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Category: Dico la mia

Marzo 4 2010

Dan Gillmore scriveva l’altro giorno di come i cittadini che fotografano il fatto di cronaca e lo rilanciano in rete non siano forse giornalisti, ma di certo commettono atti di giornalismo. Sulla stessa falsariga, ieri al convegno di Ustation Roberto Toffolutti suggeriva che forse la rete non ci rende tutti editori, ma permette a tutti di compiere atti editoriali. Nel vivace dibattito americano sull’attentatore suicida che si è lanciato sulla sede di Austin del fisco americano, dibattito che cerca da giorni di decidere se si può chiamare terrorista quello che probabilmente è soltanto un fanatico violento, c’è chi comincia a dire che no, non era un terrorista, ma è innegabile che abbia compiuto atti di terrorismo. Cominciano a mancare le parole per definirci.

Febbraio 17 2010

Da qualche parte dovremo pur ricominciare a ricostruire questo Paese. Sono convinto da tempo che la soluzione non riuscirà più ad arrivare dall’alto, ma dovrà necessariamente emergere dal basso. Da ciascuno di noi in quanto parte di un soggetto collettivo che ha il dovere di farsi carico del proprio destino. Se le cose vanno come vanno è prima di tutto colpa nostra, altrimenti certe anomalie italiane non sarebbero durate nemmeno un giorno. Ci penso spesso, cercando un appiglio, un innesco per questa rivoluzione gioiosa che sono certo un giorno salverà l’Italia dalla depressione, dalla senilità e dalla rassegnazione. Ieri sera alla stazione centrale di Milano penso di averlo finalmente trovato. Nei panini.

In nessuna stazione o aeroporto in cui mi sia capitato di transitare si mangiano panini altrettanto scialbi, insignificanti, dozzinali. Non necessariamente cattivi: semplicemente si accontentano di essere il meno possibile, il punto di equilibrio più stiracchiato possibile tra necessità delle persone, costo al dettaglio e qualità complessiva. Tu hai fame, loro hanno il cibo: se non ti sei preso per tempo, se viaggi a orari critici, se devi calmare quel languorino che poi ti rende il tragitto una sofferenza non hai alternative. In dieci anni che frequento regolarmente quel luogo non è mai comparsa un’alternativa che sia una, e al contrario ce ne sono sempre meno. Nell’arco di mezzo chilometro, nella seconda città del Belpaese, l’unica alternativa sono i panini di McDonald’s, per dire. Non ho mai mangiato cibo da urlo in una stazione, ma insignificante e avvilente come quello di Milano – che pure ho comprato spesso per necessità e disorganizzazione – da nessuna parte mai.

Allora, ragionavo ieri sera, se volessimo cominciare a prenderci carico delle sorti di questo Paese, i panini della stazione centrale di Milano potrebbero essere un buon punto di partenza. Un pretesto, un simbolo da stampare sulle bandiere che sventoleremo durante la rivoluzione. Sono la metafora perfetta di ogni grettezza, di tutto il cinismo, del primato del commercio su ogni afflato di umanità e di passione per ciò che si fa. Immagino che quei panini facciano girare (non poco) l’economia di quel microcosmo, ma chi conta i soldi deve avere gli occhi foderati di prosciutto, ed è prosciutto scadente. Ecco, cominciare a lottare per quei panini – non tanto per averne di migliori, quanto per rivendicare il nostro sacrosanto diritto alla gioia del palato, alla soddisfazione dell’appetito e al felicità dello stomaco – mi sembra un punto di partenza. Il fatto che non esistano alternative non deve giustificare la nostra complicità. Boicottiamo i panini della stazione centrale di Milano, lottiamo per averne di migliori, marciamo per la dignità dei nostri apparati digerenti. Un uomo è anche ciò che mangia, se mangiamo cibo triste siamo destinati a crogiolarci in questa malinconia. Tutto il nostro essere, a cominciare dalle papille gustative, anela alla felicità. Capaci che se ci prendiamo gusto poi, un po’ per volta, ce la si faccia ad arrivare fino ai massimi sistemi.

