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Category: Ricordo

Settembre 2 2026

È una responsabilità enorme cercare di raccontare papà in poche parole.

Perché lui avrebbe semplicemente alzato gli occhi al cielo e sbuffato. Come a ogni compleanno. Come a ogni anniversario. Come a qualsiasi cerimonia che lo prevedesse come protagonista.

Poi però credo che vi avrebbe guardato negli occhi e, riconoscendo l’amore, la stima, il fatto che vi siete scomodati per lui, sarebbe stato preso in contropiede e gli sarebbero brillati gli occhi. Gli occhi commossi di papà – solitamente una persona seria, schiva e taciturna – erano una delle cose per cui meritava vivere.

Papà non amava le parole a vuoto. E il rischio questo pomeriggio è alto. Diceva quello che serviva, il resto era un orpello inutile, perfino fastidioso. Mettere a proprio agio l’interlocutore con chiacchiere di circostanza non era una sua priorità. Una qualità che purtroppo non ho ereditato.

Papà diventava chiacchierone – appassionato, perfino concitato – soprattutto quando parlava in veneziano di Venezia con i suoi amici d’infanzia. Come un composto suonatore d’arpa che ti sorprende all’improvviso interpretando un assolo iconico di chitarra elettrica. 

La Venezia di papà era qualcosa più di un luogo di nascita. Era un’identità, un modo di essere, un codice segreto condiviso con poche persone, inaccessibile ai più. Della sua infanzia e giovinezza ho istantanee decontestualizzate: una madre – mia nonna Olga – rimasta vedova giovanissima con un figlio ancora piccolissimo, le corse mano nella mano verso il rifugio durante i bombardamenti sulla città, le uscite in campagna per procurarsi i viveri durante la guerra, una città magica come parco giochi, le bravate con un manipolo di fedelissimi amici, qualche viaggio alla scoperta del mondo. La Svezia, in particolare, sembrava colpire l’immaginario di quei giovani ragazzi veneziani. Immagino per via dei fiordi.

Per uno nato e cresciuto in laguna il continente doveva sembrare un luogo piuttosto ordinario. Papà ci arriva prima per gli studi in collegio, una delle esperienze che più hanno dato forma alla sua visione del mondo, e poi in cerca di lavoro. Geometra, inizia dall’edilizia e dalle vendite.

A Vittorio Veneto incontra mamma. 

Lui: un Gregory Peck di Cannaregio. Lei: ragazza triestina fresca di studi e di ideali, alle prime esperienze di insegnamento. Bellissimi, innamorati, genuini, riservati.

I loro racconti sono piuttosto reticenti rispetto a quel periodo, ma sappiamo di un’anziana gestrice del pensionato di cui entrambi erano ospiti piuttosto interdetta per l’iniziativa dei due giovani. 

In tre mesi si sposano, in una chiesetta di montagna, lontana da tutto e da tutti, di fronte a un ristretto manipolo di amici e parenti, e a don Luigi Vian, sacerdote di frontiera per cui mio padre nutriva un affetto molto speciale. Per poi – narra la leggenda familiare – allontanarsi dalla bicchierata celebrativa ben prima della sua conclusione. E del conto.

A Pordenone papà e mamma arrivano quando c’è da costruire la provincia e tutti i suoi apparati pubblici. Mamma trova facilmente una cattedra a scuola, papà un lavoro in Camera di Commercio. 

Quando nasco io, papà si trasforma da giovane trentenne inebriato dalla vita a integerrimo padre di famiglia. La responsabilità – fardello ingombrante nella linea maschile di casa Maistrello – veniva prima del divertimento e degli amici.

Però senza ansia.

Uno dei miei primissimi ricordi di vita è la sua calma risolutezza mentre scavalchiamo i calcinacci della parete crollata accanto alla mia cameretta la sera del 6 maggio 1976.

Gli è capitato in sorte un figlio docile e mansueto, che ha amato e rispettato moltissimo senza fare sconti al rigore, ma concedendogli sempre larghissime maglie di fiducia. 

Poche preoccupazioni, però sempre ben assestate. 

Poco docilmente, suo figlio ha seguito poi strade che lui non sempre riusciva a riconoscere. Sospendeva il giudizio, osservava con perplessità e, magari a consuntivo, apprezzava con orgoglio.

L’apprezzamento di papà – mai scontato, mai garantito, raramente esibito – era un’altra delle cose per cui meritava vivere.

Mio padre era una persona di principi, rigorosa, incapace di fingere. Credeva in modo quasi religioso, lui che dalle religioni si era allontanato presto, nell’onestà e nella sincerità.

Credo basti questo per spiegare perché il lavoro non gli diede mai enormi soddisfazioni o opportunità concrete di carriera. Fece il suo, lo fece con precisione, dedizione e discrezione, e quando ebbe la possibilità di uscirne non ebbe grandi rimpianti.

