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Tag: pordenone

Aprile 5 2014

Venerdì sera abbiamo fatto un piccolo ma fondamentale passo nella maturazione della relazione tra Pordenone e i social media. Ospiti in Biblioteca Civica del Comune di Pordenone, che con discrezione e sensibilità ha accolto e promosso l’iniziativa, ci siamo ritrovati in una trentina di persone a ragionare sulla costituzione di un social media team diffuso a Pordenone, con il pretesto dell’imminente Adunata nazionale degli alpini. Da punti di partenza personali e professionali spesso diversi, con un’ampia rappresentanza in particolare delle aziende speciali della Camera di commercio più vicine alle sensibilità della rete, ci siamo ritrovati con facilità attorno all’urgenza di mettere in comune gli sforzi individuali per sostenere una migliore circolazione delle informazioni e la valorizzazione delle specificità di Pordenone negli spazi globali della rete. Era presente in sala il sindaco Claudio Pedrotti.

Un social media team diffuso è una rete spontanea di cittadini che intende valorizzare la città e i suoi contenuti utilizzando internet e i social network. Esperienze di questo tipo si stanno moltiplicando in Italia, spesso con finalità strettamente turistiche, dalla Basilicata alla Liguria. Anche in regione l’idea è già frequentata: nel capoluogo da circa un anno è operativo il gruppo Trieste Social, che si è fatto notare in particolare durante l’ultima edizione della Barcolana. Hanno aperto la serata proprio le testimonianze registrate di Roberta Milano, tra le maggiori esperte nazionali di web marketing applicato al turismo e animatrice delle prime esperienze italiane, e di Giovanna Tinunin, con Rosy Russo fondatrice e animatrice di Trieste Social.

Nel dibattito è emerso subito il desiderio di guardare oltre la contingenza dell’Adunata degli alpini e di non trascurare le implicazioni economiche di un progetto a lunga scadenza, che può diventare rilevante per eventi, istituzioni e imprese del territorio. Ci siamo lasciati con l’urgenza di ritrovarci per un nuovo incontro, questa volta operativo.  L’iniziativa resta aperta e inclusiva, chiunque abbia dimestichezza con Facebook e Twitter e voglia di partecipare non ha che da registrarsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marzo 7 2014

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Davide Coral mi ha intervistato su La Città, un periodico di attualità di Pordenone, sul rapporto tra città e rete.

Dicembre 13 2012

Questa è una storia locale, ma la racconto qui perché potrebbe interessare anche chi locale non è. A Pordenone stiamo rifacendo il piano regolatore. Lo stiamo facendo prendendo a riferimento da un lato gli standard internazionali di sostenibilità ambientale e dall’altro considerando la tecnologia come uno strumento al servizio della qualità della vita. L’ennesima smart city, almeno nelle aspirazioni di lungo termine, ma forse un po’ più originale perché capovolta nel processo e strettamente interconnessa agli strumenti di pianificazione del territorio.

Il primo motivo di originalità è che l’amministrazione comunale – con cui in questo progetto collaboro, tanto perché siano chiari i conflitti di interesse di chi scrive – ha deciso di non partire da un’idea specifica di città, la classica direttiva politica che si traduce poi in numero di abitanti attesi nel medio periodo, bensì dalla valutazione preventiva della capacità del suolo cittadino di sopportare la vita e l’operosità del territorio senza compromettere l’ecosistema naturale (i cosiddetti servizi ecosistemici: produzione di cibo, depurazione delle acque, contenimento dei fenomeni legati al clima e via dicendo). Da qui verrà l’indicazione se esistano margini di crescita ulteriore o se, più probabilmente, non sia il caso di fermarsi o addirittura fare qualche consistente passo indietro, fino a considerare la possibilità di negoziare i diritti edificatori pregressi o di ripristinare aree naturali.

