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Category: Dico la mia

Maggio 18 2019

Mi succede questa cosa, da genitore. Non sopporto lo sbraco organizzativo, la sciatteria formale, la superficialità professionale nelle attività e negli ambienti in cui sono coinvolti i miei figli. Non certo perché io pretenda per loro qualcosa di speciale, tanto meno qualcosa di diverso dagli altri. Né perché loro, a dire il vero, se ne lamentino. Sono dettagli che in genere noto soltanto io, accumulando un rancore sociale che fatico sempre più a tenere a bada.

Stamattina per esempio, poco importa il come e il dove, sono entrato in un’università con Giorgio. Non avevamo ricevuto coordinate sufficienti prima di arrivare, sebbene una persona fosse stata incaricata di farlo. Non erano state previste indicazioni specifiche in loco, perché l’iniziativa non era abbastanza strutturata da prevedere un livello di comunicazione ad hoc, fosse anche un semplice manifesto. Né la sede contemplava un livello di accesso per visitatori occasionali, perché la collaudata tradizione accademica nazionale presuppone che tutti sappiano già oppure imparino a proprie spese dopo qualche giorno di prove ed errori.

Alla fine siamo arrivati là dove eravamo attesi nel modo tipico dei paesi latini: domandando in giro, prendendo iniziative, chiedendo venia, confidando nella disponibilità altrui. In poche parole: arrangiandoci, sentendoci poco considerati e aumentando inutilmente l’entropia di un ambiente già abbastanza caotico in quel momento. Poca cosa, come sempre. Eppure, mentre aspettavo di riprendere Giorgio, ci ho pensato a lungo.

Credo dipenda dal fatto che attraverso i miei figli rivivo luoghi e situazioni della mia infanzia e della mia adolescenza. E in questo ripasso da adulto colgo i semi del disastro sociale ed economico che ci aspettava al varco. E che oggi temo attenda di mortificare, con effetti ancora più radicali, le migliori energie dei nostri figli. 

Ho ripensato ad anni e anni di organizzazioni improvvisate, di responsabili poco scrupolosi, di promotori sciatti, di indicazioni approssimative, di luoghi introvabili, di gestioni poco professionali, di coinvolgimenti freddi e distratti. E a quella sensazione orribile di sottofondo, più che mai spiacevole agli occhi di un adolescente introverso, di non accoglienza e di indifferenza. Quasi mai in malafede, si intende. Quasi sempre suppliti dalla buona volontà e dalla generosità di singoli (indimenticabili e determinanti, nel mio caso). Nonostante ciò, profondamente incisi nella memoria. 

Perché dunque questa rabbia? Perché, mi rendo conto analizzando da adulto lo sguardo di un preadolescente, è a quest’età che si cominciano a riconoscere e a imitare gli standard. Se sei circondato da una tensione all’eccellenza, inseguirai e pretenderai anche da te stesso un livello non derogabile di qualità. Se ti abitui alla precarietà della forma e dei dettagli, cominci ben presto a fare sconti, a trascurare, a limitarti a ciò che viene.

E non è la qualità in sé, il problema. È ciò che la qualità porta con sé. Sono le condizioni che permettono alle persone di sentirsi a proprio agio, predisposte a dare il meglio. È fare in modo che ognuno riconosca nel modo più rapido ed efficiente la propria collocazione nel contesto e ciò che ci si attende da lui. È evitare che le energie vengano disperse o, peggio, operino contro. È concentrare ogni sforzo al servizio di un obiettivo comune. È un distillato di civiltà, in altre parole. Una cellula di comunità.

Tutto ciò che ho sopportato con indifferenza da ragazzo, oggi mi appare improvvisamente intollerabile. Così come intollerabile è vederlo rivivere in modo così simile dai miei figli. Perché lì prende forma il loro mondo. E lì li stiamo già fottendo.

(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook)

Maggio 17 2019

Cadiamo in ogni tranello, te ne rendi conto? Hanno in mano il clic clac e scattiamo come cani di Pavlov. Siamo davvero così ingenui? Stiamo davvero parlando da due giorni dell’ispanico giustiziere mascherato? È una strategia completamente votata al rinforzo identitario e alla polarizzazione: qualunque cosa diciamo, anche se in buona fede e con le migliori intenzioni, serve soltanto a marcare la distanza tra noi e loro, rinforzando loro. È judo sociale: usano la nostra forza per metterci al tappeto. 

Li leggi mai i loro commenti? Lo vedi come festeggiano il tuo sdegno? Tutto ciò che diciamo diventa soltanto controprova di un pregiudizo. Non mette in discussione, non stimola autocritica, conforta solo nelle convinzioni. Serrano i ranghi grazie alla nostra indignazione e al nostro sarcasmo. Loro. Perché noi, dopo esserci sfogati strappando una risatina complice o un ghigno stizzito alle nostre cerchie, non siamo nulla. La nostra identità ha legami così deboli che coincide con la reazione a un presunto nemico comune e poco più.

