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Tag: pordenone

Luglio 13 2021

Sono convinto che una delle chiavi di lettura di quest’epoca sia la responsabilità: intorno alle responsabilità che decidiamo di prendere, o più spesso di scansare, prende forma la comunità a cui apparteniamo.

Con quest’animo, sebbene non proprio a cuor leggero, lunedì sera ho accettato di diventare presidente del G.S. Hockey Pordenone, storica associazione sportiva che mi ha conosciuto ragazzino negli anni ’80 (nella rarissima foto d’antan, il primo a sinistra) e mi ha ritrovato qualche anno fa genitore e poi dirigente nel settore giovanile.

Per spirito di servizio, e con lo spirito di servizio che ho conosciuto negli occhi di Antonio Santangelo, di Ermenegildo Marrone, di Antonio Aloisi e di tante altre brave persone di buona volontà che per nostra fortuna ancora attraversano il PalaMarrone, mi metto a disposizione di un progetto non soltanto sportivo per i bambini e i ragazzi di Pordenone che si avvicinano all’hockey su pista, evidentemente lo sport più appassionante di tutti i tempi.

Al presidente Giovanni Silvani, che ieri abbiamo all’unanimità eletto presidente onorario, va la gratitudine mia e di tutto il movimento hockeistico pordenonese per aver contribuito a piantare un seme cinquantasette anni fa e aver accudito quel germoglio attraverso trionfi e tempeste fino a farne uno degli alberi più alti e prestigiosi nel bosco sportivo della nostra città.
Io e l’affiatato gruppo di dirigenti che con me oggi riceve il testimone di una gestione storica ne portiamo la consapevolezza e l’orgoglio.

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Il comunicato dell’ASD GS Hockey Pordenone

Giugno 30 2021

Se non ti chiedi come funziona quello che funziona, chi c’è dietro a tutta la cura che serve, comprendi solo una parte della tua città.

Dietro a Pordenone, dietro alle persone che ci hanno messo di volta in volta la faccia, com’è giusto che sia, dietro all’esplosione di eventi culturali e alla capacità della città di fare cose e attirare attenzione, negli ultimi vent’anni c’è stato soprattutto un manipolo di persone giovani, preparate, intraprendenti, la testa veloce quanto le mani, dotate di una passione e di un senso del servizio civico fuori dal comune.

O per meglio dire dentro al comune, perché in effetti l’epicentro di questa congiuntura straordinaria che ha contribuito a scuotere una città di fabbriche e caserme è stato proprio nella pancia del municipio. E l’epicentro dell’epicentro, nella mia immaginazione, era la scrivania di Bertilla Fantin, una scrivania il più delle volte vuota perché la città intera era per lei postazione di lavoro.

Allora forse si può intuire che cosa ha perso oggi Pordenone. Un ingranaggio di quelli che riparare il motore poi è un bel casino, che mica esistono le fabbriche di ingranaggi così. Un equilibrio meraviglioso di coscienza pubblica, efficienza privata, pratica, motivazione, capacità di trovare una soluzione per ogni problema.

E questo ancora è nulla di fronte alla simpatia, che scaturiva fin dal nome, alla carica umana, alla leggerezza, alla discrezione, alla benevolenza per il prossimo, all’amore per la città. Una persona molto speciale, che ti conquistava con naturalezza in un attimo e che poi non dimenticavi più, come confermerà probabilmente in queste ore chiunque l’abbia conosciuta.

Bertilla era un ingranaggio dell’anima di Pordenone. Non l’anima della Pordenon de ‘na volta, quella che fa tanta nostalgia. Ma l’anima della Pordenone di oggi, quella che stiamo ancora costruendo, a cui Bertilla ha dato tanto e ancora tanto avrebbe dovuto dare. Che fa rabbia, anche se un giorno rimarrà solo la riconoscenza.

Giugno 10 2021

Allora ci salutiamo qui, piccola grande scuola Gozzi.