Il secondo motivo di originalità è che tutta la fase di analisi che precede la progettazione è stata svolta in gran parte insieme ai cittadini. Da luglio a oggi la città è stata coinvolta in un percorso partecipativo che, attraverso incursioni urbane, convegni, laboratori civici, incontri informali e visite sul territorio, ha mobilitato quasi 500 persone (su una popolazione di 50.000, il proverbiale 1%). Non si è trattato soltanto di animazione e acquisizione di consenso, ma di coprogettazione a tutti gli effetti: dal lavoro collettivo di questi mesi sta emergendo una relazione approfondita (qui una bozza, a giorni sarà disponibile il documento definitivo) contenente le tracce di una visione condivisa della città, della sua identità, delle sue criticità e delle sue aspirazioni.

Questa visione diventerà la base su cui, insieme agli scenari dello studio socio-economico del territorio e al bilancio urbanistico, i progettisti chiamati a redarre il nuovo strumento di pianificazione daranno il loro contributo tecnico (l’incarico è in fase di assegnazione in queste settimane, nonostante qualche interessante complicazione). La partecipazione civica proseguirà fino all’approvazione del nuovo piano regolatore: ogni passaggio chiave sarà condiviso e discusso con la comunità, così come previsto dal bando di gara (a cui stanno partecipando alcuni dei maggiori studi nazionali di pianificazione territoriale).

«La città è un modo di coordinamento, è una piattaforma per le relazioni», diceva Luca De Biase nel corso del convegno inaugurale. Se il piano regolatore seguirà il suo destino tecnico prima e politico poi (l’approvazione definitiva è stimata per la metà del 2014), il 2013 dovrebbe essere anche l’anno decisivo per l’elaborazione di una strategia tecnologica del territorio, che alla fine sempre pianificazione è (e qui mi torna in mente la visione urbanistica degli spazi digitali di Giorgio Jannis). Progettiamo luoghi digitali e favoriamo relazioni sociali nello stesso modo e con gli stessi scopi per cui finora abbiamo aperto strade, arredato piazze e pensato i flussi di persone e beni. «L’intelligenza nell’epoca del web è la condivisione della conoscenza», ci ricordava  a settembre Michele Vianello. La sfida, secondo il sindaco di Pordenone Claudio Pedrotti, assume urgenza particolare di fronte a una crisi che ormai parla di trasformazione, ma è tutt’altro che semplice: «Dobbiamo ricollocare le nostre capacità consolidate in un contesto completamente diverso, perché non perdano valore. Per riuscirci dobbiamo fare salto gigantesco di semplificazione della nostra vita quotidiana. Questo processo ci metterà a nudo, perché tutti dovremo mettere in discussione le nostre abitudini e probabilmente rinunciare a qualcosa».

Se smart è il metodo più che l’obiettivo, la chiave di volta potrebbe essere assecondare le caratteristiche, le predisposizioni e le competenze del luogo. In questo senso il confronto partecipato con i cittadini in questi mesi è un eccellente punto di partenza, da riprendere e approfondire. Remano contro i pesantissimi tagli  di bilancio in corso a tutti i livelli nella pubblica amministrazione, che fanno strage degli sprechi ma anche dei nuclei potenzialmente benigni di innovazione, per contro ho la sensazione che proprio l’impossibilità di procedere a grandi investimenti sarà uno stimolo eccezionale alla creatività diffusa e alla ricerca di soluzioni semplici, economiche e concrete. La città diventa smart se una massa critica di cittadini diventa smart nei comportamenti, nelle pratiche e nelle aspirazioni di ogni giorno. Il che ne fa un’opportunità culturale prima che tecnologica.

Segnalo tutto questo qui e ora perché, qualora qualcuno fosse interessato a conoscere da vicino l’esperienza pordenonese, sabato 15 dicembre è in programma l’evento di presentazione dei primi risultati (a Palazzo Badini, in piazza Cavour, dalle 9 alle 18). Per chi vuole approfondire, il progetto si chiama Pordenone più facile e naturalmente tutto il materiale è condiviso anche online. L’hashtag su Twitter, se qualcuno vuole partecipare alla conversazione, è #pnfacile.

