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Tag: innovazione

marzo 24 2016

Martedì sera, con un voto del Consiglio comunale, per me si è chiuso di fatto un lungo periodo di lavoro e sperimentazione tra informazione, comunicazione digitale e partecipazione civica nella mia Pordenone. È stato un periodo straordinariamente stimolante e di cui un giorno mi piacerebbe scrivere in modo più approfondito, perché Pordenone è soltanto una delle migliaia di comunità locali che potrebbero imparare a usare le reti in modo più maturo per generare innovazione e valore.

Siamo partiti nel 2007 pensando a come il wifi civico avrebbe potuto sostenere la connessione tra competenze e idee. Nel 2010 abbiamo trasformato il formato assai liso degli stati generali tra portatori di interessi in un racconto aperto e multicanale, aggregando reti dentro e fuori la città per mettere a fuoco nuovi volani di sviluppo. Nel 2011 abbiamo provato a pensare a come la presenza in rete del municipio avrebbe potuto favorire queste logiche, un progetto premiato da fondi europei ma non ancora decollato per complicazioni amministrative.

Inseguendo un metodo smart, nel 2012 abbiamo aperto un grande laboratorio civico al servizio dell’analisi e della pianificazione strategica del territorio, arrivato proprio in questi giorni al capolinea. Nel 2014 abbiamo usato il web e i social network per accelerare la diffusione di informazioni di servizio in occasione di un enorme evento di massa che ha stravolto la routine cittadina per diversi giorni. Quell’evento è stato anche il pretesto per connettere i nodi più attivi della rete cittadina in un social media team diffuso per la promozione del territorio.

Allo stesso modo, abbiamo proposto il conforto della documentazione e dei dati oggettivi quando lo scontro tra opposti interessi rischiava di distrarre la comunità dalla necessità di comprendere di che cosa si stava parlando. Abbiamo incrociato gli hashtag e aggregato flussi di informazione spontanea, cercando di distillare nuove forme di racconto di una città mentre vive. Ci siamo interrogati sulle regole del gioco da inseguire dentro ambienti che sono più veloci e complessi della capacità delle istituzioni di comprenderli. Ci siamo spesi perché si consolidassero luoghi informali di incontro, di collaborazione, dove incubare nuove idee. Abbiamo risposto ai dubbi e consolidato pratiche nei quartieri.

A tenere insieme e a motivare questo fermento è stata la convinzione di vivere anni speciali in un luogo speciale, ricco come pochi di energie, di specializzazioni e di progetti che aspettano soltanto di essere messi in rete per spingere l’intero ecosistema locale a un nuovo livello di consapevolezza e di efficienza.

È stato un ciclo bellissimo, vissuto insieme a splendide e generose persone che tanto mi hanno insegnato su di me, sul mio lavoro, sulla mia città e sulle implicazioni del vivere insieme sopra uno stesso fazzoletto di terra. Ho imparato a riconoscere il valore del servizio civico, l’imprescindibilità dell’interesse generale, il peso morto delle rendite di posizione, la forza senza tempo dei legami tribali, il costo della coerenza in un ecosistema complesso.

Tuttavia è un ciclo che noi pordenonerd sappiamo in cuor nostro essersi sostanzialmente chiuso, per ora. Abbiamo dimostrato opportunità, favorito importanti risultati a beneficio della comunità, raccolto pacche sulle spalle, ma non siamo stati così bravi da instillare il dubbio, la possibilità, l’urgenza là dove il cambiamento potrebbe effettivamente essere accelerato a vantaggio di tutti. Non bastasse la nostra onestà intellettuale, i temi, i formati e i linguaggi su cui sembra essersi assestata la campagna elettorale per le amministrative di primavera sono lì a dimostrarlo.