La mia famiglia e io siamo entrati una mattina di dicembre del 2011 e ne siamo diventati parte prima ancora di averlo deciso. Ricordo l’accoglienza, il calore, la percezione di uno stato di grazia che fondeva la passione e l’impegno di tutti in qualcosa di più grande e coinvolgente.

Per i nostri figli è stata un’esperienza felice. Due cicli molto diversi, ugualmente fondamentali. Tre cose almeno hanno avuto in comune: la cura, il senso di possibilità e l’idea che i muri non fossero un confine.

Grazie per la povertà, che è la cifra della scuola pubblica in quest’epoca miope: ci ha spinto a non dare mai nulla per scontato, a dare prima che a ricevere, a tirare fuori il massimo da ciascuno e il meglio da ogni cosa.

E grazie per la diversità: diversi per storie, provenienze, ambizioni, abilità, non è stato sempre scontato arrivare in fondo, salvo accorgerci a destinazione che quella fatica era gran parte del senso.

Da quelle porte è entrata tanta vita: dieci anni di vita della nostra famiglia, del nostro quartiere, della nostra comunità. Abbiamo vissuto gioie grandi, fieri orgogli, lutti da cui risorgere. Abbiamo attraversato la paralisi sociale di quest’ultimo anno e mezzo. Ne usciamo oggi un po’ cambiati, forse più maturi – noi adulti soprattutto.

Non è nemmeno l’ombra della conclusione che immaginavamo, questa di oggi, senza il calore dell’abbraccio né un testimone da passare. Eppure anche in questo ci insegni: che non ci si ferma, che non viene meno il momento. Neanche se è difficile. Neanche se manca la gratificazione.

Che tu possa ritrovare quella grazia e continuare a essere per tante altre famiglie la fonderia di comunità che sei stata per noi. Grazie.

Novembre 20 2020

Nei giorni scorsi mi hanno chiesto di parlare di scuola dal punto di vista del genitore. Dice, ancora? Che c’entri tu con la scuola? Poco. Sotto la scorza nerd, batte pur sempre il cuore civico di un padre che ha servito un numero ormai considerevole di anni come rappresentante di classe e di istituto. Non abbastanza da titolarmi a parlare, ma abbastanza forse da aiutarmi a distillare due idee. Sempre le stesse, in effetti. Come d’abitudine, affido alla rete i miei appunti, ampliati e rivisti.

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Abbiamo preso i giovani in ostaggio. I nostri figli sono ostaggi di una società anziana, spaventata e ignorante, che sta scaricando su di loro il peso della sua inadeguatezza. Non li tarpiamo: li svuotiamo. Con la scusa di tenerli al sicuro, creiamo il vuoto attorno e dentro loro. Si ribelleranno, speri. Ma se di fronte alla prigionia delle idee puoi almeno fare un Sessantotto, nel vuoto ti viene sottratta anche la consapevolezza della tua condizione. Soffocano del nostro amore.

Facciamo perdere loro quotidianamente opportunità ed esperienze nel nome di una visione della realtà paranoica e spesso sobillata da terzi per interessi non limpidi. A volte semplicemente perché siamo scemi: di recente mi hanno spiegato che al posto delle classiche giornate di Scuola aperta, annullate per evidenti contingenze, non si potrà fare nemmeno un video in cui i bambini presentano la loro scuola. Per ragioni di privacy, dice. Significa che qualcosa, nel processo di formulazione, comprensione o applicazione del pur sacrosanto diritto alla riservatezza, è andato molto ma molto storto. Eppure è sintomatico di un atteggiamento.

Famiglie e istituzioni sembrano interpretare la responsabilità dell’educazione dei giovani avendo come prima urgenza quella di evitare di prendersela, questa responsabilità, passandola avanti finché semplicemente non diventa il problema di qualcun altro. L’ossessione di garantire le opportunità, la sicurezza, le differenze ha partorito, invece che una comunità più giusta, sicura e inclusiva, una gabbia sterile e asettica, ma a norma di legge e socialmente plaudita, che inibisce un numero crescente delle esperienze che dovrebbero puntellare l’evoluzione del bambino e dell’adolescente.