Marzo 20 2012

Ieri a Milano è stato presentato un nuovo social network per imprenditori. Si chiama myind e nasce nell’ambito della territoriale pordenonese di Confindustria. Si tratta di un social network creato da Confindustria per gestire in modo orizzontale ed emergente la comunicazione tra gli associati di Confindustria, ma a me pare che, se riuscirà nella sfida decisiva di superare la massa critica, sia destinato ad affrancarsi dai suoi confini originari per diventare semplicemente un ambiente di scambio di informazioni e di idee per gente d’impresa. Per amor di trasparenza aggiungo che l’ho visto nascere da vicino nel corso dell’ultimo anno, ne ho discusso a lungo con chi l’ha concepito, l’anno scorso ho partecipato come relatore a un ciclo di incontri propedeutico al suo lancio, ma non ho alcun ruolo né nella sua progettazione né nella sua gestione. Ne parlo qui perché a mio parere contiene alcuni spunti originali per chi si occupa di applicazioni costruite su reti sociali. Ne segnalo due che a me paiono particolarmente azzeccati e ben riusciti.

L'identità è una fabbrichetta che si colora secondo la personalità della aziendaIl primo è la gestione dell’identità. In questo caso non entrano in rete semplicemente persone, ma modi di fare impresa e sistemi di valori imprenditoriali. Il valore aggiunto di un ambiente di questo tipo è, seguendo il più classico dei processi di rete, far avvicinare nodi affini che ancora non sanno di avere qualcosa in comune oppure di essere complementari per lo sviluppo dei propri affari. L’anagrafica dell’azienda e la fotografia dell’imprenditore in questo caso aiutano fino a un certo punto, mentre le tassonomie richiedono una dedizione e una precisione non del tutto scontata per i tempi e le esigenze della categoria a cui questo specifico servizio è destinato. Myind risolve questa procedura distillando peculiarità aziendali attraverso un percorso mirato che traduce le competenze e le propensioni di un’organizzazione in un segnaposto colorato. La fabbrichetta stilizzata, uguale per tutti nella forma, assume in questo modo combinazioni di colori personalizzate, fornendo un’impressione a colpo d’occhio delle caratteristiche dell’imprenditore e della sua azienda. L’identità diventa un mosaico, una frequenza visiva che trova le sue risonanze attraverso meccanismi istintivi molto prima che razionali. La cartina geografica mi racconta di chi mi sta vicino, ma ancor di più mi permette di riconoscere a colpo d’occhio chi mi assomiglia, chi assomiglia alla mia concezione d’impresa, chi parla la mia stessa lingua, chi opera in un settore affine. Come tutte le soluzioni efficaci e brillanti, c’è dietro la digestione di un processo molto complesso, che spero prima o poi gli sviluppatori trovino il modo di raccontarci nel dettaglio, perché potrebbe dare un contributo interessante al mondo dei social software.

L’altro spunto che io ho trovato interessante è la gestione degli spazi di espressione a disposizione degli iscritti al social network. I microblog individuali alimentano un magazine diffuso che mette in circolo con velocità le informazioni utili ai vari gruppi sociali. È un meccanismo molto classico, che assorbe in modo comunque originale le pratiche dei più noti sistemi di pubblicazione diffusa e collaborativa, dal wiki al blog, passando per i tumblr. Ma l’innovazione che a me ha colpito di più è un dettaglio minore. Ogni “notizia” è formata da un titolo e dal corpo del testo. Il titolo è lungo massimo 140 caratteri (vi ricorda qualcosa?). Se non viene riempito il campo del titolo, non si sblocca la form di composizione per il corpo della notizia. Il titolo, in sostanza, diventa un tweet e veicola il messaggio (dentro il network, ma idealmente anche oltre, essendo già perfettamente compatibile con Twitter), mentre il testo aggiuntivo è un allegato che circostanzia e approfondisce. Concepire il titolo come tweet autosufficiente e la notizia come allegato ribalta i pesi tradizionalmente attribuiti dalla comunicazione d’impresa a questi elementi, stimola la sintesi, mette in gioco la creatività, aiuta a dare forza alla notizia, moltiplica le possibilità che l’informazione circoli e trovi gli interlocutori a cui è destinata. In ambito aziendale, soprattutto a livello italiano, mi pare una sfida creativa non scontata e molto stimolante.

