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Category: Dico la mia

Marzo 26 2026

Si vede che è settimana, ma credo valga la pena soffermarsi anche su questo.

Se hai letto gli estratti del “manifesto” del ragazzino tredicenne che ha accoltellato un’insegnante dalle parti di Bergamo, immagino tu abbia provato una di queste due reazioni.

La prima, che immagino largamente maggioritaria, appartiene all’universo dell’indignazione: la condanna senza attenuanti del ragazzo, della famiglia, delle istituzioni che non hanno visto o non hanno fatto abbastanza. Ed è una reazione legittima: un gesto così estremo non si giustifica in alcun modo.

La seconda reazione, che è anche la mia, è più scomoda. È fatta di sgomento e mortificazione, perché in quelle parole, in quel delirio lucido, in quella percezione di umiliazione e ostilità, a tratti ti pare di riconoscere qualcosa. Non lui, naturalmente. Ma il volto e la sofferenza di tanti ragazzi che hai incrociato nella scuola, nello sport, tra le amicizie dei tuoi figli. È la punta aguzza e mostruosa di un iceberg. Ma su quell’iceberg, in forme magari meno drammatiche, ti è capitato di camminare spesso. E sai che è grande. Molto più grande di quanto ci piaccia ammettere.

Lì sotto ci sono sofferenze spesso incomprese, rabbie mute, sensi di inadeguatezza enormi, solitudini che non sanno nemmeno dirsi tali. Ci sono ragazzi arguti, potenzialmente brillanti, che perdono anni, che deragliano, che finiscono su traiettorie molto più povere delle loro possibilità e delle loro aspirazioni, perché non riescono a riconoscere i propri talenti o perché sentono il mondo degli adulti non come un sostegno, ma come un dispositivo che insiste sulle loro debolezze. Ci sono atleti promettenti che non reggono i pungoli, anche quelli sinceri, e che invece di reagire si ritirano, rinunciano, vivono il gioco come una condanna. Ci sono giovani incapaci di dare parole al proprio disagio, che preferiscono sguazzare nell’umiliazione piuttosto che affidarsi alle mani aperte di adulti benintenzionati, e che si chiudono nel mutismo anche quando stai provando a salvarli da un torto evidente.

Per chi si riconosce in questa seconda reazione, la frustrazione è doppia.

Da un lato c’è quella di chi, nel suo piccolo, ha provato molte volte a fare la sua parte e sa bene che spesso non basta. Non basta l’intuizione, non basta la disponibilità, non basta la vicinanza, non basta nemmeno il tempo speso a cercare un varco. E questo è uno dei sentimenti più avvilenti: vedere una traiettoria che si deforma e non riuscire a incidere abbastanza. Sentire che il tuo interlocutore non riesce a reagire perché non desidera o non pensa di meritare di meglio, o anche che esista qualcosa di meglio.

Dall’altro lato c’è la frustrazione verso i propri pari, verso gli adulti con cui ogni volta provi a riaprire il discorso. A spiegare che quello che sta succedendo non è normale, o almeno non è più riducibile alle categorie con cui ci siamo raccontati fin qui l’adolescenza. Che forse l’adolescenza l’abbiamo sabotata noi. Che dobbiamo cambiare parole, metodi, attenzioni. Che dobbiamo spostare il baricentro: prima ancora dei risultati scolastici, dei gesti tecnici, delle convocazioni, delle performance, viene la necessità di fare breccia in quegli scudi, di accompagnare quei ragazzi un po’ più in là del punto in cui rischiano di arenarsi. E ogni volta sembra di ricominciare da capo, consumando capitale sociale, ruolo, credibilità, passione civile, per poi ritrovarti comunque a svuotare il mare con un cucchiaino.

Perché è più facile pensare che siano semplicemente fragili, smidollati, annoiati, guastati da una società decadente che li ipernutre e insieme li svuota. E certo c’è del vero, in questo. Ma è una verità insufficiente. Non basta a capire. E soprattutto non basta a intervenire.

