Top

Category: Ricordo

Giugno 30 2021

Se non ti chiedi come funziona quello che funziona, chi c’è dietro a tutta la cura che serve, comprendi solo una parte della tua città.

Dietro a Pordenone, dietro alle persone che ci hanno messo di volta in volta la faccia, com’è giusto che sia, dietro all’esplosione di eventi culturali e alla capacità della città di fare cose e attirare attenzione, negli ultimi vent’anni c’è stato soprattutto un manipolo di persone giovani, preparate, intraprendenti, la testa veloce quanto le mani, dotate di una passione e di un senso del servizio civico fuori dal comune.

O per meglio dire dentro al comune, perché in effetti l’epicentro di questa congiuntura straordinaria che ha contribuito a scuotere una città di fabbriche e caserme è stato proprio nella pancia del municipio. E l’epicentro dell’epicentro, nella mia immaginazione, era la scrivania di Bertilla Fantin, una scrivania il più delle volte vuota perché la città intera era per lei postazione di lavoro.

Allora forse si può intuire che cosa ha perso oggi Pordenone. Un ingranaggio di quelli che riparare il motore poi è un bel casino, che mica esistono le fabbriche di ingranaggi così. Un equilibrio meraviglioso di coscienza pubblica, efficienza privata, pratica, motivazione, capacità di trovare una soluzione per ogni problema.

E questo ancora è nulla di fronte alla simpatia, che scaturiva fin dal nome, alla carica umana, alla leggerezza, alla discrezione, alla benevolenza per il prossimo, all’amore per la città. Una persona molto speciale, che ti conquistava con naturalezza in un attimo e che poi non dimenticavi più, come confermerà probabilmente in queste ore chiunque l’abbia conosciuta.

Bertilla era un ingranaggio dell’anima di Pordenone. Non l’anima della Pordenon de ‘na volta, quella che fa tanta nostalgia. Ma l’anima della Pordenone di oggi, quella che stiamo ancora costruendo, a cui Bertilla ha dato tanto e ancora tanto avrebbe dovuto dare. Che fa rabbia, anche se un giorno rimarrà solo la riconoscenza.

Luglio 22 2020

Antonio, sei stato l’arbitro di generazioni di hockeisti pordenonesi. Noi, mandati allo sbaraglio contro avversari sempre più forti di noi, le regole di base ancora ben confuse. Tu già le rinforzavi con severità: nel mio ricordo, incutevi un timore e un rispetto fuori scala, i tuoi fischi ancora mi risuonano nelle orecchie.

Molti anni dopo ti ho ritrovato arbitro alle prime partite di mio figlio. Lì ho scoperto la simpatia e la benevolenza che invece animavano quello sguardo. Fischiavi ancora a muso duro di fronte a un fallo, ma poi a noi facevi l’occhiolino divertito.

È stato un onore condividere il tavolo con te in tante partite. Difficilmente ti sfuggiva qualcosa. Dopo decine di referti di gara, ancora riuscivi a cogliermi in fallo. Un errore, una dimenticanza, un’imprecisione. E quel dettaglio, che ai più sembra secondario o trascurabile, per te erano sufficienti a farci ristampare tutto da capo. Non era burocrazia, era – e continuerà a essere, anche senza di te – l’amore per le cose fatte bene fino in fondo, nel rispetto di tutti.

Nel variopinto e spesso disgraziato mondo dell’hockey pordenonese sei stato una presenza oltremodo generosa, operosa, assidua. Una roccia. Il tuo ruolo non ti consentiva di entrare nelle faccende organizzative locali, eppure sapevi essere di supporto senza mai intaccare l’indipendenza e la credibilità. Eri la quintessenza dello sport: in prima linea quando c’era da dare una mano, defilato quando c’era da prendersene il merito.

Le palline continueranno a rotolare al PalaMarrone, anche grazie a te. Ma sarà così strano, senza averti più nei paraggi. Grazie di tutto, Antonio, non lo dimenticheremo.