Dicembre 22 2010

Finisco Giornalismo e nuovi media immaginando il giornalismo sempre meno industria e sempre più artigianato, nelle cui botteghe dovranno formarsi non soltanto i garzoni e gli apprendisti, ma trovare motivo di stimolo e di aggiornamento anche i bricoleur della domenica. Una professione da condividere, insomma, che tra nuovo vigore anche da luoghi – analogici e digitali – di socializzazione, di apprendimento e di sostegno a tutte le esigenze contemporanee della società in fatto di informazione e di accesso alla conoscenza.

Leggo oggi – grazie a Lsdi – di un quotidiano del Connecticut, The Register Citizen, che in un certo senso prende alla lettera proprio quest’idea aprendo il suo newsroom café: si tratta di un luogo dove bere un caffé, collegarsi gratuitamente a internet, consultare 120 anni di archivi dei giornali locali, contribuire alla bacheca della comunità, interagire attivamente con la redazione e partecipare alle riunioni organizzative dei giornalisti. Quello che fa o dovrebbe fare più o meno ogni buon giornale locale, ovvero aprirsi alla comunità, ma ora istituzionalizzato e declinato in una forma sociale residente e sempre più in simbiosi con i cittadini.

Poi ci penso e mi viene in mente che una cosa del genere esiste perfino nella mia città. Sono gli Studios di Pnbox.tv, la web tv fresca vincitrice di un teletopo, che ha insediato la sua sede di produzione nella bastia di un castello all’immediata periferia di Pordenone, integrandola con un ristorante e un bar. La web tv dà alla città un luogo di socializzazione e svago, dove vengono organizzati spesso eventi e incontri; in cambio – la faccio semplice, ma il progetto è raffinato e da studiare – ottiene accesso preferenziale a molto buon materiale con cui nutrire di contenuti il proprio archivio televisivo e si dota di un serbatoio inesauribile di idee e di persone dentro la redazione.

Quando ho comiciato a fare questo mestiere, da ragazzino, formalmente non potevo nemmeno mettere un piede dentro alla redazione del giornale locale con cui collaboravo, per una serie di implicazioni sindacali che si capiscono soltanto quando sei dentro a questo mondo. Qui si sta dicendo invece che la redazione può essere un luogo sociale, riempirsi di gente, generare nuovi nodi della rete locale, trovare modi alternativi per avere accesso alle idee e alle persone. Che è un po’ la base per un hub giornalistico locale così come lo immaginavo qualche settimana fa a Roma. Dal giornale che va dove c’è la gente al giornale che diventa il luogo dove la gente si incontra: un bel salto.

Novembre 29 2010

Giovedì a Pordenone comincia un evento molto particolare che si chiama DireFare.PN.it. Gli incontri del 2, 3 e 4 dicembre prossimi sono il momento clou di un progetto con cui l’amministrazione comunale ha deciso di affidarsi  alle reti – reti analogiche sul territorio e reti sociali sul web – per provare a raccogliere esperienze, progetti, visioni e aspettative per la città del prossimo decennio. Filo conduttore di tutte le attività sono i “pordenonesi altrove“, ovvero cittadini giovani e meno giovani che vita o studio o lavoro hanno portato lontani da casa. La retorica del cervello in fuga qui c’entra poco: il tentativo non è farli tornare, ma di attivare relazioni attraverso cui mettere al servizio della comunità sensibilità, specializzazioni e punti di vista meno familiari. Torneranno in 25 per un fine settimana, mentre altri si sono già raccontati e si racconteranno a distanza sul sito del progetto.