Serve un nuovo ciclo e servono nuove energie. Chi ha idee si faccia avanti e sfidi le consuetudini con spirito da hacker civico. Io, per il momento, mi faccio da parte e torno dopo dodici anni a Milano, a imparare cose nuove e a inseguire l’innovazione da una prospettiva differente, più concreta. Se la testa per un po’ sarà tutta lì, il cuore, non serve dirlo, resta a Pordenone.

dicembre 17 2015

ebook_2016_880

Good Morning Italia ha pubblicato l’edizione 2016 de L’anno che verrà, l’ebook che raccoglie spunti e previsioni su quello che possiamo aspettarci nei prossimi mesi. Tra i contributi raccolti quest’anno c’è anche il mio.

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L’avverti l’accelerazione? Sei il passeggero di un aereo al decollo. Parte la rincorsa, le ruote cominciano a girare. Poi accelera. Accelera. Accelera. Te l’aspetti, la progressione, sei preparato alla spinta. Sai che il velivolo deve raggiungere una velocità considerevole per staccarsi dal suolo. Tutto bene. Fino a quel momento lì.

C’è un istante in cui la velocità supera il moltiplicatore ideale che mente e corpo si erano prefigurati. Non hai alcun controllo sulla situazione. Nemmeno il pilota può più arrestare la manovra. Per alcuni secondi sei sospeso al limite della tua soglia di comfort e insegui equilibri precari. Per alcuni è ebbrezza, per altri disagio.

Ecco: nell’innovazione tecnologica siamo giunti all’equivalente di quel momento lì. Per decenni la nostra idea di progresso è stata lineare: una crescita regolare, la somma di sforzi e intuizioni, anno dopo anno. Conoscevamo fenomeni evolutivi soggetti a progressioni esponenziali, ma li consideravamo governabili, perché il loro impatto era molto meno veloce e significativo delle nostre pianificazioni.

[continua a leggere su Good Morning Italia]
ottobre 17 2014

Devo ammettere che mi sto appassionando ai racconti da Bruxelles che il digital champion Riccardo Luna sta pubblicando sull’Huffington Post. Non tanto perché siano piacevoli da leggere o suggestivi nella rilettura personale dell’attività di diplomatico dell’innovazione a cui è stato chiamato. Quanto perché trovo che stia facendo qualcosa di simbolicamente essenziale e ancora troppo poco frequentata nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda i temi continentali: Riccardo sta condividendo i mattoncini che ci servono per costruire ponti culturali tra noi italiani e il mondo dell’innovazione europea.

Inserendosi con leggerezza ed entusiasmo in un’informazione polarizzata tra i riflessi autoriferiti dei palazzi romani e la documentazione ipertecnica per addetti ai lavori, Luna tesse comunità, indica hub, isola temi, evidenzia parole chiave in modo che diventino intelligibili anche a chi non ha familiarità con l’attualità politica dell’Unione europea. La semplice narrazione pubblica di quello che fa e di quello che vede ha un potenziale enorme nell’abilitare chi è già predisposto a una visione strategica che non si fermi ai confini di Stato.

Leggere questi primi suoi post mi ha dato la stessa sensazione – galvanizzante e frustrante, insieme – con cui torno di solito da contesti istituzionali europei o da conferenze internazionali: quanto da capire, quanto da sapere, quante relazioni da creare, quante occasioni sprecate. Chissà che il lavoro di Riccardo, il suo racconto prima ancora che le sue negoziazioni, non dia una spinta in più in questa direzione. Ogni link nei suoi post sarà un’opportunità in più.

settembre 4 2008

Beppe Caravita spiega bene sul Sole perché i servizi civici su Internet, tanto strombazzati, di fatto non sono ancora decollati. E come potrebbero migliorare le cose in futuro.

aprile 18 2008

Stamattina ascoltavo con grande interesse il vicesindaco di Venezia raccontare al VenetoExpo il progetto di copertura wireless della sua città. Notevoli le cifre: 6,5 milioni di euro investiti per un rete in banda larga-WiFi e una pletora di contenuti/servizi/iniziative da veicolare sul network cittadino. Notevole il richiamo ai privati: lasciate stare i chip, le carte e gli altri ammenicoli chiusi, la rete è più moderna, universale e aperta. Notevole anche il corollario di iniziative a misura d’uomo: tutor comunali accompagneranno in Rete, uno per uno, diverse decine di migliaia di cittadini veneziani. Notevole infine la sicumera nel liquidare malamente le iniziative di altre città vicine, ma questa è un’altra storia. Insomma, un gran bel progetto.