Prima degli 11 anni, oggi, in Italia, un ragazzino è un soggetto più che passivo. È un pacco nelle mani del suo postino e gli è precluso ogni allenamento alla responsabilità sociale di se stesso e dei suoi comportamenti. Non può muoversi da solo per il suo quartiere. Non può andare a scuola da solo. Non può tornare a casa da solo. Non può andare al parco da solo. Non può andare a comprare un gelato da solo. Non può andare in palestra da solo. Deve passare costantemente dalla mano di un adulto a quella di un altro adulto, rogito di una responsabilità che va sempre certificata. Il nugolo di genitori che si assiepa davanti a qualunque luogo frequentato da bambini non mi sembra l’immagine di quanto gli vogliamo bene, semmai l’immagine del fallimento di un intero progetto di avviamento alla vita. È il segno di una società arricchita e decadente che, nel nome della paura e di un frainteso garantismo, ma anche di tanta paraculaggine, ha perso di vista il suo scopo.

Poi a 11 anni improvvisamente l’autonomia diventa accettabile. Per necessità, più che per convinzione. Senza preparazione, senza allenamento, senza progressione, senza aver avuto la possibilità di tessere le piccole reti e di costruire le piccole mappe del proprio spazio pubblico. Alle scuole medie, nell’età e nel ciclo scolastico probabilmente più disgraziati e pericolosi della loro vita, quello rispetto al quale negli ultimi decenni non ho visto evolvere una sola idea pedagogica.

Che poi si fa presto a dire anche spazio pubblico: siamo così abituati a confinarli nella rassicurante sicurezza di una casa, dove non essendo sfidati loro stessi albergano comodamente, anestetizzati dai loro schermi luminosi, che abbiamo ormai demolito i luoghi pubblici dell’età della formazione. Non esistono più centri giovanili, non esistono praticamente più gli oratori, abbiamo sepolto sotto quintali di legislazione e burocrazia qualunque centro di aggregazione provi a proporre attività sfidanti per i giovani. La maggior parte delle cose che io potevo fare tra i 6 e i 16 anni, quelle che hanno contribuito a rendere me l’uomo che sono, oggi sarebbero probabilmente considerate illegali o pericolose o socialmente riprovevoli.

E qui mi piacerebbe avere modo di ricordare una storia che la nostra città ha scelto invece di dimenticare in fretta, la storia dell’Oratorio San Giorgio di don Felice Bozzet tra gli anni ’80 e il Duemila in centro città, una storia di responsabilizzazione della gioventù talmente fuori dagli schemi che oggi non viene reclamata né dalla Curia né dalla comunità civile, pur essendo iscritta nel dna sociale di centinaia di cittadini pordenonesi tra i 30 e i 50 anni.

E ancora: pretendiamo dai ragazzi impegno e buoni voti, ma li mettiamo a confronto quotidianamente con una sciatteria, una disorganizzazione, una mancanza di cura o anche solo di attenzione umana che modellano costantemente il loro sguardo sul mondo e le loro aspettative sulla vita adulta. Insegniamo prima di tutto con l’esempio, no? Mi è capitato di passare alcune ore in un’università e poi alcuni giorni in un’ospedale col mio figlio maggiore: il riconoscere attraverso i suoi occhi tutto ciò a cui io adulto sono ormai assuefatto e rassegnato mi ha fatto male. Con che coraggio io chiedo a lui di mantenere gli standard che intorno a lui noi adulti rinneghiamo, il più delle volte in modo perfino plateale?