Sono tanti. Stanno male. Alcuni stanno molto male, anche se non li vediamo perché finiscono lontano dalla nostra vista. Qualcuno lo perdiamo per sempre. Qualcuno si spegne in silenzio. Qualcuno, come nel caso che oggi fa da pretesto a questo ragionamento, si ribella nel modo più intollerabile e inconcepibile. E persino lì, dentro al dramma e dentro alle parole ripugnanti, ti sorprendi a intravedere una caricatura orribile di quella reazione che, con le migliori intenzioni, hai cercato tante volte di incoraggiare nei suoi coetanei: non subire tutto, non lasciarti schiacciare, prova a opporre qualcosa di tuo, fai emergere il tuo punto di vista, il tuo modo di essere.

Questa cosa non è normale. E credo che sbagliamo a trattarla come una semplice variante dell’adolescenza problematica. Così come temo sia riduttivo archiviarla come effetto collaterale della parentesi terribile del Covid. Anche lì: c’entra, certo. Ma non basta.

C’è qualcosa che sempre più spesso si inceppa nel progetto di vita che famiglie, scuole, sport e società offrono a questi ragazzi. Se devo basarmi sulla mia esperienza di genitore e di dirigente sportivo, il fenomeno cresce, si allarga, si complica di anno in anno.

Per questo non credo possiamo limitarci a infierire sul ribelle di turno. Né rifugiarci nel rassicurante talk show parapsicologico sulla gioventù perduta – categoria dentro cui, volendo, potrebbe ricadere anche questo post. Credo invece che dovremmo accettare di farci qualche domanda più scomoda e di mettere in discussione alcune certezze.

Non è il problema di un ragazzo. È un problema di relazione tra generazioni. E finché continuiamo a trattarle come eccezioni, continueremo a sorprenderci ogni volta che succede e a perdere l’occasione di influire sulla vita di tutti gli altri.

Marzo 25 2026

Mi ha incuriosito stamattina leggere sulle pagine cittadine del Gazzettino un’intervista al Vescovo di Concordia-Pordenone Giuseppe Pellegrini, nella quale, rispondendo a una domanda su immigrazione e violenza, egli afferma che i giovani «hanno perso i valori», «non sanno cosa fare» e che «spetta a noi adulti prendere in mano la situazione e dare loro un senso». La sua è una lettura della realtà che rispetto e che so molto diffusa e condivisa. Eppure – a mio modo di vedere, senz’altro minoritario – rischia di allontanarci dalla soluzione.

Perché mette a fuoco i ragazzi, ma lascia sullo sfondo le condizioni che abbiamo costruito attorno a loro. Negli ultimi decenni, per ragioni spesso comprensibili e intenzioni al limite nobili, abbiamo decimato gli spazi di esperienza, aumentato il controllo, sterilizzato il rischio. Abbiamo chiesto prudenza e obbedienza molto più di quanto abbiamo offerto occasioni reali di crescita.

Qui la responsabilità adulta è difficile da eludere, a partire dai luoghi che erano palestre privilegiate di autonomia e responsabilità: la scuola (di cui qui abbiamo discusso spesso in passato) e le parrocchie. Gli oratori sono stati per decenni luoghi aperti, in cui si imparava facendo. Quelli che ho conosciuto io in giovinezza (il San Giorgio di don Bozzet, il Don Bosco dei Salesiani, la Casa dello Studente di don Padovese, il Cristo Re di don Zovatto, il San Giuseppe di don Pandin) erano spazi protetti ma veri, dove sperimentare libertà, relazione, errore.

Oggi, nella maggior parte dei casi, quei contenitori – così come la gran parte degli spazi pubblici e di aggregazione non commerciali – si sono ridotti, svuotati, quando non del tutto estinti. Non soltanto per ragioni organizzative o demografiche, ma anche per una crescente difficoltà ad accettare il disordine inevitabile di ogni esperienza viva e a sostenerne le responsabilità. Ci siamo trincerati dietro norme e vincoli che proteggono gli adulti più di quanto abilitino i ragazzi.

Poi osserviamo il risultato e lo chiamiamo “mancanza di valori”. Ma i valori non si consegnano: si praticano. Non si iniettano: permeano. Non si dichiarano: si rendono credibili. Se togli i luoghi e le esperienze, restano le prediche. E le prediche, da sole, non costruiscono senso.

