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Tag: giuseppe granieri

Maggio 21 2024

Una rete di 55 scuole del Friuli Venezia Giulia coordinata dal Liceo Classico Jacopo Stellini di Udine ha studiato per alcuni mesi le implicazioni e le possibili applicazioni dell’intelligenza artificiale generativa nella scuola, con lo scopo di arrivare ad alcune linee guida di indirizzo (davvero interessanti!). Al convegno finale del ciclo di incontri mi è stato chiesto di portare una relazione. Quella che segue è la traccia del mio intervento.

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Io sono un giornalista, anziano abbastanza da aver scritto i primi articoli su una macchina per scrivere e fortunato abbastanza da aver vissuto la (da essere sopravvissuto alla) trasformazione non soltanto tecnologica della mia professione negli ultimi trenta o quarant’anni. Ho visto nascere il web e ho contribuito alla sua divulgazione e sperimentazione, con un occhio di riguardo per le intersezioni tra internet, informazione e dinamiche di comunità. Fin dalla fine degli anni ’90 ho studiato e sperimentato forme e formati per l’informazione online, vivendo contemporaneamente la stagione del grande entusiasmo per le potenzialità che vedevo aprirsi e della grande delusione per l’altrettanto ostinata (e a conti fatti suicida) guerra di retroguardia portata avanti da editori e ordini professionali, in modo particolarmente sconsiderato in Italia.

Oggi lavoro a Good Morning Italia, una startup giornalistica (non più startup in senso stretto, avendo festeggiato quest’anno i 10 anni di attività e superato i 50 collaboratori) che produce briefing informativi. Ve ne accenno perché ritengo che possa essere un caso di studio rilevante per il tema di oggi. Ogni mattina alle 6:30 Good Morning Italia pubblica una sintesi in circa 1.000 parole delle notizie e delle questioni fondamentali da conoscere prima di iniziare la giornata. Il Briefing si rifà idealmente, fin dal nome, al rapporto di intelligence che il Presidente degli Stati Uniti riceve ogni mattina appena sveglio, con gli aggiornamenti rilevanti delle situazioni critiche in tutto il mondo.

Come funziona: la redazione di Good Morning Italia digerisce ogni giorno notizie e approfondimenti dalla stampa di tutto il mondo, seleziona le fonti più interessanti e riassume in poche parole le novità più rilevanti, rimandando per approfondimenti alle fonti selezionate. Una rassegna stampa, se vogliamo semplificare, ma con alle spalle un progetto editoriale che prova ogni giorno a unire i puntini con uno sguardo globale, guidando il lettore a capire che cosa sta succedendo, perché sta succedendo e che cosa potrebbe succedere. Ogni edizione è prodotta da due giornalisti: il primo lavora fino a notte fonda per produrre la bozza dell’edizione del mattino, mentre all’alba un suo collega verifica gli ultimi aggiornamenti, integra gli articoli più interessanti usciti sui giornali del giorno e confeziona il prodotto finito. Durante il giorno, poi, una squadra di collaboratori produce un’ulteriore ventina di edizioni derivate dalla principale e personalizzate su misura per clienti aziendali o per mercati specifici.

Ora, se mi avete seguito fin qui, forse avrete colto alcune parole chiave: selezione, sintesi, unire i puntini. Che cosa vi fa pensare? Esatto: noi con l’intelligenza artificiale andiamo a nozze. Da alcuni mesi stiamo sperimentando e gradualmente inserendo nel nostro sistema editoriale applicazioni per supportare il lavoro dei giornalisti, ridurre i tempi di lavorazione e proporre nuove declinazioni e nuovi formati per i nostri prodotti giornalistici. Benché il controllo finale sia e dovrà sempre essere quello di un redattore esperto, già oggi l’intelligenza artificiale ci può dare un grande supporto nel trovare le fonti più interessanti e selezionare gli articoli che garantiscono un certo livello di approfondimento e di qualità oggettiva. Con l’intelligenza artificiale possiamo produrre bozze prelavorate delle unità di contenuto, unendo i dettagli più rilevanti raccolti tra diverse fonti.

Good Morning Italia ha uno stile peculiare: asciutto e puntuale, ma con concessioni all’ironia e alla leggerezza, in particolare nei titoli. Opportunamente istruita, l’intelligenza artificiale ha già dimostrato di equivalere la creatività di un essere umano. Con il prossimo aggiornamento della nostra piattaforma editoriale introdurremo inoltre il supporto alle traduzioni dei contenuti, per ridurre in modo significativo i tempi richiesti per la trasformazione delle notizie che alimentano le edizioni internazionali. Come potete immaginare, il tempo, per un’azienda che concentra la distribuzione della gran parte dei suoi prodotti in due ore al mattino, è chiaramente un fattore competitivo.

Su un fronte di ricerca e sviluppo più avanzato, grazie alla collaborazione con Activate Intelligence, che è il nostro partner tecnologico e che sta istruendo per noi alcuni agenti specializzati, stiamo sperimentando due prodotti nuovi totalmente costruiti su applicazioni di intelligenza artificiale. Il primo è una versione del Briefing pensata per essere stampata su carta. Questa è una richiesta che ci è arrivata dal mercato, in particolare dal settore della ricettività, dagli hotel: abbiamo scoperto che più di qualcuno era interessato a stampare le notizie e offrirle ai propri clienti al posto del giornale in sala colazioni. Così abbiamo messo loro a disposizione una piattaforma dedicata. Con una routine quotidiana e totalmente automatizzata, ogni mattina i contenuti del Briefing vengono presi dall’intelligenza artificiale appena sfornati, impaginati in modo da riempire comodamente un foglio A4 fronte e retro, tradotti in tre lingue, brandizzati col logo dell’hotel, salvati in formato pdf e spediti via email agli alberghi abbonati, che già alle 7 possono stamparne alcune copie e metterle a disposizione dei propri clienti. Inoltre, ogni edizione riporta un QR code per l’accesso all’edizione online, per permettere agli interessati di accedere alle fonti linkate e comunque di continuare a leggere i contenuti anche in un momento successivo.

