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Tag: barack obama

giugno 5 2009

Me lo sono ascoltato e letto tutto, il discorso di ieri di Barack Obama all’Università del Cairo. Trovo che sia una di quelle pagine di storia che vanno ritagliate e conservate. M’è sembrato il contrario di tutto ciò che la diplomazia dello stato forte suggerisce di fare, e in quanto tale un notevolissimo atto di coraggio e di buon senso.  Quanto ne avevamo bisogno, quanto bisogno avremmo di altri leader di buon senso.

So long as our relationship is defined by our differences, we will empower those who sow hatred rather than peace, those who promote conflict rather than the cooperation that can help all of our people achieve justice and prosperity.  And this cycle of suspicion and discord must end. […] There’s so much fear, so much mistrust that has built up over the years.  But if we choose to be bound by the past, we will never move forward.  And I want to particularly say this to young people of every faith, in every country — you, more than anyone, have the ability to reimagine the world, to remake this world. […] All of us share this world for but a brief moment in time. The question is whether we spend that time focused on what pushes us apart, or whether we commit ourselves to an effort — a sustained effort — to find common ground, to focus on the future we seek for our children, and to respect the dignity of all human beings.

febbraio 9 2009

Stanno accadendo cose sorprendenti e terribili, in Italia, nelle ultime settimane. Ne sono oltremodo preoccupato e indignato. Tuttavia credo che la cosa migliore che si possa fare, più che aggiungere emotività di seconda mano al dibattito (emotività in cui io stesso privatamente indulgo), sia tornare alla realtà. Una delle cose che ho apprezzato della campagna elettorale di Barack Obama è stata la capacità di abbassare i toni e reagire ai peggiori attacchi a colpi di realtà. Reality check, li chiamava: a ogni attacco degli avversari lo staff di Obama rispondeva nel giro di minuti (minuti: non ore o giorni) con minuziose analisi delle dichiarazioni in cui erano evidenziate invenzioni, storture e artifici retorici. Quella che ne usciva era pur sempre una verità di parte, ma la puntualità dell’analisi, la dovizia di riferimenti concreti e il basso profilo adottato sottraevano spesso il candidato a quel ring emotivo che sembrava essere diventata l’unica dimensione possibile per la politica e l’informazione contemporanee.

Reality check. Ecco, secondo me potrebbe essere una buona via d’uscita da questa pericolosa fase della vita democratica italiana, in cui chi parte per la tangente detta le regole del gioco e si porta dietro tutti, invece di essere energicamente richiamato all’ordine. Viviamo una realtà spesso costruita su certezze di terza o quarta mano, abbiamo bisogno di ingenti verifiche di corrispondenza con la realtà. Non saltuarie, ma costanti e distribuite. A cui ciascuno di noi è chiamato contribuire secondo le proprie competenze. Oggi abbiamo la voce pubblica per farlo, abbiamo il canale per mettere a disposizione quanto sappiamo. E penso che il prossimo ciclo politico sarà gestito dalla prima coalizione di volonterosi in grado di raccogliere competenze ed esercitarle in modo rigoroso per allontanarsi dall’attuale arena di eccessi e menzogne.

Un buon esempio di quello che ho in mente è il composto e pacato esame che fa oggi Elvira Berlingeri su Apogeonline a proposito dell’ultimo, maldestro tentativo di regolare la libera espressione dentro internet (dichiaro il conflitto di interessi: lavoro per Apogeonline ed Elvira è una mia diretta collaboratrice). L’emendamento 50-bis inserito al volo dal Senato nel decreto sicurezza del Governo dimostra avventatezza e scarsa conoscenza del funzionamento dei network digitali. Corre il rischio di non risolvere nessuno dei problemi per cui sarebbe stato concepito (impedire il proliferare di gruppi a sostegno di mafiosi e criminali su Facebook) e invece di condizionare pesantemente la libera circolazione delle idee. Peggio ancora, crea un pessimo precedente riguardo alla separazione dei poteri dello Stato, mescolando competenze giudiziarie con iniziative ministeriali in modo irrituale e poco opportuno.

In genere quando si tocca la libertà di espressione su internet si grida subito al complotto e alla censura. E magari sarà anche vero, ma a me pare che si finisca per fare soltanto la fine del coro greco sullo sfondo della tragedia di qualcun altro. Nella maggioranza dei casi invece c’è dietro ignoranza e superficialità, e i fatti nudi e crudi fanno più rumore delle nostre urla scomposte. Farli conoscere e diffonderli con la maggior neutralità e compostezza possibile credo sia oggi il modo migliore per salvare la nostra democrazia. Che si tratti delle reti di comunicazione che innerveranno la nostra società di domani, del rispetto per i ruoli istituzionali o di stabilire gli impegnativi confini tra la vita e la morte sul suolo della repubblica.

gennaio 28 2009

Il punto, rilanciato nei giorni scorsi da New York Times, Columbia Journalism Review, e qui da noi da Giuseppe Granieri e Mario Tedeschini Lalli, è più o meno questo: ora che un governo – come sta concretamente facendo Obama negli Stati Uniti – può parlare direttamente ai cittadini, disintermediando un rapporto che prima passava prevalentemente attraverso giornali e televisioni, chi è la figura terza e indipendente in grado di discriminare le informazioni di pubblica utilità dalla propaganda? Chi si fa garante degli interessi dei cittadini? Può un governo, il cui compito è appunto governare, diventare anche il soggetto deputato a raccontare le proprie gesta senza scadere nella demagogia? Può permettersi di trattare con sufficienza i canali preferenziali con la stampa, non avendo più quell’unica urgenza nello spiegarsi al popolo?