C’entro un po’ anch’io, nel senso che per il Comune e insieme a Giorgio Jannis e Piervincenzo Di Terlizzi sto curando le attività online del progetto. Qui lo segnalo perché potrebbe interessare, oltre ai miei concittadini in loco e altrove non ancora raggiunti dal progetto, anche a chi si occupa di dinamiche sociali mediate dai social network. Le difficoltà che incontra un’amministrazione pubblica nell’aprirsi in rete e alle reti sono enormi, come si può ben immaginare, per questo invito chiunque ne abbia piacere a unirsi a noi, per esempio su Facebook o negli altri spazi sociali predisposti per l’occasione, e a dare, se lo desidera, il suo contributo attivo. Accanto ai pordenonesi altrove e ai tessitori di relazioni locali non mi dispiacerebbe ospitare anche punti di vista e spunti di cittadini digitali che guardano a questo esperimento da altre realtà italiane e internazionali.

Posto che il canale di ascolto e di interazione tra istituzione e cittadini è aperto su ogni tema di interesse o di ricaduta locale, il progetto si è andato specializzando in particolare in quattro filoni: l’internazionalizzazione, l’innovazione dei processi aziendali, la sostenibilità ambientale e i nuovi patti di cittadinanza. Io, devo dire, mi sto appassionando soprattutto a quest’ultimo versante. L’idea di fondo è che le istituzioni locali hanno e avranno in futuro sempre meno risorse per far fronte a problemi sempre più complessi. Già oggi i servizi sociali territoriali non fanno più fronte soltanto alle emergenze degli ultimi della società, ma anche dei penultimi e a volte dei terz’ultimi. Se ne esce soltanto ridiscutendo le deleghe di responsabilità, riavvicinando i cittadini alla propria comunità, con l’idea che i problemi di un quartiere possono essere risolti più efficacemente dentro al quartiere dalle persone che nel quartiere vivono. In questo senso viene proposto un nuovo istituto giuridico chiamato fondazione di partecipazione o fondazione di comunità. Ne riparleremo, di questo, perché è un ribaltamento di prospettiva che, nella mia testa, va di pari passo con le dinamiche di cui mi occupo per lavoro nella comunicazione e nell’informazione, così come con la sostenibilità delle scelte di vita che sperimento con la mia famiglia e con il gruppo d’acquisto a cui partecipo. Chi vuole approfondire intanto trova alcune sintesi degli incontri delle settimane scorse sul sito di DireFare.PN.it.

Segnalo infine che giovedì 2 dicembre alle 18.00 avrò il piacere di moderare un incontro sulla società che si fa rete a cui parteciperanno Giuseppe Granieri, a cui riesco per la prima volta a far mettere un piede a Pordenone, e Giorgio Jannis. Parleremo di società digitale, di abitanza biodigitale, di flussi da pettinare, di conversazioni e quant’altro. Sarete i benvenuti.

Settembre 12 2010

C.

Te ne sei andato in uno di quei modi plateali che fanno eccitare le redazioni dei giornali, ma lasciano annichiliti gli amici. Dieci anni dopo essere scampato allo stesso disastro, l’undici settembre, come se dovesse per forza sembrare una rivincita del destino e non soltanto un incredibile caso. Il primo incidente t’aveva cambiato, ridimensionato, allontanato da tanto e da molti. L’ultima volta che ci siamo visti l’hai buttata malamente in politica, in un modo così gratuito da non riconoscerti quasi. È il nostro cerchio destinato a rimanere aperto. Era parte del tuo modo di essere: uomo di sfumature pur risultando spesso esageratamente brusco; di visione pur amando tagliare i concetti con l’accetta; di ambizioni pur senza averne del tutto il pelo sullo stomaco; di compagnia allegra e caciarona pur nascondendo malinconie e tristezze. Con te non c’erano molte vie di mezzo, ti si amava o ti si detestava, si vibrava alla stessa lunghezza d’onda o non ti s’acchiappava più. Passavi sugli ostacoli come un rullo compressore e ti divertiva venire a capo delle situazioni più intricate a costo di sembrare più cinico e impermeabile di quel che in realtà eri.

