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Category: Dico la mia

Aprile 3 2012

Poi, quando avrò tutti gli elementi per essere certo di quello che dico, parlerò della vicenda giudiziaria che vede opposti la webtv pordenonese Pnbox e l’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia. È un caso che – da giornalista, friulano, attivo da anni al confine tra informazione tradizionale e online – vivo con notevole disagio, a cominciare dal fatto che conosco bene e stimo Francesco Vanin e i ragazzi di Pnbox. Se la mia città sta incubando processi e occasioni contemporanei lo si deve a loro e a pochi altri. Qui, per ora, ci tenevo a condividere una piccola esperienza personale, per dire innanzitutto del rapporto ancora difficoltoso tra testata giornalistica e internet. Il mio caso è opposto rispetto a quello di Pnbox: io vorrei registrare una testata giornalistica. Poco importano qui i dettagli e i motivi, ci saranno altre occasioni. Fatto sta che, per registrare una testata, è necessario presentare domanda al tribunale della città in cui la pubblicazione ha sede e fornire alcuni dettagli: il titolo, la periodicità, la sede della redazione, il carattere, la tecnica di diffusione, il proprietario, l’editore, il direttore responsabile (necessariamente iscritto all’Ordine) e la tipografia. La legislazione di riferimento è degli anni ’40 e ogni virgola ne risente, ma il caso della testata telematica è ormai considerato e previsto: è necessario indicare il nome e l’indirizzo del service provider, gli estremi dell’autorizzazione del ministero delle Comunicazioni e l’Url del sito. Non è difficile, no? A meno che il tuo fornitore di spazio web non stia all’estero e tu non abbia alcuna intenzione di cambiarlo.

Io, per esempio, da alcuni anni utilizzo per un certo numero di buone ragioni Dreamhost, un provider statunitense che mi permette il pieno controllo di tutti i miei siti in un solo account. Sono costretto a comprare in Italia il dominio .it, se del caso, ma poi redirigo i dns (che cosa sono?) all’estero. Da parte mia non c’è alcun ragionamento politico o legale, semplicemente la scelta del fornitore più adatto e più conveniente rispetto alle mie esigenze contingenti. Il problema è che, in questa configurazione, io non potrò mai registrare una testata giornalistica. Il tribunale, infatti, vuole sapere dove stanno le mie pagine e chi le ospita per poter dar corso con facilità alle previsioni di legge nel caso io, pubblicazione online registrata, compia illeciti e reati vari previsti dalla legge sulla stampa. Per questo, però, non gli basta sapere che le mie pagine stanno a Brea, California. Vuole avere preventivamente un rapporto consolidato con quell’operatore, in modo che le forze dell’ordine, ricevuto l’eventuale ordine della magistratura, possano seguire procedure rapide e codificate. Da qui la necessità dell’autorizzazione ministeriale, che ovviamente richiedono soltanto i provider italiani e di una certa dimensione. Dunque la testata telematica, se proprio la voglio, devo aprirla necessariamente presso un provider italiano certificato. Oppure sperare che l’interpretazione prevalente riguardo a questa materia evolva rapidamente.

Ho provato a capire che cosa significherebbe per me dar corso all’intero procedimento. Dovrei togliere il mio sito potenzialmente giornalistico dal provider estero in cui già risiede con soddisfazione, affrontare una serie di complicazioni amministrative per trasformare il mio profilo contrattuale presso il provider che mantiene il mio dominio (che, guarda caso, è riconosciuto dal ministero degli Interni), chiedere il permesso anche al provider medesimo (perché naturalmente pure loro vogliono sapere preventivamente se posso procurare guai) e infine presentare la mia benedetta domanda al Tribunale, che la valuterà. E sapete che cosa? A questo punto, non avendo particolari urgenze di riconoscimento formale, ho pensato che chiedere a tutte queste persone il permesso per fare quello che già faccio liberamente come cittadino e che milioni di cittadini fanno quotidianamente  in tutto il mondo, era piuttosto lontano dal mio ideale di mondo perfetto. E che tutto questo non c’entrava nulla con quello che ho capito fin qui della rete. Così, almeno per il momento, ho deciso di temporeggiare nel mio intento.

Questa storia non è nemmeno troppo originale, a dirla tutta. Quelli di Bora.la l’avevano già raccontata a modo loro nel 2006.