Certo, il mondo è sempre più complesso e faticoso. La complessità esplode. Ma anche di fronte alla possibilità di imparare a governare la complessità con strumenti più adatti – strumenti del presente, che utilizzano le stesse logiche operative della complessità – negli ultimi due o tre decenni noi abbiamo scelto ostinatamente di girare la testa, di ignorarli, di usarli in modo ignorante, sciatto, reiterando schemi inadeguati, rigettando ogni proposta mettesse in discussione la nostra visione consolidata.

Nel vuoto e nell’incapacità della comunità, si sono fatti spazio interessi scaltri, cattivi maestri, gente che sfrutta l’ignoranza degli adulti e il candore destrutturato dei ragazzi per erodere margini di consenso, di mercato o di potere. In questo calderone potete mettere anche i riflessi del populismo, che poi magari vi chiedete da dove venga. Ma anche, nel caso dei più giovani, le piattaforme digitali che, mentre disegnano la forma del futuro creativo a cui apparterranno, tendono a intrappolarli in dinamiche relazionali e in labirinti narrativi astuti, pensate per servire interessi cinici e commerciali molto prima del loro armonico sviluppo.

Che cosa può fare la scuola? Da sola niente. L’errore in passato è stato forse pensare che la scuola dovesse sempre generare le soluzioni al suo interno o assumerle per gerarchia ministeriale. Ho imparato, nelle mie esperienze civiche e nelle mie scorribande adulte nel mondo della formazione, che le scuole – soprattutto quelle che lavorano sui bambini più piccoli – sono invece l’espressione di una comunità. Del coraggio, delle intelligenze, della lungimiranza di una comunità. Della volontà di una comunità di investirci tempo e risorse. Comunità educante, si diceva.

Dire che “ci pensa la scuola” equivale a dire che è un problema nostro. Dire che “è responsabilità del preside” significa dire è un problema del nostro vicino di casa. Dire che “è colpa dell’insegnante” è dire che è colpa nostra, perché i limiti di quell’insegnante sono espressione dei limiti della comunità di cui fa parte. E dunque sono per definizione un nostro problema e una nostra responsabilità.

E allora che si fa? Sarebbe già un passo avanti prendere atto di avere un problema, enorme. Il passo successivo sarebbe immaginare un progetto di convivenza che metta i giovani al centro, li avvii alla responsabilità di sé e degli altri fin dalla tenera età, li spinga a essere migliori, li incentivi a costruire una comunità migliore, per risvegliare loro dal torpore e sperare che poi siano loro a prenderci per mano, affidandoci ormai anziani a quel che resta del nostro futuro migliore.

La mia generazione è stata – tappatevi le orecchie, perché ora dico una parolaccia – fottuta dalle rendite di posizione e di potere dei suoi padri. O – come dice quello, non senza una parte di ragione – non è stata abbastanza brava da uccidere politicamente i propri padri quando era giunto il momento. È una generazione ormai persa, una generazione di passaggio e di servizio: può fare tutt’al più da coscienza e da collante. Può fare da ponte e spingere verso maggiori opportunità per chi verrà dopo. Mancasse anche questa responsabilità, le rimarrebbero ben pochi scopi.

Luglio 22 2020

Antonio, sei stato l’arbitro di generazioni di hockeisti pordenonesi. Noi, mandati allo sbaraglio contro avversari sempre più forti di noi, le regole di base ancora ben confuse. Tu già le rinforzavi con severità: nel mio ricordo, incutevi un timore e un rispetto fuori scala, i tuoi fischi ancora mi risuonano nelle orecchie.

Molti anni dopo ti ho ritrovato arbitro alle prime partite di mio figlio. Lì ho scoperto la simpatia e la benevolenza che invece animavano quello sguardo. Fischiavi ancora a muso duro di fronte a un fallo, ma poi a noi facevi l’occhiolino divertito.