Dire che “tocca agli adulti dare un senso” dunque è vero solo a metà. Agli adulti tocca creare le condizioni perché quel senso possa emergere ed essere messo alla prova. Spazi, tempo, fiducia. E disponibilità ad assumersi il rischio che questo comporta. Ovvero tutto quello che, anno dopo anno, per ragioni legali, fiscali, economiche, politiche, filosofiche, abbiamo sottratto al nostro progetto di comunità. Possiamo ritenere queste scelte giustificate e prioritarie, naturalmente, ma allora dobbiamo farci carico anche delle loro conseguenze meno grate.

Sobillo da anni una riflessione ampia su questo tema, che pure sembra sfuggire con ostinazione all’agenda pubblica.

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Ne ho discusso, in precedenza, qui:

Marzo 13 2024

È stato bellissimo, abbiamo combattuto battaglie, eravamo invasi di speranza. Ma ne è poi valsa la pena, mi chiedeva tra le righe stamattina un vecchio amico, gran compagno di precoci avventure digitali, mentre riguardavamo foto di Giuseppe Granieri – che dolorosamente stiamo salutando questa settimana – e degli anni in cui tanti di noi si sono conosciuti e hanno intrecciato progetti di ricerca, di lavoro, a volte di vita.

La domanda è rimasta tra le righe della chat, ma mi ha lasciato stordito a lungo, anche perché risuona col senso di resa che confesso mi ha impressionato ritrovare in tante pur commoventi e affettuose dediche a Giuseppe, un senso di resa manifestato spesso proprio da chi più si è speso e ci ha creduto. È stato bello. Meraviglioso. Abbiamo dato forma insieme a questi spazi sociali. Abbiamo goduto della prossimità con menti purissime e beneficiato della spinta di talenti straordinari. Ma oggi è tutta un’altra cosa, questi spazi non ci somigliano più, non c’entriamo più nulla, se l’è presi il diavolo. Quasi un rimorso d’aver tifato il futuro sbagliato.

La verità, quanto meno la mia, è che abbiamo combattuto la battaglia culturale del secolo e l’abbiamo sostanzialmente perduta, con vittime. Ma i presupposti e gli esiti sono ancora tutti là. Al contrario, crescenti evidenze suggeriscono che molte delle opportunità per cui ci siamo spesi sono infine state colte. Magari con un ritardo ingiustificabile, magari incompiute o difettose, magari inserite nella cornice inadeguata, magari fraintese, però sempre più spesso colte. Non era finita, la battaglia: siamo noi che abbiamo abbandonato il campo. Che non abbiamo saputo adattarci al cambiamento di scala su cui noi stessi mettevamo in guardia gli altri. Che siamo scappati inorriditi quando le masse che sognavamo hanno cominciato a invadere sul serio gli spazi residenziali della rete. Come se avessero dovuto riconoscerci qualche rendita di potere, baciare le mani ai fondatori, chiedere permesso.

Eravamo di nuovo niente e piuttosto che rimboccarci le maniche da capo e provare a indirizzare quel movimento caotico e improvvisamente gigantesco, abbiamo preferito ignorare o peggio deridere i nuovi arrivati. Comunque mollare. Quando il gioco si è fatto vero, quando c’era da tenere la posizione (culturale, molto prima che politica o tecnologica) ce la siamo dati a gambe. Quando il diavolo ha bussato, gli abbiamo aperto e gli abbiamo detto beh, vedi tu se riesci a cavare qualcosa di buono da questo casino. Auguri.

Certo s’era fatta una certa età e dovevamo cominciare a pensare a mantenere noi stessi e le nostre nuove famiglie. L’ebbrezza del progresso nel suo avanzare e la gloria effimera condita di pacche sulle spalle e free drink al barcamp non potevano bastare più, serviva cominciare a remunerare seriamente le nostre competenze, quali che fossero. E su questo piano non abbiamo mai saputo proporre un modello alternativo convincente, c’è poco da fare.

