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Category: Ricordo

Marzo 11 2026

Nel secondo anniversario della morte di Giuseppe Granieri, al Polo bibliotecario di Potenza è stato organizzato un incontro per raccogliere spunti sulla cultura digitale e dedicare idealmente a questo dibattito uno scaffale in suo nome. Quello che segue è il testo del mio contributo, che in questa occasione non ho potuto portare di persona. Mi rendo conto una volta di più che l’assenza di g.g. resta per me un concetto ancora molto astratto.

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Dedicate a Giuseppe Granieri gli scaffali di libri, ma non cercatelo nei libri. 

Non lo troverete nelle copertine allineate, nei titoli evocativi, nelle sottolineature. Giuseppe non era i suoi libri. Non era la sua biblioteca. Non era i suoi post, le sue piattaforme, le sue conversazioni infinite.

Era tutte queste cose, certo. Ma era soprattutto ciò che accadeva tra una cosa e l’altra. Era il movimento che passava tra una mente e un’altra, tra un testo e le sue conseguenze, tra un’idea e la sua trasformazione. Era la tensione che rende i nodi di una rete più intelligenti.

Se la cultura digitale ci ha insegnato qualcosa, al netto delle mode, delle piattaforme e delle metriche, è che il valore non risiede nel nodo ma nella relazione. Un nodo isolato è un archivio. Una relazione è una trasformazione.

Per lui la rete non era un’infrastruttura. Era una postura. Non un insieme di cavi e protocolli, né una macchina per vendere o persuadere, ma un modo di stare al mondo: conversazione, responsabilità, cura del legame. In un tempo che misura in visibilità, lavorava sull’invisibile. In un tempo che premia l’ego – e avendone uno che certo non si poteva dire contenuto – Giuseppe moltiplicava gli altri.

Questa postura Giuseppe la praticava prima ancora di formularla. Non era un esperto che spiegava: era un connettore che attivava. Era competenza, molta. Ma era soprattutto un attivatore di competenze altrui. La sua vita è stata un grande sistema operativo relazionale.

Giuseppe abitava le soglie: tra online e offline, tra accademia e rete, tra teoria e pratica, tra umanesimo e tecnologia, tra ironia e profondità. Era una soglia vivente. E le soglie non si possiedono: si attraversano, e segnano una cesura tra un prima e un dopo.

Sapeva interloquire con tutti: non per diplomazia, ma per curiosità. Teneva nello stesso spazio l’accademico e l’hacker, il manager e l’attivista, il teorico e il pratico, senza ridurre nessuno alla caricatura dell’altro. Faceva sedere allo stesso tavolo persone che non avrebbero mai pensato di avere qualcosa da dirsi. E spesso scoprivano di avere più domande in comune che risposte divergenti.

Non era soltanto il mediatore: era, a suo modo, entrambe le cose. L’accademico e l’hacker. Il manager e l’attivista. Il teorico e il pratico. Non come contraddizione da risolvere, ma come complessità da sostenere. Forse è anche per questo che sapeva comporre gli altri: perché dentro di sé aveva imparato a far convivere differenze che si pensano separate. Nelle connessioni che attivava si rifletteva, in controluce, la sua personalità plurale.

Uscivi dalle conversazioni con lui leggermente spostato. Non convertito, non convinto: spostato. Aveva la capacità di non chiudere mai un discorso nel punto in cui sembrava concluso. Lo riapriva, lo inclinava, lo rendeva poroso.

Ha ispirato una generazione non perché offrisse risposte – anche se poi amava avere l’ultima parola – ma perché legittimava le domande. Ci ha dimostrato che l’universo delle idee non è mai chiuso, e che chiunque può contribuire a reinterpretarlo, in modo più facile, più diffuso e più corale che mai nella storia.

Con lui le idee non erano mai proprietà privata: erano ambienti condivisi. Non ti consegnava una tesi, pur avendone formulate in abbondanza: ti metteva in una condizione. I post, gli articoli, i libri che restano di lui sono soltanto le briciole di un percorso fatto insieme a tante persone, persone che spesso oggi si ritrovano amiche grazie a un suo innesco.

Molti dei concetti che oggi utilizziamo con naturalezza – comunità, conversazione, identità distribuita, responsabilità connettiva – li abbiamo attraversati insieme a lui, spesso senza nemmeno accorgerci che stavamo costruendo un lessico comune.