È stato un onore condividere il tavolo con te in tante partite. Difficilmente ti sfuggiva qualcosa. Dopo decine di referti di gara, ancora riuscivi a cogliermi in fallo. Un errore, una dimenticanza, un’imprecisione. E quel dettaglio, che ai più sembra secondario o trascurabile, per te erano sufficienti a farci ristampare tutto da capo. Non era burocrazia, era – e continuerà a essere, anche senza di te – l’amore per le cose fatte bene fino in fondo, nel rispetto di tutti.

Nel variopinto e spesso disgraziato mondo dell’hockey pordenonese sei stato una presenza oltremodo generosa, operosa, assidua. Una roccia. Il tuo ruolo non ti consentiva di entrare nelle faccende organizzative locali, eppure sapevi essere di supporto senza mai intaccare l’indipendenza e la credibilità. Eri la quintessenza dello sport: in prima linea quando c’era da dare una mano, defilato quando c’era da prendersene il merito.

Le palline continueranno a rotolare al PalaMarrone, anche grazie a te. Ma sarà così strano, senza averti più nei paraggi. Grazie di tutto, Antonio, non lo dimenticheremo.

Marzo 15 2018

Quello alto, beige è il grattacielo in cui ho vissuto l’infanzia. L’edificio ai suoi piedi è il mio “Cinema Paradiso”. Come i paesani di Giancaldo nel film di Tornatore, oggi lo guardo venire giù sotto i colpi delle ruspe con gli occhi lucidi e lo sguardo arreso. Quella palazzina custodiva l’auditorium con le sedie di legno in cui, nelle interminabili domeniche di bambino, ho cominciato ad amare il grande schermo. Ci si trovava dopo pranzo, si faceva scorta di caramelle sfuse nella gelateria della Cesira e poi ci si perdeva nelle ruspanti retrospettive degli anni ’70, immersi nel fresco nella sala buia.

Al cinema vero mi appassionai poi altrove: lì invece cominciai a percepire il fascino che su di me esercita il retro delle quinte, l’organizzazione delle cose, ciò che aiuta la magia a rivelarsi e lo stupore a rimanere sospeso. Perché, dopo le prime stagioni da spettatore, in quell’edificio era naturale cominciare a darsi da fare per farlo funzionare. Non si pagava il biglietto, ma si era tutti coinvolti un po’ per volta nella gestione. Bruno, il mio compagno di giochi e di film della domenica, diventò proiezionista che non eravamo ancora usciti dalle medie. Si andava per divertirsi, ma divertendosi si cominciava a esplorare le proprie vocazioni e il proprio ruolo nella società.

Era l’inizio, quello, di una delle vicende più stupefacenti e tuttavia meno celebrate nella mia città. Per i successivi vent’anni in quell’auditorium, nelle sale gioco al primo piano e nelle aule del secondo piano ora esposte al vento, una manciata di generazioni di giovani pordenonesi è entrata per divertirsi e divertendosi è cresciuta facendosi carico un po’ alla volta del divertimento e della crescita altrui. Universitari che si prendevano cura di adolescenti che a loro volta badavano ai ragazzini. Una scuola di responsabilità e di condivisione del germe della comunità che, con la scusa dei film, dei gruppi di animazione, dei campi estivi e delle serate a tema (discoteca compresa), arrivò a muovere numeri impressionanti e a generare esperienze difficili da etichettare semplicemente come oratorio.

Quello era il San Giorgio di don Felice Bozzet. Sgangherato, anche dopo la parziale ristrutturazione. Rumoroso, per il brulicare di vita che accoglieva a tutte le ore. Talmente fuori dagli schemi, da restare – ieri, come oggi nel ricordo – fuori dai radar della classe dirigente cittadina e in fondo da quello della stessa Curia. Ma fecondo, sereno, indimenticabile per chiunque ci abbia passato anche soltanto qualche ora. Il rudere polveroso e abbandonato da anni, che oggi viene demolito, non era che il fantasma di quell’esperienza. La memoria della vita e dell’esempio di mondo possibile che ha contenuto è ora affidata a tutti noi che sappiamo ancora dare un nome a quei locali sventrati.