Così non stiamo preservando, ma contribuendo a distruggere il terreno comune dell’incontro e del confronto. È così in politica, in una contingenza resa spudorata dall’imminente scadenza elettorale. Ma se ci fai caso è così in tutti i confronti divisivi della nostra epoca, come i vaccini o la sostenibilità ambientale. O gli alberi, se vivi a Pordenone. L’unica cosa che ci unisce, in questo momento storico, è che stiamo contribuendo tutti assieme a sfasciare tutto. E non so a te, ma a me questo comincia a fare parecchia paura…

(Bravo, ma come si fa a ripopolare le piazze del confronto? Non ne ho idea. Ma credo che potremmo iniziare se non altro contribuendo nel nostro piccolo a spostare l’asse del discorso pubblico. Raccontando storie in quanto storie potenzialmente universali, non in virtù del loro valore oppositivo o divisivo. Indirizzando le discussioni nel merito. Lasciando cadere ogni provocazione. Non concedendo più alcun alibi sui temi chiave della nostra epoca alle persone di buona volontà, a qualunque sensibilità civica, politica o ambientale appartengano. Ricercando affannosamente ciò che può avvicinare, fare sintesi, superare gli steccati rassicuranti. E poi vedere come va. Stiamo andando a votare per il Parlamento europeo: non sono ancora inciampato in una sola visione continentale, né io ho ancora fatto abbastanza per mettere a fuoco i temi su valutare le proposte. Ecco, io ricomincio da qui. Fanculo Zorro.)


(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook)

Aprile 24 2019

C’è una dinamica – narrativa e di comunicazione, prima che politica – che ricordo mi colpì molto ai tempi del plateale scontro al governo tra Berlusconi e Fini, e che oggi vedo almeno in parte ricalcata nell’elastica tensione dei rapporti tra Salvini e Di Maio. È una tipologia di contrapposizione interessante, che ha come effetto collaterale quello di ridurre all’irrilevanza l’opposizione, posto che in entrambi casi l’opposizione ha fatto il suo per facilitare l’impresa.

In un racconto mediatico della politica sempre più elementare e svilito nella complessità, c’è spazio per una sola storia principale, quella che detta (o giustifica) l’agenda della nazione. Come in ogni storia che appassioni, c’è un buono, c’è un cattivo e c’è uno scontro. Le storie in cui tutti si vogliono bene e cooperano per un fine superiore sono letteratura di genere, non ci si fa la Storia. 

Buono e cattivo cambiano in base al punto di osservazione, naturalmente. In un sistema maggioritario, già di suo binario e semplificato, corrispondono in genere a maggioranza e opposizione. A meno che la maggioranza non sia così forte a livello di consenso e astuta di fronte alle oggettive difficoltà che intravede all’orizzonte da gemmare al suo interno un nemico e spostare completamente il baricentro della storia, a quel punto controllandola integralmente.

Il nemico precedente, l’opposizione, ora può pure sbraitare, ma da un punto di vista narrativo sembrerà meno che un comprimario. E non c’è modo di riprendere il controllo della storia, per l’opposizione di turno, se non ritrovando abbastanza forza da imporre un racconto totalmente nuovo, necessariamente più appassionante, rispetto al quale ergersi a eroe (o antieroe, perché no: è comunque un modo per tornare visibile, in una politica in cui si naviga a vista e lo scarso orizzonte tende a chiudere un occhio sui mezzi).

Non ho prove per sostenere che nei due casi citati questa sia una strategia voluta e ricercata, anche perché certo implica margini di rischio piuttosto alti. Sta di fatto che oggi così come nel 2010 la telenovela intergovernativa non impedisce affatto al Governo di governare, mentre al contrario dà maggiore visibilità alle sue scelte. Berlusconi e Fini tennero banco per un anno senza pregiudicare seriamente il destino di un governo che si è infranto invece sui primi seri rimbrotti europei. Mentre noi di europeo abbiamo in vista un’elezione di qui a breve, anche se questa per il momento è un’altra faccenda.

Gennaio 22 2019

Perché lo fanno? Per suscitare una reazione. Perché tu reagisci all’eccezionale, non all’ordinario. Tutti reagiscono all’eccezionale. E ne parlano. Insieme. E diventano tendenza. Le tendenze vengono misurate. Le misurazioni diventano notizia. Le notizie amplificano la tendenza di nicchia e diventano attualità. L’attualità suscita nuove reazioni, anche dove non era arrivata prima. Attira gli analisti, gli editorialisti, l’umanità circense in cerca di un pubblico quotidiano per sopravvivere. Diventa speculazione sul costume.

Così un fatto bislacco diventa, suo malgrado, agenda di una nazione. E l’agenda serve sempre qualcuno, anche quando nasce bislacca. Poco importa se il fatto iniziale era davvero bislacco: ti ha già cambiato, ci ha già cambiati. Ed è cominciato grazie a te. Ma non oggi: due o tre decenni fa, forse prima. Solo che oggi è più facile: loro lo hanno capito e tu, spesso, no.

Evolvi.

(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook.)

Marzo 24 2016

Martedì sera, con un voto del Consiglio comunale, per me si è chiuso di fatto un lungo periodo di lavoro e sperimentazione tra informazione, comunicazione digitale e partecipazione civica nella mia Pordenone. È stato un periodo straordinariamente stimolante e di cui un giorno mi piacerebbe scrivere in modo più approfondito, perché Pordenone è soltanto una delle migliaia di comunità locali che potrebbero imparare a usare le reti in modo più maturo per generare innovazione e valore.