Andò in pensione con l’idea di viaggiare e fare cose, ma in fondo casa era il suo vero regno d’elezione. Lì ripeteva con metodica costanza le stesse abitudini, gli stessi ritmi, gli stessi rituali. Le passeggiate possibilmente con uno scopo e immancabilmente con il suo pesante borsello a tracolla.

Leggeva almeno un giornale e guardava diversi telegiornali ogni giorno, abitudine poi parzialmente sostituita da lunghe sessioni di navigazione in internet.

Ha fumato la pipa per decenni, trinciando periodicamente da sé le sue miscele e alternando, secondo schemi impenetrabili ai più, pipe, tabacchi, ambienti e momenti della giornata.

Era seriamente convinto che il fumo di pipa non facesse male. Con altrettanto candore sosteneva che acqua e vino contribuissero entrambi all’idratazione.

Per papà l’unica musica ammissibile era quella classica. E, nella musica classica, l’unica veramente degna di nota quella di Bach, Beethoven e Mozart. Qualche apertura di credito per Händel. Verdi proprio no.

L’unica attività extrascolastica che ricordo di aver fatto con lui è stato un corso di solfeggio a sei anni. Visti gli scarsi successi col figlio, ha tentato poi di iniziare agli spartiti tutti i nipoti reali e acquisiti che gli sono capitati a tiro. Un paio di loro riconoscono oggi che Bach ha cambiato loro la vita.

Come nonno, ha osservato crescere i nostri figli con prudente curiosità e limitate rivendicazioni di ruolo, fino a che nei suoi nipoti ha iniziato a riconoscere le persone che stanno diventando. A quelle ha riservato la forma più alta di amore e stima di cui era capace.

In famiglia mamma e papà erano chiamati benevolmente Sandra e Raimondo.
(Scusa mamma, so che mi odi in questo momento.) 

Si dividevano equamente i compiti: lei parlava, lui stava zitto. Lei sollevava interrogativi, lui li ignorava. Lei faceva la lavatrice, lui la lavastoviglie, stanze diverse.

Ma quando quest’estate hanno festeggiato 59 anni di matrimonio intorno a un letto di ospedale – lei gli occhi a cuore, lui gli occhi al cielo – li ho sentiti scambiarsi una frase che mi ha reinsegnato l’amore da capo: “Io lo rifarei ancora”. 

Quest’ultima estate è stata un viaggio terribile e insieme prezioso. 

Alla fine i ruoli si sono un po’ confusi. L’uomo che per tutta la vita era stata la persona più solida, composta, affidabile che abbia conosciuto, ha dovuto affidarsi agli altri.

Abbiamo avuto paura. Ci siamo arrabbiati. Ci siamo stancati. Abbiamo riso. Abbiamo litigato. Ci siamo presi in giro. Ci siamo tenuti per mano. Abbiamo parlato, qualche volta. Molto più spesso siamo rimasti semplicemente lì.

Allora forse oggi non serve davvero trovare una morale, una consolazione o una spiegazione. Papà, che nonostante tutte le cose serie che vi ho raccontato era soprattutto una persona ironica, avrebbe certamente alzato gli occhi al cielo anche davanti a quelle.

Possiamo limitarci a riconoscere quello che c’è stato.

Una vita lunga, seria, libera.

Un uomo difficile da impressionare e impossibile da comprare.

Un veneziano irriducibile trapiantato sulla terraferma.

Un marito che dopo cinquantanove anni avrebbe rifatto tutto da capo.

Un padre che non aveva bisogno di dire continuamente di esserci, perché c’era.

E una persona che, senza fare molto rumore, ha lasciato dentro alcune delle persone qui presenti qualcosa di sé: un principio, un’abitudine, una battuta, un pezzo di Bach, un modo di fare le cose per bene.

Adesso posso davvero lasciarti andare nella pace, papà.

Senza troppe parole.

Che già queste, lo so, ti saranno sembrate decisamente troppe.

Grazie di tutto.

Agosto 31 2026

Era mio padre

Avevamo così poche cose in comune, tu e io, da dubitare alle volte che fossimo padre e figlio. La nostra storia si è cementata sui non detti e, chissà, magari è anche per questo che poi io ho finito per rincorrere parole. Quest’ultima estate è diventata così la nostra avventura più viscerale: mai eravamo stati così a lungo e così profondamente umani, vulnerabili e vicini, nel bene e nel male.

Eppure, dovessi dire una sola persona che sapevo sarebbe stata dalla mia parte sempre, a prescindere da ogni ragione, eri tu, e oggi so che non proverò mai più la stessa fiducia radicale. Avevi un modo tutto tuo di dimostrare amore, stima, interesse, curiosità, presenza, cura. Camuffato dietro a un distacco imperturbabile, arrivavi.