Marzo 28 2012

Il mondo ha bisogno di narrazioni. Oggi abbiamo il Grande Contenitore Universale delle narrazioni, ma non sappiamo ancora narrare bene. Servono narrazioni della quotidianità, dobbiamo mappare la banalità. Il giornalismo è narrazione dello straordinario, delle variazioni sulla banalità che diventano notizia. Ma il vero scarto del nostro tempo sta nel far parlare gli oggetti e le azioni che non fanno notizia oppure la fanno in luoghi e circostanze imprevedibili, distanti dai circuiti organizzati. Per chi crea, organizza o vende, questa è un’opportunità enorme. Possiamo mettere a disposizione un contesto, il nostro contesto, che non è scontato per tutti e che raramente supera i confini della banalità o dell’interesse generale. La narrazione del banale è mettere a disposizione sempre e ovunque tutti i dettagli possibili del proprio contesto. Significa permettere al cliente che entra in un negozio di poter conoscere facilmente la storia e le peculiarità di ogni prodotto, supportare e agevolare le sue ricerche di senso, generare analogie tra i prodotti offerti e il suo mondo. Significa aiutare chi sta cercando un corso di benessere a comparare i presupposti, la filosofia, i curriculum di tutte le associazioni che lo offrono sulla sua piazza e non sperare più di intercettarlo elemosinando qualche riga sul giornale locale o investendo soldi in affissioni. Questo non è più marketing, non è più pubblicità; o se lo sono, sono tali in una forma ecologica e stravolta nei presupposti. Non devo più arrivare e imporre, secondo ondate organizzate. Devo esserci, condividere e attendere. La narrazione è la forma emergente della cittadinanza e del mercato. Il mondo deve imparare a narrare con efficacia e consapevolezza. Ci vorrà tempo.  Ma, nel frattempo, non venitemi a dire che non ci sono spazi di mercato per quelli che lavorano con le parole.

Marzo 12 2012

Ho sempre pensato abbastanza male di Facebook (e ne ho scritto anche in passato). Lo considero un laboratorio sociale imprescindibile, perché è pur sempre la prima applicazione della rete costruita su grafi sociali ad aver clamorosamente superato ogni possibile massa critica necessaria per far girare al massimo i suoi ingranaggi. Tuttavia soffro la rigidità dei suoi percorsi e i vincoli formali imposti qui e là all’espressione personale. Certo conta, nel mio giudizio, il fatto che io provenga da una socialità web, quella dei blog, dove tutto può essere disegnato a propria immagine e somiglianza. Eppure ultimamente trovo Facebook migliorato: non sarà mai il mio luogo elettivo, perché resta profondamente chiuso al suo interno in una rete che ci insegna che il valore nasce consiste nell’apertura, ma riconosco che il servizio sta diventando giorno dopo giorno più ricco e flessibile. Al punto che questa volta non condivido affatto le proteste che si vanno diffondendo sulle nuove pagine, i cosiddetti diari (o, come dovevano chiamarsi prima della contestazione del marchio, le timeline).

Con le timeline, infatti, Facebook recupera la memoria, ovvero ciò che più gli mancava. Non è soltanto un fatto funzionale, legato alla maggiore o minore facilità di accesso ai contenuti passati. La memoria in rete è il fondamento dell’identità e della reputazione, oltre che un volano di interazioni inaspettate per i contenuti nel tempo. A molti ritrovarsi davanti il priorio passato non piace affatto, soprattutto se le chiacchiere affidate alla rete sono intese come una forma di intrattenimento istantaneo e senza troppe implicazioni. Forse queste persone dovrebbero prendere atto che, diari o non diari, stanno usando lo strumento sbagliato: in rete il passato lascia tracce anche senza un accesso diretto agli archivi. In rete siamo quello che scriviamo e condividiamo, siamo il modo in cui gestiamo le interazioni con gli altri, siamo quello che gli altri scrivono di noi. L’identità e la reputazione ci servono, se vogliamo che le nostre idee siano prese in considerazione (le urla scomposte degli sconosciuti impressionano soltanto i giornalisti del vecchio mondo). Dunque fornire un supporto molto più evidente e funzionale alla memoria delle interazioni dentro Facebook dal mio punto di vista è un miglioramento sostanziale.