(Avevo anche un ragionamento iconoclasta sulla violenza psicologica degli spot rilanciati dagli schermi comparsi nelle stazioni italiane e sul nostro diritto naturale a sabotarli, ma magari un’altra volta.)

Febbraio 10 2010

Ieri ho spostato libri tutto il giorno per mettere a punto una bibliografia. Improvvisamente ho messo a fuoco una curiosità che continuava a sfuggirmi davanti agli occhi: i libri americani non hanno (quasi) mai il marchio dell’editore sulla copertina. Il logo compare discreto sulla costa e in quarta di copertina, ma la prima di copertina è tutta concentrata sulla presentazione del libro e del suo autore. Pulita, essenziale e in un certo senso unica. Abituato alle gabbie italiane, dove il formato e il design caratterizzano a prima vista non solo l’editore, ma spesso addirittura la collana, ci ho rimuginato un po’ su. Pensa ai libri Einaudi, per dirne una, raffinatissimi nella loro essenzialità, in quella peculiare predominanza di bianco: è chiaro al primo sguardo che quello è prima di tutto un libro Einaudi; solo dopo ti concentri sulla sua unicità, sul suo titolo, sul suo autore.

Non è questione di meglio o peggio: sono sensibilità diverse, storie diverse, mercati diversi. Però non mi dispiace quello che leggo tra le righe di questa convenzione tutta americana: la interpreto come una forma di rispetto estremo per il libro, per l’unicità della sua storia, per un processo di produzione e commercializzazione che non dovrebbe conoscere routine e che andrebbe adattato titolo per titolo. E mi sembra interessante che un mercato che istintivamente percepisco come più industriale e codificato del nostro riesca a comunicare al contrario questo sottile non-so-che di artigianale. Da noi l’artigianato sta soprattutto soprattutto nella fase di produzione (ed è un bene, credo), poi il prodotto è indirizzato su un percorso standardizzato e impersonale già a partire dalla confezione.

Tra le righe leggo anche un diverso equilibrio tra i ruoli. L’editore sceglie, produce e distribuisce (tre parole da cui trapela a fatica la complessità): è il soggetto forte, quello che garantisce la vita commerciale di un testo, quello che ha l’ultima parola e che per definizione deve guadagnare dal suo prodotto. Ma una volta che il libro è fatto, che al mercato (ovvero ai distributori e ai librai) sono chiare le sue coordinate e che s’è investito quel che si doveva investire in marketing, l’editore statunitense fa un passo indietro. A quel punto diventa una relazione tra librario e cliente. E diventa, soprattutto, una questione di empatia a distanza tra autore e lettore (la scrittura è telepatia, dice Stephen King in On Writing). In Europa l’editore è l’ospite. Negli Stati Uniti è il maggiordomo.

Novembre 26 2009

Torno sui due post precedenti, per una questione che sembrerebbe minare la relazione tra la scadenza della legge Pisanu con gli effetti sul WiFi. Nel suo post di presentazione della nuova proposta, Cassinelli specifica – e su questo mi richiamano anche Pietro Mencoboni nei commenti del post precedente e nei giorni scorsi anche Marco Scialdone nel suo blog – che la scadenza della legge Pisanu non cancellerebbe comunque il regime di identificazione vigente. Questo perché il comma 4 dell’articolo 7 della legge Pisanu demanda l’attuazione delle misure previste a un decreto ministeriale (emanato il 16/08/2005). A parte il fatto che nulla impedisce di novellare il decreto, ma per quel poco che capisco del diritto mi vien da dire che venendo meno la legge verrebbe meno anche la base giuridica del decreto stesso: come dire, avrebbe i giorni contati.