Quello che mi ha fatto più impressione, però, è non averne saputo quasi nulla fino a oggi. Voglio dire: Venezia è a quattro passi da dove vivo e lavoro, e io di queste cose un po’ mi interesso. Trascuratezza tutta mia, certamente, ma anche volendo saperne di più e visitando il sito di questo progetto veneziano – a dire dell’amministratore così ampio e complesso, nonché già in avanzata fase operativa – non ho trovato un solo dettaglio tecnico e progettuale che andasse oltre la generica presentazione o un paio di cartine topografiche prive di possibilità di ingrandimento. Mi interessava sapere, per esempio, come intendessero gestire l’autenticazione per i cittadini e per gli ospiti, fase che nel progetto pordenonese ha dato un po’ di filo da torcere: non ho ancora trovato una riga. Già che c’ero ho scartabellato un po’ la Rete, trovando – per esempio – tracce di un altro progetto milanese da almeno 15 milioni di euro (cifra che fa impressione soprattutto se si pensa che l’ossatura in fibra ottica lì esiste già ed è pervasiva come in nessuna città europea). Tanto materiale per la mia mappetta delle città italiane che fanno cose in Rete, ma il punto è un altro.

Una quantità sorprendente di cervelli in tutta Italia sta studiando le stesse cose, pur declinandole secondo le mille peculiarità locali. Ma apparentemente non c’è il minimo scambio di idee fra loro, quand’anche dei singoli progetti esista effettivamente una qualche conoscenza al di fuori dei territori di pertinenza. Peggio: nei rari casi in cui vi sia reciproca dimestichezza, i referenti si guardano in cagnesco, rivendicando primati e quantità o contendendosi il WiFi come se lo avessero inventato loro stessi – come se non stessimo tutti quanti copiando da New York, Los Angeles, San Francisco, Montreal, Amsterdam, Seul eccetera. Chissà quanto tempo – e soldi – potremmo risparmiare condividendo le intuizioni, per esempio. Magari arrivando un po’ per volta a una serie di linee guida nazionali che prevengano le amministrazioni ultime arrivate dal fare daccapo tutti i ragionamenti (e gli errori) del caso, partendo da esperienze straniere che potrebbero essere datate e talvolta già fallite.

D’accordo: stiamo parlando di progetti di amministrazioni pubbliche e per di più in un campo atipico e magari assistito da blindatissime multinazionali dell’hardware e del software. Ma poiché sono le stesse amministrazioni a venderci poi la Rete come un nuovo modo di connetterci gli uni agli altri e collaborare, non sarebbe carino che proprio loro dessero il buon esempio dimostrandone le potenzialità? La Rete non unisce soltanto i municipi ai loro cittadini, ma anche le amministrazioni tra di loro, i cittadini di una città all’amministrazione di un’altra città e via dicendo. Possibile, per esempio, che nessuna amministrazione coinvolta in milionari progetti di copertura WiFi abbia sentito la necessità di dire la propria opinione sulla provocazione dei giorni scorsi di Alfonso Fuggetta? Possibile che non l’abbiano nemmeno tracciata? (Sì, è possibile, lo so; ma non è un buon segno.) Provocazione, aggiungo, che coi milioni di euro in gioco diventa a questo punto sempre più giustificata: stiamo investendo nella direzione giusta? E chi lo sa, nemmeno ci parliamo.