Il secondo fronte di sperimentazione su cui stiamo lavorando riguarda invece la versione audio. Questo non è ancora un prodotto disponibile, stiamo lavorando ad alcuni prototipi interni. La versione podcast del Briefing è in effetti una delle richieste che ci arrivano più di frequente dai lettori e che per il momento non siamo stati in grado di offrire. Oggi stiamo studiando, avendo i primi riscontri positivi, il modo per produrlo utilizzando l’intelligenza artificiale. Ovviamente non basta far leggere il testo a una sintesi vocale: è necessario prima rielaborare il testo, renderlo più naturale per una lettura a voce, legare i vari passaggi, montare e sonorizzare il tutto. I primi test che abbiamo condotto utilizzando voci umane clonate, di cui oggi si trova in commercio già un’ampia biblioteca, cominciano a essere piuttosto soddisfacenti.

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Condivido due piccole epifanie che mi porto dietro da questi primi mesi di sperimentazione sull’intelligenza artificiale. La prima: addestrare l’intelligenza artificiale a supportare la produzione di contenuti giornalistici è di gran lunga una delle attività giornalistiche più stimolanti che mi sia capitato di osservare negli ultimi anni. Costringe a ripensare nel dettaglio al metodo, a tornare alle basi, a esplicitare che cosa discrimina il giornalismo dai riempitivi di bassa qualità. Quando produci contenuti molto sintetici, come nel caso di Good Morning Italia, ogni parola è decisiva: devi produrre la miglior sintesi nel minor spazio possibile, mettendo a fuoco i concetti essenziali. Il metodo giornalistico è a modo suo un algoritmo e per insegnarlo all’intelligenza artificiale dobbiamo definirlo con precisione, scrostarlo da decenni di appesantimenti stilistici, dalle scorciatoie dettate dalla fretta, dalle furbizie commerciali, dalle deviazioni dallo scopo. Ed è un esercizio molto salutare.

La seconda epifania è una similitudine. Vengo da una città che si è sviluppata soprattutto grazie al settore manifatturiero, a cominciare dal tessile. La chiave è stata la ricchezza di rogge e di corsi d’acqua, che col loro scorrere fornivano la forza che muoveva i primi telai meccanici e in un secondo tempo l’elettricità per alimentarli. La capacità dell’uomo, la portata della capacità dell’uomo, è stata espansa in modo decisivo dall’innovazione tecnologica. È cambiato il mondo, con quella tecnologia, e oggi la ricordiamo giustamente come una rivoluzione industriale. Quello che è accaduto in passato per le abilità fisiche e artigianali dell’uomo sta ora avvenendo con il suo pensiero, che viene espanso da una tecnologia in grado di accelerare e replicare a dismisura le sue capacità elaborazione e di produzione cognitiva. Chiamiamola quinta o sesta rivoluzione industriale o forse prima rivoluzione industriale del pensiero non so, ma questo è in sostanza. Il cambiamento di scala che ci attende all’orizzonte è paragonabile almeno al cambiamento di scala che passa tra la bottega del piccolo sarto e la fiorente industria tessile di fine Ottocento. In realtà diversi ordini di magnitudine superiore, perché nel mondo del digitale, tutte le piccole o grandi rivoluzioni dei contenuti, dei dati, delle relazioni, della conoscenza che si sono succedute, lavorando per così dire entro un sistema operativo comune, si contagiano e si potenziano vicendevolmente. 

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Ora, il grande problema quando parliamo delle innovazioni sostanziali che promettono di rivoluzionare il nostro rapporto con la conoscenza e con le interazioni fondamentali delle nostre comunità è che la società contemporanea, forse per difesa, forse per difesa delle rendite di posizione delle sue leadership, tende a non farsi troppe domande sul futuro, a ignorare le sfide, a non guardare al di là delle ricadute immediate, il più delle volte osservandole in negativo, come una minaccia. Siamo ancora, e in Italia molto più che altrove, figli della società delle mediazioni di massa, rifiutiamo istintivamente tutto ciò che nega le dinamiche di cui siamo ancora espressione. Alla complessità esplosiva di questi anni, che richiederebbe strutture leggere e flessibili, rispondiamo con organizzazioni ancora bizantine, elefantiache, pesantissime da riconvertire. Conservare, per contro, è sempre meno sinonimo di far funzionare, come dimostra la fatica di dare risposte che caratterizza un po’ tutti gli ambiti dell’apparato che chiamiamo “Stato”.

Anche nei casi in cui proviamo a cogliere le opportunità offerte degli strumenti contemporanei, forse più per moda o per pressione sociale che per reale convinzione, finiamo per dar vita realtà parallele in cui il burocrate che non è messo nelle condizioni di prendersi responsabilità incontra l’informatico che esegue acriticamente e insieme producono una versione digitale più complicata di processi ottocenteschi, facendo perdere una volta di più alla società l’enorme occasione di ripensarsi e di semplificare il proprio funzionamento alla radice. Penso alla digitalizzazione dei servizi del fisco o della previdenza, alla maggior parte dei servizi remoti dei comuni, in cui è ancora l’utente, il cittadino, a doversi adeguare a classificazioni, nomenclature, percorsi del tutto innaturali, specchio unicamente del linguaggio burocratico dell’ente e della sue sovrastrutture interne.

Mi viene sempre in mente, in questi casi, il sistema di pagamento digitale della pubblica amministrazione, PagoPA, nato con buone intenzioni durante la felice esperienza di Diego Piacentini come Commissario straordinario per l’attuazione della transizione digitale e subito dopo la sua partenza stravolto. Doveva essere una piattaforma unica per i pagamenti: immediata, semplice, universale. Appena se n’è andato Piacentini è stata spacchettata in venti circuiti regionali e numerose sottoclassificazioni, aumentando a dismisura i costi e complicando enormemente un servizio che aveva senso proprio in quanto unico, basilare, centralizzato ed economico. Il futuro ci piomba addosso come una slavina, e noi indifesi e arroganti fischiettiamo a fondo valle. 

Uso ancora come esempio il settore che conosco meglio, quello del giornalismo. L’economia dell’informazione è stata a lungo l’economia delle tipografie, dei trasporti, delle edicole, degli impianti di emissione. La remunerazione del lavoro giornalistico, peraltro in passato uno dei mestieri meglio pagati in assoluto, era trainata dai margini del prodotto cartaceo nel caso del giornale e da quelli del mercato pubblicitario nel caso della televisione. Da anni i giornali stanno perdendo in media il 10% di diffusione all’anno. I grandi giornali, che negli anni ’80 superavano il milione di copie e che alla fine del secolo avevano quasi dimezzato le copie vendute, oggi sono scesi spesso sotto le 100.000 copie. Con 100.000 copie non si può più parlare nemmeno di copertura nazionale. La tv, per contro, si è autosabotata con il passaggio al digitale terrestre, ha frammentato l’audience in centinaia di nicchie spesso nella pratica non sostenibili e oggi festeggia campioni d’ascolto che nella migliore delle ipotesi raccolgono una frazione dei programmi di punta degli anni ’80.