Tredici anni fa, più o meno di questi tempi, ricevesti un ragazzino sconosciuto per un incarico che dovevi assegnare. Non avevi nessuna ragionevole convenienza per mettergli in mano una parte importante del tuo progetto, ma in barba all’imbarazzo dei presenti scommettesti su di lui. Hai capito e sei stato al gioco, ed è il lato del tuo istinto per cui ho sempre provato rispetto e ammirazione. Sei stato il mio primo datore di lavoro, la prima vera fonte di ispirazione nel passaggio qui da noi così balordo tra mondo delle favole e mondo del lavoro. Non so quanto del mio lavoro di oggi sarebbe diverso, ma di sicuro senza di te sarebbe stato un inizio meno stimolante e meno divertente. Di tutto questo, ma soprattutto della stima e dell’amicizia disinteressata di tanti anni, io ti sono profondamente grato. Spero possa fare la sua piccola differenza nel bilancio incompiuto di una vita.

C’è una piazza molto discussa nella nostra città, che al contrario io ho sempre amato molto. Tu più di tanti altri hai fatto in modo che quel luogo diventasse così come è oggi. Non c’è stato transito finora in cui tu non mi sia in qualche modo venuto in mente. Tienimi d’occhio d’ora in poi, quando passo di là: il sorriso sarà per te.

Giugno 1 2010

Per chi s’era appassionato alla vicenda del WiFi gratuito a Pordenone, segnalo che sabato 5 giugno – insieme alla nuova biblioteca multimediale – viene inaugurato il nuovo sistema di accesso civico senza fili a internet. Del precedente progetto, a cui avevo collaborato per farne soprattutto un investimento in cultura e cittadinanza digitale, resta solo il nome: Wireless Naonis. Sono previsti hotspot in alcuni luoghi di aggregazione della città, a cominciare appunto da piazza XX settembre. Dovrebbe essere già attivo un punto di accesso anche a Torre, nel parco del castello, dove si trovano anche gli Studios della webtv cittadina PnBox. L’accesso alla rete avviene attraverso l’autenticazione con codici forniti a ogni cittadino in seguito a registrazione e identificazione fisica, come richiesto dalla legge Pisanu. È un inizio e come tale va sostenuto e incoraggiato. Come nota anche Piervincenzo Di Terlizzi, la nuova biblioteca con connettività può essere un luogo di crescita di grande importanza per la nostra città. Spero davvero che, nei prossimi mesi, cittadini e istituzioni sappiano cogliere l’opportunità.

Aprile 15 2010

Domattina, nell’ambito del festival Le voci dell’inchiesta di Pordenone, modero un incontro dedicato alla Clip culture, ideale festeggiamento del quinto compleanno di YouTube. Appuntamento alle 9 alla sede universitaria di via Prasecco, per chi si trova a Pordenone. Per tutti gli altri, dovrebbe essere disponibile una diretta web. Si parlerà di alcune esperienze originali nell’ambito della creatività multimediale promossa dalla rete, come la Banca della Memoria, Italiani di Frontiera, Scenari di RaiNews24 e Dice Che, chiacchiere e videogiornalismo di abruzzesi terremutati.

La rete ha cambiato il nostro modo di pensare? Certamente ha modificato il rapporto delle giovani generazioni con il cinema e la televisione. Sono passati solo cinque anni dalla nascita di YouTube (il primo video vi fu caricato il 23 aprile 2005) e ogni mese più di venti milioni di nuovi filmati, per lo più autoprodotti, vengono caricati sul noto sito di video sharing. Ma internet non è solo questo: è una fonte inesauribile di informazioni e di notizie giornalistiche, uno sconfinato territorio da esplorare, un luogo di incontro e di scambio, un gigantesco archivio audiovisuale che riduce progressivamente il rischio (qualcuno dice: la libertà) di dimenticare.

Settembre 22 2009

Poco meno di una settimana fa, qui alla periferia dell’impero, è successo un brutto fatto di cronaca. Una storia di integrazione e di amore, di tradizioni e di conflitto, di onore e di tolleranza, di ipocrisie e di paura, ma mischiati così alla rinfusa da diventare esplosiva. Una storia ricca di spunti di riflessione, se solo non fosse così tragicamente insensata. Questa storia ha avuto ampio risalto anche a livello nazionale, dunque non mi dilungo sui particolari.