Trovo poi che le nuove pagine servano molto meglio i contenuti. Il contenitore fa un significativo passo indietro rispetto ai contenuti. Inoltre le nuove pagine danno molto più spazio alla sensibilità e ai criteri estetici del singolo iscritto. Piccoli dettagli, forse, ma ho la sensazione che ora le pagine di persone molto diverse fra loro possano apparire in modo sostanzialmente diverso. L’uso della “copertina”, il colpo d’occhio sulla selezione di amici in primo piano che forma un’immagine molto diversa dalla lista precedente, l’uso integrato di metadati di tempo, luogo e prossimità a corredo dei contenuti: colgo un diffuso e importante tentativo di fornire strumenti all’espressione delle peculiarità individuali. Nulla che non fosse già disponibile dal 1999, ma per la prima volta integrato in un sistema popolato da 800 milioni di persone, non è un salto indifferente. Resta forse da trovare un migliore equilibrio nella riconoscibilità di unità di contenuto che scorrono ora da una parte ora dall’altra della timeline, ma mi pare il meno.

Dice che sacrifica i contenuti giornalistici. L’argomentazione non mi convince del tutto o comunque mi pare molto contingente, di corto respiro. È vero, il nuovo formato valorizza le immagini più del testo, così come forse ridimensiona un po’ il video: mi pare una buona notizia per le immagini, senza togliere nulla a ciò che già il testo aveva a disposizione. Ma in un mezzo di comunicazione che prova a fondere testo, immagini e video in grammatiche nuove mi pare un problema relativo, un passaggio verso una più matura capacità di espressione crossmediale. Inoltre tenderei a sdrammatizzare il problema di quanto cambino le pagine delle persone, dei giornali o delle aziende. Perché, come nel caso dei siti, si tratta sempre più di piattaforme di lancio per i contenuti, non del luogo principale di socializzazione tra le persone e i contenuti. Un po’ come il rapporto tra redazioni ed edicole: le persone non vengono in redazione a leggere il giornale, lo comprano in edicola e lo leggono dove pare a loro. Così su Facebook: la pagina rende pubblici i contenuti, custodendoli per chi cerca contestualizzazioni più marcate, ma la fruizione prevalente avviene soprattutto nella bacheca generale degli iscritti e attraverso le segnalazioni della rete sociale.

Solo per dire: guardiamola un po’ più da lontano, ecco.

Dicembre 22 2010

Finisco Giornalismo e nuovi media immaginando il giornalismo sempre meno industria e sempre più artigianato, nelle cui botteghe dovranno formarsi non soltanto i garzoni e gli apprendisti, ma trovare motivo di stimolo e di aggiornamento anche i bricoleur della domenica. Una professione da condividere, insomma, che tra nuovo vigore anche da luoghi – analogici e digitali – di socializzazione, di apprendimento e di sostegno a tutte le esigenze contemporanee della società in fatto di informazione e di accesso alla conoscenza.

Leggo oggi – grazie a Lsdi – di un quotidiano del Connecticut, The Register Citizen, che in un certo senso prende alla lettera proprio quest’idea aprendo il suo newsroom café: si tratta di un luogo dove bere un caffé, collegarsi gratuitamente a internet, consultare 120 anni di archivi dei giornali locali, contribuire alla bacheca della comunità, interagire attivamente con la redazione e partecipare alle riunioni organizzative dei giornalisti. Quello che fa o dovrebbe fare più o meno ogni buon giornale locale, ovvero aprirsi alla comunità, ma ora istituzionalizzato e declinato in una forma sociale residente e sempre più in simbiosi con i cittadini.

Poi ci penso e mi viene in mente che una cosa del genere esiste perfino nella mia città. Sono gli Studios di Pnbox.tv, la web tv fresca vincitrice di un teletopo, che ha insediato la sua sede di produzione nella bastia di un castello all’immediata periferia di Pordenone, integrandola con un ristorante e un bar. La web tv dà alla città un luogo di socializzazione e svago, dove vengono organizzati spesso eventi e incontri; in cambio – la faccio semplice, ma il progetto è raffinato e da studiare – ottiene accesso preferenziale a molto buon materiale con cui nutrire di contenuti il proprio archivio televisivo e si dota di un serbatoio inesauribile di idee e di persone dentro la redazione.

Quando ho comiciato a fare questo mestiere, da ragazzino, formalmente non potevo nemmeno mettere un piede dentro alla redazione del giornale locale con cui collaboravo, per una serie di implicazioni sindacali che si capiscono soltanto quando sei dentro a questo mondo. Qui si sta dicendo invece che la redazione può essere un luogo sociale, riempirsi di gente, generare nuovi nodi della rete locale, trovare modi alternativi per avere accesso alle idee e alle persone. Che è un po’ la base per un hub giornalistico locale così come lo immaginavo qualche settimana fa a Roma. Dal giornale che va dove c’è la gente al giornale che diventa il luogo dove la gente si incontra: un bel salto.