 Chi è rimasto spesso spesso ha accusato le ingiurie degli anni, perché le espressioni di sé di uno sconfitto che abita gli spazi digitali mentre attraversa le crisi della mezza età forse sono ancor più impietose delle rughe sul volto.

Inoltre papà non ha certo giocato pulito con noi. Ricordo sempre quel tale, che considero paradigma della classe dirigente di fine millennio, vantarsi di aver conquistato la propria posizione ammazzando – simbolicamente, s’intende – i suoi padri. E di guardarsi bene dal farsi da parte, finché qualche giovane abbastanza capace e temerario non fosse riuscito nell’impresa di ammazzare lui, sempre simbolicamente. Settantenni e ottantenni ancora sulla cresta dell’onda, abbarbicati con ogni mezzo alla propria posizione di influenza, sostenuti da una rete pavida di convenienze e di interesse, pronti a stroncare sul nascere e a delegittimare ogni idea che possa mettere a repentaglio la conservazione del ruolo. Ho pensato a lungo a quelle parole. È una visione della comunità che sta alla mia come l’acido muriatico sta all’aceto balsamico, ma contiene almeno una verità.

Non siamo stati abbastanza bravi. Avevamo ragione, avevamo gioia, avevamo idee, avevamo spirito civico e senso del nostro tempo, ma non bastava, non basta mai: dovevamo anche dimostrarlo e renderlo talmente evidente e sostenibile da imporlo e travolgere tutti i giochetti più o meno puliti con cui i nostri padri culturali, economici, professionali e politici ci hanno deliberatamente sabotato, rallentato, depistato, sminuendo noi e la portata della visione che offrivamo. Non c’è nulla di biasimevole o ignobile nella sconfitta. Al contrario, la gran parte degli eroi nel mio pantheon personale sono straordinari sconfitti. Ma la sconfitta va riconosciuta e metabolizzata. Noi in fondo non l’abbiamo fatto, ancora. Altrove hanno saputo inseguire compromessi realistici che, un passo alla volta, avvicinassero la società alle opportunità del presente. Altrove sono diventati adulti. Qui in fondo siamo rimasti spesso ragazzini rancorosi, illusi o disillusi a seconda del percorso individuale che ne è seguito. 

Dunque possiamo concludere che non ne è valsa la pena? Io non credo. A pensarci bene è una valutazione che manca di rispetto alla nostra storia, alla sincerità delle nostre intenzioni, alle nostre esplorazioni coraggiose in un mondo ignoto e creativo. Ne è valsa eccome la pena. Ha forgiato la maggior parte di noi, ha forgiato una generazione, ha forgiato un’ideologia, molto più umanistica che tecnologica, che certo ora andrebbe evoluta e messa a punto, ma che avrebbe potuto contribuire a correggere le esasperazioni dell’unica idea occidentale di società ancora in circolazione, con l’eccezione forse dei movimenti neo-ambientalisti, ovvero la società dei processi di massa e del consumismo. Per di più nel suo momento più pericoloso: il declino. Non ne abbiamo giovato? Siamo rimasti precari irrisolti senza certezza del futuro? Può essere, ma è il destino che a un certo punto ci siamo scelti, e io anche nei giorni di maggior sconforto non riesco proprio a rinnegarlo.

È importante che cominciamo a dirci queste cose sia per fare i conti col nostro passato sia perché un nuovo salto di paradigma, ancor più gigantesco, ci sta investendo. L’intelligenza artificiale promette di fare al sistema operativo della società quello che già gli ha fatto internet, solo in un ordine di magnitudine superiore. Auspicabilmente porterà con sé anche una nuova generazione di pionieri ed entusiasti sperimentatori, che mi aspetto stavolta possa trovare alleati nella nostra. Ma se neghiamo perfino di essere stati quello che siamo stati, se rinneghiamo le nostre origini, se non viviamo l’orgoglio del testimone da passare avanti a qualcuno che magari avrà più chance di noi di riuscire nell’impresa di risolvere i grandi problemi delle nostre comunità, finiremo per diventare anche noi padri rancorosi e ostili. Senza nemmeno le rendite di potere a giustificazione.



