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Tag: pordenone

marzo 15 2018

Quello alto, beige è il grattacielo in cui ho vissuto l’infanzia. L’edificio ai suoi piedi è il mio “Cinema Paradiso”. Come i paesani di Giancaldo nel film di Tornatore, oggi lo guardo venire giù sotto i colpi delle ruspe con gli occhi lucidi e lo sguardo arreso. Quella palazzina custodiva l’auditorium con le sedie di legno in cui, nelle interminabili domeniche di bambino, ho cominciato ad amare il grande schermo. Ci si trovava dopo pranzo, si faceva scorta di caramelle sfuse nella gelateria della Cesira e poi ci si perdeva nelle ruspanti retrospettive degli anni ’70, immersi nel fresco nella sala buia.

Al cinema vero mi appassionai poi altrove: lì invece cominciai a percepire il fascino che su di me esercita il retro delle quinte, l’organizzazione delle cose, ciò che aiuta la magia a rivelarsi e lo stupore a rimanere sospeso. Perché, dopo le prime stagioni da spettatore, in quell’edificio era naturale cominciare a darsi da fare per farlo funzionare. Non si pagava il biglietto, ma si era tutti coinvolti un po’ per volta nella gestione. Bruno, il mio compagno di giochi e di film della domenica, diventò proiezionista che non eravamo ancora usciti dalle medie. Si andava per divertirsi, ma divertendosi si cominciava a esplorare le proprie vocazioni e il proprio ruolo nella società.

Era l’inizio, quello, di una delle vicende più stupefacenti e tuttavia meno celebrate nella mia città. Per i successivi vent’anni in quell’auditorium, nelle sale gioco al primo piano e nelle aule del secondo piano ora esposte al vento, una manciata di generazioni di giovani pordenonesi è entrata per divertirsi e divertendosi è cresciuta facendosi carico un po’ alla volta del divertimento e della crescita altrui. Universitari che si prendevano cura di adolescenti che a loro volta badavano ai ragazzini. Una scuola di responsabilità e di condivisione del germe della comunità che, con la scusa dei film, dei gruppi di animazione, dei campi estivi e delle serate a tema (discoteca compresa), arrivò a muovere numeri impressionanti e a generare esperienze difficili da etichettare semplicemente come oratorio.

Quello era il San Giorgio di don Felice Bozzet. Sgangherato, anche dopo la parziale ristrutturazione. Rumoroso, per il brulicare di vita che accoglieva a tutte le ore. Talmente fuori dagli schemi, da restare – ieri, come oggi nel ricordo – fuori dai radar della classe dirigente cittadina e in fondo da quello della stessa Curia. Ma fecondo, sereno, indimenticabile per chiunque ci abbia passato anche soltanto qualche ora. Il rudere polveroso e abbandonato da anni, che oggi viene demolito, non era che il fantasma di quell’esperienza. La memoria della vita e dell’esempio di mondo possibile che ha contenuto è ora affidata a tutti noi che sappiamo ancora dare un nome a quei locali sventrati.

(Il post è stato pubblicato originariamente su Facebook. La foto è di Ezio Colombo ed è stata pubblicata dall’autore nel gruppo Sei di Pordenone Se…)

ottobre 15 2017

C’è questa cosa che si tiene ogni inizio autunno a Pordenone: il grande mercatino dei bambini. Il gran giorno, fin dalle tre di notte, la piazza deputata si riempie di nugoli di padri, madri, nonni, nonne, variamente ecreativamente attrezzati, tutti alla rincorsa dei posti migliori. Già alle cinque sei relegato ai posti di minor passaggio e destinato a riportare a casa gran parte della mercanzia.

Verso le 8:30, sbadiglianti e con gli occhi a dollaro, arrivano i giovani titolari dei banchetti, pronti a vendere i propri regali reietti, ma soprattutto ad acquistare i reietti regali altrui. Magari pedagogicamente non proprio una faccenda a prova di bomba, ma rivendendola come utile infarinatura commerciale per i figli e pensando allo spazio che ti si libera in casa finisci per chiudere un occhio.