La sua eredità più radicale non è in ciò che ha scritto, ma nel metodo che ha incarnato: l’idea che la cultura digitale non sia una specializzazione, ma una forma di cittadinanza. Che abitare la rete significhi assumersi la responsabilità delle proprie connessioni. Che partecipare non sia consumare contenuti, ma contribuire alla forma della conversazione.

Mi riesce ancora straordinariamente difficile, anche a due anni di distanza, rappresentare ciò che Giuseppe Granieri è stato. Le persone che abitano gli interstizi sfuggono alle definizioni. Non coincidono con le opere, con i ruoli, con il curriculum.

Possiamo però riconoscere ciò che continua ad accadere grazie a lui. Nelle connessioni che diamo per scontate. Nella cura con cui scegliamo una parola. Nel modo in cui teniamo aperto uno spazio di confronto. Se oggi siamo capaci di vedere valore non soltanto nei contenuti ma nei legami che li tengono insieme, è perché qualcuno ci ha abituato a guardare lì.

E ciò che conta, quasi sempre, non è ciò che si vede. Ma ciò che continua ad accadere. Anche tra noi. Anche qui. Proprio qui. Oggi, anche se lui non è più.

Marzo 10 2026

Caro Luca,
abbiamo condiviso lo stesso asse del tempo, ma quasi mai lo stesso punto.

Potrei dire che eri avanti. Ma forse non è esatto. Non correvi necessariamente più veloce degli altri: stavi su un altro battito. Eri dentro il nostro tempo, ma seguivi un ritmo tuo, una traiettoria personale. A volte in anticipo, a volte fuori sincrono; negli ultimi anni in un altrove che ti ha permesso di scrivere pagine potenti, non facili, preziose.

Se ripenso alle nostre traiettorie, mi colpisce questo scarto costante. Ci siamo sfiorati molte volte. Stessi temi, stessi mondi, stessi incroci. Sempre con rispetto. Sempre con una distanza riconosciuta. Non siamo stati intimi, e dirlo non è una diminuzione: è una forma dell’onestà che ci siamo riconosciuti. Abbiamo abitato le stesse stagioni in modi diversi, o in momenti diversi. Ci osservavamo, credo, con curiosità vigile.

Sei stato ambientalista quando l’ambiente era ancora materia per pochi ostinati, non certo un capitolo dell’agenda pubblica. Ti sei impegnato nella tua comunità all’età in cui di solito si comincia a pensare a se stessi. Sei stato blogger quando i blog erano una stanza stretta e febbrile, abitata da una minoranza che si riconosceva a vista. Quando quella stanza è diventata piazza, città, mondo, tu hai inseguito la dimensione imprenditoriale: la possibilità di farne lavoro, struttura, progetto.

Poi sono esplosi i social network, e per te sono diventati identità, posizionamento, competenza, progetto editoriale. Senza clamore, senza pose. Con metodo e serietà.

Hai esplorato il mondo dei personal open data e del quantified self quando in Italia erano ancora parole esotiche. Ti interessava misurare, capire, correlare. Cercare senso nei numeri prima che i numeri diventassero slogan. L’emergere dell’intelligenza artificiale ti ha fatto compiere un ulteriore salto in questa esplorazione di te in relazione al mondo, al senso delle cose, all’evoluzione del tuo ruolo in una realtà sempre più confusa e complessa.

Quando infine la rete è diventata totale, onnipresente, inevitabile, tu hai cominciato a sottrarre. A togliere. A cercare l’essenza, invece dell’ennesima estensione.

Ecco la tua sincronia: non con la moda del momento, ma con una traiettoria interna. Non con il rumore, ma con una domanda. Con serietà. Con decisione. Con umiltà. E con rispetto, di te stesso e degli altri.

Il tuo ultimo progetto è stato il più radicale. Condividere il percorso verso la fine, riflettere pubblicamente sul tumore, sul tempo che si restringe, sul senso delle cose quando la prospettiva cambia, sulla chiusura consapevole del proprio cerchio. Lo hai fatto con una lucidità spietata, senza retorica, senza autoassoluzioni. Ancora una volta fuori sincrono rispetto al rumore: mentre il mondo correva, tu fermavi il tempo e lo guardavi negli occhi.