Settembre 26 2019

Buine sere, ciase scure
ciase scure in miez dai ciamps
e jo spieti te criure
che ti illuminin i lamps

Vedi, maestra Maria Carla, che me la ricordo ancora oggi, almeno la prima strofa? Dio, che fatica imparare a memoria quella poesia. Ricordo ogni lacrima versata per lo sconforto. Un testo lungo e difficile, scritto in una lingua per me allora straniera. Forse la capisco davvero solo oggi, che la scuola dell’obbligo la vivo da padre, la tua ostinazione nel farcela imparare: la necessità di mettersi alla prova, di fare un po’ più fatica di quella che viene semplice, di riscoprire le radici della tua terra perché possa diventare davvero tua.

Mi capita di ripensare a quegli anni. Dico spesso che avere dei figli è spolverare e rivestire di senso le memorie della propria infanzia. Misuro quello che ricevono oggi i miei figli anche in funzione di quel che io a suo tempo ho ricevuto da te e dalle altre maestre della Collodi. Tre maestre ho avuto, in anni ancora di maestro unico: tu ci lasciasti alla fine della terza, perché pretendevi già troppo dai figli di un’epoca che andava cambiando, e non avevi vita facile.

Ognuna di voi mi ha lasciato qualcosa di fondamentale. Chi il gusto per quel che si può fare mettendo le parole una in fila all’altra. Chi l’importanza di non trascurare le materie scientifiche, perché sono l’altra lingua imprescindibile della convivenza. La tua eredità era più complessa e si è rivelata nel tempo: l’etica dell’impegno, l’attenzione per la forma, la cura senza sconti, la tensione verso la parte migliore di noi.

Hai continuato a insegnarmi da adulto quel che il bambino non poteva capire, né serviva capisse. Quando riscopri dietro all’insegnante che aveva tutte le formule e tutte le soluzioni la persona che, come tutti, tutti i giorni, fa i conti col proprio vissuto, coi propri tormenti, con la propria resilienza. Ti danno un bagaglio di arnesi quando sei bambino, e poi semplicemente speri di trovare quello giusto al momento giusto, e non è facile per nessuno, neanche per una maestra.

A noi, finché è stata tua responsabilità, quel bagaglio l’hai fatto riempire bello stipato, e speriamo basti per tirarci fuori da questi tempi complicati. Grazie di tutto. Che tu possa ora risplendere nella pace.

Ottobre 10 2018

F.

Caro F.,
avrei voluto saperti dire, in questi giorni di attese e non detti, quanto tutti noi ti abbiamo voluto bene, tra le pieghe di un quotidianità distante vissuta all’ombra delle ciacole con papà.

Ho amato fin da bambino il modo così tuo, così raro di impregnare di gentilezza, ironia e sobrietà ogni situazione e ogni emozione. L’ho ammirato ancor più da adulto, man mano che intuivo la difficoltà di esserne all’altezza nelle vicende di ogni giorno. Non ho mai visto nessuno impastare allo stesso modo benevolenza e riservatezza, affetto e pudore, presenza e rispetto, passione e temperanza.

Per tutto questo e per un’altra cosa provo enorme gratitudine, oggi che è passato l’ultimo vaporetto. Per esserti preso cura di papà per una vita intera, per aver alimentato anno dopo anno un’amicizia veneziana d’altri tempi, di quelle che ai miei tempi forse non esistono più, e che ho ammirato e vi ho invidiato sempre.

Sei stato l’eroe di papà, sei stato l’eroe della nostra famiglia. Ci mancherai così tanto.

Marzo 15 2018

Quello alto, beige è il grattacielo in cui ho vissuto l’infanzia. L’edificio ai suoi piedi è il mio “Cinema Paradiso”. Come i paesani di Giancaldo nel film di Tornatore, oggi lo guardo venire giù sotto i colpi delle ruspe con gli occhi lucidi e lo sguardo arreso. Quella palazzina custodiva l’auditorium con le sedie di legno in cui, nelle interminabili domeniche di bambino, ho cominciato ad amare il grande schermo. Ci si trovava dopo pranzo, si faceva scorta di caramelle sfuse nella gelateria della Cesira e poi ci si perdeva nelle ruspanti retrospettive degli anni ’70, immersi nel fresco nella sala buia.