Due cose tuttavia non capisco, giunti alla settordicesima edizione: come non sia possibile assegnare/estrarre/distribuire i posti in modo preventivo, automatico e umano, evitando ai genitori meno entusiasti l’assurdo rito della notte in bianco.

E soprattutto: come mai nessun bar della zona interessata abbia ancora compreso il potenziale economico di far trovare brioches calde e caffè bollenti già a notte fonda a questo esercito di esseri umani degno di miglior causa.

agosto 12 2017

Pordenone ha salutato oggi uno dei suoi padri più recenti e discreti, monsignor Felice Bozzet. Non un capitano d’industria o un campione della politica, ma un umile tessitore di comunità, un incantatore di giovani, colui che forse più di chiunque altro ha saputo illuminare l’adolescenza e la via verso le responsabilità adulte di qualche migliaio di uomini e donne che oggi hanno tra i trenta e i sessant’anni.

Don Felice è stato un prete di strada in centro città, un mistico alla guida di una parrocchia più grande di lui, un gioioso innovatore del messaggio cristiano in un’epoca di grandi aperture e altrettanto rapide chiusure, un sant’uomo senza superpoteri che pure ha saputo compiere opere straordinarie impastando umanità, prossimità e condivisione al volgere di decenni in cui sembrava improvvisamente più semplice procedere da soli.

La sua impronta sociale è riconoscibile oggi in gran parte delle reti che innervano l’economia, la cultura, la politica e la società della Destra Tagliamento. Le testimonianze, addolorate ma al tempo stesso gioiose e grate, che i suoi ragazzi di ogni età gli stanno tributando in queste ore sono il miglior testamento possibile.

Don Felice è stato una presenza ricorrente anche nella mia vita, fin dai banchi di scuola. L’ultimo suo regalo, di certo quello più inaspettato ed emozionante, è stato chiedermi di mettere ordine agli appunti di una vita e distillare una testimonianza di ciò che gli era a cuore. Non ho mai capito perché avesse voluto chiederlo proprio a me, tra tanti che avrebbero potuto rendergli un servizio di certo più ortodosso, ma so che immergermi in quella storia, nelle sue illuminazioni e nelle sue delusioni, nei suoi successi e nelle sue sconfitte, è stata una delle esperienze più coinvolgenti che mi siano capitate. La storia di una vita, di cui pure ero stato almeno in parte testimone, ricostruita nel pieno nella sua complessità. Oggi, più che mai, è un dono che va condiviso.

marzo 24 2016

Martedì sera, con un voto del Consiglio comunale, per me si è chiuso di fatto un lungo periodo di lavoro e sperimentazione tra informazione, comunicazione digitale e partecipazione civica nella mia Pordenone. È stato un periodo straordinariamente stimolante e di cui un giorno mi piacerebbe scrivere in modo più approfondito, perché Pordenone è soltanto una delle migliaia di comunità locali che potrebbero imparare a usare le reti in modo più maturo per generare innovazione e valore.

Siamo partiti nel 2007 pensando a come il wifi civico avrebbe potuto sostenere la connessione tra competenze e idee. Nel 2010 abbiamo trasformato il formato assai liso degli stati generali tra portatori di interessi in un racconto aperto e multicanale, aggregando reti dentro e fuori la città per mettere a fuoco nuovi volani di sviluppo. Nel 2011 abbiamo provato a pensare a come la presenza in rete del municipio avrebbe potuto favorire queste logiche, un progetto premiato da fondi europei ma non ancora decollato per complicazioni amministrative.

Inseguendo un metodo smart, nel 2012 abbiamo aperto un grande laboratorio civico al servizio dell’analisi e della pianificazione strategica del territorio, arrivato proprio in questi giorni al capolinea. Nel 2014 abbiamo usato il web e i social network per accelerare la diffusione di informazioni di servizio in occasione di un enorme evento di massa che ha stravolto la routine cittadina per diversi giorni. Quell’evento è stato anche il pretesto per connettere i nodi più attivi della rete cittadina in un social media team diffuso per la promozione del territorio.