Proposte concrete: inventiamoci un luogo terzo in Rete che faccia da riferimento per le reti civiche e le esperienze di accesso pubblico a Internet. Un luogo di inventario, racconto, confronto e condivisione. Magari facilmente riconoscibile in ambienti dell’amministrazione pubblica – come Formez, ForumPA o Compa. O anche no, perché ho il timore che proprio gli schemi rigidi delle nomenclature amministrative remino contro il dialogo aperto e libero. L’obiettivo non è arrivare primi o fare a gara nei chilometri quadrati coperti, ma mettere in piedi un meccanismo che funzioni, porti valore e aiuti effettivamente a vivere meglio. Dimostrare che si può fare e ha senso, evitando errori che facciano perdere milioni di euro e anni di consapevolezza digitale a questa Italia già arrancante di suo. Non serve mica chissà che: basta una mappa di Google e qualche link, per cominciare. E la voglia di farlo, naturalmente.

marzo 31 2007

Da lunedì mattina fare la carta d’identità in versione elettronica costerà 25,42 euro, ovvero cinque volte più di quella cartacea (a cui finora era equiparata). Lo impone un decreto dei ministeri degli Interni e dell’Economia, per far fronte alle spese di produzione, diffusione e manutenzione del documento. I 20 euro in più rispetto alla versione tradizionale di carta andranno allo Stato. Leggevo sui giornali che secondo alcuni comuni sperimentatori il costo di produzione di ogni singola carta elettronica non supera l’euro. E ricordo ancora i piani del 2000 per sostituire tutti i documenti esistenti entro cinque anni. Stanti le nuove regole, in comuni come il mio la sperimentazione di fatto si sgonfia, perché l’amministrazione non se la sente di imporre il passaggio alla nuova versione e attuare una discriminazione rispetto a chi abita a pochi chilometri di distanza e non è coinvolto nell’esperimento.

La premessa non c’entra molto. Ma anche in nome di questo malinteso senso dei costi dell’innovazione e della più generale entropia dei soldi pubblici, io faccio i miei convinti auguri di buon lavoro al RitaliaCamp, che parte in queste ore con l’obiettivo di costruire un’alternativa “open source” al contestato e costoso portale turistico Italia.it. Più del caso specifico, è soprattutto il modello di assunzione delle scelte collettive a essere messo in discussione da iniziative come queste. In positivo, una volta tanto. Avrei voluto partecipare (e scriverne) di più: lavoro e impegni impellenti hanno remato contro, ma seguo a distanza e con molta attenzione.

agosto 13 2005

È il principio dell’imbuto. Se il flusso è sostenuto, la strozzatura s’intasa. E allora, considerati i costi diretti, indiretti e sociali, considerato l’inquinamento generato dalle auto a passo d’uomo, considerati i disagi per chi viaggia e le scocciature per chi avrebbe dovuto andare altrove che in vacanza, considerato l’apparato di protezione civile che deve essere messo in piedi per ogni benedetto esodo d’estate, d’inverno, di ferragosto, di pasqua, di natale, del ponte, del rientro e quant’altro, mi chiedo: perché non rendere obbligatorio su tutta la rete autostradale italiana l’uso del telepass per chiunque transiti, magari dirottando tutti i soldi sprecati a pagare i vari impiegati dell’ingorgo per abolire l’inutile canone di 1 euro mensile per l’utilizzo dell’aggeggio? Assistere regolarmente alla conta dei chilometri di coda in presenza di possibili (parziali) soluzioni sembra solo un avvilente disprezzo del buon senso, ormai.

luglio 8 2003

Le 10 cose che mi hanno colpito di più in questi due giorni:

1. gli europei: nelle rispettive nazioni fanno un po’ tutti a gara a chi la spara più grossa; quando si trovano intorno alle dodici stelle, sarà la timidezza, ma diventano aperti, collaborativi e simpatici. Pure gli italiani.

2. la quarta lingua: tutti gli incontri ufficiali sono stati resi disponibili in italiano, inglese e francese. Ma anche con il linguaggio dei segni e con una trascrizione in tempo reale su maxischermo.

3. le riprese in diretta: un’organizzatissima squadra di operatori e registi ha seguito istante per istante tutti i momenti della conferenza europea, montando e smontando set nel giro di pochi minuti e rendendo disponibile tutto il materiale online (live e on demand) e su supporti magnetici.