Hai vissuto senza apparenti ripensamenti un tempo lineare e uno spazio circoscritto. Vita ti ha condotto con slancio d’altri tempi dalla Venezia immaginifica del dopoguerra in giro per le Venezie, dove hai incontrato mamma, fino a Pordenone, patria per caso che sarebbe diventata comunità per me. Non ti ho mai visto appartenere, se non ai ricordi della tua infanzia, ma nemmeno coltivare desideri di fuga. Stavi, con riserbo e dignità, come del resto si usava.

Ti sei guadagnato le tue idee con il sudore e le risate di una giovinezza che aveva poco da perdere, e a quelle sei rimasto fedele per il resto dei tuoi giorni. Hai fatto la differenza nella mia storia senza particolari ispirazioni pedagogiche: avevi buon senso, annusavi il futuro, portavi un giornale a casa tutti i giorni quando ancora contava qualcosa e a un paio di bivi decisivi mi hai spinto dalla parte giusta. Inglese e informatica erano imprescindibili, molto prima che fosse evidente anche a noi il perché.

Sei stato esempio di centratura e di coerenza. Responsabilità al timone, prudenza nel tracciare la rotta, discrezione in ogni approdo. Se poi, sotto la proverbiale compostezza, si agitassero le rapide dell’inquietudine, questo a me non l’hai dato a vedere. Anche se l’ho sempre sospettato.

Coerente, eppure incongruente. Egoista senza rimorsi, refrattario ai desideri altrui, eri capace di improvvisi e plateali gesti di generosità per celebrare rispetto e amicizia. Oltremodo riservato, allergico alla conversazione di circostanza, del tutto immune alla necessità di mettere a proprio agio l’interlocutore, potevi aprire il tuo cuore e la tua storia senza preavviso al primo sconosciuto che ti ispirasse fiducia. Metodico ai limiti del maniacale, impaziente fino all’intolleranza, infastidito da ogni chiassosa manifestazione del mondo, ti scioglievi appena un’emozione faceva breccia tra le tue difese. Analitico, razionale, affilato nel pensiero, sempre ben piantato per terra, potevi poi sostenere con candida convinzione teorie stupefacenti, come quella secondo cui il fumo di pipa, non essendo inalato, non faceva male.

Lasci in eredità un’onestà dal sapore antico. Sei stato un padre severo e un nonno cauto, poco interessato a conquistare e dunque interessante da conquistare e molto amato. Non lesinavi critiche anche spietate, ma il tuo apprezzamento era una montagna che gratificava ogni energia spesa per scalarla. La commozione del giorno in cui ti abbiamo annunciato l’arrivo di Giorgio, come tutte le tue rare ma irrefrenabili lacrime, è tra i doni di verità più preziosi che custodiremo di te.

Talvolta ho avuto il sospetto che la tua generazione, così impegnata a rincorrere un progresso senza fine, su quella via che si inerpicava senza esitazioni verso la promessa del meglio, abbia spesso faticato, se non rinunciato, a trovare un senso della vita che non fosse il rinnovarsi di quella stessa rincorsa. Come una maratona senza traguardo. Una navigazione senza porto. Un libro privo delle ultime pagine. Più della fine, più degli oltraggi della vecchiaia, più delle sofferenze degli ultimi mesi, è questa eclissi del senso nell’età del declino che mi scuote e mi tormenta.

Eppure io credo. Credo nella circolarità dell’esistenza. Credo nella conservazione dell’energia. Credo nella sedimentazione delle esperienze. Credo nella permanenza dei legami. Credo che ci riconosceremo ancora. Credo in un tempo e in uno spazio che sfuggono alla nostra comprensione. Mi piace immaginare che lì, oggi, sia F. ad accoglierti.

Nonostante ciò, mi mancherai immensamente.

Ti cercherò ancora nei silenzi.

Notte 😢

Gabriele Maistrello (25 febbraio 1940-31 agosto 2026)

§

Desidero ringraziare i medici e i professionisti che ci hanno accompagnato nelle ultime avventure della vita di papà e che con la loro cura, attenzione e umanità hanno reso anche questo capitolo un po’ più degno di essere vissuto. Ancora di più ringrazio gli infermieri e gli oss che abbiamo incontrato, veri eroi della sanità contemporanea, anche se lui alle volte lui era un paziente troppo impaziente per rendersene conto.

Maggio 6 2026

Cinquant’anni fa significa che quella sera non avevo ancora compiuto quattro anni. Vivevamo all’ottavo piano di un grattacielo alto quattordici. Dormivo da una buona mezz’ora, com’era normale allora. Un minuto di scosse violente alle nove della sera non riuscì a svegliarmi né, a quanto pare, a lasciare traccia nella mia memoria.

Ricordo poche istantanee, dopo. Papà che mi sveglia con premura, direi determinato ma non agitato. Io in braccio a lui incuriosito mentre scavalchiamo le macerie di una parete divisoria appena fuori dalla mia camera. Gli sguardi dei vicini che si incontrano lungo le scale strette del condominio e subito si ritraggono, severi e imbarazzati. Il giaciglio improvvisato nel vano bagagli del Maggiolino Volkswagen e l’insistenza di papà e mamma nel farmi riaddormentare. Le luci invadenti di un ampio parcheggio dove passiamo la notte. Una tenda montata nel giardino di conoscenti, nei giorni successivi.