(Il post è stato pubblicato originariamente su Facebook. La foto è di Ezio Colombo ed è stata pubblicata dall’autore nel gruppo Sei di Pordenone Se…)

Ottobre 15 2017

C’è questa cosa che si tiene ogni inizio autunno a Pordenone: il grande mercatino dei bambini. Il gran giorno, fin dalle tre di notte, la piazza deputata si riempie di nugoli di padri, madri, nonni, nonne, variamente ecreativamente attrezzati, tutti alla rincorsa dei posti migliori. Già alle cinque sei relegato ai posti di minor passaggio e destinato a riportare a casa gran parte della mercanzia.

Verso le 8:30, sbadiglianti e con gli occhi a dollaro, arrivano i giovani titolari dei banchetti, pronti a vendere i propri regali reietti, ma soprattutto ad acquistare i reietti regali altrui. Magari pedagogicamente non proprio una faccenda a prova di bomba, ma rivendendola come utile infarinatura commerciale per i figli e pensando allo spazio che ti si libera in casa finisci per chiudere un occhio.

Due cose tuttavia non capisco, giunti alla settordicesima edizione: come non sia possibile assegnare/estrarre/distribuire i posti in modo preventivo, automatico e umano, evitando ai genitori meno entusiasti l’assurdo rito della notte in bianco.

E soprattutto: come mai nessun bar della zona interessata abbia ancora compreso il potenziale economico di far trovare brioches calde e caffè bollenti già a notte fonda a questo esercito di esseri umani degno di miglior causa.

Agosto 12 2017

Pordenone ha salutato oggi uno dei suoi padri più recenti e discreti, monsignor Felice Bozzet. Non un capitano d’industria o un campione della politica, ma un umile tessitore di comunità, un incantatore di giovani, colui che forse più di chiunque altro ha saputo illuminare l’adolescenza e la via verso le responsabilità adulte di qualche migliaio di uomini e donne che oggi hanno tra i trenta e i sessant’anni.

Don Felice è stato un prete di strada in centro città, un mistico alla guida di una parrocchia più grande di lui, un gioioso innovatore del messaggio cristiano in un’epoca di grandi aperture e altrettanto rapide chiusure, un sant’uomo senza superpoteri che pure ha saputo compiere opere straordinarie impastando umanità, prossimità e condivisione al volgere di decenni in cui sembrava improvvisamente più semplice procedere da soli.

La sua impronta sociale è riconoscibile oggi in gran parte delle reti che innervano l’economia, la cultura, la politica e la società della Destra Tagliamento. Le testimonianze, addolorate ma al tempo stesso gioiose e grate, che i suoi ragazzi di ogni età gli stanno tributando in queste ore sono il miglior testamento possibile.

Don Felice è stato una presenza ricorrente anche nella mia vita, fin dai banchi di scuola. L’ultimo suo regalo, di certo quello più inaspettato ed emozionante, è stato chiedermi di mettere ordine agli appunti di una vita e distillare una testimonianza di ciò che gli era a cuore. Non ho mai capito perché avesse voluto chiederlo proprio a me, tra tanti che avrebbero potuto rendergli un servizio di certo più ortodosso, ma so che immergermi in quella storia, nelle sue illuminazioni e nelle sue delusioni, nei suoi successi e nelle sue sconfitte, è stata una delle esperienze più coinvolgenti che mi siano capitate. La storia di una vita, di cui pure ero stato almeno in parte testimone, ricostruita nel pieno nella sua complessità. Oggi, più che mai, è un dono che va condiviso.