Siamo partiti nel 2007 pensando a come il wifi civico avrebbe potuto sostenere la connessione tra competenze e idee. Nel 2010 abbiamo trasformato il formato assai liso degli stati generali tra portatori di interessi in un racconto aperto e multicanale, aggregando reti dentro e fuori la città per mettere a fuoco nuovi volani di sviluppo. Nel 2011 abbiamo provato a pensare a come la presenza in rete del municipio avrebbe potuto favorire queste logiche, un progetto premiato da fondi europei ma non ancora decollato per complicazioni amministrative.

Inseguendo un metodo smart, nel 2012 abbiamo aperto un grande laboratorio civico al servizio dell’analisi e della pianificazione strategica del territorio, arrivato proprio in questi giorni al capolinea. Nel 2014 abbiamo usato il web e i social network per accelerare la diffusione di informazioni di servizio in occasione di un enorme evento di massa che ha stravolto la routine cittadina per diversi giorni. Quell’evento è stato anche il pretesto per connettere i nodi più attivi della rete cittadina in un social media team diffuso per la promozione del territorio.

Allo stesso modo, abbiamo proposto il conforto della documentazione e dei dati oggettivi quando lo scontro tra opposti interessi rischiava di distrarre la comunità dalla necessità di comprendere di che cosa si stava parlando. Abbiamo incrociato gli hashtag e aggregato flussi di informazione spontanea, cercando di distillare nuove forme di racconto di una città mentre vive. Ci siamo interrogati sulle regole del gioco da inseguire dentro ambienti che sono più veloci e complessi della capacità delle istituzioni di comprenderli. Ci siamo spesi perché si consolidassero luoghi informali di incontro, di collaborazione, dove incubare nuove idee. Abbiamo risposto ai dubbi e consolidato pratiche nei quartieri.

A tenere insieme e a motivare questo fermento è stata la convinzione di vivere anni speciali in un luogo speciale, ricco come pochi di energie, di specializzazioni e di progetti che aspettano soltanto di essere messi in rete per spingere l’intero ecosistema locale a un nuovo livello di consapevolezza e di efficienza.

È stato un ciclo bellissimo, vissuto insieme a splendide e generose persone che tanto mi hanno insegnato su di me, sul mio lavoro, sulla mia città e sulle implicazioni del vivere insieme sopra uno stesso fazzoletto di terra. Ho imparato a riconoscere il valore del servizio civico, l’imprescindibilità dell’interesse generale, il peso morto delle rendite di posizione, la forza senza tempo dei legami tribali, il costo della coerenza in un ecosistema complesso.

Tuttavia è un ciclo che noi pordenonerd sappiamo in cuor nostro essersi sostanzialmente chiuso, per ora. Abbiamo dimostrato opportunità, favorito importanti risultati a beneficio della comunità, raccolto pacche sulle spalle, ma non siamo stati così bravi da instillare il dubbio, la possibilità, l’urgenza là dove il cambiamento potrebbe effettivamente essere accelerato a vantaggio di tutti. Non bastasse la nostra onestà intellettuale, i temi, i formati e i linguaggi su cui sembra essersi assestata la campagna elettorale per le amministrative di primavera sono lì a dimostrarlo.

Serve un nuovo ciclo e servono nuove energie. Chi ha idee si faccia avanti e sfidi le consuetudini con spirito da hacker civico. Io, per il momento, mi faccio da parte e torno dopo dodici anni a Milano, a imparare cose nuove e a inseguire l’innovazione da una prospettiva differente, più concreta. Se la testa per un po’ sarà tutta lì, il cuore, non serve dirlo, resta a Pordenone.

Gennaio 19 2016

Caro genitore ansioso, son sempre io. Quello che, se tu dici che dobbiamo proteggere di più i nostri figli, lui ribatte polemico che al contrario dovremmo renderli più autonomi. Quello che, se tu proponi di sprangare il cancello, lui non perde l’occasione per suggerire che semmai dovremmo sradicare la recinzione. Quello che ti mette a disagio, perché non va mai ad aiutare suo figlio nello spogliatoio in palestra oppure lo manda da solo in giro per il quartiere a fare piccole commissioni.

Oggi sei particolarmente agitato. Hai letto sul giornale di un brutto fatto di cronaca. Uno dei nostri incubi peggiori: bullismo invisibile, fragilità sottovalutata, disagio esplosivo. Qui, proprio accanto a noi, nella nostra città. Ti fai domande, hai la sensazione che nemmeno tutto il tuo amore potrebbe bastare a preservare tuo figlio dai rischi. La fiducia in chi te lo custodisce per molte ore al giorno, già condizionata, vacilla. Trovi istintiva rassicurazione in chi ostenta soluzioni: dobbiamo stare loro ancora più vicino, passare al setaccio il loro mondo, filtrare le loro comunicazioni, avere tutto sotto controllo.

Mi colpisce una prima differenza tra me e te. Tu sembri identificarti soprattutto in tuo figlio e soffri preventivamente al suo posto, sulla base di un’urgenza emotiva sobillata da terzi. Io mi identifico nell’adolescente che sono stato, ripasso la geografia delle mie cicatrici e provo a marcare i punti di contatto tra la mia esperienza di allora e quella che potrebbe vivere mio figlio. E sai cosa? È davvero una realtà diversa, come sostieni sempre tu. Ma sospetto che la causa sia soprattutto nostra.

