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Category: Ricordo

ottobre 10 2018

F.

Caro F.,
avrei voluto saperti dire, in questi giorni di attese e non detti, quanto tutti noi ti abbiamo voluto bene, tra le pieghe di un quotidianità distante vissuta all’ombra delle ciacole con papà.

Ho amato fin da bambino il modo così tuo, così raro di impregnare di gentilezza, ironia e sobrietà ogni situazione e ogni emozione. L’ho ammirato ancor più da adulto, man mano che intuivo la difficoltà di esserne all’altezza nelle vicende di ogni giorno. Non ho mai visto nessuno impastare allo stesso modo benevolenza e riservatezza, affetto e pudore, presenza e rispetto, passione e temperanza.

Per tutto questo e per un’altra cosa provo enorme gratitudine, oggi che è passato l’ultimo vaporetto. Per esserti preso cura di papà per una vita intera, per aver alimentato anno dopo anno un’amicizia veneziana d’altri tempi, di quelle che ai miei tempi forse non esistono più, e che ho ammirato e vi ho invidiato sempre.

Sei stato l’eroe di papà, sei stato l’eroe della nostra famiglia. Ci mancherai così tanto.

marzo 15 2018

Quello alto, beige è il grattacielo in cui ho vissuto l’infanzia. L’edificio ai suoi piedi è il mio “Cinema Paradiso”. Come i paesani di Giancaldo nel film di Tornatore, oggi lo guardo venire giù sotto i colpi delle ruspe con gli occhi lucidi e lo sguardo arreso. Quella palazzina custodiva l’auditorium con le sedie di legno in cui, nelle interminabili domeniche di bambino, ho cominciato ad amare il grande schermo. Ci si trovava dopo pranzo, si faceva scorta di caramelle sfuse nella gelateria della Cesira e poi ci si perdeva nelle ruspanti retrospettive degli anni ’70, immersi nel fresco nella sala buia.

Al cinema vero mi appassionai poi altrove: lì invece cominciai a percepire il fascino che su di me esercita il retro delle quinte, l’organizzazione delle cose, ciò che aiuta la magia a rivelarsi e lo stupore a rimanere sospeso. Perché, dopo le prime stagioni da spettatore, in quell’edificio era naturale cominciare a darsi da fare per farlo funzionare. Non si pagava il biglietto, ma si era tutti coinvolti un po’ per volta nella gestione. Bruno, il mio compagno di giochi e di film della domenica, diventò proiezionista che non eravamo ancora usciti dalle medie. Si andava per divertirsi, ma divertendosi si cominciava a esplorare le proprie vocazioni e il proprio ruolo nella società.

Era l’inizio, quello, di una delle vicende più stupefacenti e tuttavia meno celebrate nella mia città. Per i successivi vent’anni in quell’auditorium, nelle sale gioco al primo piano e nelle aule del secondo piano ora esposte al vento, una manciata di generazioni di giovani pordenonesi è entrata per divertirsi e divertendosi è cresciuta facendosi carico un po’ alla volta del divertimento e della crescita altrui. Universitari che si prendevano cura di adolescenti che a loro volta badavano ai ragazzini. Una scuola di responsabilità e di condivisione del germe della comunità che, con la scusa dei film, dei gruppi di animazione, dei campi estivi e delle serate a tema (discoteca compresa), arrivò a muovere numeri impressionanti e a generare esperienze difficili da etichettare semplicemente come oratorio.

Quello era il San Giorgio di don Felice Bozzet. Sgangherato, anche dopo la parziale ristrutturazione. Rumoroso, per il brulicare di vita che accoglieva a tutte le ore. Talmente fuori dagli schemi, da restare – ieri, come oggi nel ricordo – fuori dai radar della classe dirigente cittadina e in fondo da quello della stessa Curia. Ma fecondo, sereno, indimenticabile per chiunque ci abbia passato anche soltanto qualche ora. Il rudere polveroso e abbandonato da anni, che oggi viene demolito, non era che il fantasma di quell’esperienza. La memoria della vita e dell’esempio di mondo possibile che ha contenuto è ora affidata a tutti noi che sappiamo ancora dare un nome a quei locali sventrati.

