciamo per la dignità dei nostri apparati digerenti. Un uomo è anche ciò che mangia, se mangiamo cibo triste siamo destinati a crogiolarci in questa malinconia. Tutto il nostro essere, a cominciare dalle papille gustative, anela alla felicità. Capaci che se ci prendiamo gusto poi, un po’ per volta, ce la si faccia ad arrivare fino ai massimi sistemi.

(Avevo anche un ragionamento iconoclasta sulla violenza psicologica degli spot rilanciati dagli schermi comparsi nelle stazioni italiane e sul nostro diritto naturale a sabotarli, ma magari un’altra volta.)

novembre 14 2008

Martedì mattina, 18 novembre, sono ospite del Centro Culturale Antonio Zanussi di Pordenone – per noi tutti qui la “casa dello studente” – per partecipare al convegno Internet Quotidiano. Città nella rete: nuovi scenari sociali e culturali. La volontà dell’Istituto Regionale di Studi Europei, che organizza l’incontro, è di partire dalle ipotesi di sperimentazione internettose locali (ne abbiamo parlato spesso qui) sia per fare il punto della situazione (con il sindaco della città Bolzonello e l’assessore competente Zanolin) sia per fare rete tra esperienze italiane e attori del territorio particolarmente recettivi. Interviene, tra gli altri, Luca Tremolada della redazione di Nova24. Insieme a Enrico Maria Milič, io prendo parte a un segmento – moderato da Piervincenzo Di Terlizzi – dedicato a identità, comunicazione e storie in Rete.

Venerdì pomeriggio, 21 novembre, sono invece a Milano – meglio: all’Hotel Expo Fiera di Pero – per intervenire al convegno di apertura dell’assemblea nazionale dell’Associazione Nazionale Stampa Online. Tema dell’incontro, dal sapore vagamente batesoniano: Per un’ecologia dell’informazione. Sono in buona compagnia: oltre al presidente Luca Lorenzetti, intervengono Sara Bragonzi dell’ufficio stampa Wwf e il buon Antonio Tombolini. L’evento ha un suo riferimento anche su Facebook, per i maniaci di quell’aggeggio infernale. Per quest’occasione, mi piacerebbe riuscire a mettere a fuoco un po’ di idee raccolte nel tempo a proposito del giornalismo online, anche e soprattutto sulla base dell’esperienza maturata con Apogeonline.

aprile 13 2008

Fuggetta rilancia il discorso sulle reti WiFi cittadine con una versione estesa e argomentata del sassolino gettato nello stagno l’altro giorno. Da leggere. In sostanza: la pur benemerita iniziativa pubblica dovrebbe sì sostenere la diffusione dell’accesso a Internet, ma senza disperdere investimenti o mettersi a fare un lavoro che non è il suo. Interessante soprattutto quando sottolinea il rischio che l’avventatezza di oggi potrebbe fossilizzare il problema, piuttosto che risolverlo in modo più veloce ed efficiente.

Mi sto convincendo del fatto che la maggior distanza tra il suo punto di vista e il mio è che quando parliamo di WiFi cittadine pensiamo a due realtà molto diverse. Lui a Milano, io a Pordenone. Un milione e mezzo di persone (che raddoppiano durante il giorno)  in un caso, cinquantamila nell’altro. Chiaro: investimenti, opportunità e potenzialità vanno di pari passo; ma non solo. Parliamo di maturità, stili e consapevolezze molto diversi in fatto di comunicazione. Parliamo di opportunità, molto diverse, anche. E di primi passi che forse Milano ha già fatto da tempo, con le sue reti civiche antelucane e i suoi servizi in tempo reale, mentre Pordenone – così come tante altre località medio-piccole alla periferia dell’impero – ancora deve immaginare di poter compiere.

Insisto dunque sul mio punto, di un valore che so molto residuale rispetto al ragionamento proposto da Fuggetta: vivo la costruenda rete WiFi della mia città come una grande opportunità culturale, molto prima che tecnologica. E mi piace l’entusiasmo candido e genuino che le sta girando intorno. Mi piace che quando i tecnici – comunali e delle società regionali specializzate, secondo un peculiare modello di outsourcing comunque interno alla pubblica amministrazione – installano una nuova antennina in una via del centro si formi subito un capannello di gente. Mi piace che il telefono dei referenti in Municipio suoni spesso, e che questi rispondano di problemi tecnici che stanno cercando di risolvere e non di accordi commerciali ancora da definire. Mi piace che laddove il Comune tentenna in cerca di soluzione, i cittadini comincino a proporre la loro idea. Mi piace che le persone si lamentino del fatto che il loro quartiere non è ancora raggiunto.