Ricordo sempre a me stesso che io già in prima elementare andavo e tornavo da scuola da solo, le chiavi di casa appese al collo. Il pomeriggio, dopo aver fatto i compiti, potevo uscire e andare ai giardinetti o in giro con gli amici del palazzo in bicicletta, lasciando agli adulti soltanto idee sommarie sui luoghi in cui avrei passato il mio tempo e sui compagni di avventure. Non ricordo di essere mai stato accompagnato in palestra a fare sport, dove andavo a piedi portandomi da solo l’attrezzatura necessaria. Godevo di ampi margini di autonomia, disponevo per gran parte del tempo libero delle mie scelte, protetto da maglie di fiducia molto ampie.

Oggi non posso dire lo stesso di mio figlio, che fa la quarta elementare. Lui è costretto a passare dalla sorveglianza di un adulto a quella di un altro adulto, deve essere accompagnato e ripreso in continuazione da scuola a casa, dall’oratorio alla palestra, dal parco alla casa degli amichetti. I suoi tempi e i suoi luoghi sono dettati da, o nel migliore dei casi concordati con, un adulto. Ho preteso per lui tutta l’autonomia che regolamenti e assunzione diretta di responsabilità mi concedono, vincendo l’ottusità delle consuetudini e il biasimo dei miei pari, ma è comunque ben poca cosa, insufficiente a creare anche soltanto una parvenza di quella indipendenza e capacità di badare a se stessi che per noi, alla loro età, era ormai scontata e acquisita.

Ogni tanto invento scuse, per supplire a questa mancanza di spazi: mi vai a prendere il pane? Preferisci restare a casa da solo mentre vado a predere la tua sorellina? Te la senti di andare per conto tuo al compleanno del tuo amico, che poi vengo a riprenderti io? Ti posso lasciare all’incrocio prima della palestra? Devo comunque limitarmi, perché i miei esperimenti generano spesso un disagio controproducente negli adulti che lui incrocia in questi frangenti, un allarme sociale che supplisce alla mia assenza e ripristina il controllo.  Nei suoi occhi invece vedo accendersi la scintilla della sfida, dell’orgoglio, della possibilità, dell’autonomia, che altrimenti sarebbe rimasta spenta. Poi ti lamenti che i giovani di oggi sono apatici: ci credo, gli soffochiamo la fiamma pilota.

Non puoi fare paragoni, ribatti sempre tu a questo punto, sono cambiate troppe cose. Davvero? Il traffico, dici. Di certo ce n’era meno. Ma c’erano anche meno marciapiedi, meno piste ciclabili, meno attraversamenti in sicurezza: cresce tutto in proporzione. Queste sono in ogni caso le strade in cui i nostri figli possono imparare a muoversi consapevolmente e responsabilmente. Ci sono tanti altri pericoli in più, insisti allusivo. I malintenzionati. Non c’erano forse i malintenzionati ai nostri tempi? E non era enormemente più basso il controllo sociale e la consapevolezza di chi si occupava di noi? Ci hanno mai impedito di fare la nostra vita e di crescere accorti, ma liberi e consapevoli della diversità nel bene e nel male attorno a noi? Dove esattamente è subentrata l’idea che dobbiamo svolazzare costantemente accanto a loro come aquile per sindacare in loro vece ogni loro incontro? Non siamo uno spettacolo orrendo noi tutti genitori assiepati sempre in attesa davanti a ogni scuola, ogni giardinetto, ogni palestra, ogni oratorio? Ammettilo, ai nostri tempi li avremmo detestati.

In prima media, improvvisamente, la libertà. A undici anni possono cominciare ad andare a scuola da soli. Tutto d’un tratto è considerato accettabile che i ragazzi si muovano per la città senza sorveglianza. Da un giorno all’altro piomba loro addosso il fardello del badare a se stessi per diverse ore al giorno. Senza progressione, senza allenamento, senza abitudine. Un bel casino, ci hai mai pensato? E proprio nel momento in cui l’adolescenza, l’evoluzione dell’individualità, la malizia e le dinamiche di gruppo cominciano a urlargli nel cervello.

A me questa cosa spaventa, non so a te. Preferirei di gran lunga che i miei figli arrivassero a quel momento sapendo già arrangiarsi senza genitori, avendo messo alla prova i limiti della loro libertà bambina, avendo disegnato con innocenza di fanciulli le mappe di un territorio che hanno imparato a esplorare anche senza guida. Servono spalle abbastanza larghe e gambe ben piantate per resistere agli spintoni del secondo decennio della loro vita, molto più che la custodia amorevole, onnipresente e tuttofare di mamma, papà e nonni. Senza contare che stiamo formando una generazione socialmente rachitica, proprio nel momento in cui gli aliti della storia promettono tempesta.