Mi pare che il nodo della questione stia piuttosto nel fatto che Cassinelli, così come Scialdone, interpreti il comma 4 dell’articolo 7 della legge Pisanu come del tutto slegato dal comma 1 dello stesso articolo, dove invece la scadenza è esplicitata. Dalla lettura dell’articolo 7 a me pare evidente il legame tra i vari commi e la scadenza comune. Non mi addentro in discussioni giuridiche per le quali non ho evidentemente la preparazione sufficiente, ma l’interpretazione mi sembra quanto meno un po’ dubbia e non ci costruirei sopra la ragion d’essere della proposta Cassinelli.  Mi limito a pensare che di una legge tutta sbagliata non abbia senso modificare piccoli pezzi. La scadenza della legge Pisanu porterebbe con sé buona parte dei pilastri della registrazione/autenticazione/archiviazione delle navigazioni degli utenti che da anni proviamo a mettere in discussione. E dal mio punto di vista sarebbe un buon inizio. Certo non la soluzione, che il problema è complesso, ma un buon inizio.

Novembre 26 2009

Alessandro Gilioli, che ha il pregio di essere molto più realista di me, nel presentare l’appello di cui sotto coglie l’occasione per lanciare contestualmente la proposta di legge bipartisan Cassinelli-Concia. Lo dico senza giri di parole: a me il testo Cassinelli-Concia pare il classico compromesso all’italiana per accontentare superficialmente tutti senza di fatto cambiare nulla e procrastinare di anni ancora il problema. Tolta l’identificazione tramite cellulare, che snellisce semplicemente una procedura ritenuta necessaria soltanto in Italia (anche a Dubai, mi dicono), per il resto il testo non agisce in modo strutturale su nessuno dei freni che la legge Pisanu ha posto dal 2005 a oggi allo sviluppo della rete. Né mi aspetto che la discrezionalità di cui si vorrebbe rivestire il ministro dell’Interno cambi le sorti di una normativa che resta ottusa, vincolante e ispirata da una situazione di emergenza dichiaratamente temporanea.

Vorrei che fosse chiaro il termine di paragone: in tutto il mondo, per lo meno nelle democrazie compiute, per dare accesso alle persone non serve fare altro che procurarsi la banda necessaria e un buon router. Qui da noi bisogna prima registrarsi in Questura come fornitori del servizio e poi – per lo meno fino al 31 dicembre 2009 – identificare fisicamente chiunque utilizzi la connessione e tenere traccia di tutte le sue navigazioni nell’ipotesi che la magistratura se ne interessi. La proposta Cassinelli-Concia agirebbe soltanto sull’identificazione fisica, che sarebbe sostituita con procedure più immediate grazie all’interazione con la sim card del telefono cellulare (per ottenere la quale abbiamo a suo tempo dovuto presentare la carta di identità). Questo renderebbe giusto un po’ più agevole la gestione corrente dell’accesso WiFi, ma non cambierebbe la sostanza: per il gestore del servizio restano tutte le complicazioni burocratiche e amministrative. E sono queste, prima che il fotocopiare e archiviare carte di identità, che fa rinunciare a prescindere chi vorrebbe moltiplicare i punti di accesso e costruire iniziative appoggiandosi a Internet.

Dicevo che mantenere la legge Pisanu sarebbe stato come se dopo gli anni ’70 fossimo rimasti alla teleselezione tramite operatore. La proposta Cassinelli-Concia si limita a prevedere che alcune telefonate, a discrezione del gestore telefonico, possano essere instradate automaticamente e che al posto del gettone si possa usare anche la carta di credito. Capirai.