Sono certo, pur non potendo supportare la mia affermazione con argomenti da tecnico o da imprenditore, che la chiavetta di una telecom non avrebbe lo stesso impatto sulla comunità. Almeno oggi, almeno per un po’. Fatto il primo passo, stimolata una domanda di rete e un’offerta di contenuti/servizi/relazioni, le esigenze forse saranno altre e ne potremo riparlare. Ma viste le cifre in gioco (per ora l’equivalente di quattro o cinque rotonde, a Pordenone), mi sento di appoggiare l’investimento, fosse anche a fondo perduto. In fondo stiamo parlando di come arrivare nello stesso posto, soltanto seguendo strade diverse ed entrambe ancora da esplorare.

giugno 15 2007

Durante Web 2.0ltre, in particolare nel corso della prima giornata, mi è tornata in mente la storiella dei ciechi che vanno allo zoo a scoprire l’elefante. Dovendo usare le mani per scoprire il grande animale ne traggono ciascuno un’analogia differente: l’elefante è come un serpente (chi toccava la proboscide), l’elefante è come un palazzo (chi toccava il busto), l’elefante è come un albero (chi toccava la gamba). E via dicendo. Così per il Web 2.0: ognuno l’ha analizzato da una prospettiva differente, in una gamma di sguardi che andava dall’esaltazione alla negazione di qualsivoglia motivo di novità. Mi sembra una buona cosa per un convegno, e per un convegno a pagamento destinato a delle aziende in particolare.

Io ho vissuto le due giornate da un punto di vista privilegiato, e lo dico a mo’ di disclaimer rispetto a tutto quello che sto per dire. Ma qui parlo da spettatore, soprattutto. L’ho trovato un incontro molto stimolante, forse perché alle persone e ai concetti consueti si sono aggiunti stimoli e persone che non conoscevo. Ho la piacevole sensazione di aver rimesso in moto il cervello su alcuni temi che da troppo tempo doòormai per consolidati. Qualche appunto sparso.

Pecore e supereroi. Ho amato in particolare l’intervento di Bernard Cova. È una di quelle persone in grado di catturare il tuo sguardo sulle cose e spostarlo per mezzora qualche metro più in avanti. Difficile rendere giustizia alla sua carrellata di suggestioni a cavallo tra sociologia, antropologia, economia e tecnologia, ma il concetto cardine è che le persone stanno cambiando, stanno rispolverando la necessità di creare quotidianamente e nel tempo stesso di appartenere. Non più gregge di pecore, ma supereroi che agiscono insieme. La comunità, l’essere insieme, la we-ness è parte integrante dell’identità. Il marketing si capovolge, i consumatori diventano produttori di senso, le aziende devono reinventarsi (ma con buon senso). Tutto questo avviene – e su questo passaggio sto rimuginando ancora – non come conseguenza del Web 2.0, perché al contrario è la tecnologia che si sta adeguando al capovolgimento della società. E se il Web 1.0 non ha funzionato, aggiunge Cova, è anche perché l’evoluzione della società era già avviata.

Il Web 2.0 non esiste. Delle due l’una. O molte aziende convertitesi tra le fanfare al Web 2.0 non hanno ancora capito nulla del Web 2.0. Oppure stanno provando a cavalcare il fenomeno per ristabilire al più presto gli stessi recinti in cui eccellevano nel Web 1.0. Sentire Alice, Yahoo! Italia e Dada (ma anche altre aziende minori qua e là in altri momenti del convegno) parlare delle loro strategie, di revenue, di fatturati, di cpm, di cpa, di acquisizioni, di utenti che vogliono solo divertirsi e diverse altre amenità mi ha fatto sentire come un extraterrestre misantropo paracadutato per un errore di rotta nel bel mezzo del SuperBowl. In alternativa: me stesso alle conferenze stampa milanesi delle dot-com sei o sette anni fa. Ora, è evidente: loro stanno facendo milionate di euro, e nella scala di valori che va per la maggiore questo significa rispetto estremo e deferenza. Ma non credo ci sia stata una singola frase del panel di chiusura della prima giornata (Show me the money: ritorno degli investimenti e modelli di revenue del Web 2.0 nel mercato italiano e globale) che io, in qualche modo un addetto ai lavori, mi sia sentito di condividere. Anzi sì, una sola, quella che ha fatto più scalpore, ma in fondo anche la più onesta: il Web 2.0 non esiste, è il solito web partecipativo di cui parliamo da oltre un decennio (provocazione attribuibile, nello specifico, a Giancarlo Vergori di Alice). Ecco, nel loro caso – e benché mi faccia specie mettere nel mucchio anche una società che annovera servizi come Flickr o del.icio.us – forse è davvero così.