A fronte di questo fallimento imminente e annunciato, che mette seriamente a rischio la sopravvivenza di una funzione essenziale per la democrazia come il giornalismo, non sembra corrispondere uno sforzo adeguato a comprendere come trasferire l’informazione online sfruttando le peculiarità dell’ecosistema digitale e reinventando il proprio ruolo. La Rete non è mai entrata seriamente nei piani dei grandi editori italiani e anche laddove vi siano stati esperimenti concreti, giornalisti ed editori hanno continuato a cercare di fare i gatekeeper, i depositari di un processo che non è più loro esclusiva da almeno due o tre decenni. Senza contare l’aggravante oggettiva, per il nostro Paese, di un mercato – il mercato in lingua italiana – che in partenza troppo piccolo per pensare di costruire le economie di scala necessarie.

Cresce soltanto chi tenta la via della qualità, della relazione fiduciaria con chi legge, del servizio al lettore. Uno dei casi più interessanti è quello del Post, giornale online sostenuto da decine di migliaia di abbonati e che partendo quattordici anni fa da una nicchia di attenzione rigorosa per la semplificazione, il processo, il linguaggio e per la precisione, il tutto senza imporre nessuno sbarramento alle notizie per i non abbonati, oggi sta estendendo considerevolmente il raggio d’azione e insidiando lo stanco e caotico primato dei siti dei maggiori quotidiani nazionali. Sempre ammesso poi, naturalmente, che i numeri assoluti siano ancora una misura utile a valutare il valore distillato dalle relazioni che possono essere attivate da un sito giornalistico.

Stenta chi cerca soltanto di confezionare un prodotto al costo minore possibile e piazzarlo sul mercato al costo più alto possibile. Cresce chi serve una relazione con le persone e diventa hub della propria comunità di riferimento. Una storia significativa in questo senso arriva da Varese. Varesenews è una testata storica, esiste dal 2000 ed è sostenuto da un consorzio territoriale trasversale che unisce enti locali e partner industriali. Varesenews sta trasferendo la propria sede in una scuola abbandonata nella frazione di Sant’Alessandro: la vecchia scuola, reinventata, ospiterà la redazione, ma anche eventi, formazione, confronti di comunità. Si chiamerà Materia e il fatto che fosse una scuola e che le si voglia ridare vita come luogo di comunità mi pare particolarmente affascinante.

Mi ricorda tra l’altro quello che accadde a Pordenone ormai più di un decennio fa, quando una precoce webtv cittadina, Pnbox, prese in gestione la bastia del castello di Torre, impiantandoci dentro gli uffici, la redazione, gli studi televisivi e in mezzo a questi un ristorante e un palco per eventi. Finì, per dire ancora della lungimiranza delle classi dirigenti, con una denuncia dell’Ordine dei giornalisti, poi archiviata. Ma per qualche anno fu centro di raccolta e acceleratore di relazioni per nerd e pensatori laterali della zona, un volano di progetti e sodalizi culturali e civici di cui si è poi sentita la mancanza. 

In ambito più internazionale vi segnalo anche la Civic Hall di New York, uno spazio civico residenziale in Union Square, creato sulla scia dei Personal Democracy Forum, una serie di conferenze annuali internazionali organizzate negli Stati Uniti e in Europa per approfondire l’impatto della rete sulla politica e sulle dinamiche civiche.

Ecco, abbiamo più che mai bisogno di luoghi aperti al confronto, accoglienti, riservati a pensieri lunghi e non immediatamente convertibili in dinamiche di mercato. Abbiamo bisogno di pensare insieme che cosa fare di questo progresso esponenziale che rischia di travolgerci, se non gli troviamo un capo e una coda, e un modo per cavalcarlo insieme. Abbiamo bisogno di tempo, spazio ed esperienze per cominciare a fare e a farci le domande. Le domande giuste, come ci richiede l’intelligenza artificiale.  Voi qui oggi, mentre celebrate il traguardo di un progetto di studio importante, collettivo e collaborativo, siete un meraviglioso esempio proprio di questo.

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A volte mi chiedo se non sia già troppo tardi. Nel senso che anche le applicazioni sociali online su cui si potrebbero basare molti processi civici di rinascita sono molto cambiate in questi anni. L’ecosistema dei blog, degli hub, dei filtri distribuiti e condivisi, della spontaneità e della condivisione dell’esperienza e della conoscenza, tutto questo fermento è stato prima fagocitato dalle grandi piattaforme di social networking, che hanno ottimizzato, potenziato e portato alle masse il processo (e questo è stato a prescindere un bene) e poi cercato di spremerlo a scopi commerciali (e qui forse qualcosa per strada ce lo siamo persi).

Poi però è intervenuta la degenerazione di queste piattaforme in strumenti cinici per lo sfruttamento dell’attenzione e delle debolezze delle persone. Sono stati disincentivati i contenuti più impegnati, le fonti di qualità che cercavano una remunerazione, le notizie (ditemi se nella vostra bacheca di Facebook compaiono ancora le notizie). È stato invece lasciato spazio ai produttori seriali di infotainment (quel miscuglio posticcio di notizie di seconda mano, clickbait e facile presa sui pregiudizi della gente), all’autoreferenzialità, ai fenomeni mordi e fuggi. Drogati di serendipity, impigriti dall’interminabile sequenza passiva di foto e video, rimpinzati di infinite varianti di qualunque dettaglio su cui il nostro sguardo dia anche solo l’impressione di posarsi per un istante, stiamo trasformando una straordinaria macchina per la costruzione di senso sociale, per la costruzione di comunità, in una tv più sciatta e cinica di quella pur mediocre che ha plasmato la nostra società negli anni ‘80. “Frenetica e superficiale, finta e scintillante. Sempre molto snack, anche quando contenga informazioni, utile per suscitare curiosità ma non per approfondire”, diceva l’altro giorno sul Foglio Vincenzo Cosenza.