Al cinema vero mi appassionai poi altrove: lì invece cominciai a percepire il fascino che su di me esercita il retro delle quinte, l’organizzazione delle cose, ciò che aiuta la magia a rivelarsi e lo stupore a rimanere sospeso. Perché, dopo le prime stagioni da spettatore, in quell’edificio era naturale cominciare a darsi da fare per farlo funzionare. Non si pagava il biglietto, ma si era tutti coinvolti un po’ per volta nella gestione. Bruno, il mio compagno di giochi e di film della domenica, diventò proiezionista che non eravamo ancora usciti dalle medie. Si andava per divertirsi, ma divertendosi si cominciava a esplorare le proprie vocazioni e il proprio ruolo nella società.

Era l’inizio, quello, di una delle vicende più stupefacenti e tuttavia meno celebrate nella mia città. Per i successivi vent’anni in quell’auditorium, nelle sale gioco al primo piano e nelle aule del secondo piano ora esposte al vento, una manciata di generazioni di giovani pordenonesi è entrata per divertirsi e divertendosi è cresciuta facendosi carico un po’ alla volta del divertimento e della crescita altrui. Universitari che si prendevano cura di adolescenti che a loro volta badavano ai ragazzini. Una scuola di responsabilità e di condivisione del germe della comunità che, con la scusa dei film, dei gruppi di animazione, dei campi estivi e delle serate a tema (discoteca compresa), arrivò a muovere numeri impressionanti e a generare esperienze difficili da etichettare semplicemente come oratorio.

Quello era il San Giorgio di don Felice Bozzet. Sgangherato, anche dopo la parziale ristrutturazione. Rumoroso, per il brulicare di vita che accoglieva a tutte le ore. Talmente fuori dagli schemi, da restare – ieri, come oggi nel ricordo – fuori dai radar della classe dirigente cittadina e in fondo da quello della stessa Curia. Ma fecondo, sereno, indimenticabile per chiunque ci abbia passato anche soltanto qualche ora. Il rudere polveroso e abbandonato da anni, che oggi viene demolito, non era che il fantasma di quell’esperienza. La memoria della vita e dell’esempio di mondo possibile che ha contenuto è ora affidata a tutti noi che sappiamo ancora dare un nome a quei locali sventrati.

(Il post è stato pubblicato originariamente su Facebook. La foto è di Ezio Colombo ed è stata pubblicata dall’autore nel gruppo Sei di Pordenone Se…)

Agosto 12 2017

Pordenone ha salutato oggi uno dei suoi padri più recenti e discreti, monsignor Felice Bozzet. Non un capitano d’industria o un campione della politica, ma un umile tessitore di comunità, un incantatore di giovani, colui che forse più di chiunque altro ha saputo illuminare l’adolescenza e la via verso le responsabilità adulte di qualche migliaio di uomini e donne che oggi hanno tra i trenta e i sessant’anni.

Don Felice è stato un prete di strada in centro città, un mistico alla guida di una parrocchia più grande di lui, un gioioso innovatore del messaggio cristiano in un’epoca di grandi aperture e altrettanto rapide chiusure, un sant’uomo senza superpoteri che pure ha saputo compiere opere straordinarie impastando umanità, prossimità e condivisione al volgere di decenni in cui sembrava improvvisamente più semplice procedere da soli.

La sua impronta sociale è riconoscibile oggi in gran parte delle reti che innervano l’economia, la cultura, la politica e la società della Destra Tagliamento. Le testimonianze, addolorate ma al tempo stesso gioiose e grate, che i suoi ragazzi di ogni età gli stanno tributando in queste ore sono il miglior testamento possibile.

Don Felice è stato una presenza ricorrente anche nella mia vita, fin dai banchi di scuola. L’ultimo suo regalo, di certo quello più inaspettato ed emozionante, è stato chiedermi di mettere ordine agli appunti di una vita e distillare una testimonianza di ciò che gli era a cuore. Non ho mai capito perché avesse voluto chiederlo proprio a me, tra tanti che avrebbero potuto rendergli un servizio di certo più ortodosso, ma so che immergermi in quella storia, nelle sue illuminazioni e nelle sue delusioni, nei suoi successi e nelle sue sconfitte, è stata una delle esperienze più coinvolgenti che mi siano capitate. La storia di una vita, di cui pure ero stato almeno in parte testimone, ricostruita nel pieno nella sua complessità. Oggi, più che mai, è un dono che va condiviso.