Ciò che più mi turba è che la proposta Cassinelli-Concia fornisce una via d’uscita onorevole al governo e al parlamento, i quali non hanno né il tempo, né l’interesse, né la cultura digitale necessaria per comprendere l’effetto delle loro decisioni. La legge Pisanu potrebbe a questo punto essere tranquillamente prorogata come da copione, con la promessa di emendarla al più presto con questa proposta bipartisan. Di qui in poi ce la giochiamo di nuovo: potrebbe non cambiare nulla per un altro anno oppure migliorare semplicemente la gestione dell’identificazione. A me non sembra un risultato soddisfacente. Resto convinto che è necessario far scadere la legge Pisanu a fine anno, per lo meno nelle sue previsioni sulla sicurezza informatica e sull’accesso a internet. Se poi si vorrà rimettere mano alla legislazione del settore, che sia finalmente una legge meditata, contemporanea, competente e soprattutto definita nell’interesse della nazione. Non vi sfugga il legame: se scade la Pisanu, la proposta Cassinelli-Concia non ha più alcun motivo di esistere, perché altro non è che un emendamento a un articolo della Pisanu stessa. Una ragione in più per fare pressione contro la legge attualmente in vigore, dal mio punto di vista.

Aggiornamento, ore 13.30: l’on. Roberto Cassinelli spiega la sua proposta di legge, presentata alla Camera il 19 novembre scorso.

Novembre 26 2009

Con Alessandro Gilioli, Guido Scorza e Raffaele Bianco presentiamo oggi (e domani sarà anche sul numero dell’Espresso in edicola) un appello contro il rinnovo della legge Pisanu sottoscritto da cento esponenti della rete, del giornalismo, della politica, dell’economia, dell’università e della società civile che hanno a cuore il ruolo di internet come volano di sviluppo. Mi piacerebbe che chi ne condivide i contenuti la facesse girare all’interno delle proprie reti sociali. Segnalo inoltre il gruppo spontaneo WiFight su Facebook.


La Carta dei cento per il libero WiFi

Il 31 dicembre 2009 sono in scadenza alcune disposizioni del cosiddetto Decreto Pisanu (”Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”) che assoggettano la concessione dell’accesso a Internet nei pubblici esercizi a una serie di obblighi quali la richiesta di una speciale licenza al questore.

Lo stesso Decreto, inoltre, obbliga i gestori di tutti gli esercizi pubblici che offrono accesso a Internet all’identificazione degli utenti tramite documento d’identità.

Queste norme furono introdotte per decreto pochi giorni dopo gli attentati terroristici di Londra del luglio 2005, senza alcuna analisi d’impatto economico-sociale e senza discussione pubblica. Doveva essere provvisoria, ed è infatti già scaduta due volte (fine 2007 e fine 2008) ma è stata due volte prorogata.

Si tratta di norme che non hanno alcun corrispettivo in nessun Paese democratico; nemmeno il Patriot Act USA, approvato dopo l’11 settembre 2001, prevede l’identificazione di chi si connette a Internet da una postazione pubblica.

Tra gli effetti di queste norme, ce n’è uno in particolare: il freno alla diffusione di Internet via Wi-Fi, cioè senza fili. Gli oneri causati dall’obbligo di identificare i fruitori del servizio sono infatti un gigantesco disincentivo a creare reti wireless aperte.

Non a caso l’Italia ha 4,806 accessi WiFi mentre in Francia ce ne sono cinque volte di più.

Questa legge ha assestato un colpo durissimo alle potenzialità di crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a Internet.

Nel mondo la Rete si apre sempre di più, grazie alle tecnologie wireless e ai tanti punti di accesso condivisi liberamente da privati, da istituzioni e da locali pubblici: in Italia invece abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiali, contrarie alla sua immediatezza ed efficacia e onerose anche da un punto di vista economico.

Questa politica rappresenta una limitazione nei fatti al diritto dei cittadini all’accesso alla Rete e un ostacolo per la crescita civile, democratica, scientifica ed economica del nostro Paese.

Per questo, in vista della nuova scadenza del 31 dicembre, chiediamo al governo e al parlamento di non prorogare l’efficacia delle disposizioni del Decreto Pisanu in scadenza e di abrogare la previsione relativa all’obbligo di identificazione degli utenti contribuendo così a promuovere la diffusione della Rete senza fili per tutti.