Allo stesso modo, abbiamo proposto il conforto della documentazione e dei dati oggettivi quando lo scontro tra opposti interessi rischiava di distrarre la comunità dalla necessità di comprendere di che cosa si stava parlando. Abbiamo incrociato gli hashtag e aggregato flussi di informazione spontanea, cercando di distillare nuove forme di racconto di una città mentre vive. Ci siamo interrogati sulle regole del gioco da inseguire dentro ambienti che sono più veloci e complessi della capacità delle istituzioni di comprenderli. Ci siamo spesi perché si consolidassero luoghi informali di incontro, di collaborazione, dove incubare nuove idee. Abbiamo risposto ai dubbi e consolidato pratiche nei quartieri.

A tenere insieme e a motivare questo fermento è stata la convinzione di vivere anni speciali in un luogo speciale, ricco come pochi di energie, di specializzazioni e di progetti che aspettano soltanto di essere messi in rete per spingere l’intero ecosistema locale a un nuovo livello di consapevolezza e di efficienza.

È stato un ciclo bellissimo, vissuto insieme a splendide e generose persone che tanto mi hanno insegnato su di me, sul mio lavoro, sulla mia città e sulle implicazioni del vivere insieme sopra uno stesso fazzoletto di terra. Ho imparato a riconoscere il valore del servizio civico, l’imprescindibilità dell’interesse generale, il peso morto delle rendite di posizione, la forza senza tempo dei legami tribali, il costo della coerenza in un ecosistema complesso.

Tuttavia è un ciclo che noi pordenonerd sappiamo in cuor nostro essersi sostanzialmente chiuso, per ora. Abbiamo dimostrato opportunità, favorito importanti risultati a beneficio della comunità, raccolto pacche sulle spalle, ma non siamo stati così bravi da instillare il dubbio, la possibilità, l’urgenza là dove il cambiamento potrebbe effettivamente essere accelerato a vantaggio di tutti. Non bastasse la nostra onestà intellettuale, i temi, i formati e i linguaggi su cui sembra essersi assestata la campagna elettorale per le amministrative di primavera sono lì a dimostrarlo.

Serve un nuovo ciclo e servono nuove energie. Chi ha idee si faccia avanti e sfidi le consuetudini con spirito da hacker civico. Io, per il momento, mi faccio da parte e torno dopo dodici anni a Milano, a imparare cose nuove e a inseguire l’innovazione da una prospettiva differente, più concreta. Se la testa per un po’ sarà tutta lì, il cuore, non serve dirlo, resta a Pordenone.

maggio 22 2015

Milano, Barcellona, Tirana, New York e… Pordenone, ovvio. Da un paio d’anni sapevo dell’intenzione di aprire un Talent Garden in Friuli Venezia Giulia, ma non ci speravo troppo. Questo territorio è una scommessa rischiosa: la promessa di enormi potenzialità (come ho già avuto modo di dire) è ostacolata dall’incapacità cronica di tessere reti tra le competenze e di respirare l’aria del presente in tempo utile per ossigenare le idee. Ieri è stato inaugurato il nuovissimo TAG Pordenone, che va ad aggiungersi ai tre nodi pordenonesi della rete Cowo, ed è una bellissima notizia per chi crede nella forza della condivisione e della collaborazione.

aprile 7 2015

An english version of this post is available on Medium.

Il Messaggero Veneto mi ha chiesto di contribuire al dibattito sul futuro di Pordenone, in corso da qualche mese sulle pagine dell’edizione locale. Questa – uscita sul giornale di domenica – è la mia riflessione, che vale per la mia città ma più in generale per molte altre piccole località ricche di storie da raccontare. Fa tesoro di conversazioni di lunga durata e con molte persone in rete su questi temi. È in debito di link in particolare con Giuseppe Granieri e Piervincenzo Di Terlizzi.

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Nell’epoca delle narrazioni globali accelerate da Internet, la circolazione della conoscenza è il fattore strategico per una città. Più siamo capaci di rappresentare sulla Rete le nostre idee, le nostre esperienze e le nostre competenze e più è probabile che queste trovino interlocutori interessati con cui dialogare, collaborare o commerciare. Pordenone ha un potenziale enorme, molto superiore a quello che ci si aspetterebbe da una città delle sue dimensioni, ma per ora sta scegliendo di sprecarlo. Un po’ come bruciare in piazza un bancale di buoni del Tesoro esigibili, per rendere l’idea a chi non è pratico di comunicazione digitale.