Mi sono confrontato con dirigenti scolastici, animatori, amministratori. Spesso mi hanno confortato nelle mie convinzioni di gran lunga minoritarie. Tuttavia ammettono di avere le mani legate. Perché non basta il buon senso, quando una comunità è pronta a scaricarti addosso tutta la responsabilità di ciò che può andare storto. Ci siamo abituati a considerare la responsabilità una situazione da evitare o da passare avanti, fino a quando qualcuno non resta col cerino corto e paga per tutti. Mi piacerebbe che tornasse a essere un sacrificio da condividere in modo diffuso nel nome di un progetto comune.

Ecco, io la mia parte di responsabilità me la vorrei prendere tutta. Chiedo monotono in ogni sede e in ogni occasione di farlo. Disperando di convincerti, spero almeno di instillarti un dubbio un po’ alla volta.

Aprile 7 2015

An english version of this post is available on Medium.

Il Messaggero Veneto mi ha chiesto di contribuire al dibattito sul futuro di Pordenone, in corso da qualche mese sulle pagine dell’edizione locale. Questa – uscita sul giornale di domenica – è la mia riflessione, che vale per la mia città ma più in generale per molte altre piccole località ricche di storie da raccontare. Fa tesoro di conversazioni di lunga durata e con molte persone in rete su questi temi. È in debito di link in particolare con Giuseppe Granieri e Piervincenzo Di Terlizzi.

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Nell’epoca delle narrazioni globali accelerate da Internet, la circolazione della conoscenza è il fattore strategico per una città. Più siamo capaci di rappresentare sulla Rete le nostre idee, le nostre esperienze e le nostre competenze e più è probabile che queste trovino interlocutori interessati con cui dialogare, collaborare o commerciare. Pordenone ha un potenziale enorme, molto superiore a quello che ci si aspetterebbe da una città delle sue dimensioni, ma per ora sta scegliendo di sprecarlo. Un po’ come bruciare in piazza un bancale di buoni del Tesoro esigibili, per rendere l’idea a chi non è pratico di comunicazione digitale.

L’effetto che facciamo oggi a chi si informa su di noi da lontano utilizzando il web e i social network è quello di una città qualunque, anonima. Chi si spinge fino qui scopre invece che organizziamo feste straordinarie per monumenti viventi della letteratura mondiale; che passiamo una settimana all’anno in compagnia di un buon centinaio di intellettuali di grido; che ogni settimana piccoli e grandi eventi richiamano persone da fuori provincia, da fuori regione, spesso dall’estero. Qui ogni autunno si danno appuntamento da tutto il mondo studiosi e appassionati del cinema muto. Qui vivono artisti e artigiani attivi in nicchie insolite o innovative. Qui hanno sede imprese e cooperative sociali con una visione del futuro coraggiosa e contagiosa.

Tutto questo c’è, ma spesso è poco riconoscibile perfino da chi a Pordenone ci abita, segno che probabilmente siamo più bravi a organizzare che a comunicare. Segno, soprattutto, che siamo ricchi di energie ma ancora non siamo riusciti a metterle in rete, sostenendo e amplificando in modo sistematico le opportunità per chi si dà da fare e per tutta la città come conseguenza. La posta in gioco è alta: quel che la globalizzazione del lavoro e delle merci ha tolto alla Pordenone delle lavatrici, dei frigoriferi, dei televisori e dei mobili, ora la globalizzazione della conoscenza potrebbe restituire alla Pordenone degli eventi culturali, delle imprese innovative, delle eccellenze nelle professioni e nelle arti, della manifattura e dell’artigianato che assecondano la smaterializzazione dei beni.

I centri maggiori, le città d’arte, le metropoli saranno sempre più appetibili della nostra periferica e contenuta provincia. Ma oltre a essere più interessanti, le grandi città sono anche più complesse: fare sistema a Milano è, in proporzione, molto più complicato che farlo a Pordenone. Questo è il momento storico in cui hanno maggiori possibilità di emergere le città a misura d’uomo, ricche di identità e propense alle relazioni, coese intorno a una visione di futuro. Il tempo, dunque, è un fattore competitivo, e qui ne abbiamo già perso parecchio.

Abbiamo già dimostrato di esserne capaci. Un anno fa, proprio di questi tempi, ci stavamo preparando ad accogliere cinquecentomila alpini da tutta Italia, dieci volte il numero dei residenti, mettendo in discussione ogni dettaglio della routine della città. Poco importa il pretesto. Il fatto è che per qualche settimana, sotto la pressione di una scadenza fuori scala per le nostre abitudini, stretti dietro allo stemma della città con le porte aperte, abbiamo comunicato molto più del solito tra di noi e abbiamo spiegato tanto di noi agli altri. Abbiamo fatto rete, abbiamo lavorato in rete e, per la prima volta in modo così consapevole, abbiamo usato la Rete per rilanciare in Italia e nel mondo il marchio ideale della nostra città.

Potremmo ripartire da qui. Internet è il sistema operativo imprescindibile: aderisce alle reti naturali della società, esalta le affinità tra persone e contenuti, costruisce ponti tra i territori e permette alle informazioni interessanti di diffondersi velocemente. È più semplice da usare di quel che sembra, ma rema contro decenni di alfabetizzazione mediatica e in questo senso è controintuiva: per esempio, chiede di lasciare andare i lettori se vogliamo che tornino, di collaborare con i concorrenti se vogliamo competere, di regalare i nostri prodotti se vogliamo venderli. Sono tecnologie dell’esperienza, come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare: una volta trovato l’equilibrio, diventa una competenza acquisita.