FIRMATARI:

Alberto Abruzzese, docente universitario
Paolo Ainio, ceo Banzai
Paolo Basilico, ceo Kairos
Paolo Barberis, presidente Dada
Elvira Berlingieri, giurista
Giovanni Boccia Artieri, docente universitario
Raffaele Bianco, consigliere comunale e blogger
Antonio Boccuzzi, parlamentare
Stefano Bonaga, docente universitario
Roberto Bonzio, giornalista e blogger
Dino Bortolotto, Assoprovider
Mercedes Bresso, presidente Regione Piemonte
Giulia Caira, artista
Giovanni Calia, docente universitario, Supervisor New Media
Alessandro Campi, docente universitario
Luisa Capelli, editrice
Marco Cappato, presidente Agorà Digitale
Roberto Casati, filosofo e docente CNRS Parigi
Marco Cavina, docente universitario
Giuseppe Civati, consigliere regionale e blogger
Gianluca Comin, presidente Federazione Relazioni Pubbliche italiana
Luca Conti, consulente e giornalista
Davide Corritore, vicepresidente Consiglio Comunale di Milano
Carlo Felice Dalla Pasqua, giornalista e blogger
Mafe De Baggis, consulente Web
Derrick De Kerkhove, docente universitario
Juan Carlos De Martin, docente universitario
Gianluca Dettori, imprenditore Web
Lorenzo Diana, Fondazione Caponnetto
Arturo Di Corinto, saggista e ricercatore
Alberto D’Ottavi, docente e blogger
Stefano Esposito, parlamentare
Alberto Fedel, ceo Newton Management Innovation
Mario Fezzi, avvocato
Franco Fileni, docente universitario
Ricky Filosa, direttore Italiachiamaitalia.net
Paolo Gentiloni, parlamentare
Marco Ghezzi, editore
Alessandro Gilioli, giornalista e blogger
Giorgio Gori, imprenditore
Giuseppe Granieri, saggista
Matteo Ulrico Hoepli, editore
Alessio Jacona, giornalista e blogger
Giorgio Jannis, progettista sociale e blogger
Manuela Kron, manager Nestlè
Daniela Lepore, urbanista, docente e blogger
Gad Lerner, giornalista
Alessandro Longo, giornalista e blogger
Francesco Loriga, Responsabile provincia WiFi – Provincia di Roma
Riccardo Luna, direttore Wired Italia
Sergio Maistrello, giornalista e blogger
Fabio Malagnino, giornalista e blogger
Massimo Mantellini, blogger
Alberto Marinelli, docente universitario
Ignazio Marino, parlamentare
Giacomo Marramao, filosofo, saggista e docente universitario
Carlo Massarini, conduttore radiotelevisivo
Marco Massarotto, consulente di comunicazione
Maria Grazia Mattei, MGM Digital Communication.
Giampiero Meani, St Microelectronics
Fabio Mini, generale ed ex vicecomandante Nato
Antonio Misiani, parlamentare e blogger
Marco Montemagno, imprenditore Web e conduttore Sky
Andrea Nativi, giornalista esperto di questioni militari
Riccardo Neri, produttore cinematografico
Luca Nicotra, Segretario Agorà Digitale
Gloria Origgi, docente CNRS Parigi
Marco Pancini, Google Italia
Lorenza Parisi, ricercatrice universitaria e blogger
Vittorio Pasteris, Giornalista
Piergiorgio Paterlini, scrittore
Matteo Penzo, cofounder Frontiers of Interaction
Gian Palo Piazza, presidente Sunrise Advertising, responsabile settore informazione Legacoop Piemonte
Marco Pierani, Altroconsumo
Roberto Placido, vicepresidente del consiglio regionale del piemonte e blogger
Marco Revelli, storico e politologo
Stefano Rocco, Wired.it
Stefano Rodotà, giurista
Andrea Romano, direttore Fondazione Italia Futura
Gino Roncaglia, docente universitario
Massimo Russo, direttore di Kataweb
Claudio Sabelli Fioretti, giornalista e blogger
Francesco Sacco, docente universitario
Marcello Saponaro, consigliere regionale e blogger
Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd e blogger
Sergio Scalpelli, dirigente d’azienda
Tiziano Scarpa, scrittore
Guido Scorza, docente universitario, presidente Istituto politiche dell’innovazione
Antonio Sofi, giornalista e blogger
Luca Sofri, giornalista e blogger
Elena Stancanelli, scrittrice
Tommaso Tessarolo, direttore Current tv
Eva Teruzzi, direttore innovazione Fiera Milano
Irene Tinagli, docente universitaria
Antonio Tombolini, imprenditore
Andrea Toso, newmedia project manager
Antonio Tursi, saggista e docente universitario
Paolo Valdemarin, imprenditore
Gianni Vattimo, docente universitario
Andrea Verde, collaboratore fondazione Farefuturo
Giancarlo Vergori, manager
Michele Vianello, direttore del Parco Scientifico e Tecnologico di Venezia
Luigi Vimercati, parlamentare
Vincenzo Vita, parlamentare
Vittorio Zambardino, giornalista e blogger
Giovanni Zanolin, assessore Pordenone
Marcella Zappaterra, presidente della Provincia di Ferrara
Giovanna Zucconi, giornalista e autrice