L’effetto che facciamo oggi a chi si informa su di noi da lontano utilizzando il web e i social network è quello di una città qualunque, anonima. Chi si spinge fino qui scopre invece che organizziamo feste straordinarie per monumenti viventi della letteratura mondiale; che passiamo una settimana all’anno in compagnia di un buon centinaio di intellettuali di grido; che ogni settimana piccoli e grandi eventi richiamano persone da fuori provincia, da fuori regione, spesso dall’estero. Qui ogni autunno si danno appuntamento da tutto il mondo studiosi e appassionati del cinema muto. Qui vivono artisti e artigiani attivi in nicchie insolite o innovative. Qui hanno sede imprese e cooperative sociali con una visione del futuro coraggiosa e contagiosa.

Tutto questo c’è, ma spesso è poco riconoscibile perfino da chi a Pordenone ci abita, segno che probabilmente siamo più bravi a organizzare che a comunicare. Segno, soprattutto, che siamo ricchi di energie ma ancora non siamo riusciti a metterle in rete, sostenendo e amplificando in modo sistematico le opportunità per chi si dà da fare e per tutta la città come conseguenza. La posta in gioco è alta: quel che la globalizzazione del lavoro e delle merci ha tolto alla Pordenone delle lavatrici, dei frigoriferi, dei televisori e dei mobili, ora la globalizzazione della conoscenza potrebbe restituire alla Pordenone degli eventi culturali, delle imprese innovative, delle eccellenze nelle professioni e nelle arti, della manifattura e dell’artigianato che assecondano la smaterializzazione dei beni.

I centri maggiori, le città d’arte, le metropoli saranno sempre più appetibili della nostra periferica e contenuta provincia. Ma oltre a essere più interessanti, le grandi città sono anche più complesse: fare sistema a Milano è, in proporzione, molto più complicato che farlo a Pordenone. Questo è il momento storico in cui hanno maggiori possibilità di emergere le città a misura d’uomo, ricche di identità e propense alle relazioni, coese intorno a una visione di futuro. Il tempo, dunque, è un fattore competitivo, e qui ne abbiamo già perso parecchio.

Abbiamo già dimostrato di esserne capaci. Un anno fa, proprio di questi tempi, ci stavamo preparando ad accogliere cinquecentomila alpini da tutta Italia, dieci volte il numero dei residenti, mettendo in discussione ogni dettaglio della routine della città. Poco importa il pretesto. Il fatto è che per qualche settimana, sotto la pressione di una scadenza fuori scala per le nostre abitudini, stretti dietro allo stemma della città con le porte aperte, abbiamo comunicato molto più del solito tra di noi e abbiamo spiegato tanto di noi agli altri. Abbiamo fatto rete, abbiamo lavorato in rete e, per la prima volta in modo così consapevole, abbiamo usato la Rete per rilanciare in Italia e nel mondo il marchio ideale della nostra città.

Potremmo ripartire da qui. Internet è il sistema operativo imprescindibile: aderisce alle reti naturali della società, esalta le affinità tra persone e contenuti, costruisce ponti tra i territori e permette alle informazioni interessanti di diffondersi velocemente. È più semplice da usare di quel che sembra, ma rema contro decenni di alfabetizzazione mediatica e in questo senso è controintuiva: per esempio, chiede di lasciare andare i lettori se vogliamo che tornino, di collaborare con i concorrenti se vogliamo competere, di regalare i nostri prodotti se vogliamo venderli. Sono tecnologie dell’esperienza, come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare: una volta trovato l’equilibrio, diventa una competenza acquisita.