Più di tutto mi resta una cosa, dei terremoti del Friuli del 1976, vissuti da treenne a settanta chilometri dall’epicentro: la capacità degli adulti intorno a me di non trasmettermi paura né smarrimento. Non so se la fiducia di quegli anni ruggenti e la determinazione peculiare con cui questa regione seppe risollevarsi dal trauma abbiano compensato in qualche modo la precarietà di quell’estate friulana. O forse ero io davvero troppo piccolo per trattenere emozioni e preoccupazioni. Ma se ci ripenso oggi, da adulto e da genitore, mi pare notevole e degno di gratitudine non portarne cicatrici.

Marzo 11 2026

Nel secondo anniversario della morte di Giuseppe Granieri, al Polo bibliotecario di Potenza è stato organizzato un incontro per raccogliere spunti sulla cultura digitale e dedicare idealmente a questo dibattito uno scaffale in suo nome. Quello che segue è il testo del mio contributo, che in questa occasione non ho potuto portare di persona. Mi rendo conto una volta di più che l’assenza di g.g. resta per me un concetto ancora molto astratto.

§

Dedicate a Giuseppe Granieri gli scaffali di libri, ma non cercatelo nei libri. 

Non lo troverete nelle copertine allineate, nei titoli evocativi, nelle sottolineature. Giuseppe non era i suoi libri. Non era la sua biblioteca. Non era i suoi post, le sue piattaforme, le sue conversazioni infinite.

Era tutte queste cose, certo. Ma era soprattutto ciò che accadeva tra una cosa e l’altra. Era il movimento che passava tra una mente e un’altra, tra un testo e le sue conseguenze, tra un’idea e la sua trasformazione. Era la tensione che rende i nodi di una rete più intelligenti.

Se la cultura digitale ci ha insegnato qualcosa, al netto delle mode, delle piattaforme e delle metriche, è che il valore non risiede nel nodo ma nella relazione. Un nodo isolato è un archivio. Una relazione è una trasformazione.

Per lui la rete non era un’infrastruttura. Era una postura. Non un insieme di cavi e protocolli, né una macchina per vendere o persuadere, ma un modo di stare al mondo: conversazione, responsabilità, cura del legame. In un tempo che misura in visibilità, lavorava sull’invisibile. In un tempo che premia l’ego – e avendone uno che certo non si poteva dire contenuto – Giuseppe moltiplicava gli altri.

Questa postura Giuseppe la praticava prima ancora di formularla. Non era un esperto che spiegava: era un connettore che attivava. Era competenza, molta. Ma era soprattutto un attivatore di competenze altrui. La sua vita è stata un grande sistema operativo relazionale.

Giuseppe abitava le soglie: tra online e offline, tra accademia e rete, tra teoria e pratica, tra umanesimo e tecnologia, tra ironia e profondità. Era una soglia vivente. E le soglie non si possiedono: si attraversano, e segnano una cesura tra un prima e un dopo.

Sapeva interloquire con tutti: non per diplomazia, ma per curiosità. Teneva nello stesso spazio l’accademico e l’hacker, il manager e l’attivista, il teorico e il pratico, senza ridurre nessuno alla caricatura dell’altro. Faceva sedere allo stesso tavolo persone che non avrebbero mai pensato di avere qualcosa da dirsi. E spesso scoprivano di avere più domande in comune che risposte divergenti.

Non era soltanto il mediatore: era, a suo modo, entrambe le cose. L’accademico e l’hacker. Il manager e l’attivista. Il teorico e il pratico. Non come contraddizione da risolvere, ma come complessità da sostenere. Forse è anche per questo che sapeva comporre gli altri: perché dentro di sé aveva imparato a far convivere differenze che si pensano separate. Nelle connessioni che attivava si rifletteva, in controluce, la sua personalità plurale.

Uscivi dalle conversazioni con lui leggermente spostato. Non convertito, non convinto: spostato. Aveva la capacità di non chiudere mai un discorso nel punto in cui sembrava concluso. Lo riapriva, lo inclinava, lo rendeva poroso.

Ha ispirato una generazione non perché offrisse risposte – anche se poi amava avere l’ultima parola – ma perché legittimava le domande. Ci ha dimostrato che l’universo delle idee non è mai chiuso, e che chiunque può contribuire a reinterpretarlo, in modo più facile, più diffuso e più corale che mai nella storia.

Con lui le idee non erano mai proprietà privata: erano ambienti condivisi. Non ti consegnava una tesi, pur avendone formulate in abbondanza: ti metteva in una condizione. I post, gli articoli, i libri che restano di lui sono soltanto le briciole di un percorso fatto insieme a tante persone, persone che spesso oggi si ritrovano amiche grazie a un suo innesco.