Evidentemente la questione va molto oltre la contingenza delle attività online della nuova amministrazione americana e molto oltre la sfera politica. Ora che internet sta scomparendo dentro la realtà, ora che le tradizionali mediazioni stanno attraversando una crisi epocale, il punto diventa paradossalmente trovare nuove mediazioni, nuovi equilibri per bere dall’idrante personale nel momento in cui non siamo più tenuti a fare la fila al rubinetto pubblico. Non voglio in alcun modo banalizzare una questione che io stesso avverto fondamentale per lo sviluppo futuro del web sociale, com’è quella che mi viene da chiamare la reintermediazione della disintermediazione. Vorrei però annotare alla rinfusa un po’ di pensieri, a mo’ di taccuino per chiarirmi le idee io per primo e scriverne in modo più organico in futuro.

Dove stoltamente ridimensiono il problema. Nell’ultimo decennio, con crescente determinazione, molti di noi hanno auspicato e benedetto la disintermediazione della democrazia (e dell’informazione e del mercato eccetera). Bene: eccola la disintermediazione. Libertà e democrazia emergente nell’accesso alle fonti. Libertà e democrazia emergente nel raccontare le proprie storie. Mille punti di luce laddove c’erano soltanto un paio di lampioni pubblici. Ognuno fa luce dove vuole e quando vuole, rispondendo a se stesso ma anche ai suoi pari, che lo emendano e lo giudicano tutte le volte che accende la propria lampadina. E sì, vale anche per chi gestisce l’illuminazione pubblica e anche per gli inquilini della Casa Bianca, mica soltanto per i post-adolescenti che si riabbracciano incanutiti su Facebook. Ci manca già così tanto la mediazione?

Dove rifletto sulla storia delle mediazioni. Ci scambiavamo informazioni anche prima che esistessero giornali e televisioni. Acquistavano beni anche prima che inventassimo la moneta. Poi il mondo s’è complicato, e per gestire la complessità ci siamo organizzati con tutte le mediazioni del caso. Oggi, per la prima volta, stiamo invertendo la tendenza: grazie ai network digitali ogni cittadino può affrontare la complessità del mondo in cui vive, per lo meno nella sua dimensione informativa e relazionale, dando soddisfazione ai bisogni individuali spesso con maggiore efficacia che attraverso le stanche mediazioni consolidate.

Dove le mediazioni vanno in crisi. Le quali stanche mediazioni consolidate spesso reagiscono giustificando se stesse per il semplice fatto di essere esistite fino ad oggi. E, naturalmente, per l’impatto che un loro abbandono avrebbe sull’economia. Spesso generando per reazione paradossi e giri d’affari artificiali. Il mio preferito è il mercato dell’acqua minerale: le bottiglie che dal nord finiscono al sud, le bottiglie che dal sud vanno al nord. Conviene all’intera filiera del settore, fuorché al consumatore (il quale peraltro potrebbe tranquillamente farne a meno e bere l’acqua del rubinetto, risparmiando e inquinando meno in un sol colpo). Da Obama all’acqua minerale: l’avevo detto che andavo alla rinfusa.

Dove prendo la tangente delle mediazioni giornalistiche. Una delle mediazioni la cui crisi si sta cominciando ad avvertire in modo più drammatico è quella del giornalismo, e lo dico da giornalista e da lettore insieme. Il problema non sono tanto i giornalisti, ma la sovrastruttura editoriale. La sovrastruttura editoriale è moribonda, schiacciata dalla velocità del progresso tecnologico e da un tirare a campare spesso poco coraggioso, quando non anche poco assennato. Il ruolo del giornalista (qui inteso come generico addetto professionale all’informazione, al di là di qualunque inquadramento corporativo) si restringe, in parte perché sostituito da un diffuso fai-da-te nel reperimento e nella digestione delle notizie, in parte perché il lettore medio si sta estinguendo ed è sempre più complicato confezionare un prodotto generalista. Si estende, in compenso, lo spazio del giornalista (o di chi per lui, intendiamoci sui termini), il quale torna utile – se non necessario – nelle mille nuove situazioni in cui sono richieste sintesi, competenza consolidata, verifica accurata delle fonti, velocità e qualità nella confezione. Questo è un vecchio pallino, che mi porto dietro dal 1998: la testata si disgrega, ma il giornalista resta.

