È una responsabilità enorme cercare di raccontare papà in poche parole.

Perché lui avrebbe semplicemente alzato gli occhi al cielo e sbuffato. Come a ogni compleanno. Come a ogni anniversario. Come a qualsiasi cerimonia che lo prevedesse come protagonista.

Poi però credo che vi avrebbe guardato negli occhi e, riconoscendo l’amore, la stima, il fatto che vi siete scomodati per lui, sarebbe stato preso in contropiede e gli sarebbero brillati gli occhi. Gli occhi commossi di papà – solitamente una persona seria, schiva e taciturna – erano una delle cose per cui meritava vivere.

Papà non amava le parole a vuoto. E il rischio questo pomeriggio è alto. Diceva quello che serviva, il resto era un orpello inutile, perfino fastidioso. Mettere a proprio agio l’interlocutore con chiacchiere di circostanza non era una sua priorità. Una qualità che purtroppo non ho ereditato.

Papà diventava chiacchierone – appassionato, perfino concitato – soprattutto quando parlava in veneziano di Venezia con i suoi amici d’infanzia. Come un composto suonatore d’arpa che ti sorprende all’improvviso interpretando un assolo iconico di chitarra elettrica. 

La Venezia di papà era qualcosa più di un luogo di nascita. Era un’identità, un modo di essere, un codice segreto condiviso con poche persone, inaccessibile ai più. Della sua infanzia e giovinezza ho istantanee decontestualizzate: una madre – mia nonna Olga – rimasta vedova giovanissima con un figlio ancora piccolissimo, le corse mano nella mano verso il rifugio durante i bombardamenti sulla città, le uscite in campagna per procurarsi i viveri durante la guerra, una città magica come parco giochi, le bravate con un manipolo di fedelissimi amici, qualche viaggio alla scoperta del mondo. La Svezia, in particolare, sembrava colpire l’immaginario di quei giovani ragazzi veneziani. Immagino per via dei fiordi.

Per uno nato e cresciuto in laguna il continente doveva sembrare un luogo piuttosto ordinario. Papà ci arriva prima per gli studi in collegio, una delle esperienze che più hanno dato forma alla sua visione del mondo, e poi in cerca di lavoro. Geometra, inizia dall’edilizia e dalle vendite.

A Vittorio Veneto incontra mamma. 

Lui: un Gregory Peck di Cannaregio. Lei: ragazza triestina fresca di studi e di ideali, alle prime esperienze di insegnamento. Bellissimi, innamorati, genuini, riservati.

I loro racconti sono piuttosto reticenti rispetto a quel periodo, ma sappiamo di un’anziana gestrice del pensionato di cui entrambi erano ospiti piuttosto interdetta per l’iniziativa dei due giovani. 

In tre mesi si sposano, in una chiesetta di montagna, lontana da tutto e da tutti, di fronte a un ristretto manipolo di amici e parenti, e a don Luigi Vian, sacerdote di frontiera per cui mio padre nutriva un affetto molto speciale. Per poi – narra la leggenda familiare – allontanarsi dalla bicchierata celebrativa ben prima della sua conclusione. E del conto.

A Pordenone papà e mamma arrivano quando c’è da costruire la provincia e tutti i suoi apparati pubblici. Mamma trova facilmente una cattedra a scuola, papà un lavoro in Camera di Commercio. 

Quando nasco io, papà si trasforma da giovane trentenne inebriato dalla vita a integerrimo padre di famiglia. La responsabilità – fardello ingombrante nella linea maschile di casa Maistrello – veniva prima del divertimento e degli amici.

Però senza ansia.

Uno dei miei primissimi ricordi di vita è la sua calma risolutezza mentre scavalchiamo i calcinacci della parete crollata accanto alla mia cameretta la sera del 6 maggio 1976.

Gli è capitato in sorte un figlio docile e mansueto, che ha amato e rispettato moltissimo senza fare sconti al rigore, ma concedendogli sempre larghissime maglie di fiducia. 

Poche preoccupazioni, però sempre ben assestate. 

Poco docilmente, suo figlio ha seguito poi strade che lui non sempre riusciva a riconoscere. Sospendeva il giudizio, osservava con perplessità e, magari a consuntivo, apprezzava con orgoglio.

L’apprezzamento di papà – mai scontato, mai garantito, raramente esibito – era un’altra delle cose per cui meritava vivere.