Lo scarto più sensibile è culturale, non tecnologico. La Rete non è una vetrina né una bacheca dove appendere locandine: prima che uno strumento di pubblicazione è uno strumento di relazione, che diventa tanto più potente e utile quanto più impara a conoscerci. Il comunicato stampa occasionale qui non serve, comunicare in Rete significa alimentare un progetto narrativo coerente che crei contesto e lo sviluppi giorno per giorno. Abituati a chiudere le notizie scadute in un armadio, trascuriamo l’importanza che in questo ambiente assumono gli archivi: la storia passata è la fonte della reputazione e del capitale sociale, che nell’economia della conoscenza sono le valute da spendere al mercato delle opportunità.

L’obiezione più frequente, anche nelle organizzazioni meno improvvisate, è che mancano se non le competenze, di certo le energie. Le prime è in ogni caso urgente acquisirle, saranno sempre più un requisito competitivo. Quanto alle energie, in realtà la comunicazione in Rete non è una sovrastruttura che si aggiunge alle incombenze precedenti e tanto meno un servizio che può essere esternalizzato. È un diario di viaggio che dovrebbe nascere il più possibile vicino al cervello e al cuore di una passione o di un’attività. È un metodo che ridefinisce i tempi complessivi della comunicazione: può essere impegnativa in fase di avvio, ma un buon progetto editoriale incentrato sul web alimenta a cascata tutti gli altri canali informativi, con significative economie di scala sia in termini di costi che di tempo. In ogni caso è un investimento: la quantità di contatti e ritorni diretti e indiretti che si possono generare il più delle volte ripagano ampiamente l’impegno.

Provinciale un tempo era chi veniva raggiunto a fatica dalle storie del mondo. Oggi provinciale è chi non si adopera per far arrivare le sue storie nel mondo. Pordenone ha caratteristiche decisamente contemporanee, non c’è motivo per cui debba comunicarle come nel 1995. Lo sforzo non può che essere collettivo: l’iniziativa del singolo o dell’istituzione può essere di stimolo, ma non basta. Il volano si avvia soltanto se tanti si mettono in gioco e se ognuno fa la sua piccola parte. Del resto la redistribuzione delle responsabilità in ogni aspetto della nostra vita comune sarà un processo inevitabile e colossale, al termine di questa strana transizione che da quasi otto anni chiamiamo crisi. Tanto vale cominciare ad affrontarla laddove promette di generare vantaggi per tutti.

Febbraio 5 2015

Io invece penso che a Pordenone tutto sommato farebbe bene perdere l’università (laddove università è usata come sineddoche per un consorzio universitario che accoglie alcuni corsi distaccati da Udine e Trieste, un’ipotesi tramontata di dipartimento e alcuni master universitari). Per due motivi, uno di sistema e uno locale.

Quello di sistema: penso che la decentralizzazione dei corsi di laurea e dei dipartimenti abbia portato poco nei territori (salvo i rarissimi casi in cui corsi molto specialistici attingevano ai distretti locali e restituivano nuove competenze, come in origine era stato anche qui in Friuli) e abbiano invece tolto molto alle università. La moltiplicazione e distribuzione di sedi, servizi e docenti non è mai stata davvero sostenibile, ma in questa congiuntura economica lo è meno che mai. Se vogliamo un’università competitiva e garantire davvero il diritto allo studio così come qualche reale opportunità di ricerca sono convinto sia meglio mantenere le università in un’unica sede (e già due poli regionali sono un lusso), concentrando gli investimenti in dotazioni eccellenti e in offerta didattica realmente competitiva col resto del mondo. Mi pare che l’economia delle università ricalchi per molti versi quella degli aeroporti: pochi hub regionali mantengono vivo e vivace l’intero sistema nazionale, troppi scali di provincia drenano risorse dal territorio, coprono a stento i costi operativi e indeboliscono la rete impedendo l’ottimizzazione dei servizi e peggiorando l’efficienza nazionale.

Il secondo motivo, quello tutto locale. Credo che l’università di oggi non sia più lo strumento di cui abbiamo bisogno per rispondere in modo flessibile alle necessità e alle opportunità di formazione continua e avanzata del territorio. L’università deve fare l’università e probabilmente è giusto che la faccia altrove, dove può rendere al meglio nel nostro stesso interesse. Negli spazi bellissimi e ormai ben attrezzati di via Prasecco, difficilmente riconvertibili in altro salvo ulteriori investimenti, abbiamo invece l’opportunità di reinventare la formazione su misura per questo luogo in questo tempo, in modo snello ed efficiente, servendo con rapidità ed elasticità i volani di sviluppo su cui la città deciderà di scommettere in futuro. Come ripeto spesso, Pordenone è una città ricca di identità, di competenze e di specializzazioni, che dovremmo arrenderci a mettere in rete se vogliamo competere sul mercato globale della conoscenza. Da queste reti e dalle loro connessioni in Italia e nel mondo, possono uscire moduli didattici aggiornati al servizio di scuole, aziende, ordini professionali, amministratori, cittadini. Basta un po’ di coraggio, un gruppo di persone competenti e pienamente inserite nel presente, un piano economico solido, non impossibile da raggiungere se mettiamo a sistema le risorse di oggi e se impariamo a utilizzare in modo intelligente le opportunità della tecnologia. Io, prima di investire altri milioni a fondo perduto su un sistema che sta evidentemente segnando il termine di un’epoca, ci farei almeno un bel pensiero.