Ho cercato per settimane le parole per riconoscerti tutto questo, prima che fosse troppo tardi. Non ne sono stato capace, e ti chiedo scusa. Magari è codardo farlo oggi. Ma almeno grazie ci tenevo a scriverlo.

Ora puoi declinare il tempo all’infinito.

Gennaio 14 2025

Imprinting

Mi sono sempre chiesto se uno il suo destino se lo porti dentro oppure se gli venga in qualche modo istillato. Se le passioni preesistano e siano attivate da congiunture esterne oppure se siano il frutto di un percorso imprevedibile di addizioni e casualità. Comunque sia, ho sempre attribuito con chiarezza il mio precoce interesse per il dietro le quinte (dei media soprattutto, ma non solo) e uno certo sguardo trasversale su media, umanità e comunità a Furio Colombo.

Nella nebbia indistinta delle età dello sviluppo sociale e culturale, da qualche parte tra il primo Goldrake e gli studi superiori, ricordo con insolita precisione l’interesse istintivo e vorace per le analisi di Colombo sulle dinamiche della comunicazione di massa e il fascino ostinato per l’eleganza, la chiarezza e la sobrietà delle sue sintesi.

Divulgatore raffinato e colto, Colombo prendeva gli strumenti della comunicazione che già veneravo e me ne faceva percepire la terza, la quarta e la quinta dimensione, la complessità dietro alle confezioni patinate, le incongruenze e le negoziazioni irrisolte di quel motore potentissimo e al tempo stesso fragilissimo della nostra vita condivisa. Ci fosse o meno qualcosa di tutto questo già dentro di me, e chi può dirlo, lui inconsapevolmente lo nutrì a steroidi.



Era l’era di massima influenza della carta, l’era del progressivo affollamento dell’etere, l’era delle commistioni emergenti e deflagranti tra media e potere e Colombo in quell’epoca godeva di collocazioni invidiabili e irripetibili: uomo di frontiera tra stampa e tv, uomo di sperimentazione tra media e accademia, uomo di azienda e di relazioni privilegiate tra Italia e Stati Uniti, uomo di cerniera tra le culture protagoniste del Dopoguerra. Un uomo privilegiato che abitava un’epoca straordinaria e che tuttavia sapeva condividere con generosità il suo sguardo.

Quella stessa posizione privilegiata gli permise di vedere arrivare per tempo lo tsunami di internet nella sua dimensione umana e culturale, prima che tecnologica, che fu infatti tra i primissimi a raccontare in Italia. In Colombo ammiravo, a differenza di tanti esperti settoriali, l’intuito per le connessioni, la capacità di riconoscere i fili rossi passando sul filo delle storie di persone e di comunità dalla tecnologia (Confucio nel computer) alla forma dei luoghi (La città profonda), dalle forme dell’esistenza post-industriale (La vita imperfetta) alle nuove tensioni della convivenza (Gli altri, che farne).

Vi fu poi molto altro nella vita di Furio Colombo, tra cui una svolta assai più civica, politica e passionale, di cui però non ho titolo sufficiente per dire. Meriterà tuttavia un giorno ricostruirne a pieno la dimensione pubblica e professionale, così intrecciata in ogni fase a momenti chiave della storia recente del nostro Paese.

Qui oggi vorrei testimoniare semplicemente l’ammirazione e la gratitudine per quel suo passaggio, travolgente e indelebile, nel mio immaginario adolescente e per la cortesia con cui un giorno se lo fece raccontare.

Marzo 11 2024

g.g.

Del resto eri sempre quel bel mucchietto di passi più avanti, no Giuseppe? T’amminchiavi su un’idea e non la mollavi per giorni, mesi, anni. Il weblog, il Filter, la società digitale, Second Life, l’ebook, l’intelligenza artificiale. Infine la notte buia e tempestosa, la prima che non sei riuscito a condividere, la prima che non hai saputo smontare e rimontare come volevi tu, per poi magari insegnarle con una punta di paternalismo come avrebbe dovuto essere.