4. i big sponsor: in prima linea per le tecnologie fornite, sono poi rimasti in disparte, accontentandosi di qualche incontro informale a margine delle sessioni ufficiali. Nulla di meno di quanto ci si aspettava da loro. Ma lo hanno fatto con classe.

5. Pordenone: dice, che c’entra Pordenone, sei il solito provinciale. E invece no: mentre giro per gli stand delle 65 best practice internazionali selezionate dalla Ue, m’imbatto in una rappresentanza della mia città che propone un originale modello di sportello per le imprese. Orgoglio naoniano.

6. il buffet: ci ho messo un giorno per trovarlo, ma quando sono arrivato è stato il più spettacolare che mi sia capitato di vedere. Cinque sale di buon cibo e buon vino, da degustare su una veranda affacciata sull’acqua e sui monti. Best practice: il conto arriva direttamente sulla dichiarazione dei redditi 2004.

7. i giornali di sinistra: piuttosto che rischiare di fare pubblicità a un evento della premiata ditta Berlusconi&Co., hanno preferito ignorare l’evento (anche quelli più svezzati sul fronte tecnologico). Un’occasione sprecata per parlare di scelte importanti che riguardano le pubbliche amministrazioni e i cittadini. Sprecata anche dalle testate orientate a centrodestra, peraltro, che raramente sono andati oltre le dichiarazioni governative o le cronache della mattinata berlusconiana.

8. la compostezza: in particolare quella degli stranieri davanti ai disagi delle prime ore. La reazione più violenta a cui ho assistito è stato un tale che in attesa del suo accredito ha cominciato a ridere da solo come un pazzo.

9. il personale di servizio: l’intelligenza collettiva fatta hostess. Per dirla con Lévy, nessuna sapeva tutto, ognuna sapeva una cosa, la totalità del sapere risiedeva nella loro onnipresenza.

10. il documento finale: non è più di una dichiarazione politica d’intenti sull’interoperabilità delle amministrazioni degli Stati membri, ma è un passo avanti interessante che tutto sommato non davo per scontato. Subito dopo ho sentito dire – per la quarta volta dal 2000 – che entro l’anno in Italia avremo un milione e mezzo di carte d’identità elettroniche, ma questa è un’altra storia.

luglio 8 2003

Per carità, organizzare una conferenza europea che mobilita un paio di migliaia di persone di tutto il continente è tutto fuorché facile. Soprattutto se devi far lavorare insieme apparati organizzativi locali, nazionali e internazionali. Inoltre a Cernobbio oggi si respirava un’aria tutto sommato piacevole. Però, a essere proprio onesti, non è che sia andato tutto benissimo: si trattava pur sempre dell’evento inaugurale del semestre italiano.

Breve spaccato in soggettiva di una giornata passata sulla riva del Lago di Como.

Ore 8.30. Arrivo a Cernobbio in auto, direzione Villa Erba. L’ultima rotonda è presidiata da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, che impediscono con severità l’accesso all’unica strada sensata. Al finanziere che mi intima di levarmi subito dai piedi abbozzo un “Ehm, ecco, io sarei un giornalista…”. “Allora deve avere l’accredito!” (lo ha detto Leonardo che le forze dell’ordine parlano sempre col punto esclamativo?). “Sto appunto cercando di andare a ritirarlo”. “Ah, allora vada!”. Stupore. Secondo finanziere, dieci metri dopo: “Non può passare di qui!”. Da dietro: “Noooo, è un giornalista, fallo andare!”. Imbarazzo. Terzo finanziere, cinque metri dopo: “Non può passare di qui!”. Da dietro, due voci concitate: “È un giornalista, fallo passare!”. Sprofondo nel sedile.

Ore 8.32. Ci sono due parcheggi. Uno riservato alle autorità, uno per tutti gli altri accreditati. Imbocco il secondo. “Per parcheggiare deve avere l’accredito!”. “Sì, beh, vede… sto appunto cercando di andare a ritirarlo”. “Allora vada a farlo e poi torni”. “Va bene, ma dove metto la macchina?”. “La metta là, no?”. A 50 metri dalla sede della blindatissima conferenza europea, naturalmente, in pieno divieto e davanti a un nugolo di Carabinieri armati fino ai denti. Potrei essere chiunque, penso. Ma non fanno una grinza. Tanto ci metto….