(Il post è stato pubblicato originariamente su Facebook. La foto è di Ezio Colombo ed è stata pubblicata dall’autore nel gruppo Sei di Pordenone Se…)

agosto 12 2017

Pordenone ha salutato oggi uno dei suoi padri più recenti e discreti, monsignor Felice Bozzet. Non un capitano d’industria o un campione della politica, ma un umile tessitore di comunità, un incantatore di giovani, colui che forse più di chiunque altro ha saputo illuminare l’adolescenza e la via verso le responsabilità adulte di qualche migliaio di uomini e donne che oggi hanno tra i trenta e i sessant’anni.

Don Felice è stato un prete di strada in centro città, un mistico alla guida di una parrocchia più grande di lui, un gioioso innovatore del messaggio cristiano in un’epoca di grandi aperture e altrettanto rapide chiusure, un sant’uomo senza superpoteri che pure ha saputo compiere opere straordinarie impastando umanità, prossimità e condivisione al volgere di decenni in cui sembrava improvvisamente più semplice procedere da soli.

La sua impronta sociale è riconoscibile oggi in gran parte delle reti che innervano l’economia, la cultura, la politica e la società della Destra Tagliamento. Le testimonianze, addolorate ma al tempo stesso gioiose e grate, che i suoi ragazzi di ogni età gli stanno tributando in queste ore sono il miglior testamento possibile.

Don Felice è stato una presenza ricorrente anche nella mia vita, fin dai banchi di scuola. L’ultimo suo regalo, di certo quello più inaspettato ed emozionante, è stato chiedermi di mettere ordine agli appunti di una vita e distillare una testimonianza di ciò che gli era a cuore. Non ho mai capito perché avesse voluto chiederlo proprio a me, tra tanti che avrebbero potuto rendergli un servizio di certo più ortodosso, ma so che immergermi in quella storia, nelle sue illuminazioni e nelle sue delusioni, nei suoi successi e nelle sue sconfitte, è stata una delle esperienze più coinvolgenti che mi siano capitate. La storia di una vita, di cui pure ero stato almeno in parte testimone, ricostruita nel pieno nella sua complessità. Oggi, più che mai, è un dono che va condiviso.

agosto 26 2016

Nei giorni scorsi abbiamo salutato un amico, che in poche settimane si è dovuto arrendere a una delle più crudeli tra le sfide per la vita. Su invito della famiglia, che ha saputo trasformare una vicenda orribile in una in una celebrazione della vita e del valore della comunità, ho scritto queste righe per lui. Mi piace che ne resti traccia qui.

 

A P. ho voluto istintivamente bene.

Che cosa ti fa venire in simpatia una persona che puoi dire di conoscere appena e che incontri il più delle volte soltanto per il tempo di un ciao nell’atrio delle scuole dei tuoi figli?

Un modo di stare, un modo di guardare, un modo di ascoltare.

Ci sono occhi – la gran parte – che sono portoni sprangati, indifferenti, rivolti altrove. Altri, più rari, sono finestre tenute appena accostate dal pudore. Dietro una cordialità riservata, gli occhi di P. lasciavano intravedere un mondo ricco. Ricco di contrasti, di differenze, di originalità.

Semplice, ma intenso.
Umile, ma orgoglioso.
Rispettoso, ma indomito.

P. gli occhi te li incollava addosso, se quello che dicevi catturava la sua immaginazione. Grati. Assetati. Quasi avessero saputo di avere poco tempo per capire quel che c’era da capire.