E se l’assenza di una visione di comunità nella conquista di massa degli spazi digitali ha senz’altro contribuito a svilire le potenzialità e a lasciare la strada a squali e avventurieri degli spazi digitali, l’anello debole di tutta la vicenda e dal mio punto di vista l’aspetto più allarmante, a me sembra l’atrofizzazione della domanda (di nuovo il concetto di domanda che torna, chissà se è un caso, anche se in questo caso intendo la domanda in termini economici). Ci lamentiamo costantemente del livello dell’offerta: la mediocrità dei media, l’incapacità della classe dirigente, la sciatteria dei contenuti, le bassezze del marketing. Ma quello che a prescindere sembra mancare alla base è una domanda consapevole, una domanda formata, una domanda di comunità, una domanda di condivisione, una domanda di responsabilità, una domanda di partecipazione. Il problema, in altre parole, non è tanto quello che ci viene dato, ma quello che chiediamo. Il problema siamo noi, ciascuno di noi come individuo, il senso che diamo all’essere azionisti in milionesimi di questo caos informe. 

Attribuiamo ai social media la colpa di averci reso peggiori, di aver stimolato il nostro lato più litigioso e truffaldino. E può anche essere che i social media abbiano peggiorato o più probabilmente reso visibile qualcosa che già c’era, ma che era soffocato dai palcoscenici della società delle élite. Ma questa non può diventare una ragione per arrendersi. Qualche settimana fa è mancato improvvisamente e prematuramente uno dei pochi veri teorici della società digitale e dell’umanità accresciuta che abbiamo avuto in Italia, Giuseppe Granieri. Lo abbiamo salutato in rete con una discussione che, come ai vecchi tempi, è rimbalzata di bacheca in bacheca, di blog in blog, ricordando che cosa sono stati i primi anni del Duemila. In tutto il mondo, certo; ma per una volta in modo quasi autonomo in Italia. Le sperimentazioni, le condivisioni, il germe di una comunità che aveva voglia di sperimentare e reinventare i legami e i ruoli. Piccola comunità, troppo piccola, ha detto qualcuno. Devastata dall’arrivo delle masse, ha detto qualcun altro. Ma è proprio ora che le intuizioni di allora vanno agite e sostenute, quel modo di stare in rete propositivo e costruttivo opposto alle inevitabili degenerazioni di ordini di grandezza superiori. È stato un momento commovente, bellissimo e al tempo stesso frustrante, perché anche chi l’ha vissuto allora sembrava essersi tiktokizzato nelle aspirazioni, nel senso di possibilità.

È evidente che, al crescere della dimensione, le sfide esplodono, la complessità esplode, le tensioni esplodono. Come accadrà, del resto, intorno all’intelligenza artificiale, quando da oggetto di ricerca di pochi, terreno di sperimentazione di pionieri e da vantaggio competitivo per le aziende più reattive, diventerà una tecnologia popolare e pervasiva. Sarà allora meno potente e meno affascinante perché accelererà non solo le virtù e le buone intenzioni? O forse già adesso, come in parte sta già cominciando ad accadere, dovremmo porci il problema di quando Gpt e Claude assimileranno pattern e tic appartenenti non soltanto al nostro lato migliore, ma anche a quello peggiore? 

Qualche settimana fa è uscita una ricerca molto interessante di un gruppo di ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma che fa riferimento a Walter Quattrociocchi, uno dei maggiori studiosi di comportamenti online. Sono i risultati di un’analisi durata due anni su 500 milioni di commenti pubblicati negli ultimi 35 anni su 8 piattaforme di primo piano, da Usenet (i vecchi forum dell’era pre-web) a Facebook e Reddit. I risultati sono per certi versi illuminanti, anche se non consolanti: non sono i social media a renderci peggiori, ma – e cito –  “la tossicità [delle relazioni] è una costante intrinseca al comportamento umano, resistente nel tempo e alla variazioni delle dinamiche di conversazione e degli algoritmi [delle piattaforme]”. Anche “la semplice rimozione di singoli utenti o commenti tossici”, notano i ricercatori, “potrebbe risultare inefficace di fronte a un fenomeno così pervasivo e sistemico”. Houston, direi che qui abbiamo un problema. Anzi: mondo della scuola, abbiamo un problema. Ma non è un problema di internet, dei social media o dell’intelligenza artificiale. È un problema di materia prima, per così dire. È un problema di disegno sull’umanità che vogliamo, sul modo in cui la formiamo e sulle prospettive di vita che vogliamo darle.

Non tocco nemmeno, perché sarebbe un altro capitolo gigantesco che non abbiamo tempo di approfondire oggi, il tema del rapporto tra i giovani e le nuove tecnologie, su cui come società stiamo costruendo uno dei nostri più sciagurati errori, scambiando completamente cause ed effetti, attribuendo alla tecnologia (che certo ha un ruolo) i danni che invece stiamo facendo noi adulti, noi genitori, noi insegnanti per il nostro modo di essere comunità, una comunità paranoica, spaventata, al servizio di interessi opachi, inconsapevole e impreparata, più incline a raccontarsi storie che a prendersi le responsabilità del presente.

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Insomma, tante parole per lasciarvi in realtà una morale e una conclusione abbastanza semplice, perfino banale, e non a caso di fronte a una platea prevalentemente scolastica, perché io sono ancora convinto del fatto che è nella scuola che viene custodito il germe della società. Dobbiamo, con una certa decisione, con una certa urgenza, ricominciare dalle basi, dalla formazione dei cittadini, dalla preparazione alla complessità, da un progetto di vita e di comunità pienamente contemporaneo, pensato insieme, costruito insieme, portato avanti insieme. Da troppi anni teniamo i piedi in troppe staffe, a tutti i livelli, dalla scuola, al lavoro, alla politica, alla cultura, cercando di tenere insieme allo stesso tempo Ottocento, Novecento e Duemila senza mai scegliere, senza fare scelte definite, subendo il succedersi delle tensioni epocali e perdendo di vista la possibilità se non di controllarli, ormai forse impossibile, almeno di indirizzare questi processi. O quanto meno di scegliere come affrontarli.