Molti dei concetti che oggi utilizziamo con naturalezza – comunità, conversazione, identità distribuita, responsabilità connettiva – li abbiamo attraversati insieme a lui, spesso senza nemmeno accorgerci che stavamo costruendo un lessico comune.

La sua eredità più radicale non è in ciò che ha scritto, ma nel metodo che ha incarnato: l’idea che la cultura digitale non sia una specializzazione, ma una forma di cittadinanza. Che abitare la rete significhi assumersi la responsabilità delle proprie connessioni. Che partecipare non sia consumare contenuti, ma contribuire alla forma della conversazione.

Mi riesce ancora straordinariamente difficile, anche a due anni di distanza, rappresentare ciò che Giuseppe Granieri è stato. Le persone che abitano gli interstizi sfuggono alle definizioni. Non coincidono con le opere, con i ruoli, con il curriculum.

Possiamo però riconoscere ciò che continua ad accadere grazie a lui. Nelle connessioni che diamo per scontate. Nella cura con cui scegliamo una parola. Nel modo in cui teniamo aperto uno spazio di confronto. Se oggi siamo capaci di vedere valore non soltanto nei contenuti ma nei legami che li tengono insieme, è perché qualcuno ci ha abituato a guardare lì.

E ciò che conta, quasi sempre, non è ciò che si vede. Ma ciò che continua ad accadere. Anche tra noi. Anche qui. Proprio qui. Oggi, anche se lui non è più.

Marzo 10 2026

Caro Luca,
abbiamo condiviso lo stesso asse del tempo, ma quasi mai lo stesso punto.

Potrei dire che eri avanti. Ma forse non è esatto. Non correvi necessariamente più veloce degli altri: stavi su un altro battito. Eri dentro il nostro tempo, ma seguivi un ritmo tuo, una traiettoria personale. A volte in anticipo, a volte fuori sincrono; negli ultimi anni in un altrove che ti ha permesso di scrivere pagine potenti, non facili, preziose.

Se ripenso alle nostre traiettorie, mi colpisce questo scarto costante. Ci siamo sfiorati molte volte. Stessi temi, stessi mondi, stessi incroci. Sempre con rispetto. Sempre con una distanza riconosciuta. Non siamo stati intimi, e dirlo non è una diminuzione: è una forma dell’onestà che ci siamo riconosciuti. Abbiamo abitato le stesse stagioni in modi diversi, o in momenti diversi. Ci osservavamo, credo, con curiosità vigile.

Sei stato ambientalista quando l’ambiente era ancora materia per pochi ostinati, non certo un capitolo dell’agenda pubblica. Ti sei impegnato nella tua comunità all’età in cui di solito si comincia a pensare a se stessi. Sei stato blogger quando i blog erano una stanza stretta e febbrile, abitata da una minoranza che si riconosceva a vista. Quando quella stanza è diventata piazza, città, mondo, tu hai inseguito la dimensione imprenditoriale: la possibilità di farne lavoro, struttura, progetto.

Poi sono esplosi i social network, e per te sono diventati identità, posizionamento, competenza, progetto editoriale. Senza clamore, senza pose. Con metodo e serietà.

Hai esplorato il mondo dei personal open data e del quantified self quando in Italia erano ancora parole esotiche. Ti interessava misurare, capire, correlare. Cercare senso nei numeri prima che i numeri diventassero slogan. L’emergere dell’intelligenza artificiale ti ha fatto compiere un ulteriore salto in questa esplorazione di te in relazione al mondo, al senso delle cose, all’evoluzione del tuo ruolo in una realtà sempre più confusa e complessa.

Quando infine la rete è diventata totale, onnipresente, inevitabile, tu hai cominciato a sottrarre. A togliere. A cercare l’essenza, invece dell’ennesima estensione.

Ecco la tua sincronia: non con la moda del momento, ma con una traiettoria interna. Non con il rumore, ma con una domanda. Con serietà. Con decisione. Con umiltà. E con rispetto, di te stesso e degli altri.

Il tuo ultimo progetto è stato il più radicale. Condividere il percorso verso la fine, riflettere pubblicamente sul tumore, sul tempo che si restringe, sul senso delle cose quando la prospettiva cambia, sulla chiusura consapevole del proprio cerchio. Lo hai fatto con una lucidità spietata, senza retorica, senza autoassoluzioni. Ancora una volta fuori sincrono rispetto al rumore: mentre il mondo correva, tu fermavi il tempo e lo guardavi negli occhi.

Ho cercato per settimane le parole per riconoscerti tutto questo, prima che fosse troppo tardi. Non ne sono stato capace, e ti chiedo scusa. Magari è codardo farlo oggi. Ma almeno grazie ci tenevo a scriverlo.

Ora puoi declinare il tempo all’infinito.