Ottobre 16 2023

Candido al Nobel per la pace, all’Ambrogino d’oro, al Premio San Marco, alle Benemerenze della Repubblica, quelli che spiegano, quelli che rispondono con rispetto alle domande scontate o aggressive, quelli che aiutano il prossimo a riconoscere puntini da unire in un disegno sconclusionato, quelli che rammendano i contesti del discorso pubblico e ritrovano il bandolo dell’interesse generale, quelli che prendono per mano i commentatori ringhiosi e li accompagnano oltre la rabbia (o, educatamente, fuori dalla porta), quelli che non aspettano sia qualcun altro a dire le cose che è utile dire, quelli che esercitano l’esempio per mostrare ciò che non è più scontato. È un mondo ammalato di acredine, impazienza e frustrazioni, e costoro lo curano con la banalità di una carezza.

Gennaio 19 2020

Ignorali

Sul serio: ignorali. Non hanno altra forza motrice che non sia il tuo sdegno. Non è nemmeno più una battaglia culturale per cui valga la pena combattere: è pura provocazione. Se la lasci cadere, il più delle volte non c’è alcuna battaglia, perché nel mondo reale tu hai già vinto e loro hanno già perso. È la tua reazione che attiva la consapevolezza di coloro che vorresti salvare: se non reagisci, preservi anche loro. È migliorato il mondo grazie al tuo entrare in polemica, nell’ultimo anno? Guarda con distacco: sono finiti, lascia che si estinguano, stacca la spina con cui contribuisci a tenerli in vita. E il mondo che vuoi difendere tornerà a prosperare.

(Sì, vale per il giornale che provoca sul congedo parentale. Vale per l’istituzionale botto d’apertura del festival televisivo. Vale per il programma subdolo della domenica. Vale per il marketing provocatorio dell’ultimo film. Vale per le esternazioni a gamba tesa dei candidati alle elezioni decisive. Vale per i post a pagamento dei giornali che ti mettono a disagio. Vale, in effetti, per gran parte di ciò che reclama la tua attenzione durante il giorno.)

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Questo post è nato su Facebook e fa parte, a posteriori, di una trilogia dell’energico invito:

Maggio 18 2019

Mi succede questa cosa, da genitore. Non sopporto lo sbraco organizzativo, la sciatteria formale, la superficialità professionale nelle attività e negli ambienti in cui sono coinvolti i miei figli. Non certo perché io pretenda per loro qualcosa di speciale, tanto meno qualcosa di diverso dagli altri. Né perché loro, a dire il vero, se ne lamentino. Sono dettagli che in genere noto soltanto io, accumulando un rancore sociale che fatico sempre più a tenere a bada.

Stamattina per esempio, poco importa il come e il dove, sono entrato in un’università con Giorgio. Non avevamo ricevuto coordinate sufficienti prima di arrivare, sebbene una persona fosse stata incaricata di farlo. Non erano state previste indicazioni specifiche in loco, perché l’iniziativa non era abbastanza strutturata da prevedere un livello di comunicazione ad hoc, fosse anche un semplice manifesto. Né la sede contemplava un livello di accesso per visitatori occasionali, perché la collaudata tradizione accademica nazionale presuppone che tutti sappiano già oppure imparino a proprie spese dopo qualche giorno di prove ed errori.

Alla fine siamo arrivati là dove eravamo attesi nel modo tipico dei paesi latini: domandando in giro, prendendo iniziative, chiedendo venia, confidando nella disponibilità altrui. In poche parole: arrangiandoci, sentendoci poco considerati e aumentando inutilmente l’entropia di un ambiente già abbastanza caotico in quel momento. Poca cosa, come sempre. Eppure, mentre aspettavo di riprendere Giorgio, ci ho pensato a lungo.

Credo dipenda dal fatto che attraverso i miei figli rivivo luoghi e situazioni della mia infanzia e della mia adolescenza. E in questo ripasso da adulto colgo i semi del disastro sociale ed economico che ci aspettava al varco. E che oggi temo attenda di mortificare, con effetti ancora più radicali, le migliori energie dei nostri figli. 