Ottobre 20 2009

Ragiono a voce alta. Dei giornali amo le paginate spaziose, gli articoli che un tempo si sarebbe detto di un certo respiro, le storie approfondite e documentate. Trovo invece pagine sempre più piccole, articoli striminziti e scontati, storie di facile presa ma di scarso stupore, rimpalli di seconda mano dai quotidiani esteri e dalla tv.

Dei telegiornali amo l’esplorazione visiva sui fatti del giorno, la ricchezza di spunti, la lunghezza delle edizioni principali. Trovo invece esaltazione di mezzibusti, lunghe recite quotidiane di soundbite politici, riempitivi leggeri per tirarla lunga, rincorsa agli scoop del giorno dei quotidiani. Dieci minuti per addetti ai lavori, venti di sbraco imbarazzante.

Ora io non pretendo affatto di essere in pieno target rispetto ai prodotti giornalistici contemporanei. E so di fare un torto a qualche valorosa eccezione. Prendo solo atto che non c’è una scelta industriale recente (riduzione del formato, storie brevi, inserti targettizzati, risvolti-ghetto per le storie culturali o alternative, toni leggeri e disimpegnati, infotainment) che mi abbia portato a consumare più media tradizionali. Questo al netto di ogni riflessione sulla mia prolungata esposizione quotidiana all’ecosistema informativo in rete e sulle specificità dei vari piani editoriali.

La dico più semplice: non c’è restyling o innovazione o lancio, da diversi mesi a questa parte, che non mi abbia ulteriormente allontanato dalle edicole e dal televisore. Non ho la presunzione che questo spieghi qualcosa della crisi della carta e dell’informazione, però certo la tendenza mi incuriosisce. Non sono il consumatore-tipo, ma resto un consumatore. Perso.

(Sì, succede ogni volta che, come oggi in treno di ritorno da Venezia, dopo aver ragionato sul futuro dei media, mi posso regalare un’ora di immersione tra le pagine di Internazionale, che vale sempre i suoi tre euro.)

Luglio 28 2009

Il fatto che Bill Gates scelga di uscire da Facebook per manifesta ingestibilità del suo profilo a me, con buona pace degli editorialisti oggi scatenati, conferma soltanto l’idea che questo strumento – non Facebook, internet – sta ridefinendo le priorità quantitative della società. È l’apologia dei piccoli numeri che scrivevo altrove. Sei una star? Fai il pieno di contatti? Bravo, non ti serve a nulla. Anzi, ti fa perdere qualcosa. Sei buono solo per far titoli sul giornale, per far la gara con Oprah e Ashton Kutcher. Ed è un problema, chiaro: ma non per i comuni mortali, che in barba alla compassione dei media stanno mettendo a frutto le loro insignificanti reti; quanto per le star, che rischiano di restar confinate nella loro realtà virtuale. Le relazioni mediate dalla rete premiano la normalità, il basso profilo, la quotidianità, i pochi ma buoni. Strano che ci si stia mettendo così tanto a comprenderlo.