P. un giorno avrò modo di conoscerlo meglio, mi dicevo. Avrò modo di farmi raccontare la sua storia, a cui K. accenna sempre così fiera. Avrò modo di scoprire da dove attingono compostezza e sfumature fuori dal comune i suoi bimbi.

Che sfortuna, P., un’ingiustizia da spezzare il cuore. Ma anche che enorme lezione di vita, di condivisione, di dignità, di gioia nonostante tutto, che ci avete dato in queste poche settimane straordinarie.

Ci lasci una famiglia splendida, a cui volere ancora più bene. E un senso di comunità da accudire, ora anche nel tuo ricordo.

maggio 25 2016

Toni

Ciao, signor Toni.
Che gran bella persona sei stato.
Gentile, genuino, generoso.
Roccia per la mia famiglia.
Far nascere un sorriso grato anche nella tristezza
è il privilegio delle persone che lasciano un segno.

aprile 22 2015

A poco più di un anno dalla scomparsa, è uscito un volume per ricordare opera, pensieri e ispirazioni di Franco Fileni, sociologo e a lungo docente all’Università di Trieste. Si può leggere integralmente nel sito delle collane di ateneo. C’è anche una mia breve testimonianza.

Gli studi dei docenti sono lunghi lunghi e stretti stretti, nell’edificio centrale dell’Università di Trieste. Franco Fileni il suo ufficio l’aveva trasformato in laboratorio e in aula di lezione, riempiendo ogni spazio lasciato libero dalle scrivanie e dai libri con computer, monitor, stampanti, scanner, webcam e ogni sorta di dispositivo informatico. Alle pareti le riproduzioni di alcune opere di Escher. Negli anni ’80, Fileni aveva sviluppato questa profonda curiosità accademica per i risvolti epistemologici della diffusione dei computer, conscio che la supposta e allora inossidabile divisione tra regno dell’analogico e regno del digitale di per sé non era né sufficiente né in fondo del tutto calzante per spiegare l’impatto di quelle macchine sul pensiero e sulla comunicazione. Né apocalittico né integrato, Franco si interrogava semmai sui confini, sulle terre di mezzo, sulle strutture connettive dove vecchio e nuovo si toccavano dando vita a sintesi inedite da esplorare con la sensibilità dell’antropologo. Bateson davanti al pc.

[continua a leggere questo ricordo o l’intero libro sul sito dell’Università di Trieste]

marzo 11 2014

Un giorno, quando la polvere di questi anni confusi sarà depositata e potremo ricostruirne la storia, racconteremo di come noi, nani per età o per resistenze o per ignoranza, beneficiammo del rigore, della visione e della generosità di alcuni giganti. Giornalisti molto più attenti a tenere acceso il fuoco che a illuminare la propria firma. Quel giorno, in quell’elenco, ad Angelo Agostini spetterà di diritto un posto.

Io l’ho conosciuto tardi, Angelo, grazie ad amici comuni e poi al festival di Perugia. Ho fatto in tempo a lavorarci insieme per un piccolo progetto, che non vedrà mai la luce. Era un uomo che ci metteva poco a lasciarti un’impronta, per competenza e per carisma. Uno di quei colleghi a cui, per diverse qualità, e tra queste certamente la capacità di trasmettere il testimone ai giovani, speri di riuscire ad assomigliare almeno un poco, un giorno.

Ci mancherà, lo ricorderemo.

§

Il ricordo di Luca De Biase, di Vittorio Zambardino, di Arianna Ciccone, quello di alcuni studenti dello Iulm

febbraio 27 2014

Il web l’ho visto nascere nel suo laboratorio, doveva essere la fine del 1994 o l’inizio del 1995. C’è questo Mosaic che sembra interessante, ha detto un giorno. Gli ipertesti multimediali su cui lavoravamo da qualche tempo improvvisamente uscivano dai floppy disk e prendevano vita. Franco Fileni è stato il mio professore di sociologia delle comunicazioni. Un corso di quelli che ti aprono la testa, mettono ordine alle tue idee e ti indicano una direzione.