Ho ripensato ad anni e anni di organizzazioni improvvisate, di responsabili poco scrupolosi, di promotori sciatti, di indicazioni approssimative, di luoghi introvabili, di gestioni poco professionali, di coinvolgimenti freddi e distratti. E a quella sensazione orribile di sottofondo, più che mai spiacevole agli occhi di un adolescente introverso, di non accoglienza e di indifferenza. Quasi mai in malafede, si intende. Quasi sempre suppliti dalla buona volontà e dalla generosità di singoli (indimenticabili e determinanti, nel mio caso). Nonostante ciò, profondamente incisi nella memoria. 

Perché dunque questa rabbia? Perché, mi rendo conto analizzando da adulto lo sguardo di un preadolescente, è a quest’età che si cominciano a riconoscere e a imitare gli standard. Se sei circondato da una tensione all’eccellenza, inseguirai e pretenderai anche da te stesso un livello non derogabile di qualità. Se ti abitui alla precarietà della forma e dei dettagli, cominci ben presto a fare sconti, a trascurare, a limitarti a ciò che viene.

E non è la qualità in sé, il problema. È ciò che la qualità porta con sé. Sono le condizioni che permettono alle persone di sentirsi a proprio agio, predisposte a dare il meglio. È fare in modo che ognuno riconosca nel modo più rapido ed efficiente la propria collocazione nel contesto e ciò che ci si attende da lui. È evitare che le energie vengano disperse o, peggio, operino contro. È concentrare ogni sforzo al servizio di un obiettivo comune. È un distillato di civiltà, in altre parole. Una cellula di comunità.

Tutto ciò che ho sopportato con indifferenza da ragazzo, oggi mi appare improvvisamente intollerabile. Così come intollerabile è vederlo rivivere in modo così simile dai miei figli. Perché lì prende forma il loro mondo. E lì li stiamo già fottendo.

(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook)

Maggio 17 2019

Cadiamo in ogni tranello, te ne rendi conto? Hanno in mano il clic clac e scattiamo come cani di Pavlov. Siamo davvero così ingenui? Stiamo davvero parlando da due giorni dell’ispanico giustiziere mascherato? È una strategia completamente votata al rinforzo identitario e alla polarizzazione: qualunque cosa diciamo, anche se in buona fede e con le migliori intenzioni, serve soltanto a marcare la distanza tra noi e loro, rinforzando loro. È judo sociale: usano la nostra forza per metterci al tappeto. 

Li leggi mai i loro commenti? Lo vedi come festeggiano il tuo sdegno? Tutto ciò che diciamo diventa soltanto controprova di un pregiudizo. Non mette in discussione, non stimola autocritica, conforta solo nelle convinzioni. Serrano i ranghi grazie alla nostra indignazione e al nostro sarcasmo. Loro. Perché noi, dopo esserci sfogati strappando una risatina complice o un ghigno stizzito alle nostre cerchie, non siamo nulla. La nostra identità ha legami così deboli che coincide con la reazione a un presunto nemico comune e poco più.

Così non stiamo preservando, ma contribuendo a distruggere il terreno comune dell’incontro e del confronto. È così in politica, in una contingenza resa spudorata dall’imminente scadenza elettorale. Ma se ci fai caso è così in tutti i confronti divisivi della nostra epoca, come i vaccini o la sostenibilità ambientale. O gli alberi, se vivi a Pordenone. L’unica cosa che ci unisce, in questo momento storico, è che stiamo contribuendo tutti assieme a sfasciare tutto. E non so a te, ma a me questo comincia a fare parecchia paura…

(Bravo, ma come si fa a ripopolare le piazze del confronto? Non ne ho idea. Ma credo che potremmo iniziare se non altro contribuendo nel nostro piccolo a spostare l’asse del discorso pubblico. Raccontando storie in quanto storie potenzialmente universali, non in virtù del loro valore oppositivo o divisivo. Indirizzando le discussioni nel merito. Lasciando cadere ogni provocazione. Non concedendo più alcun alibi sui temi chiave della nostra epoca alle persone di buona volontà, a qualunque sensibilità civica, politica o ambientale appartengano. Ricercando affannosamente ciò che può avvicinare, fare sintesi, superare gli steccati rassicuranti. E poi vedere come va. Stiamo andando a votare per il Parlamento europeo: non sono ancora inciampato in una sola visione continentale, né io ho ancora fatto abbastanza per mettere a fuoco i temi su valutare le proposte. Ecco, io ricomincio da qui. Fanculo Zorro.)