Gennaio 14 2025

Imprinting

Mi sono sempre chiesto se uno il suo destino se lo porti dentro oppure se gli venga in qualche modo istillato. Se le passioni preesistano e siano attivate da congiunture esterne oppure se siano il frutto di un percorso imprevedibile di addizioni e casualità. Comunque sia, ho sempre attribuito con chiarezza il mio precoce interesse per il dietro le quinte (dei media soprattutto, ma non solo) e uno certo sguardo trasversale su media, umanità e comunità a Furio Colombo.

Nella nebbia indistinta delle età dello sviluppo sociale e culturale, da qualche parte tra il primo Goldrake e gli studi superiori, ricordo con insolita precisione l’interesse istintivo e vorace per le analisi di Colombo sulle dinamiche della comunicazione di massa e il fascino ostinato per l’eleganza, la chiarezza e la sobrietà delle sue sintesi.

Divulgatore raffinato e colto, Colombo prendeva gli strumenti della comunicazione che già veneravo e me ne faceva percepire la terza, la quarta e la quinta dimensione, la complessità dietro alle confezioni patinate, le incongruenze e le negoziazioni irrisolte di quel motore potentissimo e al tempo stesso fragilissimo della nostra vita condivisa. Ci fosse o meno qualcosa di tutto questo già dentro di me, e chi può dirlo, lui inconsapevolmente lo nutrì a steroidi.



Era l’era di massima influenza della carta, l’era del progressivo affollamento dell’etere, l’era delle commistioni emergenti e deflagranti tra media e potere e Colombo in quell’epoca godeva di collocazioni invidiabili e irripetibili: uomo di frontiera tra stampa e tv, uomo di sperimentazione tra media e accademia, uomo di azienda e di relazioni privilegiate tra Italia e Stati Uniti, uomo di cerniera tra le culture protagoniste del Dopoguerra. Un uomo privilegiato che abitava un’epoca straordinaria e che tuttavia sapeva condividere con generosità il suo sguardo.

Quella stessa posizione privilegiata gli permise di vedere arrivare per tempo lo tsunami di internet nella sua dimensione umana e culturale, prima che tecnologica, che fu infatti tra i primissimi a raccontare in Italia. In Colombo ammiravo, a differenza di tanti esperti settoriali, l’intuito per le connessioni, la capacità di riconoscere i fili rossi passando sul filo delle storie di persone e di comunità dalla tecnologia (Confucio nel computer) alla forma dei luoghi (La città profonda), dalle forme dell’esistenza post-industriale (La vita imperfetta) alle nuove tensioni della convivenza (Gli altri, che farne).

Vi fu poi molto altro nella vita di Furio Colombo, tra cui una svolta assai più civica, politica e passionale, di cui però non ho titolo sufficiente per dire. Meriterà tuttavia un giorno ricostruirne a pieno la dimensione pubblica e professionale, così intrecciata in ogni fase a momenti chiave della storia recente del nostro Paese.

Qui oggi vorrei testimoniare semplicemente l’ammirazione e la gratitudine per quel suo passaggio, travolgente e indelebile, nel mio immaginario adolescente e per la cortesia con cui un giorno se lo fece raccontare.

Marzo 11 2024

g.g.

Del resto eri sempre quel bel mucchietto di passi più avanti, no Giuseppe? T’amminchiavi su un’idea e non la mollavi per giorni, mesi, anni. Il weblog, il Filter, la società digitale, Second Life, l’ebook, l’intelligenza artificiale. Infine la notte buia e tempestosa, la prima che non sei riuscito a condividere, la prima che non hai saputo smontare e rimontare come volevi tu, per poi magari insegnarle con una punta di paternalismo come avrebbe dovuto essere.

Che cosa avrebbe detto stasera Machado, g.g.? Ci sarà pure una citazione di Borges che mi possa prestare le parole, improvvisamente codarde, per descrivere che cosa sei stato, tu che ne avevi una pronta per ogni occasione. Pessoa, il baule pieno di gente: e tu che mettevi l’accento su gente, per dissimulare quanto in realtà a te affascinasse l’idea di poter costruire un baule enormemente più grande di quanto l’uomo avesse mai sognato immaginare. Il prodigio dei tempi che ci è capitato di vivere.

La realtà si è fatta plastilina davanti ai nostri occhi e io ricorderò finché campo le tue mani che impastano idee, software, relazioni, modelli, letteratura, fantascienza, persone, progetti. “Il più diverso” tra i guru, nota bene Enrico. Quello che coi suoi modi aristocratici e compiaciuti – capaci di dare il sangue alla testa a quanti coll’internet dovevano farne tanti, maledetti e subito – riusciva a seminare rivoluzioni nelle persone più imprevedibili.

Lo ha detto così bene Alessandro: “mi ha espanso”. Ti piaceva piacere, ma ti piaceva di più veder “crescere, raccontarsi e capirsi” (per dirla con Giovanni, io direi addirittura “concepirsi”) la comunità intorno a te. Tu che avresti potuto avere fama e successo ovunque, ma hai sempre preferito rimanere nerd nella tua piccola provincia fuori rotta (e il valore di questa scelta lo coglie bene oggi Giovanni).