Basta poco. Una delle conversazioni più piacevoli è stata quella dedicata al corporate blogging. Ne conservo una conclusione a modo suo illuminante. E divertente, dal mio punto di vista. Le aziende restano sorprese che qualcuno voglia davvero parlare con loro. Le persone restano sorprese che un’azienda voglia davvero parlare con loro. Passata la paura si raccontano casi di successo. Non è così difficile, evidentemente. (Alessio Jacona, che moderava il panel, approfondisce il concetto)

L’email è morta. Se sul Web 2.0 si sono scontrate visioni diverse, dai relatori (quelli internazionali in particolare – e Lee Bryant il più incisivo in proposito) è emerso un dato tutto sommato condiviso: la posta elettronica ha fatto il suo tempo. Internet è un flusso, l’email è uno stagno che fa perdere troppo tempo. Bye bye email. Io non sono pronto, lo dico subito. Uso pesantemente le applicazioni più mature di Internet, buona parte dei contenuti di cui usufruisco passa per un feed Rss, converso e attingo alla conversazione. Ma no, non toccatemi ancora l’email. Sì, c’è lo spam. Sì, è una comunicazione più statica e faticosa. Ok, non è molto scalabile. Vero, in contesti collaborativi professionali ambienti integrati blog+wiki+aggregatori+feed funzionano meglio. Ma io considero ancora l’email come una componente fondamentale delle mie attività online, parte della mia identità digitale. Mi sono sentito spesso in anticipo sui tempi, negli ultimi giorni. Ma rispetto a questa prospettiva no, ho risvegliato quel poco di reazionario che c’è in me.

Pubblicità 1.1. Enrico Gasperini è stato bravo e coinvolgente. Ma da presidente di Audiweb ha fatto il suo mestiere, ovvero ha parlato della pubblicità degli investitori tradizionali che utilizzano strategie tradizionali all’interno di canali poco meno che tradizionali. Dunque dentro i banner, il marketing virale, il passaparola artificiale. Zooppa, tutt’al più, è la terra di confine. ReviewMe, Pay-per-post, Federated Media – per non parlare dell’unico vero avamposto di pubblicità 2.0, ovvero quel The Deck a cui nel mio convegno ideale dedicherei un’intera mattinata di studio – nemmeno di striscio. Molto si è detto di cost per click/impression/action, durante il convegno, ma non ho sentito un solo relatore citare anche solo per caso il cost-per-influence. Come se non bastasse, a un certo punto Gasperini ha rimarcato la difficoltà di raggiungere con la pubblicità online le fasce più giovani, perché i loro modelli d’uso di Internet sono talmente estremi, rapidi e peculiari da lambire appena le vie battute dai grandi investitori. È un bel problema! Questi qui come li andiamo a colpire?, si è lasciato candidamente sfuggire Gasperini. E io, che avevo un microfono acceso davanti alla bocca durante la sua pausa ad effetto, mi sono morso la lingua giusto un attimo prima di notare ad alta voce che non è mica obbligatorio colpirli, che non è certo un servizio pubblico e che forse potremmo anche lasciarli in pace, poracci. Ma è evidente che io ho un problema consolidato con la volgarità dei termini di marketing (colpisci tua sorella, se t’aggrada) e con le pretese universali dei pubblicitari rispetto alla necessità di raggiungere sempre e comunque tutti, notte e giorno, in qualunque contesto, a qualunque costo.