Nell’eccitazione generale di molti cronisti e politici a cui non è sembrato vero potersi riempire la bocca con la retorica dello scontro di civiltà, della convivenza impossibile e della superiorità dell’Occidente – una letteratura della contemporaneità ideologica e superficiale su cui prima o poi dovremo porci qualche domanda, per quanto ci allontana da ogni soluzione – poche voci hanno brillato per buon senso. Mi piace qui ricordare in particolare gli articoli che Paolo Rumiz ha sfornato per una settimana su Repubblica e Messaggero Veneto, magistrali, dal mio punto di vista, per equilibrio e buon senso, per capacità di ascolto e per completezza di racconto, per civile indignazione e voglia di andare oltre le apparenze. Del resto è fuoriclasse, mi dicevano ieri su FriendFeed; ma sfortunato è il popolo a cui non bastano gli onesti impiegati e ha bisogno dei fuoriclasse per raccontarsi la vita che gli passa davanti agli occhi, aggiungo io.

Un’altra voce che ho apprezzato è stata quella di Giovanni Zanolin, assessore comunale alle politiche sociali qui a Pordenone, che nell’imbarazzante assenza delle istituzioni e della politica si è presentato alla festa per la fine del Ramadan e ha preso il microfono per gridare l’ineluttabilità del confronto. È un discorso rivolto a una comunità di immigrati, ma indirettamente parla anche agli italiani. Vivere insieme ci cambia, le relazioni ci cambiano, l’amore ci cambia, ed è un fatto così naturale che forse proprio in questo sta la volontà di quel Dio a cui troppi ancora si appellano per enfatizzare differenze e mantenere distanze. I giovani stanno semplicemente arrivando prima degli altri a un destino inevitabile ed è tra le generazioni, prima che tra le civiltà, che si stanno accumulando frizioni. Siccome di questo discorso non c’è traccia né sulla stampa (se non per brevi frammenti) né online, lo pubblico integralmente qui.

La morte di Sanaa non può essere inutile. Su questa morte tutti noi dobbiamo interrogarci e trarre una lezione. Credo che tutti noi, italiani ed immigrati, dobbiamo essere disponibili a cambiare la nostra vita. Quando si viene in Italia tutto cambia. Mille sensazioni ed esperienze nuove si presentano davanti alle persone che arrivano piene di speranza, ma l’Italia è un paese molto differente da quelli d’origine degli immigrati. Da quando si mette piede in Italia nulla può essere più come prima e non si può vivere in Italia come se fossimo in Marocco, in Bangladesh, in Ghana, in Macedonia o in altri paesi. I nostri figli vanno a scuola insieme, lavorano assieme, si parlano, si frequentano. È inevitabile che fra di loro nascano relazioni. Per gli uomini e le donne di fede questo mescolarsi è una manifestazione della volontà di Dio. Per altri un fatto inevitabile, naturale.

La pretesa di far vivere la famiglia isolata o, al massimo, in relazione solo con altre famiglie di connazionali, è fuori dalla realtà, non ha senso, si scontra con la realtà. E genera violenza, perché i giovani figli degli immigrati non accettano di vivere da estranei coi loro coetanei. Nasce da qui la violenza, soprattutto contro le ragazze, che sono la parte più debole e nel contempo i soggetti in cui la spinta al cambiamento agisce in modo più forte, perché cambiare significa soprattutto generare nuovi esseri umani e questo è un compito che spetta alle giovani donne. È stato così per Hina a Brescia, così per Sanaa a Pordenone.

Quando davanti a noi si presentano le difficoltà a capire l’Italia ed il suo modo di vivere, noi tutti, immigrati ed italiani, dobbiamo aprirci, dobbiamo parlare ed incontrarci per discutere di queste differenze e delle diversità. Non esistono luoghi separati nei quali evitare il dialogo e coltivare la differenza e promuoverla: le case dei marocchini o dei macedoni in Italia non potranno mai essere pezzi di Marocco o Macedonia in Italia. Lo stesso Centro culturale islamico di Pordenone è un pezzo d’Italia, nel quale gli islamici debbono imparare a diventare buoni italiani senza rinunciare ad essere islamici e nel quale noi italiani possiamo imparare a conoscere l’Islam. Ovviamente il ricordo delle origini e la nostalgia del vostro paese lontano sono sentimenti necessari e che ci saranno sempre. Noi friulani conosciamo bene questi sentimenti.