Ore 10.15. …UNORAETREQUARTI! Ci ho messo un’ora e tre quarti per ritirare un dannato accredito! Scuola elementare di Cernobbio. Tenera, lei: appendini a misura di bambino, poesie ancora attaccate alle pareti, muri color scuola, nulla che la faccia sembrare l’anticamera dell’evento europeo del mese. Gente in coda fin dal marciapiede, 35 minuti solo per arrivare al banco della stampa, 10 in meno delle delegazioni internazionali perché quelle devono andare ancora più avanti (ma la fila e la porta d’ingresso sono uniche, idea brillante per gestire un flusso di centinaia di persone nei tre quarti d’ora previsti). Banco – banco in tutti i sensi – degli accrediti stampa: “Ah sì, Maistrello. È nell’elenco, ma il badge non c’é”. “Scusi?”. “Eh, alcuni non sono ancora pronti”. “Ma mi sono registrato più di due settimane fa!”. “Eh sì, ma alcuni non sono ancora pronti, li stanno facendo adesso”. Altri colleghi imprecano in fianco alla porta. “Quanto ci vuole?”. “Eh…”. “Eh???”. “Eh…”. “Scusi, ma mi può dire che cosa devo fare? Aspettare, ricompilare qualche modulo, rimettermi in fila, implorare…”. “Mah, aspetti là con gli altri”. Quando Stanca e Liikanen attaccano il loro benvenuto ufficiale, decido di violentare il mio carattere austrungarico (ordine e rassegnazione, soprattutto) e blocco la responsabile degli accrediti stampa. Stremata, non obietta neppure e mi porta tra le delegazioni internazionali a rifare da capo l’accredito. La bolgia: francesi, tedeschi, spagnoli, ungheresi, polacchi, inglesi rassegnati e con gli occhi persi tra l’incredulo e il disperato. Non capiscono, non comprendono, si fanno trascinare da una fila all’altra. Non capiscono e non comprendono molto nemmeno le hostess, che altrettanto imbarazzate cercano di metterci una pezza: “Plis, tu step bec, ai nid tu teic iu a fotograf for ve card”. “Ehw?”. “Bec, bec, ancora bec, foto, foto”. Io ricomincio ad arrossire. Dopo aver atteso nel posto sbagliato per almeno mezzora – ma era un’attesa democratica: ho visto aspettare accanto a noi anche il presidente di Smau – entro in possesso del mio accredito. Che per la cronaca è una carta d’identità elettronica speciale (e un po’ sbiadita) creata per l’occasione. Dal clic alla coda.

Ore 10.20. Torno alla macchina. Una vigilessa sta dando indicazioni a un carro attrezzi per farla rimuovere. Faccio finta di niente e salgo. Giuro, lei è la più dolce vigilessa che io abbia mai incontrato. Mi si avvicina vagamente divertita: “Era giusto la prima da rimuovere, lo sa?”. “Guardi, mi hanno bloccato per quasi due ore agli accrediti, al parcheggio non me la fanno mettere senza accredito, i carabinieri non mi hanno detto nulla…”. “Ma sì, vada vada”. Che altro può succedere?

Ore 10.30. Entro a Villa Erba. Oddio, entro… Circumnavigo una struttura di metallo, plastica e vetro priva di indicazioni e vago entrata per entrata con un gruppo di colleghi, attraversando angoli di parco che in salute stanno come i giardinetti dell’Ariete a Pordenone. A ogni possibile varco siamo più numerosi, ma la risposta è sempre: “Non qui, più avanti!”

