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Category: Ricordo

Febbraio 27 2014

Il web l’ho visto nascere nel suo laboratorio, doveva essere la fine del 1994 o l’inizio del 1995. C’è questo Mosaic che sembra interessante, ha detto un giorno. Gli ipertesti multimediali su cui lavoravamo da qualche tempo improvvisamente uscivano dai floppy disk e prendevano vita. Franco Fileni è stato il mio professore di sociologia delle comunicazioni. Un corso di quelli che ti aprono la testa, mettono ordine alle tue idee e ti indicano una direzione.

Lui un incrocio tra un signore d’altri tempi e un provocatore senza troppi scrupoli. Una gran testa: in quegli anni infilò un paio di testi sul digitale che se la battevano alla pari con gli americani. Nel suo studio aveva installato una BBS con nodo Fidonet, poi un server, diversi computer alcuni dei quali connessi a internet. Mi fece avere un accesso telefonico alla rete dell’università molto prima che arrivasse Video On Line. Spalancò le porte del mondo in cui vivo e lavoro oggi. In quegli anni era decisamente troppo avanti per essere riconosciuto.

Frequentammo il suo studio per diverso tempo dopo l’esame, sfidando il suo carattere ben poco paziente. Tre anni ci sono rimasto, io. Lì mi sono appassionato alla comunicazione mediata dal computer, lì ho frequentato le prime “comunità virtuali”, lì ho capito che nel sistema operativo della nostra società stavano per cambiare diverse cose. Con lui feci la tesi e mi laureai. Non l’entusiasmava granché questo mio interesse per l’informazione in rete, nemmeno io in fondo gli andavo troppo a genio, ma mi lasciò fare. E alla fine mi dimostrò con la sua amicizia l’apprezzamento.

Mi richiamò in università a fare qualche seminario, poi un corso intero. Il Web 2, come lo chiamava lui, l’aveva preso un po’ in contropiede: la riorganizzazione universitaria, la stretta ai progetti di ricerca e alcuni incarichi organizzativi gli avevano assorbito gran parte dell’attenzione. Ho aspettato a lungo che si immergesse nei social media per rileggerli nelle sue parole. Credo che l’ultimo ventennio di vita pubblica e accademica l’abbia deluso parecchio negli ideali e nelle aspettative. Lo inserisco con grande rispetto nella lista dei meravigliosi sconfitti che hanno influenzato in modo determinante la mia vita.

Franco Fileni, mio professore, relatore, collega e amico, se n’è andato la notte scorsa, molto prima del dovuto. La gratitudine che provo per lui ingigantisce il vuoto che lascia.

Novembre 10 2013
Nô che i sin stâts
laris di cjariesis,
sassins di bausiis,
presonîrs di svui,
plens di fan di peraulis,
cjocs di avignî.
Nô, che i vin passât
la vite scoltant
l’aiar,
il cîl,
il sunsûr dal timp.
Nô, che i vin ingropât
il cûr
intor di une niule,
la anime
intor de lune,
lis mans
intor dal lusôr.
Nô, ancjemò no vin pierdût
il jessi
sium e vele
aghe e burlaç
bore e cinise
baraç e prât.
Nô, ultins cingars
ultins cjaradôrs
ultins contesflocjis.
Nô, cumò, ultins
sotans di incjants.

(Giuliana Pellegrini, Nô…, 2007)

Noi, che siamo stati
ladri di ciliegie,
assassini di bugie,
prigionieri di voli,
affamati di parole,
ubriachi di avvenire.
Noi, che abbiamo passato
la vita ascoltando
il vento,
il cielo,
il rumore del tempo.
Noi, che abbiamo annodato
il cuore
attorno a una nuvola,
l’anima
attorno alla luna,
le mani
attorno alla luce.
Noi, ancora non abbiamo perso
l’essere
sogno e vela
acqua e tempesta
tizzone e cenere
rovo e prato.
Noi, ultimi zingari
ultimi carrettieri
ultimi ciarlatani.
Noi, ora, ultimi
schiavi di incanti

 

Giuliana Pellegrini, anima colma di severo splendore, grazie per la bellezza e per le premure. Mi lasci molti più sorrisi di quanti sia riuscito a restituirti. È stato un privilegio, oltre che un inaspettato regalo del caso, conoscerti. I miei pensieri accompagnano questo tuo nuovo viaggio incantato.

Ottobre 14 2013

Marco

Marco e il sapore buono delle persone scoperte un pochettino alla volta.
Marco sbruffone che nascondeva un’umanità grande, umile, generosa.
Marco e quell’abbraccio forte con gli occhi lucidi alla fine di State of the Net 2012.
Marco e questa tristezza improvvisa e mascalzona, che non rende giustizia alla gioia di vivere che ha sempre portato con sé.
Grazie Marco, è stato un privilegio.

 

Novembre 22 2011

Caro Giorgio,
tu te ne sei accorto appena, ma in questi giorni la nostra famiglia ha dovuto salutare un suo grande amico, uno dei più cari. Quando te l’ho detto, qualche giorno fa, hai fatto quel tuo sorriso dolce, quello compito dei momenti speciali, e mi hai detto che in effetti ti dispiaceva molto, perché lui ti faceva sempre tanto ridere. Ancora non sei in grado di comprendere l’inevitabile spietatezza del distacco, ma non credo che avresti potuto rendergli meglio giustizia. In effetti era simpatico, divertente e genuino. Era la persona con più nipoti putativi che abbia conosciuto, e noi tra loro. Era anche tante altre cose, volate via qualche anno prima che tu nascessi per via di un colpo basso della senilità. Ma era ancora lui, era rimasto fedele a se stesso in quell’umanità così ricca e gentile, benché costretta a fare a meno delle sovrastrutture della memoria.