Un artista dell’inception: quante volte ho pensato di aver partorito un’intuizione luminosa, per poi ritrovarla a distanza di tempo nei tuoi scritti o discorsi antecedenti. “Può essere che io l’abbia detto”, sogghignavi quando autodenunciavo il plagio inconsapevole, “ma tu l’hai consegnato al mondo”. Nei tuoi occhi ho letto competizione, polemica, duello, mai possesso o gelosia. Semmai egocentrico, ma non egoista. Al contrario, una delle persone più sinceramente generose e aperte al prossimo con cui mi sia capitato il privilegio di condividere vita e lavoro.

Cìn, amico mio. Quanti rimpianti per questa notte che tutto l’amore di noi qui oggi affranti non è riuscito almeno a rischiarare un po’. Avrà senz’altro un senso, ma noi come al solito lo capiremo un po’ dopo.

§

L’originale sta su Facebook.

Avevo scritto di lui anche nel novembre scorso, nel giorno del suo compleanno.

Dicembre 21 2022

Forse è ancora più chiaro, oggi che i luoghi di aggregazione, sollecitazione e contaminazione per i giovani non esistono quasi più, quanto peculiare sia stata la congiuntura in cui siamo cresciuti noi figli degli anni ’70 e ’80, forse ancora degli anni ’90, qui nel capoluogo dell’operoso Nord Est.

Non era già più il tempo dei rigidi percorsi confessionali o politici che avevano incanalato secondo metodi collaudati la formazione della gioventù del Dopoguerra. Il loro posto veniva invece occupato da palestre sperimentali e contenitori accoglienti per i talenti dei giovani, talora spontanei e autogenerativi (penso al San Giorgio di don Bozzet) altre volte strutturati dentro a un più ampio ripensamento in senso inclusivo della cultura e della società (come la “Casa dello studente” di don Padovese).

Luoghi di rivoluzione pacifica, civica e quotidiana, che forse non a caso sono stati ispirati spesso da preti illuminati sulla via del Concilio e che ciononostante non erano riconducibili semplicemente a dinamiche di parrocchia e oratorio. Soffiavano i primi aliti delle tempeste che si sarebbero effettivamente abbattute sul nuovo secolo e lavorare sugli anticorpi delle nuove generazioni pareva evidentemente a qualcuno un esperimento necessario.

Alla Casa dello studente, fin da ragazzino, ho visto i film che mi hanno fatto innamorare del cinema, ho salutato con entusiasmo le tappe di avvicinamento all’Europa unita, ho letto giornali e riviste, ho pranzato, ho studiato insieme ai miei amici, ho visto mostre, ho seguito conferenze sui temi cardine del nostro tempo, ho visto moltiplicarsi intorno a me anno dopo anno corsi di lingua, di fotografia, di giornalismo, di videomaking, di teatro, di ogni possibile forma di competenza e creatività contemporanea fino a quelli più recenti di robotica e di progettazione 3D. Un fermento che ha inciso sulla pelle della mia generazione sentimenti di libertà, cittadinanza e apertura al mondo delle idee e delle possibilità.

Per tutto questo oggi saluto con riconoscenza don Luciano Padovese. La sua scomparsa chiude simbolicamente un’epoca, sebbene il fantastico staff del Centro Culturale Casa A. Zanussi – a cui va il mio abbraccio – prosegua eroicamente nell’opera.

Don Luciano e gli altri hanno saputo nutrire generazioni con gli avanzi della società dell’abbondanza e fare la differenza nella storia di molti di noi. Oggi che gli avanzi sembrano essersi ridotti a briciole, restano tuttavia le intuizioni di fondo della loro opera – rete, relazioni, cultura, mondo, complessità, generazioni, competenze, sperimentazione, quotidianità – e resta più che mai l’urgenza di nutrire le nuove generazioni, generazioni solo apparentemente sazie, giovani che fanno sempre più fatica a maturare la consapevolezza dei loro talenti e la visione d’insieme in cui inserirli, sperando di fare in tempo per le prossime tempeste che inevitabilmente ci sferzeranno. Sarebbe un modo degno di onorarne la memoria.

Agosto 1 2022

In quel brevissimo incrocio della storia italiana in cui le frontiere dell’informazione online e l’editoria giornalistica tradizionale si sono guardati dritti negli occhi, ormai un buon decennio fa, Omar Monestier è stato uno dei pochi direttori di giornale capaci di sostenere lo sguardo.

Perplesso magari, ma mai meno che curioso, cercò a più riprese il dialogo. Capitava che fosse lui a cercarti, prendendo l’iniziativa: perché hai scritto questo, che cosa vuoi dire, parliamone, vediamoci a pranzo. Partecipò ai numerosi dibattiti del periodo, sostenendo con onestà di pensiero e argomenti non trascurabili il punto di vista del giornale che non poteva ancora mettere in discussione il primato della carta.