Ma cosa significa aprirci? E con chi debbono parlare gli immigrati, soprattutto quando vivono una condizione di difficoltà, com’è successo alla famiglia di Sanaa? Molti lo fanno già, con le assistenti sociali dei loro comuni. Molti lo fanno con l’Imam ed i suoi collaboratori. Altri coi compagni di lavoro, altri coi vicini di casa. Quel che chiedo a tutti è di aiutare quelle famiglie che sono più in difficoltà ad aprirsi e dialogare, come evidentemente è successo al padre ed alla madre di Sanaa. Le assistenti sociali del Comune di Pordenone hanno da sempre un buon rapporto con l’Imam ed i suoi collaboratori. Grazie a questo buon rapporto abbiamo affrontato molte situazioni difficili e calmato molte tensioni, aiutando molti a vivere progressivamente in Italia da italiani, senza perdere alcuni principi fondamentali, come l’amore ed il rispetto per la famiglia, ma assumendone anche di nuovi, com’è per alcuni la parità di diritti e condizioni fra uomini e donne.

L’apertura al dialogo e la messa in campo di efficaci mediazioni, è un indirizzo necessario anche alle istituzioni italiane. Se ad esempio i Carabinieri ricevono la segnalazione che un padre minaccia la figlia perchè si è messa con un italiano, allora debbono sapere che si possono rivolgere alle autorità religiose della comunità di appartenenza e quali siano quelle autorità. Parlo di autorità religiose, perché ci sono altre Sanaa, figlie di famiglie cristiane dell’Africa equatoriale ed è indispensabile conoscere i pastori delle comunità evangeliche.

I sentimenti dei ragazzi si muovono molto più rapidamente della nostra capacità di costruire strumenti di mediazione. Mi ha colpito molto che, durante i funerali di Sanaa, quando l’Imam ha detto a Massimo, il fidanzato di Sanaa, che se si fosse rivolto a lui avrebbe potuto cercare un dialogo con la famiglia di lei, il ragazzo italiano abbia detto che gli pareva una buona idea, ma che non sapeva nemmeno che un Imam, a Pordenone, ci fosse. Evidentemente la stessa famiglia di Sanaa era tanto chiusa all’esterno da non far venire in mente nemmeno a Sanaa di ricorrere ad una mediazione.

L’amore che legava Sanaa e Massimo è la grande forza creativa, la parte migliore degli umani. Con l’amore noi costruiamo, con l’odio distruggiamo. Il più grande dei poeti italiani, più di settecento anni fa, ha scritto un verso magnifico: “Amor che move il sole e l’altre stelle”. Dante ci dice che l’amore muove tutte le cose del mondo.

Dio chiese ad Abramo, per misurarne la fedeltà, di sacrificargli il primogenito, Isacco. Ma nel momento in cui, affranto dal dolore, stava per farlo, glielo impedì. Qual è il significato profondo di questa storia? Io credo che Dio ci dica che la vita dei nostri figli è sacra. Anche per questo a questi figli dobbiamo dare fiducia. Essi ci ascoltano, ma soprattutto ci guardano e giudicano, capiscono se c’è coerenza fra le cose che diciamo e la vita che conduciamo. I figli si allontanano da noi, debbono farlo. Ma, se siamo stati buone madri e buoni padri, poi ritornano. Dobbiamo dar fiducia ai nostri figli, loro edificheranno un mondo molto migliore di questo nostro, pieno di violenza.

È questo il messaggio che ci lascia la storia di Massimo e Sanaa. Alla fine di tutto, resterà solo il ricordo del loro amore.

[Giovanni Zanolin, discorso alla festa di fine Ramadan presso il Centro islamico di Pordenone]
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