(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook)

Aprile 24 2019

C’è una dinamica – narrativa e di comunicazione, prima che politica – che ricordo mi colpì molto ai tempi del plateale scontro al governo tra Berlusconi e Fini, e che oggi vedo almeno in parte ricalcata nell’elastica tensione dei rapporti tra Salvini e Di Maio. È una tipologia di contrapposizione interessante, che ha come effetto collaterale quello di ridurre all’irrilevanza l’opposizione, posto che in entrambi casi l’opposizione ha fatto il suo per facilitare l’impresa.

In un racconto mediatico della politica sempre più elementare e svilito nella complessità, c’è spazio per una sola storia principale, quella che detta (o giustifica) l’agenda della nazione. Come in ogni storia che appassioni, c’è un buono, c’è un cattivo e c’è uno scontro. Le storie in cui tutti si vogliono bene e cooperano per un fine superiore sono letteratura di genere, non ci si fa la Storia. 

Buono e cattivo cambiano in base al punto di osservazione, naturalmente. In un sistema maggioritario, già di suo binario e semplificato, corrispondono in genere a maggioranza e opposizione. A meno che la maggioranza non sia così forte a livello di consenso e astuta di fronte alle oggettive difficoltà che intravede all’orizzonte da gemmare al suo interno un nemico e spostare completamente il baricentro della storia, a quel punto controllandola integralmente.

Il nemico precedente, l’opposizione, ora può pure sbraitare, ma da un punto di vista narrativo sembrerà meno che un comprimario. E non c’è modo di riprendere il controllo della storia, per l’opposizione di turno, se non ritrovando abbastanza forza da imporre un racconto totalmente nuovo, necessariamente più appassionante, rispetto al quale ergersi a eroe (o antieroe, perché no: è comunque un modo per tornare visibile, in una politica in cui si naviga a vista e lo scarso orizzonte tende a chiudere un occhio sui mezzi).

Non ho prove per sostenere che nei due casi citati questa sia una strategia voluta e ricercata, anche perché certo implica margini di rischio piuttosto alti. Sta di fatto che oggi così come nel 2010 la telenovela intergovernativa non impedisce affatto al Governo di governare, mentre al contrario dà maggiore visibilità alle sue scelte. Berlusconi e Fini tennero banco per un anno senza pregiudicare seriamente il destino di un governo che si è infranto invece sui primi seri rimbrotti europei. Mentre noi di europeo abbiamo in vista un’elezione di qui a breve, anche se questa per il momento è un’altra faccenda.

Gennaio 22 2019

Perché lo fanno? Per suscitare una reazione. Perché tu reagisci all’eccezionale, non all’ordinario. Tutti reagiscono all’eccezionale. E ne parlano. Insieme. E diventano tendenza. Le tendenze vengono misurate. Le misurazioni diventano notizia. Le notizie amplificano la tendenza di nicchia e diventano attualità. L’attualità suscita nuove reazioni, anche dove non era arrivata prima. Attira gli analisti, gli editorialisti, l’umanità circense in cerca di un pubblico quotidiano per sopravvivere. Diventa speculazione sul costume.

Così un fatto bislacco diventa, suo malgrado, agenda di una nazione. E l’agenda serve sempre qualcuno, anche quando nasce bislacca. Poco importa se il fatto iniziale era davvero bislacco: ti ha già cambiato, ci ha già cambiati. Ed è cominciato grazie a te. Ma non oggi: due o tre decenni fa, forse prima. Solo che oggi è più facile: loro lo hanno capito e tu, spesso, no.

Evolvi.

(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook.)