Agosto 26 2016

Nei giorni scorsi abbiamo salutato un amico, che in poche settimane si è dovuto arrendere a una delle più crudeli tra le sfide per la vita. Su invito della famiglia, che ha saputo trasformare una vicenda orribile in una in una celebrazione della vita e del valore della comunità, ho scritto queste righe per lui. Mi piace che ne resti traccia qui.

 

A P. ho voluto istintivamente bene.

Che cosa ti fa venire in simpatia una persona che puoi dire di conoscere appena e che incontri il più delle volte soltanto per il tempo di un ciao nell’atrio delle scuole dei tuoi figli?

Un modo di stare, un modo di guardare, un modo di ascoltare.

Ci sono occhi – la gran parte – che sono portoni sprangati, indifferenti, rivolti altrove. Altri, più rari, sono finestre tenute appena accostate dal pudore. Dietro una cordialità riservata, gli occhi di P. lasciavano intravedere un mondo ricco. Ricco di contrasti, di differenze, di originalità.

Semplice, ma intenso.
Umile, ma orgoglioso.
Rispettoso, ma indomito.

P. gli occhi te li incollava addosso, se quello che dicevi catturava la sua immaginazione. Grati. Assetati. Quasi avessero saputo di avere poco tempo per capire quel che c’era da capire.

P. un giorno avrò modo di conoscerlo meglio, mi dicevo. Avrò modo di farmi raccontare la sua storia, a cui K. accenna sempre così fiera. Avrò modo di scoprire da dove attingono compostezza e sfumature fuori dal comune i suoi bimbi.

Che sfortuna, P., un’ingiustizia da spezzare il cuore. Ma anche che enorme lezione di vita, di condivisione, di dignità, di gioia nonostante tutto, che ci avete dato in queste poche settimane straordinarie.

Ci lasci una famiglia splendida, a cui volere ancora più bene. E un senso di comunità da accudire, ora anche nel tuo ricordo.

Maggio 25 2016

Toni

Ciao, signor Toni.
Che gran bella persona sei stato.
Gentile, genuino, generoso.
Roccia per la mia famiglia.
Far nascere un sorriso grato anche nella tristezza
è il privilegio delle persone che lasciano un segno.

Aprile 22 2015

A poco più di un anno dalla scomparsa, è uscito un volume per ricordare opera, pensieri e ispirazioni di Franco Fileni, sociologo e a lungo docente all’Università di Trieste. Si può leggere integralmente nel sito delle collane di ateneo. C’è anche una mia breve testimonianza.

Gli studi dei docenti sono lunghi lunghi e stretti stretti, nell’edificio centrale dell’Università di Trieste. Franco Fileni il suo ufficio l’aveva trasformato in laboratorio e in aula di lezione, riempiendo ogni spazio lasciato libero dalle scrivanie e dai libri con computer, monitor, stampanti, scanner, webcam e ogni sorta di dispositivo informatico. Alle pareti le riproduzioni di alcune opere di Escher. Negli anni ’80, Fileni aveva sviluppato questa profonda curiosità accademica per i risvolti epistemologici della diffusione dei computer, conscio che la supposta e allora inossidabile divisione tra regno dell’analogico e regno del digitale di per sé non era né sufficiente né in fondo del tutto calzante per spiegare l’impatto di quelle macchine sul pensiero e sulla comunicazione. Né apocalittico né integrato, Franco si interrogava semmai sui confini, sulle terre di mezzo, sulle strutture connettive dove vecchio e nuovo si toccavano dando vita a sintesi inedite da esplorare con la sensibilità dell’antropologo. Bateson davanti al pc.

[continua a leggere questo ricordo o l’intero libro sul sito dell’Università di Trieste]