Marzo 22 2013

Io, cittadino italiano, ridestato dall’assopimento delle deleghe necessarie e delle mediazioni imprescindibili, pungolato da un reticolo di stimoli ipertestuali sempre a portata di dita, riprendo possesso del ruolo che mi spetta nella società. Torno a essere l’azionista di minoranza delle decisioni comuni che avrei sempre dovuto essere, scusandomi con i miei concittadini per l’assenza prolungata. Non addurrò a scusa il fatto che nel frattempo nessuno me l’abbia ricordato o l’abbia preteso: ho letto fin da bambino la Costituzione, sapevo quali fossero i diritti e quali i doveri.

Poiché ero assopito, prima di prendere posizione o giudicare le posizioni degli altri mi concedo il tempo di ricostruire e di decodificare. Mi impegno a identificare gli interlocutori e a fare domande. Mi aspetto collaborazione: se faccio le domande sbagliate mi piacerebbe essere corretto, non umiliato o ignorato. Comprendo che non tutte le domande hanno una sola risposta e che a ogni risposta corrispondono contesti complessi, tenuti insieme da legami di coerenza spesso faticosi da riconoscere. Inseguo un metodo che permetta a me e ai miei concittadini di condividere gli sforzi in modo efficace, pur garantendo a ciascuno le opinioni frutto degli sguardi e delle storie personali.

Mi considero nodo attivo in una rete aperta, dedita all’esplorazione della conoscenza e alla sintesi civica: poiché le mie scelte influenzano altri nodi, mi impegno a esercitare in modo responsabile le mie prerogative di discernimento. Evito di mettere la mia faccia e il mio nome accanto a cause e a tesi rispetto alle quali non abbia referenze certe o non sia in grado di risalire a fonti affidabili. Sono cosciente che l’attenzione collettiva è una risorsa scarsa, dunque investo le occasioni di ascolto che i miei pari mi concedono su azioni in positivo, tese a valorizzare contenuti utili o interessanti, più che in negativo, accontentandomi di moltiplicare il biasimo attorno a ciò che non condivido o reputo sbagliato.

Diffido delle verità ottenute in modo troppo semplice e dalle tesi che fanno leva sulle emozioni, dunque dubito di chiunque si rivolga a me con tono paternalistico o giudizi definitivi. Sono consapevole che la mia ignoranza e la mia superficialità fanno gola a chi costruisce consenso manipolando il prossimo, per questo sento il dovere sociale di ridurle al minimo. Chiedo alle istituzioni di farsi garanti di questo percorso, facilitando l’accesso alle informazioni rilevanti e custodendo memoria storica condivisa. Metto a disposizione le mie competenze e le mie specializzazioni, convito che, se ognuno facesse lo stesso nel proprio campo, tutti insieme potremmo fare un balzo di consapevolezza nell’affrontare la complessità.

Artefice del mio destino, riconosco i miei leader naturali in coloro che dimostrano di saper mettere a sistema questi processi, attingendo in modo efficiente alle energie di tutti e operando sintesi rapide, adeguate alla velocità delle sollecitazioni che interessano la società. A loro assicuro attenzione e collaborazione, non più deleghe assopite.

Marzo 8 2013

Gran parte delle esperienze personali e professionali degli ultimi due anni mi hanno portato a ragionare sulla partecipazione civica. Non me la sono cercata, sta di fatto che gli ultimi approfondimenti in campo tecnologico, giornalistico e politico mi han portato tutti lì. La chiamiamo dimensione iperlocale o giornalismo di comunità, a seconda dei casi, ma ha sempre a che fare con l’evoluzione della società dalle gerarchie al peer to peer e con il declino dei tradizionali sistemi di mediazione. C’è ancora molto da fare, soprattutto in quanto a consapevolezza e alfabetizzazione rispetto alle grammatiche e alle sensibilità promosse dalla rete, ma ci sono momenti in cui lo strappo è più sensibile. E questa peculiare congiuntura italiana, dopo anni di battaglie di retroguardia vinte ai punti dalle ottuse classi dirigenti che ci siamo dati, è nel bene e nel male uno di questi momenti (do qui per acquisite le riflessioni sull’utopia digi-egualitaria di Mario Tedeschini Lalli).