Che cosa avrebbe detto stasera Machado, g.g.? Ci sarà pure una citazione di Borges che mi possa prestare le parole, improvvisamente codarde, per descrivere che cosa sei stato, tu che ne avevi una pronta per ogni occasione. Pessoa, il baule pieno di gente: e tu che mettevi l’accento su gente, per dissimulare quanto in realtà a te affascinasse l’idea di poter costruire un baule enormemente più grande di quanto l’uomo avesse mai sognato immaginare. Il prodigio dei tempi che ci è capitato di vivere.

La realtà si è fatta plastilina davanti ai nostri occhi e io ricorderò finché campo le tue mani che impastano idee, software, relazioni, modelli, letteratura, fantascienza, persone, progetti. “Il più diverso” tra i guru, nota bene Enrico. Quello che coi suoi modi aristocratici e compiaciuti – capaci di dare il sangue alla testa a quanti coll’internet dovevano farne tanti, maledetti e subito – riusciva a seminare rivoluzioni nelle persone più imprevedibili.

Lo ha detto così bene Alessandro: “mi ha espanso”. Ti piaceva piacere, ma ti piaceva di più veder “crescere, raccontarsi e capirsi” (per dirla con Giovanni, io direi addirittura “concepirsi”) la comunità intorno a te. Tu che avresti potuto avere fama e successo ovunque, ma hai sempre preferito rimanere nerd nella tua piccola provincia fuori rotta (e il valore di questa scelta lo coglie bene oggi Giovanni).

Un artista dell’inception: quante volte ho pensato di aver partorito un’intuizione luminosa, per poi ritrovarla a distanza di tempo nei tuoi scritti o discorsi antecedenti. “Può essere che io l’abbia detto”, sogghignavi quando autodenunciavo il plagio inconsapevole, “ma tu l’hai consegnato al mondo”. Nei tuoi occhi ho letto competizione, polemica, duello, mai possesso o gelosia. Semmai egocentrico, ma non egoista. Al contrario, una delle persone più sinceramente generose e aperte al prossimo con cui mi sia capitato il privilegio di condividere vita e lavoro.

Cìn, amico mio. Quanti rimpianti per questa notte che tutto l’amore di noi qui oggi affranti non è riuscito almeno a rischiarare un po’. Avrà senz’altro un senso, ma noi come al solito lo capiremo un po’ dopo.

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L’originale sta su Facebook.

Avevo scritto di lui anche nel novembre scorso, nel giorno del suo compleanno.

Dicembre 21 2022

Forse è ancora più chiaro, oggi che i luoghi di aggregazione, sollecitazione e contaminazione per i giovani non esistono quasi più, quanto peculiare sia stata la congiuntura in cui siamo cresciuti noi figli degli anni ’70 e ’80, forse ancora degli anni ’90, qui nel capoluogo dell’operoso Nord Est.

Non era già più il tempo dei rigidi percorsi confessionali o politici che avevano incanalato secondo metodi collaudati la formazione della gioventù del Dopoguerra. Il loro posto veniva invece occupato da palestre sperimentali e contenitori accoglienti per i talenti dei giovani, talora spontanei e autogenerativi (penso al San Giorgio di don Bozzet) altre volte strutturati dentro a un più ampio ripensamento in senso inclusivo della cultura e della società (come la “Casa dello studente” di don Padovese).

Luoghi di rivoluzione pacifica, civica e quotidiana, che forse non a caso sono stati ispirati spesso da preti illuminati sulla via del Concilio e che ciononostante non erano riconducibili semplicemente a dinamiche di parrocchia e oratorio. Soffiavano i primi aliti delle tempeste che si sarebbero effettivamente abbattute sul nuovo secolo e lavorare sugli anticorpi delle nuove generazioni pareva evidentemente a qualcuno un esperimento necessario.

Alla Casa dello studente, fin da ragazzino, ho visto i film che mi hanno fatto innamorare del cinema, ho salutato con entusiasmo le tappe di avvicinamento all’Europa unita, ho letto giornali e riviste, ho pranzato, ho studiato insieme ai miei amici, ho visto mostre, ho seguito conferenze sui temi cardine del nostro tempo, ho visto moltiplicarsi intorno a me anno dopo anno corsi di lingua, di fotografia, di giornalismo, di videomaking, di teatro, di ogni possibile forma di competenza e creatività contemporanea fino a quelli più recenti di robotica e di progettazione 3D. Un fermento che ha inciso sulla pelle della mia generazione sentimenti di libertà, cittadinanza e apertura al mondo delle idee e delle possibilità.