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Milano sullo sfondo. Io e Milano abbiamo un rapporto strano. Amore e odio. Il secondo vince regolarmente alla volata. Arrivare a Milano mi mette sempre di uno strano umore, probabilmente dovuto al rapido processo di assuefazione alla perenne incazzatura e fretta di cui risente qualunque atomo a quella latitudine. Ogni volta mi porto a casa una manciata di aneddoti. Il migliore, stavolta, nei bagni della hall del Marriott Hotel (qualche nota in proposito anche da Marco Formento), dove entro seguito da un businessman in completo grigio e faccia scura, con auricolare bluetooth all’orecchio e tanta, tanta fretta. Entriamo in due toilette contigue, separati da un pannello di compensato. Facciamo quello che dobbiamo fare, ciascuno per conto proprio. Dopo venti secondi sento il mio vicino dire a voce alta e scandendo bene le sillabe, con accento meccanico: «Te-re-sa-Me-noz-zi». Pausa, sospensione nell’aria. «Ah ciao Teresa, sono Adalberto, volevo dirti che per quella riunione poi ho pensato che» – sciaquone nella terza toilette, che non turba minimamente il mio vicino – «forse è il caso di anticiparla a domattina, perché» – ventola ad alta potenza per l’asciugatura delle mani, scatarrata di un altro avventore nella zona lavabi – «è molto importante che incontriamo quelle persone al più presto e facciamo» – tiro lo sciacquone io, sogghignando – «il punto della situazione. Puoi» – sciacquone suo – «pensarci tu e richiamarmi» – ci laviamo le mani uno accanto all’altro, serissimi e apparentemente incuranti l’uno dell’altro – «appena hai notizie? … Bene… Perfetto… Grazie… Ciao, ciao». Usciamo dal bagno, si schianta la poesia.

giugno 15 2007

Io e il Web 2.0

A proposito di Web2.0ltre, metto agli atti la traccia del breve intervento con cui ho aperto la prima giornata di lavori. Cito in modo abbastanza esplicito World of Ends, Joi Ito e diversi spunti ormai digeriti collettivamente che ho già raccolto in modo esteso nel libro.

Buongiorno a tutti.

Sono molto grato a Reed Business non soltanto per avermi chiamato a presiedere questa conferenza, ma soprattutto perché ci dà l’’opportunità di fare per la prima volta in Italia un punto della situazione riguardo all’’evoluzione di Internet, con particolare attenzione alle dinamiche business di nuova generazione.

Io, e spero di non rovinarvi la festa prima ancora che sia cominciata, sono uno scettico del Web 2.0. Del termine Web 2.0. (Al contrario il nome che definisce queste due giornate mi suona benissimo: Web 2.0ltre.) Sono scettico perché, ormai è chiaro a tutti, non c’è proprio nulla di nuovo. È sempre il nostro caro, vecchio Web di sempre. Quello che è cambiato è il nostro modo di percepire il ruolo della Rete.

Ci abbiamo messo oltre un decennio per capire che una rete come Internet produce valore soltanto se lasciamo che il valore si crei spontaneamente ai margini. E che continuare accentrare contenuti, interessi e investimenti in centri fittizi non avrebbe funzionato. Ci abbiamo messo diversi anni a renderci conto che la televisione è la televisione e che Internet è Internet.

Ma la novità più rilevante, che fa da sfondo a questo nostro incontro, è che le persone si sono riappropriate dei nodi della Rete. Lo stanno facendo grazie ai blog, ai podcast, ai wiki, ai social network, ma poco importano gli strumenti: un numero esplosivo di persone ha iniziato a utilizzare gli strumenti più maturi di Internet per esprimere punti di vista, per condividere competenze, per alimentare una nuova opinione pubblica, per trovare nuove mediazioni tra le diverse visioni del mondo.

Oggi tutti possono comunicare con tutti, contemporaneamente. Possono conversare, come amiamo dire in termini un po’ geek. Non c’’è limite strutturale, non c’è filtro all’entrata. Ognuno ha la possibilità di mettersi in gioco, di acquisire una voce pubblica, di dare palestre tecnologiche ai propri talenti. E poco importerebbe forse delle opportunità e dei talenti del singolo, se non fosse che a livello aggregato abbiamo finalmente raggiunto le prime soglie critiche. Internet sta raggiungendo in buona parte del mondo il numero di giri che gli consentono di andare a regime, di produrre valore, di alimentare nuove forme di relazione tra le persone, tra le idee, tra i contenuti.

La sfida passa anche, soprattutto, per incontri come questo. Perché siete, siamo tutti chiamati a inventare le nuove piattaforme operative della società. La nostra società ha grossi problemi di scala: le nostre istituzioni politiche, i nostri mercati, i nostri sistemi di convivenza sono stati inventati quando tutto era enormemente più piccolo e più semplice. Viviamo in un mondo globale e veloce, che i modelli consolidati stanno banalizzando e impoverendo.