Lo scarto più sensibile è culturale, non tecnologico. La Rete non è una vetrina né una bacheca dove appendere locandine: prima che uno strumento di pubblicazione è uno strumento di relazione, che diventa tanto più potente e utile quanto più impara a conoscerci. Il comunicato stampa occasionale qui non serve, comunicare in Rete significa alimentare un progetto narrativo coerente che crei contesto e lo sviluppi giorno per giorno. Abituati a chiudere le notizie scadute in un armadio, trascuriamo l’importanza che in questo ambiente assumono gli archivi: la storia passata è la fonte della reputazione e del capitale sociale, che nell’economia della conoscenza sono le valute da spendere al mercato delle opportunità.

L’obiezione più frequente, anche nelle organizzazioni meno improvvisate, è che mancano se non le competenze, di certo le energie. Le prime è in ogni caso urgente acquisirle, saranno sempre più un requisito competitivo. Quanto alle energie, in realtà la comunicazione in Rete non è una sovrastruttura che si aggiunge alle incombenze precedenti e tanto meno un servizio che può essere esternalizzato. È un diario di viaggio che dovrebbe nascere il più possibile vicino al cervello e al cuore di una passione o di un’attività. È un metodo che ridefinisce i tempi complessivi della comunicazione: può essere impegnativa in fase di avvio, ma un buon progetto editoriale incentrato sul web alimenta a cascata tutti gli altri canali informativi, con significative economie di scala sia in termini di costi che di tempo. In ogni caso è un investimento: la quantità di contatti e ritorni diretti e indiretti che si possono generare il più delle volte ripagano ampiamente l’impegno.

Provinciale un tempo era chi veniva raggiunto a fatica dalle storie del mondo. Oggi provinciale è chi non si adopera per far arrivare le sue storie nel mondo. Pordenone ha caratteristiche decisamente contemporanee, non c’è motivo per cui debba comunicarle come nel 1995. Lo sforzo non può che essere collettivo: l’iniziativa del singolo o dell’istituzione può essere di stimolo, ma non basta. Il volano si avvia soltanto se tanti si mettono in gioco e se ognuno fa la sua piccola parte. Del resto la redistribuzione delle responsabilità in ogni aspetto della nostra vita comune sarà un processo inevitabile e colossale, al termine di questa strana transizione che da quasi otto anni chiamiamo crisi. Tanto vale cominciare ad affrontarla laddove promette di generare vantaggi per tutti.

febbraio 5 2015

Io invece penso che a Pordenone tutto sommato farebbe bene perdere l’università (laddove università è usata come sineddoche per un consorzio universitario che accoglie alcuni corsi distaccati da Udine e Trieste, un’ipotesi tramontata di dipartimento e alcuni master universitari). Per due motivi, uno di sistema e uno locale.

Quello di sistema: penso che la decentralizzazione dei corsi di laurea e dei dipartimenti abbia portato poco nei territori (salvo i rarissimi casi in cui corsi molto specialistici attingevano ai distretti locali e restituivano nuove competenze, come in origine era stato anche qui in Friuli) e abbiano invece tolto molto alle università. La moltiplicazione e distribuzione di sedi, servizi e docenti non è mai stata davvero sostenibile, ma in questa congiuntura economica lo è meno che mai. Se vogliamo un’università competitiva e garantire davvero il diritto allo studio così come qualche reale opportunità di ricerca sono convinto sia meglio mantenere le università in un’unica sede (e già due poli regionali sono un lusso), concentrando gli investimenti in dotazioni eccellenti e in offerta didattica realmente competitiva col resto del mondo. Mi pare che l’economia delle università ricalchi per molti versi quella degli aeroporti: pochi hub regionali mantengono vivo e vivace l’intero sistema nazionale, troppi scali di provincia drenano risorse dal territorio, coprono a stento i costi operativi e indeboliscono la rete impedendo l’ottimizzazione dei servizi e peggiorando l’efficienza nazionale.