Ore 10.40. Sono dentro! Sì, ma dove devo andare? Tento di intrufolarmi nella sala principale, ma vengo cordialmente invitato a levarmi dai piedi. “I giornalisti devono stare in sala stampa!” Ok, ok. Ma dove sta la sala stampa? Guarda sulla cartina, no? Giusto. Se non fosse che i totem informativi riproducono una cartina sbiadita e resa abbastanza incomprensibile dalla bassa definizione. Comunque in sala stampa ci arrivo, in qualche modo. Certo, questo sembra il corridoio di collegamento per le toilette, con tanto di ominio che aspira la terra sulla moquette lungo il corridoio, ma la sala stampa c’è davvero e non è male. Tralascio i dettagli sul tentativo di appropriarmi di un Pc e di farmi riconoscere da questo con la carta d’identità elettronica. Dopo che hai capito il sistema – processo a totale carico dell’utente – hai però accesso a streaming in tempo quasi reale, agenzie, documenti e ogni altro ben di dio.

Ore 12.30. Arriva Berlusconi in elicottero. Esco dal bagno, sbaglio strada e mi ritrovo nel pieno della processione tra gli stand delle best practice. Tento di levarmi dai piedi prima di finire travolto dal codazzo di telecamere impazzite. Nel tentativo di tornare in sala stampa, mi ritrovo per tre volte quasi a tu per tu con il presidente del consiglio, che sembra vagamente teso. Per poco non inciampo su Stanca e Formigoni, ricevo un paio di occhiatacce dagli uomini della sicurezza e riesco ad andarmene. Mi sento un po’ Forrest Gump quando sbuca tra la folla al ricevimento di Nixon. I giornalisti d’assalto riescono a strappare una sola battuta, quasi per scherzo. “Presidente, come sta la maggioranza?”. “Bene, bene. Come me è in ottima salute; abbiamo superato tutti gli esami clinici.” Poi parlerà per quasi un’ora, ma sui tg quella frase diventerà la sintesi della giornata.

Ore 12.45. Riesco a tornare in sala stampa, dove ci avvisano che Berlusconi parlerà addirittura con qualche minuto di anticipo, sacrificando buona parte della premiazione dei casi d’eccellenza. Non ci dicono che quella manciata di minuti gli servono per fornire indicazioni turistiche ai prestigiosi convenuti, ma soprattutto che sforerà di una buona mezzoretta per fare una sorta di discorso inaugurale del semestre, questa volta senza parlamentari tedeschi che interrompono. I colleghi delle agenzie intorno a me lavorano a pieni giri e trascrivono sul Pc. Appena termina il discorso, in sala stampa salta la corrente per qualche istante. Addio appunti. Commenti non ripetibili. In compenso parte un lancio sul fallimento delle nuove tecnologie. Quando torna la corrente, sul monitor compare la Carlucci che premia con Berlusconi le best practice selezionate dalla Commissione. Brivido.

Ore 14.00. Esco per un panino (in sala stampa solo pasticcini e succo di frutta). Stavolta imbrocco il cancello principale e mi ritrovo in piazza. LA piazza, immagino. Lavori in corso appena terminati, aiuole brulle seminate da poche ore, segnaletica gialla da lavori in corso. Un sentimento generale di provvisorietà. Ma il trionfo sta al centro della rotonda, dove una scenografia di vasi e motivi colorati danno un vago effetto marshmellow. Penso che forse è un bene se Berlusconi è atterrato e decollato dal parco della villa.

Ore 16.45. Il pomeriggio scorre tranquillo, si prende familiarità con gli strumenti, si fa il pieno di cartelle stampa, si stringono contatti e ci si prende gusto. Stanca e Liikanen tengono una conferenza stampa alle mie spalle e se la prendono con quelli delle ultime file perche sono distratti e rumorosi. Per un attimo ho temuto che uno dei due gridasse: “Ansaloni, ti ho visto che tiravi le trecce alla Piera! Fuori!”.

Ore 19.30. A fine giornata, quando sessioni e incontri si esauriscono, la scena più bella. Al rinfresco offerto da uno degli sponsor principali si ritrovano tutti quelli che sono rimasti: delegati, espositori, professionisti, giornalisti, ma anche pompieri, carabinieri, cameramen, hostess e addetti di servizio. Eccolo, il momento europeo.