Novembre 27 2010

Ma io mi ostino a pensare che questa protesta, geniale e coinvolgente, degli studenti che si prendono i luoghi simbolo d’Italia non sia tanto contro questa riforma e contro questo governo. Quelli sono il pretesto, la notizia buona per i titoli del tg. La scintilla che innesca. Mi piace invece pensare che stiano protestando per lo sfascio, per l’arroganza, per il cinismo, per la miopia che gli ultimi venti o trent’anni di storia italiana, con governi di ogni colore, hanno riservato loro. Per lo stato in cui è ridotto l’intero sistema della formazione nazionale, per la precarietà degli edifici, per la prostrazione degli insegnanti, per la tristezza delle ultime riserve di potere, per il tedio dell’ennesima riforma che sai già destinata a impoverire ancora. Per lo spettacolo disonorevole di questi anni. Mi piace pensare che questi esuberanti giovanotti abbiano trovato il coraggio, la motivazione e l’intuizione per fare quello che noi ex-studenti sfuggiti per un soffio al collasso, noi genitori che portiamo a scuola la carta igienica per i nostri figli, noi adulti tramortiti al pensiero dell’eroismo quotidiano che ci sarebbe richiesto, non siamo stati capaci di fare: ritrovare dignità, alzare la voce, riprenderci – almeno simbolicamente – ciò che ci spetta. Per questo trovo quei monumenti occupati un’immagine potente come non se ne vedevano da anni. Per questo auguro a tutti noi che non si stanchino o non siano distratti troppo presto. E per questo, come altri in queste ore, penso che su quei monumenti dovremmo esserci anche noi.

Novembre 5 2010

Quello che penso di quella che per molti, me compreso, è la notizia del giorno (appunti disordinati per chiarirmi le idee):

  • il fatto che il governo abbia deciso di lasciar finalmente scadere la legge Pisanu (quel che ne resta) è, a prescindere, un bene;
  • non è avvenuto per improvvisa illuminazione di chi fino a ieri ha ostinatamente rifiutato ogni dialogo in proposito, è un banale gioco di contingenze politiche e convergenze di schieramenti, internet paradossalmente c’entra poco o nulla;
  • non è, di conseguenza, sintomo di un’inversione di tendenza nella considerazione di una classe dirigente profondamente impermeabile a tutto ciò che non ha origine nelle dinamiche di massa e nella loro conservazione;
  • dunque non servirà a molto, sarà soltanto un gagliardetto di cui qualcuno, durante la prossima campagna elettorale, a centrodestra così come a centrosinistra, si farà vanto cercando voti in determinati segmenti della società;
  • anche perché l’articolo 7 della legge Pisanu (ovvero l’oggetto della decisione di oggi) non è che la punta di un iceberg fatto di vincoli e norme riguardanti internet in Italia: si potrà accedere più facilmente agli hotspot pubblici, ma non sarà la libertà totale che qualcuno immagina;
  • il valore di questa decisione è soprattutto simbolico: la legge Pisanu era diventata il pretesto per una battaglia culturale molto più ampia, una battaglia è ancora in corso e che nonostante una giornata di gloria non promette benissimo;
  • parentesi: spero che di questa finestra tardiva e ormai quasi inaspettata approfittino soprattutto le reti civiche convinte che l’accesso a internet sia elemento costituzionale della cittadinanza dei prossimi decenni;
  • oggi non abbiamo fatto un passo avanti, siamo semplicemente tornati su una linea di partenza da cui avevamo scelto consapevolmente di retrocedere; gli altri sono già tutti più avanti.

Le puntate precedenti: il mio appello del 2009 su Apogeonline, le prime reazioni, la Carta dei Cento per il libero WiFi, spunta la proposta Cassinelli, dubbi sugli effetti della Pisanu sul WiFi, l’epilogo 2009, il mio cinismo brontolone nel 2010.

Altri pareri interessanti (link man mano che leggo): Zambardino sui timori del procuratore antimafia Grasso e soprattutto sul un passaggio regolamentare ancora molto nebuloso, Scorza fa il punto sulla confusione intorno all’annuncio, Gilioli è prudente e non del tutto soddisfatto,  Jannis stigmatizza il tono di Maroni e fa una domanda precisa, Mantellini dice che è una presa in giro (e ha ragione), Longo dice che non è del tutto una presa in giro.