Per tutto questo oggi saluto con riconoscenza don Luciano Padovese. La sua scomparsa chiude simbolicamente un’epoca, sebbene il fantastico staff del Centro Culturale Casa A. Zanussi – a cui va il mio abbraccio – prosegua eroicamente nell’opera.

Don Luciano e gli altri hanno saputo nutrire generazioni con gli avanzi della società dell’abbondanza e fare la differenza nella storia di molti di noi. Oggi che gli avanzi sembrano essersi ridotti a briciole, restano tuttavia le intuizioni di fondo della loro opera – rete, relazioni, cultura, mondo, complessità, generazioni, competenze, sperimentazione, quotidianità – e resta più che mai l’urgenza di nutrire le nuove generazioni, generazioni solo apparentemente sazie, giovani che fanno sempre più fatica a maturare la consapevolezza dei loro talenti e la visione d’insieme in cui inserirli, sperando di fare in tempo per le prossime tempeste che inevitabilmente ci sferzeranno. Sarebbe un modo degno di onorarne la memoria.

Agosto 1 2022

In quel brevissimo incrocio della storia italiana in cui le frontiere dell’informazione online e l’editoria giornalistica tradizionale si sono guardati dritti negli occhi, ormai un buon decennio fa, Omar Monestier è stato uno dei pochi direttori di giornale capaci di sostenere lo sguardo.

Perplesso magari, ma mai meno che curioso, cercò a più riprese il dialogo. Capitava che fosse lui a cercarti, prendendo l’iniziativa: perché hai scritto questo, che cosa vuoi dire, parliamone, vediamoci a pranzo. Partecipò ai numerosi dibattiti del periodo, sostenendo con onestà di pensiero e argomenti non trascurabili il punto di vista del giornale che non poteva ancora mettere in discussione il primato della carta.

Si unì con piacere, unico tra i non strettamente nerd, alle spedizioni di ONA Italia negli Stati Uniti per vedere cosa si faceva altrove. Studiò, rielaborò a modo suo (in particolare nelle sue direzioni al Tirreno e al Messaggero Veneto) e, pur restando nella sostanza un uomo della tradizione, sarà ricordato – con buon merito – come uno dei rari innovatori che l’editoria giornalistica italiana mainstream abbia annoverato dalla nascita del web a oggi.

Qualcuno oggi, forse per compensare il lungo elenco di pregi e meriti istituzionali emersi in queste ore di stupore collettivo e attonito, glielo ascrive tra i difetti: certo magari credevi un po’ troppo nella Rete. Allora queste righe servono proprio a questo: per ringraziarlo di essersi messo in discussione e per aver offerto, a noi intoccabili e spesso invisibili avventurieri degli spazi collettivi digitali, la dignità dell’attenzione e del rispetto.

Gennaio 10 2022

Gianni l’avrebbe fatta molto breve. Gli piaceva molto dilungarsi in aneddoti e storie sportive, amava veder riconosciute le sue imprese e quelle della sua società, ma tendeva a rifuggire le cerimonie ufficiali, i discorsi formali, il doversi parlare addosso in giacca e cravatta.

E del resto che cosa possiamo dirci oggi che non ci siamo già detti in quasi sessant’anni di G.S. Hockey Pordenone, Gianni? Abbiamo passato la vita assieme. Come una famiglia, per sessant’anni abbiamo fatto progetti, abbiamo gioito (e quanto abbiamo gioito!), abbiamo allevato ragazzini, abbiamo litigato (spesso), abbiamo tenuto duro. E poi abbiamo ricominciato, più e più volte da capo. Conto almeno dieci generazioni di ragazze e ragazzi che hanno messo i pattini ai piedi e afferrato una stecca, da quando ti sei messo in testa questa cosa dell’hockey, Gianni. Dieci generazioni, alcune delle quali mettono in fila nonno, papà e nipote.