Il secondo motivo, quello tutto locale. Credo che l’università di oggi non sia più lo strumento di cui abbiamo bisogno per rispondere in modo flessibile alle necessità e alle opportunità di formazione continua e avanzata del territorio. L’università deve fare l’università e probabilmente è giusto che la faccia altrove, dove può rendere al meglio nel nostro stesso interesse. Negli spazi bellissimi e ormai ben attrezzati di via Prasecco, difficilmente riconvertibili in altro salvo ulteriori investimenti, abbiamo invece l’opportunità di reinventare la formazione su misura per questo luogo in questo tempo, in modo snello ed efficiente, servendo con rapidità ed elasticità i volani di sviluppo su cui la città deciderà di scommettere in futuro. Come ripeto spesso, Pordenone è una città ricca di identità, di competenze e di specializzazioni, che dovremmo arrenderci a mettere in rete se vogliamo competere sul mercato globale della conoscenza. Da queste reti e dalle loro connessioni in Italia e nel mondo, possono uscire moduli didattici aggiornati al servizio di scuole, aziende, ordini professionali, amministratori, cittadini. Basta un po’ di coraggio, un gruppo di persone competenti e pienamente inserite nel presente, un piano economico solido, non impossibile da raggiungere se mettiamo a sistema le risorse di oggi e se impariamo a utilizzare in modo intelligente le opportunità della tecnologia. Io, prima di investire altri milioni a fondo perduto su un sistema che sta evidentemente segnando il termine di un’epoca, ci farei almeno un bel pensiero.

maggio 4 2014

La regione in cui vivo, il Friuli Venezia Giulia, è la prima a sperimentare le ricette per la digitalizzazione di imprese, pubbliche amministrazioni, scuole e cittadini proposte da Go on Italia. Il merito va soprattutto a Riccardo Luna, che ha avviato la collaborazione con Debora Serracchiani, e a quella banda di generosi e appassionati innovatori chiamata Wikitalia. In regione il motore infaticabile è Simone Puksic, che come anima del Distretto delle Tecnologie Digitali di Udine ha già dimostrato di saper tessere reti in modo sano e lungimirante.

Go on Friuli Venezia Giulia parte ufficialmente domani, 5 maggio, con un Digital Day che accenderà scintille di innovazione in oltre 100 sedi delle quattro province dall’alba al tramonto. Tutte le realtà regionali legate alla rete e al digitale sono in qualche modo coinvolte.

Al #DDayFVG naturalmente partecipiamo anche noi di State of the Net, organizzando un incontro sugli open data come leva culturale ed economica per il territorio a cui prenderanno parte Alberto Cottica, Giovanni Menduni, Maurizio Napolitano, Ernesto Belisario e Matteo Brunati. L’assessore regionale Paolo Panontin verrà a presentare in anteprima legge e portale open data del Friuli Venezia Giulia. Se tutto va bene, ci sarà anche una diretta web dalla sala consiliare del Comune di Pordenone, dove inizieremo alle 9.

Nel pomeriggio alle 17 io sarò a Maniago, ospite dell’assessore comunale Cristina Querin con Livio Martinuzzi e Marco Grollo, per parlare di comunità emergenti che intessono reti intorno alle proprie competenze e unicità (e del perché, secondo me, la pubblica amministrazione dovrebbe farsi garante di questo passaggio culturale).

Vedi tutti i 100 e passa eventi in programma il 5 maggio in Friuli Venezia Giulia e un dettaglio sugli incontri previsti a Pordenone.

aprile 8 2014

Tra gli innumerevoli eventi che caratterizzano in questi anni Pordenone, città spesso beatamente inconsapevole del tesoro di esperienze e competenze su cui è seduta, c’è Le Voci dell’Inchiesta. Nato da un’ispirazione cinematografica nella culla di Cinemazero (il cineclub che, tra le altre cose, ospita anche il principale evento al mondo dedicato al cinema muto) e animato dalla sensibilità accademica di Marco Rossitti, il festival sta aggregando anno dopo anno temi e personaggi di primo piano nel dibattito sul giornalismo di qualità. Storicamente più incline alla retrospettiva (quest’anno Andrea Barbato e Adriano Olivetti, tra gli altri) e all’anteprima di documentari e inchieste d’annata (The Human Experiment, Narco cultura, Soul Food Stories per cominciare), quest’anno Le Voci dell’Inchiesta rivolge per la prima volta uno sguardo strutturato anche alle questioni legate al giornalismo in(torno alla) rete. Segnalo qui per affinità di temi e perché direttamente coinvolto questa specifica costola del ricco programma.