Marzo 24 2016

Martedì sera, con un voto del Consiglio comunale, per me si è chiuso di fatto un lungo periodo di lavoro e sperimentazione tra informazione, comunicazione digitale e partecipazione civica nella mia Pordenone. È stato un periodo straordinariamente stimolante e di cui un giorno mi piacerebbe scrivere in modo più approfondito, perché Pordenone è soltanto una delle migliaia di comunità locali che potrebbero imparare a usare le reti in modo più maturo per generare innovazione e valore.

Siamo partiti nel 2007 pensando a come il wifi civico avrebbe potuto sostenere la connessione tra competenze e idee. Nel 2010 abbiamo trasformato il formato assai liso degli stati generali tra portatori di interessi in un racconto aperto e multicanale, aggregando reti dentro e fuori la città per mettere a fuoco nuovi volani di sviluppo. Nel 2011 abbiamo provato a pensare a come la presenza in rete del municipio avrebbe potuto favorire queste logiche, un progetto premiato da fondi europei ma non ancora decollato per complicazioni amministrative.

Inseguendo un metodo smart, nel 2012 abbiamo aperto un grande laboratorio civico al servizio dell’analisi e della pianificazione strategica del territorio, arrivato proprio in questi giorni al capolinea. Nel 2014 abbiamo usato il web e i social network per accelerare la diffusione di informazioni di servizio in occasione di un enorme evento di massa che ha stravolto la routine cittadina per diversi giorni. Quell’evento è stato anche il pretesto per connettere i nodi più attivi della rete cittadina in un social media team diffuso per la promozione del territorio.

Allo stesso modo, abbiamo proposto il conforto della documentazione e dei dati oggettivi quando lo scontro tra opposti interessi rischiava di distrarre la comunità dalla necessità di comprendere di che cosa si stava parlando. Abbiamo incrociato gli hashtag e aggregato flussi di informazione spontanea, cercando di distillare nuove forme di racconto di una città mentre vive. Ci siamo interrogati sulle regole del gioco da inseguire dentro ambienti che sono più veloci e complessi della capacità delle istituzioni di comprenderli. Ci siamo spesi perché si consolidassero luoghi informali di incontro, di collaborazione, dove incubare nuove idee. Abbiamo risposto ai dubbi e consolidato pratiche nei quartieri.

A tenere insieme e a motivare questo fermento è stata la convinzione di vivere anni speciali in un luogo speciale, ricco come pochi di energie, di specializzazioni e di progetti che aspettano soltanto di essere messi in rete per spingere l’intero ecosistema locale a un nuovo livello di consapevolezza e di efficienza.

È stato un ciclo bellissimo, vissuto insieme a splendide e generose persone che tanto mi hanno insegnato su di me, sul mio lavoro, sulla mia città e sulle implicazioni del vivere insieme sopra uno stesso fazzoletto di terra. Ho imparato a riconoscere il valore del servizio civico, l’imprescindibilità dell’interesse generale, il peso morto delle rendite di posizione, la forza senza tempo dei legami tribali, il costo della coerenza in un ecosistema complesso.

Tuttavia è un ciclo che noi pordenonerd sappiamo in cuor nostro essersi sostanzialmente chiuso, per ora. Abbiamo dimostrato opportunità, favorito importanti risultati a beneficio della comunità, raccolto pacche sulle spalle, ma non siamo stati così bravi da instillare il dubbio, la possibilità, l’urgenza là dove il cambiamento potrebbe effettivamente essere accelerato a vantaggio di tutti. Non bastasse la nostra onestà intellettuale, i temi, i formati e i linguaggi su cui sembra essersi assestata la campagna elettorale per le amministrative di primavera sono lì a dimostrarlo.

Serve un nuovo ciclo e servono nuove energie. Chi ha idee si faccia avanti e sfidi le consuetudini con spirito da hacker civico. Io, per il momento, mi faccio da parte e torno dopo dodici anni a Milano, a imparare cose nuove e a inseguire l’innovazione da una prospettiva differente, più concreta. Se la testa per un po’ sarà tutta lì, il cuore, non serve dirlo, resta a Pordenone.

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