E quanti nipotini oggi in pista, Gianni. A te importava soprattutto vederli grandi e possibilmente forti, lo svezzamento hockeistico lo lasciavi volentieri ad altri. Alla festa di Natale – tu non avevi potuto essere con noi – avresti dovuto vederli, ho fatto giusto in tempo a raccontartelo l’ultima volta che ci siamo visti. Un palazzetto che brulicava di ragazze e ragazzi di tutte le età, felici, divertiti, innamorati dello sport di cui tu ci hai fatto innamorare tutti quanti. Quella pista brulicante, il fermento che viviamo ogni settimana, per cinque giorni alla settimana, ecco, quello credo sia il più bel monumento che ti potremo mai dedicare. L’hockey che continua, lo sport che sopravvive al suo patriarca, il sogno di tornare grandi che si rinnova di anno in anno, di gruppo dirigente in gruppo dirigente.

La tua visione, il tuo sogno sono sempre stati più grandi e hanno alimentato le visioni e i sogni di centinaia e centinaia di persone. Altro che squadra di provincia: tu eri un dirigente di rango internazionale, e non è un caso che per almeno un paio di decenni tu sia stato davvero uno dei personaggi più potenti nell’hockey pista italiano, e non solo italiano. Lo stanno riconoscendo in tanti in queste ore. Eri uno di quegli uomini che, nel dubbio, preme l’acceleratore a tavoletta, piuttosto che tirare il freno. E nella scorribanda gioiosa, entusiasta e visionaria che è stata la tua vita hai trascinato un po’ tutti noi.

C’è solo una parola che manca nella vicenda del GS Hockey, ed è grazie. “Grazie Gianni” l’avremo detto un milione di volte, figurati. Il grazie distratto, frettoloso, circostanziato, di tutti i giorni. Pendeva invece la celebrazione compiuta della tua vicenda sportiva, il riconoscimento collettivo della longevità delle tue idee, l’apprezzamento pubblico per la generosità che hai dimostrato con le ultime tue decisioni da presidente.

Per questo, anche con la scusa dell’ottantesimo compleanno, ti stavamo preparando una sorpresa per l’inizio del campionato. Al contrario, la sorpresa l’hai fatta tu a noi, amara. E oggi, frastornati dalla commozione, non saremo probabilmente capaci di rendere giustizia alla tua carica umana, al tuo continuo incitamento a fare meglio, alla tua determinazione a superare qualunque ostacolo.

Continuare il tuo lavoro, ricordandoci ogni giorno di quell’uomo genuino dai sogni grandi che ci ha indicato la strada, sarà il nostro modo di dirti grazie.

Ciao a te, Giovanni Silvani. Ciao a te.

Giugno 30 2021

Se non ti chiedi come funziona quello che funziona, chi c’è dietro a tutta la cura che serve, comprendi solo una parte della tua città.

Dietro a Pordenone, dietro alle persone che ci hanno messo di volta in volta la faccia, com’è giusto che sia, dietro all’esplosione di eventi culturali e alla capacità della città di fare cose e attirare attenzione, negli ultimi vent’anni c’è stato soprattutto un manipolo di persone giovani, preparate, intraprendenti, la testa veloce quanto le mani, dotate di una passione e di un senso del servizio civico fuori dal comune.

O per meglio dire dentro al comune, perché in effetti l’epicentro di questa congiuntura straordinaria che ha contribuito a scuotere una città di fabbriche e caserme è stato proprio nella pancia del municipio. E l’epicentro dell’epicentro, nella mia immaginazione, era la scrivania di Bertilla Fantin, una scrivania il più delle volte vuota perché la città intera era per lei postazione di lavoro.

Allora forse si può intuire che cosa ha perso oggi Pordenone. Un ingranaggio di quelli che riparare il motore poi è un bel casino, che mica esistono le fabbriche di ingranaggi così. Un equilibrio meraviglioso di coscienza pubblica, efficienza privata, pratica, motivazione, capacità di trovare una soluzione per ogni problema.

E questo ancora è nulla di fronte alla simpatia, che scaturiva fin dal nome, alla carica umana, alla leggerezza, alla discrezione, alla benevolenza per il prossimo, all’amore per la città. Una persona molto speciale, che ti conquistava con naturalezza in un attimo e che poi non dimenticavi più, come confermerà probabilmente in queste ore chiunque l’abbia conosciuta.

Bertilla era un ingranaggio dell’anima di Pordenone. Non l’anima della Pordenon de ‘na volta, quella che fa tanta nostalgia. Ma l’anima della Pordenone di oggi, quella che stiamo ancora costruendo, a cui Bertilla ha dato tanto e ancora tanto avrebbe dovuto dare. Che fa rabbia, anche se un giorno rimarrà solo la riconoscenza.