Dobbiamo ricominciare a chiederci se stiamo formando cittadini consapevoli dell’epoca in cui vivranno, in grado di difendersi dalle sfide che affronteranno. Dobbiamo chiederci se vogliamo una società inclusiva, che promuova gli sforzi di tutti, ma non perché la democrazia sia bella (la democrazia è lacrime e sangue): perché nell’era delle piattaforme e delle intelligenze artificiali l’alternativa alla democrazia esercitata è molto più facilmente che in passato la dittatura. La società delle mediazioni di massa poteva ancora riuscire a tenere in equilibrio democrazia e tendenze oligarchiche delle élite, nascondendo sotto il tappeto a monte e a valle parte del processo. Ora stiamo uscendo da un’era straordinaria di equilibri prolungati, mentre di fronte a quel che resta delle nostre vite ma soprattutto a quella dei nostri figli c’è un’epoca di stabilità e prosperità che è tutta appena da guadagnarsi. Non credo onestamente che continuare a temporeggiare sia, se mai è stata, un’opzione.

Grazie a voi qui oggi perché il vostro impegno di questi mesi è un inizio, è un tentativo, è un esercizio di buona volontà. E so bene quanto poco sia scontato.

Marzo 13 2024

È stato bellissimo, abbiamo combattuto battaglie, eravamo invasi di speranza. Ma ne è poi valsa la pena, mi chiedeva tra le righe stamattina un vecchio amico, gran compagno di precoci avventure digitali, mentre riguardavamo foto di Giuseppe Granieri – che dolorosamente stiamo salutando questa settimana – e degli anni in cui tanti di noi si sono conosciuti e hanno intrecciato progetti di ricerca, di lavoro, a volte di vita.

La domanda è rimasta tra le righe della chat, ma mi ha lasciato stordito a lungo, anche perché risuona col senso di resa che confesso mi ha impressionato ritrovare in tante pur commoventi e affettuose dediche a Giuseppe, un senso di resa manifestato spesso proprio da chi più si è speso e ci ha creduto. È stato bello. Meraviglioso. Abbiamo dato forma insieme a questi spazi sociali. Abbiamo goduto della prossimità con menti purissime e beneficiato della spinta di talenti straordinari. Ma oggi è tutta un’altra cosa, questi spazi non ci somigliano più, non c’entriamo più nulla, se l’è presi il diavolo. Quasi un rimorso d’aver tifato il futuro sbagliato.

La verità, quanto meno la mia, è che abbiamo combattuto la battaglia culturale del secolo e l’abbiamo sostanzialmente perduta, con vittime. Ma i presupposti e gli esiti sono ancora tutti là. Al contrario, crescenti evidenze suggeriscono che molte delle opportunità per cui ci siamo spesi sono infine state colte. Magari con un ritardo ingiustificabile, magari incompiute o difettose, magari inserite nella cornice inadeguata, magari fraintese, però sempre più spesso colte. Non era finita, la battaglia: siamo noi che abbiamo abbandonato il campo. Che non abbiamo saputo adattarci al cambiamento di scala su cui noi stessi mettevamo in guardia gli altri. Che siamo scappati inorriditi quando le masse che sognavamo hanno cominciato a invadere sul serio gli spazi residenziali della rete. Come se avessero dovuto riconoscerci qualche rendita di potere, baciare le mani ai fondatori, chiedere permesso.

Eravamo di nuovo niente e piuttosto che rimboccarci le maniche da capo e provare a indirizzare quel movimento caotico e improvvisamente gigantesco, abbiamo preferito ignorare o peggio deridere i nuovi arrivati. Comunque mollare. Quando il gioco si è fatto vero, quando c’era da tenere la posizione (culturale, molto prima che politica o tecnologica) ce la siamo dati a gambe. Quando il diavolo ha bussato, gli abbiamo aperto e gli abbiamo detto beh, vedi tu se riesci a cavare qualcosa di buono da questo casino. Auguri.

Certo s’era fatta una certa età e dovevamo cominciare a pensare a mantenere noi stessi e le nostre nuove famiglie. L’ebbrezza del progresso nel suo avanzare e la gloria effimera condita di pacche sulle spalle e free drink al barcamp non potevano bastare più, serviva cominciare a remunerare seriamente le nostre competenze, quali che fossero. E su questo piano non abbiamo mai saputo proporre un modello alternativo convincente, c’è poco da fare.

 Chi è rimasto spesso spesso ha accusato le ingiurie degli anni, perché le espressioni di sé di uno sconfitto che abita gli spazi digitali mentre attraversa le crisi della mezza età forse sono ancor più impietose delle rughe sul volto.

Inoltre papà non ha certo giocato pulito con noi. Ricordo sempre quel tale, che considero paradigma della classe dirigente di fine millennio, vantarsi di aver conquistato la propria posizione ammazzando – simbolicamente, s’intende – i suoi padri. E di guardarsi bene dal farsi da parte, finché qualche giovane abbastanza capace e temerario non fosse riuscito nell’impresa di ammazzare lui, sempre simbolicamente. Settantenni e ottantenni ancora sulla cresta dell’onda, abbarbicati con ogni mezzo alla propria posizione di influenza, sostenuti da una rete pavida di convenienze e di interesse, pronti a stroncare sul nascere e a delegittimare ogni idea che possa mettere a repentaglio la conservazione del ruolo. Ho pensato a lungo a quelle parole. È una visione della comunità che sta alla mia come l’acido muriatico sta all’aceto balsamico, ma contiene almeno una verità.

Non siamo stati abbastanza bravi. Avevamo ragione, avevamo gioia, avevamo idee, avevamo spirito civico e senso del nostro tempo, ma non bastava, non basta mai: dovevamo anche dimostrarlo e renderlo talmente evidente e sostenibile da imporlo e travolgere tutti i giochetti più o meno puliti con cui i nostri padri culturali, economici, professionali e politici ci hanno deliberatamente sabotato, rallentato, depistato, sminuendo noi e la portata della visione che offrivamo. Non c’è nulla di biasimevole o ignobile nella sconfitta. Al contrario, la gran parte degli eroi nel mio pantheon personale sono straordinari sconfitti. Ma la sconfitta va riconosciuta e metabolizzata. Noi in fondo non l’abbiamo fatto, ancora. Altrove hanno saputo inseguire compromessi realistici che, un passo alla volta, avvicinassero la società alle opportunità del presente. Altrove sono diventati adulti. Qui in fondo siamo rimasti spesso ragazzini rancorosi, illusi o disillusi a seconda del percorso individuale che ne è seguito. 