Io sono sempre stato molto grato per questo tempo extra che gli veniva concesso e che ha permesso almeno a te, meno purtroppo a tua sorella, di conoscerlo. Era una mia piccola emozione vedervi interagire, scherzare e camminare mano nella mano il sabato mattina di ritorno dal mercato. In quella mano stretta era come se passasse in te un po’ della mia infanzia, dove lui c’è stato fin dal primo giorno: è stato prati, passeggiate, scherzi, risate, schedine del Totocalcio al bar, trattori in campagna, Giro d’Italia in tv, racconti di una Trieste d’altri tempi. È stato padrino in una famiglia allora senza zii o nonni maschi. È stato quotidianità e presenza, due cose di cui impari il valore soltanto quando diventi adulto.

Mi piacerebbe che tu lo ricordassi, vorrei aiutarti nel tempo a conservare un ricordo di lui. Perché se è vero, come dice Pessoa, che ognuno di noi è un baule pieno di gente, io sono orgoglioso che nel tuo abbia fatto a tempo a entrarci un po’ anche lui. E per quanto tristi possiamo essere oggi che l’abbiamo salutato per l’ultima volta, so che la nostra famiglia conserverà sempre la gioia e la riconoscenza per averlo avuto nelle nostre vite.

Settembre 12 2010

C.

Te ne sei andato in uno di quei modi plateali che fanno eccitare le redazioni dei giornali, ma lasciano annichiliti gli amici. Dieci anni dopo essere scampato allo stesso disastro, l’undici settembre, come se dovesse per forza sembrare una rivincita del destino e non soltanto un incredibile caso. Il primo incidente t’aveva cambiato, ridimensionato, allontanato da tanto e da molti. L’ultima volta che ci siamo visti l’hai buttata malamente in politica, in un modo così gratuito da non riconoscerti quasi. È il nostro cerchio destinato a rimanere aperto. Era parte del tuo modo di essere: uomo di sfumature pur risultando spesso esageratamente brusco; di visione pur amando tagliare i concetti con l’accetta; di ambizioni pur senza averne del tutto il pelo sullo stomaco; di compagnia allegra e caciarona pur nascondendo malinconie e tristezze. Con te non c’erano molte vie di mezzo, ti si amava o ti si detestava, si vibrava alla stessa lunghezza d’onda o non ti s’acchiappava più. Passavi sugli ostacoli come un rullo compressore e ti divertiva venire a capo delle situazioni più intricate a costo di sembrare più cinico e impermeabile di quel che in realtà eri.

Tredici anni fa, più o meno di questi tempi, ricevesti un ragazzino sconosciuto per un incarico che dovevi assegnare. Non avevi nessuna ragionevole convenienza per mettergli in mano una parte importante del tuo progetto, ma in barba all’imbarazzo dei presenti scommettesti su di lui. Hai capito e sei stato al gioco, ed è il lato del tuo istinto per cui ho sempre provato rispetto e ammirazione. Sei stato il mio primo datore di lavoro, la prima vera fonte di ispirazione nel passaggio qui da noi così balordo tra mondo delle favole e mondo del lavoro. Non so quanto del mio lavoro di oggi sarebbe diverso, ma di sicuro senza di te sarebbe stato un inizio meno stimolante e meno divertente. Di tutto questo, ma soprattutto della stima e dell’amicizia disinteressata di tanti anni, io ti sono profondamente grato. Spero possa fare la sua piccola differenza nel bilancio incompiuto di una vita.

C’è una piazza molto discussa nella nostra città, che al contrario io ho sempre amato molto. Tu più di tanti altri hai fatto in modo che quel luogo diventasse così come è oggi. Non c’è stato transito finora in cui tu non mi sia in qualche modo venuto in mente. Tienimi d’occhio d’ora in poi, quando passo di là: il sorriso sarà per te.

Dicembre 13 2004

Quando ero un po’ più giovane, verso i 16/17 anni, passavo buona parte del mio tempo libero nella redazione di un quotidiano locale della mia città. Per me era poco più che un gioco, ma mi trovai a coprire un po’ di tutto, dallo sport alla cronaca. Incontrai molte persone: impari molto sulla vita e su questo lavoro vedendo come le persone si relazionano con un ragazzino alle prime armi, quando si tratta di finire sul giornale.

Per chi cerca gloria a buon mercato, un ragazzino alle prime armi significa in genere due cose: che il giornale non lo considera abbastanza e che di lui scriverà un dilettante. Ho ricordi sgradevoli di persone sgradevoli (politici, soprattutto), ma ho anche esempi felici di professionalità e umanità. Il punto non era tanto prendere sul serio me, che chi se ne importa poi, quanto rispettare i ruoli di ciascuno e lavorare insieme per ottenere il miglior risultato possibile.

Una di queste persone è morta ieri, ne parlano oggi i giornali della mia zona. Non so se fosse una persona buona o meno, un professionista valido o meno. Ricordo però la prima volta che mi occupai di una manifestazione che lui organizzava, e di cui effettivamente io sapevo poco o niente: mi accolse con gentilezza e pazienza, mi trattò come avrebbe trattato qualunque mio collega adulto e sotto sotto esprimeva simpatia per quel ragazzino che tentava di arrabattarsi in una situazione un pelo più grande di lui. Ecco, questa piccola cosa io non l’ho dimenticata, per quel poco che può valere.

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