Lui un incrocio tra un signore d’altri tempi e un provocatore senza troppi scrupoli. Una gran testa: in quegli anni infilò un paio di testi sul digitale che se la battevano alla pari con gli americani. Nel suo studio aveva installato una BBS con nodo Fidonet, poi un server, diversi computer alcuni dei quali connessi a internet. Mi fece avere un accesso telefonico alla rete dell’università molto prima che arrivasse Video On Line. Spalancò le porte del mondo in cui vivo e lavoro oggi. In quegli anni era decisamente troppo avanti per essere riconosciuto.

Frequentammo il suo studio per diverso tempo dopo l’esame, sfidando il suo carattere ben poco paziente. Tre anni ci sono rimasto, io. Lì mi sono appassionato alla comunicazione mediata dal computer, lì ho frequentato le prime “comunità virtuali”, lì ho capito che nel sistema operativo della nostra società stavano per cambiare diverse cose. Con lui feci la tesi e mi laureai. Non l’entusiasmava granché questo mio interesse per l’informazione in rete, nemmeno io in fondo gli andavo troppo a genio, ma mi lasciò fare. E alla fine mi dimostrò con la sua amicizia l’apprezzamento.

Mi richiamò in università a fare qualche seminario, poi un corso intero. Il Web 2, come lo chiamava lui, l’aveva preso un po’ in contropiede: la riorganizzazione universitaria, la stretta ai progetti di ricerca e alcuni incarichi organizzativi gli avevano assorbito gran parte dell’attenzione. Ho aspettato a lungo che si immergesse nei social media per rileggerli nelle sue parole. Credo che l’ultimo ventennio di vita pubblica e accademica l’abbia deluso parecchio negli ideali e nelle aspettative. Lo inserisco con grande rispetto nella lista dei meravigliosi sconfitti che hanno influenzato in modo determinante la mia vita.

Franco Fileni, mio professore, relatore, collega e amico, se n’è andato la notte scorsa, molto prima del dovuto. La gratitudine che provo per lui ingigantisce il vuoto che lascia.

novembre 10 2013
Nô che i sin stâts
laris di cjariesis,
sassins di bausiis,
presonîrs di svui,
plens di fan di peraulis,
cjocs di avignî.
Nô, che i vin passât
la vite scoltant
l’aiar,
il cîl,
il sunsûr dal timp.
Nô, che i vin ingropât
il cûr
intor di une niule,
la anime
intor de lune,
lis mans
intor dal lusôr.
Nô, ancjemò no vin pierdût
il jessi
sium e vele
aghe e burlaç
bore e cinise
baraç e prât.
Nô, ultins cingars
ultins cjaradôrs
ultins contesflocjis.
Nô, cumò, ultins
sotans di incjants.

(Giuliana Pellegrini, Nô…, 2007)

Noi, che siamo stati
ladri di ciliegie,
assassini di bugie,
prigionieri di voli,
affamati di parole,
ubriachi di avvenire.
Noi, che abbiamo passato
la vita ascoltando
il vento,
il cielo,
il rumore del tempo.
Noi, che abbiamo annodato
il cuore
attorno a una nuvola,
l’anima
attorno alla luna,
le mani
attorno alla luce.
Noi, ancora non abbiamo perso
l’essere
sogno e vela
acqua e tempesta
tizzone e cenere
rovo e prato.
Noi, ultimi zingari
ultimi carrettieri
ultimi ciarlatani.
Noi, ora, ultimi
schiavi di incanti

 

Giuliana Pellegrini, anima colma di severo splendore, grazie per la bellezza e per le premure. Mi lasci molti più sorrisi di quanti sia riuscito a restituirti. È stato un privilegio, oltre che un inaspettato regalo del caso, conoscerti. I miei pensieri accompagnano questo tuo nuovo viaggio incantato.

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