Dunque possiamo concludere che non ne è valsa la pena? Io non credo. A pensarci bene è una valutazione che manca di rispetto alla nostra storia, alla sincerità delle nostre intenzioni, alle nostre esplorazioni coraggiose in un mondo ignoto e creativo. Ne è valsa eccome la pena. Ha forgiato la maggior parte di noi, ha forgiato una generazione, ha forgiato un’ideologia, molto più umanistica che tecnologica, che certo ora andrebbe evoluta e messa a punto, ma che avrebbe potuto contribuire a correggere le esasperazioni dell’unica idea occidentale di società ancora in circolazione, con l’eccezione forse dei movimenti neo-ambientalisti, ovvero la società dei processi di massa e del consumismo. Per di più nel suo momento più pericoloso: il declino. Non ne abbiamo giovato? Siamo rimasti precari irrisolti senza certezza del futuro? Può essere, ma è il destino che a un certo punto ci siamo scelti, e io anche nei giorni di maggior sconforto non riesco proprio a rinnegarlo.

È importante che cominciamo a dirci queste cose sia per fare i conti col nostro passato sia perché un nuovo salto di paradigma, ancor più gigantesco, ci sta investendo. L’intelligenza artificiale promette di fare al sistema operativo della società quello che già gli ha fatto internet, solo in un ordine di magnitudine superiore. Auspicabilmente porterà con sé anche una nuova generazione di pionieri ed entusiasti sperimentatori, che mi aspetto stavolta possa trovare alleati nella nostra. Ma se neghiamo perfino di essere stati quello che siamo stati, se rinneghiamo le nostre origini, se non viviamo l’orgoglio del testimone da passare avanti a qualcuno che magari avrà più chance di noi di riuscire nell’impresa di risolvere i grandi problemi delle nostre comunità, finiremo per diventare anche noi padri rancorosi e ostili. Senza nemmeno le rendite di potere a giustificazione.



Marzo 11 2024

g.g.

Del resto eri sempre quel bel mucchietto di passi più avanti, no Giuseppe? T’amminchiavi su un’idea e non la mollavi per giorni, mesi, anni. Il weblog, il Filter, la società digitale, Second Life, l’ebook, l’intelligenza artificiale. Infine la notte buia e tempestosa, la prima che non sei riuscito a condividere, la prima che non hai saputo smontare e rimontare come volevi tu, per poi magari insegnarle con una punta di paternalismo come avrebbe dovuto essere.

Che cosa avrebbe detto stasera Machado, g.g.? Ci sarà pure una citazione di Borges che mi possa prestare le parole, improvvisamente codarde, per descrivere che cosa sei stato, tu che ne avevi una pronta per ogni occasione. Pessoa, il baule pieno di gente: e tu che mettevi l’accento su gente, per dissimulare quanto in realtà a te affascinasse l’idea di poter costruire un baule enormemente più grande di quanto l’uomo avesse mai sognato immaginare. Il prodigio dei tempi che ci è capitato di vivere.

La realtà si è fatta plastilina davanti ai nostri occhi e io ricorderò finché campo le tue mani che impastano idee, software, relazioni, modelli, letteratura, fantascienza, persone, progetti. “Il più diverso” tra i guru, nota bene Enrico. Quello che coi suoi modi aristocratici e compiaciuti – capaci di dare il sangue alla testa a quanti coll’internet dovevano farne tanti, maledetti e subito – riusciva a seminare rivoluzioni nelle persone più imprevedibili.

Lo ha detto così bene Alessandro: “mi ha espanso”. Ti piaceva piacere, ma ti piaceva di più veder “crescere, raccontarsi e capirsi” (per dirla con Giovanni, io direi addirittura “concepirsi”) la comunità intorno a te. Tu che avresti potuto avere fama e successo ovunque, ma hai sempre preferito rimanere nerd nella tua piccola provincia fuori rotta (e il valore di questa scelta lo coglie bene oggi Giovanni).

Un artista dell’inception: quante volte ho pensato di aver partorito un’intuizione luminosa, per poi ritrovarla a distanza di tempo nei tuoi scritti o discorsi antecedenti. “Può essere che io l’abbia detto”, sogghignavi quando autodenunciavo il plagio inconsapevole, “ma tu l’hai consegnato al mondo”. Nei tuoi occhi ho letto competizione, polemica, duello, mai possesso o gelosia. Semmai egocentrico, ma non egoista. Al contrario, una delle persone più sinceramente generose e aperte al prossimo con cui mi sia capitato il privilegio di condividere vita e lavoro.

Cìn, amico mio. Quanti rimpianti per questa notte che tutto l’amore di noi qui oggi affranti non è riuscito almeno a rischiarare un po’. Avrà senz’altro un senso, ma noi come al solito lo capiremo un po’ dopo.

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L’originale sta su Facebook.

Avevo scritto di lui anche nel novembre scorso, nel giorno del suo compleanno.

Agosto 5 2010

Da ieri Giornalismo e nuovi media è finalmente disponibile anche in versione ebook, distribuito per ora direttamente dall’editore Apogeo (in formato ePub). Segnalo anche che contestualmente a questa novità vengono distribuiti gratuitamente due testi a mio parere molto significativi di Apogeo. Uno è L’umanista informatico, testo coraggioso di Fabio Brivio dedicato all’incrocio più che mai attuale tra formazione umanistica e competenze informatiche allo stato dell’arte. Andrebbe preso molto seriamente in tutte le facoltà non strettamente scientifiche, tanto per cominciare. Il secondo è Editoria digitale di Letizia Sechi, libro serio che approfondisce nei dettagli il passaggio dall’editoria tradizionale al mercato degli ebook e soprattutto permette di farsi un’idea dettagliata di come si produce un libro in formato elettronico (perché non è poi così scontato come potrebbe sembrare).

Visto il tema ne approfitto per salutare anche la nuova avventura di un manipolo di amici speciali, con cui ho condiviso diverse esperienze umane e professionali negli ultimi anni. Da qualche settimana, infatti, è online BookRepublic, piattaforma di vendita per le versioni digitali del catalogo di piccoli e medi editori di qualità creata da Marco Ghezzi e Marco Ferrario (ma ci lavorano, tra gli altri, anche Matteo Brambilla e la stessa Letizia Sechi). In parallelo, il medesimo gruppo, impreziosito dalla direzione editoriale di Giuseppe Granieri, ha lanciato un esperimento editoriale basato su racconti e saggi in formato digitale: 40k Books produce ebook di lunghezza contenuta (40.000 caratteri, da cui il nome del progetto) ad alta densità di pensiero e di creatività. Peculiarità fondamentale: gli ebook vengono distribuiti contemporaneamente in italiano, inglese, francese, spagnolo e portoghese. Mi piace l’idea che l’inaugurazione di questo mercato ancora nuovo per l’italia si accompagni a forme di sperimentazione sul formato e sui contenuti.