Si unì con piacere, unico tra i non strettamente nerd, alle spedizioni di ONA Italia negli Stati Uniti per vedere cosa si faceva altrove. Studiò, rielaborò a modo suo (in particolare nelle sue direzioni al Tirreno e al Messaggero Veneto) e, pur restando nella sostanza un uomo della tradizione, sarà ricordato – con buon merito – come uno dei rari innovatori che l’editoria giornalistica italiana mainstream abbia annoverato dalla nascita del web a oggi.

Qualcuno oggi, forse per compensare il lungo elenco di pregi e meriti istituzionali emersi in queste ore di stupore collettivo e attonito, glielo ascrive tra i difetti: certo magari credevi un po’ troppo nella Rete. Allora queste righe servono proprio a questo: per ringraziarlo di essersi messo in discussione e per aver offerto, a noi intoccabili e spesso invisibili avventurieri degli spazi collettivi digitali, la dignità dell’attenzione e del rispetto.

Gennaio 10 2022

Gianni l’avrebbe fatta molto breve. Gli piaceva molto dilungarsi in aneddoti e storie sportive, amava veder riconosciute le sue imprese e quelle della sua società, ma tendeva a rifuggire le cerimonie ufficiali, i discorsi formali, il doversi parlare addosso in giacca e cravatta.

E del resto che cosa possiamo dirci oggi che non ci siamo già detti in quasi sessant’anni di G.S. Hockey Pordenone, Gianni? Abbiamo passato la vita assieme. Come una famiglia, per sessant’anni abbiamo fatto progetti, abbiamo gioito (e quanto abbiamo gioito!), abbiamo allevato ragazzini, abbiamo litigato (spesso), abbiamo tenuto duro. E poi abbiamo ricominciato, più e più volte da capo. Conto almeno dieci generazioni di ragazze e ragazzi che hanno messo i pattini ai piedi e afferrato una stecca, da quando ti sei messo in testa questa cosa dell’hockey, Gianni. Dieci generazioni, alcune delle quali mettono in fila nonno, papà e nipote.

E quanti nipotini oggi in pista, Gianni. A te importava soprattutto vederli grandi e possibilmente forti, lo svezzamento hockeistico lo lasciavi volentieri ad altri. Alla festa di Natale – tu non avevi potuto essere con noi – avresti dovuto vederli, ho fatto giusto in tempo a raccontartelo l’ultima volta che ci siamo visti. Un palazzetto che brulicava di ragazze e ragazzi di tutte le età, felici, divertiti, innamorati dello sport di cui tu ci hai fatto innamorare tutti quanti. Quella pista brulicante, il fermento che viviamo ogni settimana, per cinque giorni alla settimana, ecco, quello credo sia il più bel monumento che ti potremo mai dedicare. L’hockey che continua, lo sport che sopravvive al suo patriarca, il sogno di tornare grandi che si rinnova di anno in anno, di gruppo dirigente in gruppo dirigente.

La tua visione, il tuo sogno sono sempre stati più grandi e hanno alimentato le visioni e i sogni di centinaia e centinaia di persone. Altro che squadra di provincia: tu eri un dirigente di rango internazionale, e non è un caso che per almeno un paio di decenni tu sia stato davvero uno dei personaggi più potenti nell’hockey pista italiano, e non solo italiano. Lo stanno riconoscendo in tanti in queste ore. Eri uno di quegli uomini che, nel dubbio, preme l’acceleratore a tavoletta, piuttosto che tirare il freno. E nella scorribanda gioiosa, entusiasta e visionaria che è stata la tua vita hai trascinato un po’ tutti noi.

C’è solo una parola che manca nella vicenda del GS Hockey, ed è grazie. “Grazie Gianni” l’avremo detto un milione di volte, figurati. Il grazie distratto, frettoloso, circostanziato, di tutti i giorni. Pendeva invece la celebrazione compiuta della tua vicenda sportiva, il riconoscimento collettivo della longevità delle tue idee, l’apprezzamento pubblico per la generosità che hai dimostrato con le ultime tue decisioni da presidente.

Per questo, anche con la scusa dell’ottantesimo compleanno, ti stavamo preparando una sorpresa per l’inizio del campionato. Al contrario, la sorpresa l’hai fatta tu a noi, amara. E oggi, frastornati dalla commozione, non saremo probabilmente capaci di rendere giustizia alla tua carica umana, al tuo continuo incitamento a fare meglio, alla tua determinazione a superare qualunque ostacolo.

Continuare il tuo lavoro, ricordandoci ogni giorno di quell’uomo genuino dai sogni grandi che ci ha indicato la strada, sarà il nostro modo di dirti grazie.

Ciao a te, Giovanni Silvani. Ciao a te.

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