Insomma, abbiamo finalmente una simil massa critica di cittadini che usano strumenti di espressione pubblica, che condividono idee e competenze, che si aggregano intorno a specializzazioni e interessi, che si coordinano in modo fluido per fare insieme e co-creare la realtà in cui vivono. L’immaginavamo, l’aspettavamo. Ora ci siamo. Più o meno. Quello che personalmente ho sottostimato finora è quanto ci saremmo arrivati malconci, da un punto di vista dei processi democratici e partecipativi. Ma guardandola in positivo – perché nonostante tutto è un meraviglioso momento storico, di quelli in cui hai la possibilità di contribuire a dare forma al mondo con i tuoi gesti e con le tue idee – sento urgente l’esigenza di riflettere e di inventare strumenti in grado di mettere a fuoco:

  • un metodo. Non possiamo contare su regole vincolanti imposte dall’alto, dobbiamo agire necessariamente sulle buone pratiche che emergono dal basso. Non c’è più l’arbitro che fischia il rigore, la comunità deve lavorare in modo condiviso sui premi e sulle sanzioni che, agendo sulla reputazione dei singoli nodi, favoriscano il rispetto di alcuni principi condivisi. Principi come l’accuratezza, l’imparzialità, l’indipendenza, la legalità, per ispirarsi al lavoro di ricerca sui media civici di Fondazione Ahref. Principi che vengono poi declinati in una serie di indicazioni sul trattamento delle fonti. Principi che da dodici anni stanno, per esempio, alla base del lavoro editoriale di Wikipedia. Comunque sia, sta a noi: se vogliamo che l’ecosistema civico migliori ed evolva, dobbiamo, ciascuno nel nostro piccolo, dare il buon esempio, contribuire alla diffusione di culture e competenze digitali, agire in modo rigoroso sia nella pubblicazione di contenuti sia nella selezione, aggregazione e valorizzazione dei contenuti altrui.
  • sistemi di gestione della conoscenza. Non esistono, al momento, strumenti efficienti di gestione e di sistematizzazione della conoscenza di una comunità. In tempi di abbondanza di informazione e flussi di notizie iperveloci, la conoscenza collettiva è una risorsa ancora scarsa, incompleta e affidata quasi esclusivamente agli albi pretori, alle emeroteche e alle biblioteche. Basti pensare a come, al termine di ogni mandato amministrativo, viene sostanzialmente azzerata la conoscenza delle questioni correnti, che non sedimentano se non nel distillato assai minoritario e burocratico degli atti formali. Nei settori operativi di un’amministrazione si finisce molto spesso per rivolgersi al funzionario più anziano, quando si ha la necessità di ricostruire questioni complesse e di lunga durata: se questi va in pensione, si genera un buco di memoria storica e di pensieri lunghi. Anche in campo giornalistico sono sempre meno i professionisti che mantengono archivi personali su situazioni e personaggi, che comunque non vengono mai condivisi in pubblico se non sotto forma di articoli e libri, coi limiti di cui sopra. Tutto ciò che non è ancora storia e non è più notizia di attualità viene sottoposto il più delle volte a trattazioni deficitarie, incomplete e improvvisate, quando non malevolmente condizionate da interessi particolari. Il dibattito civico, mentre viene progressivamente trasferito in rete, ne risente e si impoverisce, viene agevolmente manipolato. Di qui la necessità di dare forma a depositi di conoscenza condivisa, wiki di rilevanza (iper)locale, sistemi di contestualizzazione delle notizie che lavorino sulle mille possibili relazioni tra le notizie del giorno e le vicende del passato. Sarebbe, questo, terreno di evidente vocazione giornalistica o editoriale, ma in loro mancanza sospetto che il ruolo propositivo potrebbe essere assunto almeno in una prima fase dalle amministrazioni pubbliche, a garanzia di un approccio neutrale e super partes.
  • infine, sistemi di validazione delle informazioni. Una volta ottenuti con metodo condiviso i contenitori di sapere condiviso, abbiamo per le mani uno straordinario strumento di validazione al servizio della comunità, che permette di depurare sul nascere dibattiti pubblici viziati da informazioni sbagliate, ricostruzioni incomplete e incoerenze di fondo. Non è un interesse puramente accademico: è un supporto fondamentale a disposizione dei filtri collaborativi e spontanei dei cittadini, è un sistema di biasimo condiviso che svergogna chi non misura le parole e si spinge in terreni che non ha praticato a sufficienza. Se i servizi di fact checking oggi sono interessanti, dal mio punto di vista lo sono in quanto palestra di validazione collaborativa molto prima che per le qualità di occasionali start up giornalistiche come Politifact o Pagella politica. Ma, di nuovo, non è l’azione di controllare le dichiarazioni altrui che innesca l’evoluzione: è il ragionare e il costruire i propri argomenti, soprattutto dentro l’ipertesto del web,  in una modalità già pensata per fornire all’interlocutore gli appigli per approfondire, controllare, smontare le tesi fino ad arrivare alla loro essenza.

Una cosa soprattutto mi è chiara, dopo questi mesi di esperimenti e ragionamenti sulle dinamiche iperlocali. Ed è che non ne verremo mai a capo se continueremo a fare i giornali come li stiamo facendo, ad amministrare le istituzioni come le stiamo amministrando e, soprattutto, se continueremo a essere cittadini come lo siamo oggi. L’inerzia delle funzioni delegate non basta più. Il web ha aggiunto la terza dimensione alle nostre proiezioni sociali. È giunto il momento di rinegoziare le deleghe, di superare le mediazioni, di assumersi nuove responsabilità, non per stravolgere ciò che è stato, ma per riempire da capo di senso gli spazi di convivenza civica. Il mondo cambia soltanto se ci rimettiamo in gioco noi, tutti noi, uno per uno, peer to peer.

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