Io ho l’’illusione che i social software stiano stimolando le persone a mettersi in gioco e a collaborare in modo nuovo. Penso che se mai esisterà una società digitale, questa nascerà anche dalle idee e dalle applicazioni che usciranno dalle vostre società.

Mi sembra bello, e utile, che possiamo dedicarci due giorni per parlarne insieme.

Vi ringrazio, vi auguro di passare due giorni stimolanti e diamo subito inizio ai lavori.

Gli stessi concetti, su per giù, ho raccontato ai ragazzi di DolMedia che tanto gentilmente mi hanno intervistato in una pausa della conferenza.

giugno 12 2007

Sono a Milano. Domani e giovedì partecipo a Web 2.0ltre, prima conferenza italiana di taglio business sulle opportunità che i social software possono offrire alle aziende. Emanuele Quintarelli, che dell’evento è l’anima dei contenuti, mi ha chiamato a fare il chairman, onore che probabilmente non merito, ma che cercherò di onorare nel migliore dei modi. Mi piace l’invito ad andare oltre che questo incontro rilancia fin dal titolo: è un motto che sa di lavori in corso, di nuove cose da costruire, di idee da approfondire. E domani sera, salvo (miei) contrattempi, cena di gruppo con alcuni amici di vecchia data e nuove persone da conoscere.

aprile 14 2007

Per qualche motivo, più m’impegno e meno riesco a liberarmi dal lavoro e dalle complicazioni mangiatempo. Davvero, io ci provo: appena comincio a intravedere una luce in fondo al tunnel, zàchete, mi avvertono che c’è in serbo per me una nuova galleria. Poiché, in fin dei conti, così è il mio lavoro – e tutto sommato continua a piacermi – non ho nemmeno il diritto di lamentarmi. Inoltre, complice una stimolante congiuntura familiare, nei prossimi giorni continuerò a lavorare, soltanto a spizzichi e bocconi e con collegamenti più precari del normale, da Barcellona (Spagna). Questo anche per dire che se sei tra quelli che potrebbe crearmi grane di lavoro, ho un favore da chiederti: aspetta.

Ho in sospeso diversi argomenti e qualche idea rimasta lì appesa, tra un post mangiato da WordPress ed esaurimento di ogni possibile slot mentale. Continuo a pensare che un giorno mi rifarò. Ma intanto, tra le informazioni di servizio che è il caso di citare prima che ci si riduca all’ultimo:

  • la presentazione del libro si farà: a Milano il 9 maggio alle ore 18 presso la Libreria Internazionale Hoepli (zona Duomo). Mi faranno l’onore della loro presenza Luca Sofri e Tommaso Labranca. Di questo riparleremo presto, ma intanto ve l’ho detto.
  • prima di allora, un dibattito pubblico sui temi del libro si terrà a Savona, il 27 aprile alle 18 presso il Campus universitario, e su questo avrò presto maggiori dettagli. Il giorno dopo tutti allo ZenaCamp.
  • un altro incontro pubblico si terrà a Roma la sera del 18 giugno, nell’ambito di Intermediando.
  • infine, io non ci sarò, ahimé, ma segnalo ugualmente con molto piacere che il 20 e il 21 aprile si tiene a Gubbio (PG) la quarta edizione del seminario dei blog didattici, dove l’anno scorso mi trovai molto bene. Quest’anno ci va, tra gli altri, Antonio Sofi e io sono contento che Maria Teresa Bianchi, Carla Astolfi e tutte le altre adorabili insegnanti-blogger abbiano modo di conoscerlo di persona.
settembre 27 2006

A Gaeta è stato interessante: si è parlato della città che non c’è, della città che ci potrebbe essere, della città che non c’è più, della città che c’è stata. Ognuno da un punto di vista diverso: la tecnologia, il turismo, l’architettura, l’ambiente, la filosofia. Poche soluzioni, ma molti stimoli. E la sensazione che per molti ancora Internet non sia una soluzione, nemmeno a livello locale, perché annulla le emozioni. Poche chiacchiere e poi tanto cibo, ospiti di persone appassionate che cercano di valorizzare storia e tradizioni enogastronomiche. Una bella esperienza per tutta la famiglia.

Ora si riparte per Milano. Un paio di giorni in giro per lavoro, e poi tanti incontri vecchi e nuovi al BzaarCamp prima di riacciuffare un po’ di normalità.

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