Marzo 24 2016

Martedì sera, con un voto del Consiglio comunale, per me si è chiuso di fatto un lungo periodo di lavoro e sperimentazione tra informazione, comunicazione digitale e partecipazione civica nella mia Pordenone. È stato un periodo straordinariamente stimolante e di cui un giorno mi piacerebbe scrivere in modo più approfondito, perché Pordenone è soltanto una delle migliaia di comunità locali che potrebbero imparare a usare le reti in modo più maturo per generare innovazione e valore.

Siamo partiti nel 2007 pensando a come il wifi civico avrebbe potuto sostenere la connessione tra competenze e idee. Nel 2010 abbiamo trasformato il formato assai liso degli stati generali tra portatori di interessi in un racconto aperto e multicanale, aggregando reti dentro e fuori la città per mettere a fuoco nuovi volani di sviluppo. Nel 2011 abbiamo provato a pensare a come la presenza in rete del municipio avrebbe potuto favorire queste logiche, un progetto premiato da fondi europei ma non ancora decollato per complicazioni amministrative.

Inseguendo un metodo smart, nel 2012 abbiamo aperto un grande laboratorio civico al servizio dell’analisi e della pianificazione strategica del territorio, arrivato proprio in questi giorni al capolinea. Nel 2014 abbiamo usato il web e i social network per accelerare la diffusione di informazioni di servizio in occasione di un enorme evento di massa che ha stravolto la routine cittadina per diversi giorni. Quell’evento è stato anche il pretesto per connettere i nodi più attivi della rete cittadina in un social media team diffuso per la promozione del territorio.

Allo stesso modo, abbiamo proposto il conforto della documentazione e dei dati oggettivi quando lo scontro tra opposti interessi rischiava di distrarre la comunità dalla necessità di comprendere di che cosa si stava parlando. Abbiamo incrociato gli hashtag e aggregato flussi di informazione spontanea, cercando di distillare nuove forme di racconto di una città mentre vive. Ci siamo interrogati sulle regole del gioco da inseguire dentro ambienti che sono più veloci e complessi della capacità delle istituzioni di comprenderli. Ci siamo spesi perché si consolidassero luoghi informali di incontro, di collaborazione, dove incubare nuove idee. Abbiamo risposto ai dubbi e consolidato pratiche nei quartieri.

A tenere insieme e a motivare questo fermento è stata la convinzione di vivere anni speciali in un luogo speciale, ricco come pochi di energie, di specializzazioni e di progetti che aspettano soltanto di essere messi in rete per spingere l’intero ecosistema locale a un nuovo livello di consapevolezza e di efficienza.

È stato un ciclo bellissimo, vissuto insieme a splendide e generose persone che tanto mi hanno insegnato su di me, sul mio lavoro, sulla mia città e sulle implicazioni del vivere insieme sopra uno stesso fazzoletto di terra. Ho imparato a riconoscere il valore del servizio civico, l’imprescindibilità dell’interesse generale, il peso morto delle rendite di posizione, la forza senza tempo dei legami tribali, il costo della coerenza in un ecosistema complesso.

Tuttavia è un ciclo che noi pordenonerd sappiamo in cuor nostro essersi sostanzialmente chiuso, per ora. Abbiamo dimostrato opportunità, favorito importanti risultati a beneficio della comunità, raccolto pacche sulle spalle, ma non siamo stati così bravi da instillare il dubbio, la possibilità, l’urgenza là dove il cambiamento potrebbe effettivamente essere accelerato a vantaggio di tutti. Non bastasse la nostra onestà intellettuale, i temi, i formati e i linguaggi su cui sembra essersi assestata la campagna elettorale per le amministrative di primavera sono lì a dimostrarlo.

Serve un nuovo ciclo e servono nuove energie. Chi ha idee si faccia avanti e sfidi le consuetudini con spirito da hacker civico. Io, per il momento, mi faccio da parte e torno dopo dodici anni a Milano, a imparare cose nuove e a inseguire l’innovazione da una prospettiva differente, più concreta. Se la testa per un po’ sarà tutta lì, il cuore, non serve dirlo, resta a Pordenone.

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