Luglio 4 2009

Io non penso dovremmo protestare col silenzio. Al contrario, credo dovremmo parlare molto di più, spiegare molto di più, documentarci molto di più, facendoci forti dei fatti e guadagnando credibilità grazie alla laicità intellettuale dei nostri ragionamenti e alla rigorosa rinuncia all’emotività. Saranno i fatti a renderci liberi, non l’indulgere in proteste improvvisate, spesso isteriche e talvolta del tutto inconsapevoli. Nel caso delle leggi che in questo periodo lambiscono internet, in particolare, io credo che l’argomento “giù le mani dalla libertà d’espressione” abbia fatto un po’ il suo corso, tanto che spesso finisce per fare il gioco di chi un bavaglio alla rete magari vorrebbe metterlo davvero. Siamo autoreferenziali, reagiamo con argomenti che convincono chi è già dalla nostra parte e confondono o peggio irritano chi già ci vede con distanza e sospetto.

La maggior parte delle leggi per cui ci stiamo indignando in questi mesi sono destinate a non produrre effetti a causa dei limiti tecnici e giuridici dei testi proposti, ma questo non lo dice mai nessuno. Chi le scrive il più delle volte non sa di che cosa parla né ha idea di come raggiungere l’obiettivo. La casualità, l’improvvisazione, l’ignoranza su temi così strategici per il paese sono il vero scandalo. Su questo dobbiamo e possiamo lavorare molto di più. Abbiamo margini enormi di lavoro, se riusciamo a essere più forti, più coesi, più precisi e più saldi di nervi. Dovremmo essere così forti da imporre noi l’agenda legislativa in questo settore, piuttosto che subirla.

Un esempio? Credo che in rete esistano ampie convergenze sul fatto che la legge Pisanu faccia più danni di quanti ne abbia fin qui evitati e che in questi quattro anni abbia rappresentato un enorme freno alla diffusione della connettività in Italia. Bene, la legge Pisanu prevedeva una scadenza, che già due governi – peraltro di ispirazione politica opposta – hanno prorogato. A fine anno si porrà nuovamente il problema di che cosa farne e io scommetterei sul fatto che all’attuale governo non dispiacerà prorogarla per altri 12 mesi. Bene: abbiamo sei mesi per convincere l’opinione pubblica che la legge Pisanu va accantonata o per lo meno drasticamente ripensata. Prendiamo in mano noi l’iniziativa, organizziamoci, raccogliamo dati, alimentiamo un passaparola sano e vitale, guadagnamoci la fiducia di chi oggi non capisce e non capendo fa il gioco degli ignoranti e dei demagoghi.

Fin qui per dire il mio disagio, in termini generali. Il punto è ora che cosa fare il 14 luglio, giorno in cui molti blogger si uniranno ai giornalisti in una giornata di sciopero e protesta contro il decreto intercettazioni e il regime restrittivo sulle rettifiche esteso indiscriminatamente anche ai siti web. Sul testo Alfano valgono, per parte mia, le puntuali perplessità che Elvira Berlingieri ha espresso su Apogeonline: nei riferimenti a internet è talmente sconclusionato da non poter verosimilmente giungere ad alcun effetto reale. E tanto basterebbe, per conto mio. Dietro al tentativo generoso di Alessandro Gilioli e Guido Scorza vedo però in queste ore – lo dico usando le parole di Giuseppe Granieri – «il germe della società civile che in qualche modo può esserci e deve provare ad esserci». Allora se questo può essere un inizio, non mancherà la mia spinta.