Ultima segnalazione, Giuseppe (Granieri) e Giovanni (Boccia Artieri) mi hanno tirato dentro più o meno per scherzo a Goodreads, approfittando della scarsa connessione di cui dispongo in questi giorni. L’ambiente a prima vista sembra interessante e io ho appena reclamato la mia pagina autore. Ora, però, vorrei un po’ di GoodHolidays.

Febbraio 1 2010

Linguaggi digitali per il turismo Qualche tempo fa l’APT Basilicata organizzò un convegno a Matera per parlare di grammatiche digitali nel settore del turismo, parecchio prima che l’argomento cominciasse a guadagnare credito all’interno delle amministrazioni pubbliche. Fu un bell’incontro, denso di stimoli e ricco di contaminazioni tra specializzazioni differenti, reso infine memorabile da una fitta nevicata che fece ancor più magica la cornice dei sassi (e piuttosto periglioso il rientro). A quel convegno parteciparono tra gli altri Derrick de Kerckhove, Bruce Sterling, Giampiero Perri, Giuseppe Granieri, Mauro Lupi, Roberta Milano, Antonio Sofi, Giovanni Boccia Artieri. Molti se ne interessarono in seguito, chiedendo che fossero resi disponibili gli atti. Da quel materiale oggi è stato finalmente tratto un libro, Linguaggi digitali per il turismo, che esce in questi giorni nella collana dei saggi di Apogeo a cura di Giuseppe Granieri e Gianpiero Perri. Dentro c’è anche un mio intervento che prova a raccontare “quello che i turisti raccontano alla rete e  quello che la Rete racconta ai turisti”.

Questo è l’indice, per chi fosse interessato:

Prefazione – Il turista digitale non improvvisa
di Derrick de Kerckove

Introduzione – Sul perché e su alcune ragioni
di Giuseppe Granieri

La comunicazione per individui e non per masse
di Sergio Maistrello

L’accesso alla conoscenza turistica sul web: i motori di ricerca e le loro logiche
di Mauro Lupi

Il marketing turistico nell’era del web: nuovi approcci e nuove opportunità
di Roberta Milano

Cosa fare e cosa non fare nella Rete turistica. Il caso Italia.it
di Antonio Sofi

L’esperienza del territorio e lo spazio digitale
di Giovanni Boccia Artieri

La grande trasformazione
di Giampiero Perri

Appendice – L’esperienza del territorio in Second Life
di Giovanni Boccia Artieri, Laura Gemini, Valentina Orsucci

PS- Ne parla anche Roberta Milano.

Novembre 2 2009

Nei giorni scorsi hanno visto la luce due progetti a cui sto dedicando parte del mio tempo. Il primo è Filtr, per usare le parole di Giuseppe Granieri, che ora l’ha creato, «un posto in cui chi ha gli strumenti per informarsi mette la sua informazione a disposizione di chi è interessato ad averla». È un esperimento, un numero zero, un prototipo ancora largamente incompleto di funzionalità e di energie redazionali, ma cresce giorno dopo giorno. L’idea in soldoni è che alla rete in questo momento più che un nuovo giornale online manca un luogo di digestione sociale dell’attualità, che macini informazione su carta, etere e bit e la rimetta in circolo in un formato facilmente accessibile e adeguato alle grammatiche della rete. Chi ha considerevole esperienza di vita e navigazione dentro internet è spesso in grado di fare da sé, grazie alle proprie ramificazioni di fonti e di relazioni. E tuttavia esiste un’ampia frangia di nuovi arrivati che da una spinterella verso le potenzialità informative della internet può trarre giovamento. Come, quanto e se evolverà è presto per dirlo, al momento è soprattutto un esperimento sul campo. Filtr prevede anche alcune ramificazioni tecnologiche “social”, di cui il bottone sotto a questo post (utile per segnalare alla redazione articoli e post interessanti) è un primo esempio.

L’altro progetto è FactCheck.it, un piccolo blog collettivo nel quale mi piacerebbe fare il punto sul fact checking in Italia. Chi legge queste pagine ricorda forse la mia recente fissazione rispetto alla necessità di tornare ai fatti nel racconto della realtà. Dopo le prime sommarie ricerche di questi mesi, mi sono reso conto che la tradizione anglosassone del reality check non trova quasi sponda qui da noi. Posto che il buon giornalismo è per definizione una forma rigorosa di factchecking, ma senza voler sfondare nel più ampio dibattito sulla qualità e sui problemi dell’informazione, mi piacerebbe raccogliere esperienze, fissare paletti, promuovere stumenti in grado di aiutarci a recuperare una certa ecologia dell’informazione. Il blog nasce come blocco pubblico di appunti, ma prima ancora che lo presentassi (questa è la prima volta che ne parlo in pubblico) ha già riscosso inaspettata attenzione da parte di diversi colleghi e amici, molti dei quali si son resi disponibili a collaborare. Anche in questo caso navighiamo a vista, ma l’interesse intorno a questo tema è ulteriormente stimolante.

Maggio 27 2009

In questi giorni mi sono riletto Umanità accresciuta, il nuovo saggio di Giuseppe Granieri. Da qualche tempo ho preso l’abitudine di parlare dei libri che leggo su aNobii, ma in questo caso vorrei parlarne soprattutto qui. I libri di Giuseppe, infatti, sono il distillato di un percorso di maturazione sulle implicazioni dei network digitali, un punto di arrivo più che un punto di partenza: lui studia, confronta, raccoglie, giunge a una visione organica, quindi ne fa sinstesi e traspone il tutto sulla carta (con una facilità che gli ho sempre invidiato). I suoi libri sono il racconto in bella dei nostri anni passati in rete, motivo per il quale sono anche i primi titoli che consiglio a quanti arrivano oggi sul web, magari attraverso a Facebook. È difficile spiegare tutto quanto sta dietro le banalizzazioni di un social network di successo, lo scenario complessivo: Giuseppe ci riesce in poche decine di pagine.