Luglio 22 2020

Antonio, sei stato l’arbitro di generazioni di hockeisti pordenonesi. Noi, mandati allo sbaraglio contro avversari sempre più forti di noi, le regole di base ancora ben confuse. Tu già le rinforzavi con severità: nel mio ricordo, incutevi un timore e un rispetto fuori scala, i tuoi fischi ancora mi risuonano nelle orecchie.

Molti anni dopo ti ho ritrovato arbitro alle prime partite di mio figlio. Lì ho scoperto la simpatia e la benevolenza che invece animavano quello sguardo. Fischiavi ancora a muso duro di fronte a un fallo, ma poi a noi facevi l’occhiolino divertito.

È stato un onore condividere il tavolo con te in tante partite. Difficilmente ti sfuggiva qualcosa. Dopo decine di referti di gara, ancora riuscivi a cogliermi in fallo. Un errore, una dimenticanza, un’imprecisione. E quel dettaglio, che ai più sembra secondario o trascurabile, per te erano sufficienti a farci ristampare tutto da capo. Non era burocrazia, era – e continuerà a essere, anche senza di te – l’amore per le cose fatte bene fino in fondo, nel rispetto di tutti.

Nel variopinto e spesso disgraziato mondo dell’hockey pordenonese sei stato una presenza oltremodo generosa, operosa, assidua. Una roccia. Il tuo ruolo non ti consentiva di entrare nelle faccende organizzative locali, eppure sapevi essere di supporto senza mai intaccare l’indipendenza e la credibilità. Eri la quintessenza dello sport: in prima linea quando c’era da dare una mano, defilato quando c’era da prendersene il merito.

Le palline continueranno a rotolare al PalaMarrone, anche grazie a te. Ma sarà così strano, senza averti più nei paraggi. Grazie di tutto, Antonio, non lo dimenticheremo.

Settembre 26 2019

Buine sere, ciase scure
ciase scure in miez dai ciamps
e jo spieti te criure
che ti illuminin i lamps

Vedi, maestra Maria Carla, che me la ricordo ancora oggi, almeno la prima strofa? Dio, che fatica imparare a memoria quella poesia. Ricordo ogni lacrima versata per lo sconforto. Un testo lungo e difficile, scritto in una lingua per me allora straniera. Forse la capisco davvero solo oggi, che la scuola dell’obbligo la vivo da padre, la tua ostinazione nel farcela imparare: la necessità di mettersi alla prova, di fare un po’ più fatica di quella che viene semplice, di riscoprire le radici della tua terra perché possa diventare davvero tua.

Mi capita di ripensare a quegli anni. Dico spesso che avere dei figli è spolverare e rivestire di senso le memorie della propria infanzia. Misuro quello che ricevono oggi i miei figli anche in funzione di quel che io a suo tempo ho ricevuto da te e dalle altre maestre della Collodi. Tre maestre ho avuto, in anni ancora di maestro unico: tu ci lasciasti alla fine della terza, perché pretendevi già troppo dai figli di un’epoca che andava cambiando, e non avevi vita facile.

Ognuna di voi mi ha lasciato qualcosa di fondamentale. Chi il gusto per quel che si può fare mettendo le parole una in fila all’altra. Chi l’importanza di non trascurare le materie scientifiche, perché sono l’altra lingua imprescindibile della convivenza. La tua eredità era più complessa e si è rivelata nel tempo: l’etica dell’impegno, l’attenzione per la forma, la cura senza sconti, la tensione verso la parte migliore di noi.

Hai continuato a insegnarmi da adulto quel che il bambino non poteva capire, né serviva capisse. Quando riscopri dietro all’insegnante che aveva tutte le formule e tutte le soluzioni la persona che, come tutti, tutti i giorni, fa i conti col proprio vissuto, coi propri tormenti, con la propria resilienza. Ti danno un bagaglio di arnesi quando sei bambino, e poi semplicemente speri di trovare quello giusto al momento giusto, e non è facile per nessuno, neanche per una maestra.

A noi, finché è stata tua responsabilità, quel bagaglio l’hai fatto riempire bello stipato, e speriamo basti per tirarci fuori da questi tempi complicati. Grazie di tutto. Che tu possa ora risplendere nella pace.

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