Giugno 27 2009

All’asilo di Giorgio quest’anno si è discusso spesso del portoncino d’ingresso. Chi lo frequenta sa come far scattare la serratura senza citofonare all’interno, evitando al personale di interrompere in continuazione il lavoro con i bimbi. Alcuni genitori, pochi invero, hanno manifestato disagio rispetto a questa pratica e hanno chiesto che il cancello fosse sempre chiuso a chiave quando la struttura è frequentata dai bambini. Soluzione del tutto inutile, poiché un malintenzionato che volesse nonostante tutto entrare non avrebbe che da scavalcare un metro e mezzo di comune e inoffensiva rete o un altrettanto inoffensivo cespuglio. Il compromesso è stato, almeno per un periodo, la chiusura a chiave del cancello durante le ore centrali della giornata, quando il via vai di genitori è ridotto al minimo. Rassicura chi deve essere rassicurato, non ostacola chi non ha senso che sia ostacolato, nei fatti non sposta di una virgola la situazione.

Da un punto di vista culturale la propensione vagamente paranoica a rinchiudersi a me sembra un errore importante e antistorico, che però replichiamo in tutti i contesti della vita comune e in modo particolarmente accentuato nell’ultimo decennio. Chiudiamo serrature, eleviamo muri, filtriamo gli accessi, proteggiamo dati, sorvegliamo comportamenti umani, spesso in modo talmente goffo e inefficace da lasciar pensare che il vero obiettivo sia stroncare il presunto nemico a risate. L’obiettivo è rassicurare noi stessi, prima ancora che chiederci con un briciolo di razionalità da che cosa abbiamo la necessità di difenderci, quale sia l’effettiva entità del pericolo, quanto siamo disposti a sacrificare in nome di una generica angoscia.

Mi pare che gran parte degli snodi della storia a cui imputiamo sostanziali scatti di progresso sociale, economico o tecnologico siano riconducibili a coraggiose aperture. Che cosa sono le brecce inferte vent’anni fa al Muro di Berlino se non l’apoteosi dell’apertura? E quanta chiusura rispetto al riconoscimento dell’altro c’è dentro la pretesa di esportare con la forza militare il proprio modello di governo democratico? Tutte le contrapposizioni decisive della nostra storia recente girano intorno alla dialettica tra apertura e chiusura. Destra e sinistra, Occidente e Islam, innovatori e conservatori, europeisti e antieuropeisti, e naturalmente la dialettica tra genitori prudenti e genitori sereni.

Così pensavo che raccontarci il mondo in questi termini forse ci può aiutare a scoprire un po’ di più le nostre carte, soprattutto in considerazione della necessità di aprire un nuovo ciclo politico che si lasci alle spalle i contenitori cinico-ideologici di oggi. Io non ho nulla contro chi oggi sostiene la necessità di alzare muri intorno ai caseggiati, installare telecamere a ogni angolo, organizzare ronde notturne, respingere con la forza i tentativi di immigrazione clandestina. Non ho nulla contro di loro, ma mi sento profondamente lontano dalle loro idee: penso che quello che stanno facendo in questi anni accondiscendenti ci stia rendendo tutti quanti un po’ peggiori, un po’ più vecchi, un po’ meno attenti alla vita che ci passa accanto e sono pronto a combatterli con ogni strumento democratico mi sia concesso.

Quanto a Giorgio, che probabilmente in questi due anni di asilo ho incoscientemente esposto a rischi inenarrabili di cui nemmeno mi rendo conto (Pordenone come Belsen? La Melarancia come Columbine?), vorrei far capire fin da piccolo che richiudersi nel proprio piccolo mondo non serve a nulla. Che chiudendo a chiave una serratura non scoraggia necessariamente chi ha cattive intenzioni, ma tiene lontano di sicuro chi ha buone intenzioni. Che i problemi che oggi prova a scacciare dalla porta molto probabilmente rientreranno domani dalla finestra, peggiori. Che non esiste altro modo di vivere al sicuro e in pace su questo mondo se non conoscendo e rispettando ogni suo abitante, il quale non ha minor titolo di lui a realizzare i propri sogni. E che la Storia, anche se spesso distratta o umiliata, è molto probabilmente dalla sua parte.

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