Ottobre 23 2010

La guerra giusta, le bombe intelligenti e tutte le altre menzogne retoriche. Quando, sul ciglio della disgraziata guerra in Iraq, qualcuno alzava la voce per ricordare che nei conflitti contemporanei il 90% delle vittime sono civili, veniva messo a tacere e sbeffeggiato dagli zelanti portavoce della coalizione dei volonterosi. Oggi sappiamo che erano questi ultimi ad avere ragione: in effetti le vittime civili in Iraq non sono il 90%, sono soltanto il 60%. Saranno soddisfatti.

Ottobre 10 2010

Uno dei motivi per cui non amo molto la politica (in realtà la realpolitik) è la straordinaria mutevolezza del contesto. Mutevolezza in virtù della quale un anno fa – come ogni anno dal 2005 in poi, solo in modo più organizzato – un manipolo di persone competenti sottopose a governo e parlamento l’urgenza di non rinnovare oltre la malaugurata legge Pisanu e ricevette in risposta nella migliore delle ipotesi pernacchie e nella peggiore sbadigli indifferenti. Mentre oggi che l’argomento è divenuto strumento inaspettato di convergenze strategiche aliene alla visione tecnosociale del Paese dobbiamo improvvisamente sorbirci le ispirate prese di posizione dei personaggi più in vista sulla necessità di recuperare il tempo perduto e di imboccare con decisione la via del WiFi libero. È tutta gente che, in occasioni e momenti diversi, avrebbe potuto fare la sua parte per evitare che nel frattempo diventassimo uno dei Paesi meno contemporanei dell’Occidente e non l’ha voluta o saputa fare. Pur che sia, ci berremo anche tutto questo. Però spero sia chiaro anche a loro stessi: non sono affatto credibili.

Agosto 16 2010

Nell’ultimo paio di mesi ho giocato con Facebook un po’ più del solito, col desiderio di mettere a fuoco oltre agli innegabili motivi di interesse (un contenitore sociale da 500 milioni di persone è interessante per definizione) anche i motivi per cui questo social network continua a essermi spesso, nonostante tutto, indigesto. Naturalmente l’ho osservato con gli occhi di chi è già abituato alla condivisione e all’espressione online, immagino che questo vizi in partenza lo sguardo. Un po’ per volta sto cominciando a dare il nome ad alcune sensazioni che mi mettono spesso a disagio. Nulla di tale, per ora, solo appunti in corso d’opera e che condivido nel caso qualcuno avesse da aggiungere o ribattere.