Il pregio più incisivo di Umanità accresciuta, dal mio punto di vista, è il registro scelto da Giuseppe: parla di scenari tecnologici evoluti, e non ancora del tutto assimilati nelle cronache contemporanee, con le parole della normalizzazione. Superata la suddivisione rigida tra reale e virturale, tra online e offline, che ci portiamo dietro fin dagli anni Ottanta, in Umanità accresciuta la parola “rete” scompare progressivamente dentro “società”. Le persone stanno spostando una parte significativa della loro vita  dentro uno spazio sociale, culturale, politico che non è più caratterizzato dalla presenza fisica. Non è necessariamente bene, non è necessariamente male: è; accade; è sotto ai nostri occhi. Il punto, semmai, è l’accelerazione, l’aumento di scala, il cambiamento di paradigmi e regole, di cui dobbiamo cominciare a prendere le misure con serenità e spirito contemporaneo. Non è più una questione di futuro, scrive Giuseppe.

Piuttosto l’accelerazione sta mettendo in discussione la biologia umana come limite, da qui l’idea di umanità accresciuta. Nella selva di letteratura cyber-qualcosa, avanguardie trans-umaniste, severità estropiane – un dibattito che non è ancora riuscito ad affascinarmi – Giuseppe sceglie una vita intermedia e ragionevole, constatazione non di uno stravolgimento del rapporto tra uomo e tecnologia, ma di uno spostamento dell’equilibrio tra biologia e cultura. Siamo e continuiamo a essere uomini, ma in modo diverso: non c’è via d’uscita, semmai la necessità di allargare lo sguardo, saper gestire uno squilibrio che si annuncia permanente, «navigare a vista governando la nave». Su chi debba governare quella nave, per lo meno a livello micro, Giorgio Jannis proponeva già alcune riflessioni interessanti.

Questo doveva essere il libro di Giuseppe dedicato in qualche modo a Second Life e ai mondi metaforici, ambiente di sperimentazione e ricerca che ha lo entusiasmato – più di chiunque altro nella rete sociale dei pionieri dei blog – nell’ultimo paio d’anni. In realtà quell’esperienza è semplicemente funzionale al disegno complessivo del libro, in quanto passaggio concettuale notevole, «come principio e non come piattaforma». Second Life, come ha scritto spesso, è la «protostoria di una fase nuova».

Resta la transizione da qui a lì, una transizione che secondo Vittorio Zambardino ignora il conflitto e che invece Giuseppe fa rientrare in un naturale processo di assestamento: «Tutto, nei network, mette in contatto persone, e milioni di persione connesse ridisegnano gli equilibri e le relazioni tra loro continuamente. Non è tanto una questione di dare giudizi etici e morali, quanto di prendere atto che le società umane si stanno confrontando con nuove frontiere nei rapporti di condivisione, di complicità, di intimità con l’altro. E che ciascuno di noi reagisce ed agisce in base ai propri valori». Il che rende migrante (opposto ai nativi o comunque agli integrati della società digitale) soltanto colui che «non si sforza di capire il nuovo e tenta di piegarlo alle convinzioni che aveva prima».

Temo che i libri di Granieri abbiano il difetto di piombare come macigni dentro dibattiti sulla tecnologia spesso non ancora abbastanza maturi. Il tempo dirà se Giuseppe legge i segnali deboli meglio di altri oppure merita il biasimo preventivo e spesso sgarbato di chi oggi lo taccia di costruire scenari ideologici. Mi pare tuttavia che l’accelerazione con cui la società evolve (oppure, laddove non evolve, implode) porti parecchia acqua alle tesi sostenute nei suoi libri precedenti, Blog generation e La società digitale. Quest’ultimo, in particolare, resta secondo me resta la cosa migliore che sia stata scritta in italiano per raccontare in modo sistematico lo scenario che sta dietro alla disintermediazione di massa dei processi di convivenza e di cittadinanza. Se uscisse oggi, tre anni e diverse diversi milioni di iscrizioni ai social network dopo, con tutto quel che ne consegue in fatto di aumento di scala e di consapevolezza, sono certo godrebbe di migliore considerazione.

(Non ho detto chiaramente che Giuseppe è un amico, un compagno di viaggio in rete eccetera eccetera eccetera, insomma la solita avvertenza sul conflitto d’interesse rispetto a ciò di cui parlo che ormai m’è venuta perfino un po’ a noia.)

Dicembre 13 2008

Per quanto possa sembrare strano oggi, c’è stata un’epoca in cui gli aggregatori e i social network erano applicazioni semplici, amatoriali, realizzate in casa nel tempo libero. Tra questi, il Filter di g.g. è stato un’istituzione per molti di noi. Se non fosse esistito, forse oggi tante più persone concepirebbero il loro blog come un canale televisivo personale piuttosto che come il nodo di una rete sociale. Ora Giuseppe ne annuncia la sospensione per manifesta obsolescenza. Se dicessi che ci mancherà suonerei ipocrita, visto il contributo nullo di contenuti che ho dato al Filter negli ultimi anni. Però lo dico lo stesso: ci mancherà.

Tanto lo so che lui dice così, ma poi ha già in testa la prossima puntata. 😉

Ottobre 15 2007

Funziona così: a volte Giuseppe comincia a rimuginare un’idea. Te ne riparla distrattamente, di tanto in tanto. Quindi si eclissa per qualche giorno. Se gli chiedi che fine ha fatto ti risponde che sta studiando (e tu senti di essere entrato con gli scarponi da sci e l’hotdog in mano nella sua biblioteca, e cominci d’istinto a sussurrare). Infine, prima ancora che tu te ne renda conto, sei già con due piedi dentro il suo nuovo progetto. L’ultima volta che ha fatto così è nata l’Accademia non convenzionale della cultura digitale, per gli amici UnAcademy.

È sempre difficile spiegare in due parole qualcosa che per definizione interseca canoni, ambienti e linguaggi diversi. unAcademy, o Accademia Non Convenzionale della Cultura Digitale, è un lugo metaforico ma anche un luogo fisico, un loft postindustriale nella fisica del mondo di Second Life, attrezzato con aule, sala conferenze e spazi allestiti per esperimenti di didattica e di riflessione. È un blog, aperto, su cui far confluire temi e percorsi di ricerca. È un sito che interfaccia funzioni di organizzazione (calendario degli eventi, iscrizioni) con questo blog e con Second Life. Se prosegui con la lettura, proveremo a creare insieme una comprensione parziale di quello che stiamo facendo. Parziale, perchè unAcademy è un progetto del tutto aperto in cui anche tu puoi aggiungere pezzi. O idee. O solo interesse.

[continua a leggere le Faq]

 

Ottobre 30 2006
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