Domani, mercoledì 9 aprile, alle 10, intavoliamo una conversazione con Paolo Valdemarin sulle piattaforme. Paolo è una delle prime persone che ho incontrato in rete e mi è compare nell’avventura di State of the Net, ma soprattutto è un eccellente sviluppatore di social software, una scheggia di Silicon Valley trapiantata nel Carso goriziano. Il senso del nostro incontro è guardare ai fatti sociali dentro Facebook dal verso opposto a quello consueto. A monte dei comportamenti in rete e delle influenze che questi hanno sulla società c’è il contenitore che li ospita, la piattaforma, che non è mai neutra. La piattaforma definisce percorsi e standardizza azioni, dà forma alla comunità degli utenti, il suo codice di programmazione in quel contesto è legge. Ne consegue che il modo in cui viene concepito e sviluppato un social network, posto che il modello del social network è sempre più il sistema operativo della rete, è uno dei processi chiave per capire le implicazioni di internet nelle nostre vite e sull’informazione.

A seguire, se nel giro di un’ora non abbiamo ancora steso i nostri interlocutori nella comoda sala di Cinemazero, toccherà a me raccontare la storia del fact checking, la sua rinascita in rete sotto forma di start up giornalistiche e l’importanza che può avere questo distillato di metodo giornalistico nei grovigli quotidiani della rete.

Nel pomeriggio alle 16 interviene Fabio Chiusi, indagatore pressoché solitario in Italia del più grande e sottovalutato scandalo contemporaneo, il Datagate scatenato dalle rivelazioni di Edward Snowden e dalle imprese giornalistiche di Glenn Greenwald. Fabio ha fatto un eccellente lavoro di ricostruzione, verifica e sintesi del complesso corpo di rivelazioni sulle indiscriminate intercettazioni globali della National Security Agency americana. Il minuzioso lavoro svolto nel blog Chiusi nella rete è poi diventato un ebook gratuito distribuito dal Messaggero Veneto. Sempre a sua firma è uscito in questi giorni il saggio Critica della democrazia digitale.

Giovedì 10 aprile alle 15.30 ci raggiunge Elisabetta Tola, giornalista scientifica appassionata e sorridente, per uno sguardo di insieme sul data journalism e sulle inchieste più interessanti realizzate negli ultimi mesi in Italia e nel mondo. Elisabetta aveva già parlato di dati che raccontano storie durante il simposio inaugurale di Pordenone più facile, un paio d’anni fa. Nel frattempo le esperienze si sono moltiplicate in fretta, il giornalismo dei dati è diventato una specialità fondamentale nelle redazioni al passo con i tempi e tante storie che altrimenti non sarebbero state tali sono venute alla luce.

Sabato 12 aprile alle 18.30, sempre a Cinemazero, Giovanni Boccia Artieri parlerà di Facebook per genitori, o per meglio dire della relazione tra genitori e figli in un mondo connesso. Dice che c’entra con il giornalismo d’inchiesta? Poco, apparentemente, se non fosse che per costruire un rapporto consapevole e maturo con la rete, dove l’informazione trova declinazioni inedite e potentissime, c’è più che mai bisogno, oggi, in Italia, nelle nostre province, di parlare di educazione alla rete, tema spesso ancora alieno alla gran parte delle famiglie e delle scuole. E se c’è qualcuno che sa farlo in modo sano, equilibrato e divertente, nonostante sia un docente universitario (blink), questo è senz’altro Giovanni.

Domenica 13 aprile alle 10, stavolta a Palazzo Badini, si torna in redazione con Marco Pratellesi, responsabile del nuovo sito de L’espresso. Con lui, che ha guidato la conquista della rete in alcune delle testate storiche del nostro paese, e tra queste il Corriere della Sera, daremo uno sguardo alle opportunità e alle complicazioni che comportano i social network per una grande organizzazione giornalistica.

Dopodiché tutti in trasferta a Perugia, dove il 30 aprile comincia l’edizione più ricca e internazionale di sempre del festival del giornalismo.

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