Mio padre era una persona di principi, rigorosa, incapace di fingere. Credeva in modo quasi religioso, lui che dalle religioni si era allontanato presto, nell’onestà e nella sincerità.

Credo basti questo per spiegare perché il lavoro non gli diede mai enormi soddisfazioni o opportunità concrete di carriera. Fece il suo, lo fece con precisione, dedizione e discrezione, e quando ebbe la possibilità di uscirne non ebbe grandi rimpianti.

Andò in pensione con l’idea di viaggiare e fare cose, ma in fondo casa era il suo vero regno d’elezione. Lì ripeteva con metodica costanza le stesse abitudini, gli stessi ritmi, gli stessi rituali. Le passeggiate possibilmente con uno scopo e immancabilmente con il suo pesante borsello a tracolla.

Leggeva almeno un giornale e guardava diversi telegiornali ogni giorno, abitudine poi parzialmente sostituita da lunghe sessioni di navigazione in internet.

Ha fumato la pipa per decenni, trinciando periodicamente da sé le sue miscele e alternando, secondo schemi impenetrabili ai più, pipe, tabacchi, ambienti e momenti della giornata.

Era seriamente convinto che il fumo di pipa non facesse male. Con altrettanto candore sosteneva che acqua e vino contribuissero entrambi all’idratazione.

Per papà l’unica musica ammissibile era quella classica. E, nella musica classica, l’unica veramente degna di nota quella di Bach, Beethoven e Mozart. Qualche apertura di credito per Händel. Verdi proprio no.

L’unica attività extrascolastica che ricordo di aver fatto con lui è stato un corso di solfeggio a sei anni. Visti gli scarsi successi col figlio, ha tentato poi di iniziare agli spartiti tutti i nipoti reali e acquisiti che gli sono capitati a tiro. Un paio di loro riconoscono oggi che Bach ha cambiato loro la vita.

Come nonno, ha osservato crescere i nostri figli con prudente curiosità e limitate rivendicazioni di ruolo, fino a che nei suoi nipoti ha iniziato a riconoscere le persone che stanno diventando. A quelle ha riservato la forma più alta di amore e stima di cui era capace.

In famiglia mamma e papà erano chiamati benevolmente Sandra e Raimondo.
(Scusa mamma, so che mi odi in questo momento.) 

Si dividevano equamente i compiti: lei parlava, lui stava zitto. Lei sollevava interrogativi, lui li ignorava. Lei faceva la lavatrice, lui la lavastoviglie, stanze diverse.

Ma quando quest’estate hanno festeggiato 59 anni di matrimonio intorno a un letto di ospedale – lei gli occhi a cuore, lui gli occhi al cielo – li ho sentiti scambiarsi una frase che mi ha reinsegnato l’amore da capo: “Io lo rifarei ancora”. 

Quest’ultima estate è stata un viaggio terribile e insieme prezioso. 

Alla fine i ruoli si sono un po’ confusi. L’uomo che per tutta la vita era stata la persona più solida, composta, affidabile che abbia conosciuto, ha dovuto affidarsi agli altri.

Abbiamo avuto paura. Ci siamo arrabbiati. Ci siamo stancati. Abbiamo riso. Abbiamo litigato. Ci siamo presi in giro. Ci siamo tenuti per mano. Abbiamo parlato, qualche volta. Molto più spesso siamo rimasti semplicemente lì.

Allora forse oggi non serve davvero trovare una morale, una consolazione o una spiegazione. Papà, che nonostante tutte le cose serie che vi ho raccontato era soprattutto una persona ironica, avrebbe certamente alzato gli occhi al cielo anche davanti a quelle.

Possiamo limitarci a riconoscere quello che c’è stato.

Una vita lunga, seria, libera.

Un uomo difficile da impressionare e impossibile da comprare.

Un veneziano irriducibile trapiantato sulla terraferma.

Un marito che dopo cinquantanove anni avrebbe rifatto tutto da capo.

Un padre che non aveva bisogno di dire continuamente di esserci, perché c’era.

E una persona che, senza fare molto rumore, ha lasciato dentro alcune delle persone qui presenti qualcosa di sé: un principio, un’abitudine, una battuta, un pezzo di Bach, un modo di fare le cose per bene.

Adesso posso davvero lasciarti andare nella pace, papà.

Senza troppe parole.

Che già queste, lo so, ti saranno sembrate decisamente troppe.

Grazie di tutto.