  • Facebook non ha memoria. Non ha il valore della memoria, l’interesse di conservarla e valorizzarla. Puoi scorrere e scorrere e scorrere i contenuti di una bacheca, ma il contenitore è fatto sostanzialmente per il qui e ora. Premia e valorizza in modo eccellente la socialità d’istinto, scoraggia la conoscenza profonda. Se vuoi ritrovare un contenuto di qualche settimana o mese prima non hai che da scorrere per ore, nessuna scorciatoia ti assiste. Lo stesso motore di ricerca interno è più focalizzato sul reperimento di persone, piuttosto che di contenuti, e ha ampie zone di ombra che non sembrano nemmeno indicizzate). Questo è interessante, perché al contrario delle forme di socialità digitale preesistenti (nei blog, ma anche in molti social network ancora popolari) sulla memoria si fondano, per esempio, l’identità e la reputazione. Facebook favorisce come nessuna comunità web in precedenza l’uso del nome e cognome, ma non la costruzione di una storia pubblica e condivisa dei suoi utenti.
  • Facebook regge a fatica la scalabilità dei gruppi sociali. Benché faccia notizia soprattutto per gli alti numeri di aderenti a cause comuni di ogni genere, più il numero di partecipanti a un gruppo, a una pagina o a un profilo personale diventa elevato, più facile è perdere il filo (anche in virtù di quanto detto a proposito sulla memoria). Maggiore è la partecipazione, più difficile è che ci sia un reale confronto e una possibilità di sintesi. Anche nei gruppi di protesta più nutriti le persone parlano spesso da sole o in gruppetti molto ristretti, come se effettivamente si trovassero per strada durante una manifestazione di massa. Facebook è adeguato per gruppi contenuti oppure gruppi ampi ma composti da persone molto ben educate all’espressione in spazi sociali digitali (e dunque sintetiche, rispettose del contesto e sensibili allo scopo, prima ancora che all’espressione di sé). Più spesso, Facebook incoraggia le leadership e la creazione verticale del consenso, facendo fare al web reticolare un passo indietro verso la gerarchia.
  • Facebook costringe chi lo usa ad adeguarsi alla sua logica. Vale per tutti i social software, ma nel caso di Facebook si tratta di una logica particolarmente rigida e macchinosa. Quasi nulla si può trasformare: puoi creare oppure cancellare, non riusare, trasferire, evolvere. Se apri un “profilo” senza sapere che associazioni o aziende o marchi dovrebbero usare lo spazio “pagina”, se hai raggiunto il limite massimo di contatti, se la natura del tuo spazio s’è evoluta, puoi solo adeguarti ai limiti imposti dal servizio oppure ricominciare tutto da capo. Ricominciare da capo significa però ricostruire da zero la rete sociale, che è un po’ come cambiare acquario dovendolo riempire con un bicchierino da liquore. Oppure mantenere due o più acquari contemporaneamente. Non c’è un modello di base con una serie di etichette interscambiabili, ci sono invece percorsi obbligati pensati su entità generiche e standardizzate, che non aderiscono quasi mai con le peculiarità del caso specifico e che una volta imboccati non possono essere più rimessi in discussione. Sono scelte legittime di gestione del servizio ed evidentemente sono scelte che non turbano buona parte dei milioni di iscritti. Eppure l’ipertesto sociale ci ha abituati ad avere sempre una via d’uscita, mentre navigando in Facebook si ha spesso l’impressione di imbattersi in vicoli ciechi.
  • Facebook si spiega male. Le poche impostazioni che un iscritto può adeguare ai propri desideri (i famigerati controlli sulla visibilità dei contenuti e sulla privacy delle informazioni condivise, per esempio) sono quanto di più macchinoso, non univoco e inusabile si sia visto sul pianeta social networking, nonostante ci abbiano rimesso le mani più volte. Benché tu faccia scelte consapevoli, una volta chiusa la pagina ad hoc sei già lì che ti chiedi in fin dei conti chi può vedere che cosa tra i tuoi amici, gli amici dei tuoi amici e il resto del mondo. E anche quando credi di aver adeguato tutto al tuo personale stile di condivisione, scopri che una certa tua foto non si vede perché è sì un’immagine, ma caricata dal cellulare e dunque appartiene a un sottoramo di scelte a cui non avevi prestato sufficiente attenzione. Il pannello di controllo delle personalizzazioni è disperso in almeno tre ambiti differenti: non so voi, ma io comincio sempre dal link sbagliato. Penso spesso di non essere completamente in target rispetto alle aspettative ideali di Facebook, eppure mi chiedo quanti si sentano effettivamente a loro agio con i controlli (e con la disposizione dei controlli) che questa piattaforma mette a disposizione.

Post scriptum. Curiosa coincidenza, nel momento in cui ho terminato di scrivere questo testo l’aggregatore mi ha proposto quest’articolo, Perché Facebook non ci piace, dal quale emerge che Facebook è sì popolarissimo, ma è considerato al tempo stesso una piattaforma poco soddisfacente. Mi sembra un segnale interessante. Il punto per me resta, tuttavia, non tanto capire se Facebook ci piaccia o meno, ma perché e in quale misura Facebook sia differente dai social media che l’hanno preceduto, perché ottenga tanto successo (oltre al motivo più scontato: ha superato la massa critica, ci sono le persone, le persone vanno dove trovano altre persone) e quali conseguenze tutto ciò comporti sulla costruzione e sull’evoluzione della nostra socialità online.

Agosto 13 2010

Lui scrive di getto, dal cellulare, senza cura per la punteggiatura e senza rispetto per il lettore. Ne esce un pensiero faticoso e poco chiaro, di quelli che pur volendo essere assertivi ti lasciano alcuni punti di domanda. Lei glielo fa notare: non potresti essere più chiaro? Lui risponde: dal cellulare va così, mi passa la voglia di trovare le virgole e se ragionassi di più mentre scrivo perderei di efficacia. Scorrendo innocenti aggiornamenti estivi su Facebook mi si accende una lampadina. È proprio così che facciamo: quando abbiamo torto marcio difendiamo le nostre ragioni con sprezzo della vergogna che dovrebbe serrarci la bocca e invece rispondiamo con la supponenza delle nostre condizioni soggettive elette a criterio universale di giudizio e di giustificazione. Non rispettiamo più le regole del gioco: abbiamo abbandonato il campo neutro, ci siamo ritirati nel nostro cortile. Ognuno contro tutti gli altri, ognuno secondo ordini differenti e autoindulgenti.

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