Dove torno improvvisamente a bomba. Obama, controllando un canale di comunicazione diretto coi cittadini, può fare la storia dell’amministrazione pubblica, ma può anche scadere nella più bieca demagogia. Davvero? Non mi metto nemmeno a discutere di quanto, poco o tanto che sia, la mia categoria abbia fatto negli ultimi decenni per evitare gli eccessi di propaganda dei regnanti di mezzo mondo, perché è una questione che credo ci porterebbe di molto fuori strada. Il punto, secondo me, è altrove. Il garante tra Obama e il cittadino americano iscritto alla sua mailing list o al social network della Casa Bianca secondo me esiste ed è il cittadino stesso in quando parte di una comunità di suoi pari inserita in un ecosistema ricco di punti di vista (Giuseppe, in proposito, ha avuto in passato efficaci argomenti). La Casa Bianca, per quanta forza mediatica non filtrata possa riuscire a sviluppare sui media digitali, sarà sempre una tra le tante fonti digerite dalla comunità attiva e interconnessa a cui si rivolge. Isole di fanatici acritici esisteranno domani, come del resto esistono oggi pur con tutti i guardiani del potere che tradizione vuole. Dalle stelle alle stalle: che cos’è successo nel momento in cui Beppe Grillo da inaspettato profeta della libertà digitale s’è trasformato, come molti temevano, in una parodia di capopopolo? Che nel giro di pochi mesi una consistente fetta dei suoi ammiratori più attenti l’ha lasciato andare per la sua strada, deluso dai non detti, dalle cause eclatanti ma avventate, dalla comunicazione unidirezionale. Il re è quanto meno poco vestito e il suo popolo, che oggi sarà meno garantito ma in compenso ha una coscienza più distribuita che in passato, se n’è accorto piuttosto in fretta.

Di dove rivaluto l’intelligenza individuale e sociale. Io credo che se il problema esiste – e come nota giustamente Mario non possiamo escluderlo a priori, limitandoci a immaginare che la tecnologia sia buona di per sé – la soluzione non sta nella costruzione di nuove sovrastrutture, ma semmai nel suo opposto. Forse i tempi sono maturi per smettere di ritenere imprescindibili forme aggiornate di balia sociale, che peraltro negli ultimi anni non ci ha risparmiato i peggio scempi politici ed economici, e iniziare invece a scommettere sull’intelligenza individuale e della società nel suo complesso. A cominciare proprio dai mezzi di comunicazione di massa, che se fossero davvero preoccupati delle sorti della loro audience potrebbero piuttosto cominciare a divulgare un po’ di sana cultura digitale e veicolare i primi, fondamentali anticorpi per sopravvivere alle inevitabili storture che qualunque medium porta con sé.

Di dove sbraco citando Facebook. Un banco di prova l’abbiamo avuto negli ultimi mesi con Facebook. Milioni di persone finora impermeabili a qualunque entusiasmo digitale, e parlo per esperienza, si sono gettati senza remore nella mischia diventando da un giorno all’altro i più instancabili tra i dispensatori di link, foto, entusiasmi passeggeri e intime malinconie. Un gioioso e salutare branco di parvenu, che a suo modo sta ridisegnando gli equilibri del social networking. Bene: abbiamo visto di tutto, dai gruppi di sostegno alla mafia alle petizioni razziste, dalle goffaggini degli Obama de noaltri alle vibranti proteste contro il villano di turno. Ma al di là di un po’ di sana caciara, nulla ha ancora spopolato in modo dissennato (neppure il gruppo Scommetto di poter trovare 1.000.000 di utenti che odiano Silvio Berlusconi, fermo dieci volte più lontano dall’obiettivo, ed è tutto dire).

So what? Io credo che chi voleva farsi prendere in giro dal potere (e dai media e dalle aziende eccetera) ha lasciato che questo accadesse già ai tempi dei tradizionalissimi cani da guardia “1.0” della democrazia. Così come chi ritene che la parola di un presidente degli Stati Uniti (e di un amministratore delegato e di un editorialista eccetera) sia solo una delle verità possibili, e nemmeno la più disinteressata delle verità, probabilmente continuerà a incrociare le proprie fonti e a farsi un’idea personale della situazione. Gli ingenui continueranno a farsi prendere in giro, i più smaliziati no. Poiché ho la sensazione che nella maggior parte delle occasioni abbiano fin qui prevalso gli ingenui, non credo che la situazione potrà peggiorare poi di tanto. La differenza, secondo me sostanziale, è che la società nel suo complesso sarà comunque più forte, risvegliata nella sua dimensione attiva e interconnessa da un intreccio di legami forti e deboli. Condivido l’idea che in tutto questo i giornalisti debbano avere ancora un ruolo fondamentale: questa volta non più per difendere il cittadino, ma per armarlo e spronarlo a combattere la battaglia di cui avrebbe dovuto essere sempre il protagonista.

gennaio 20 2009

Il succo

For as much as government can do and must do, it is ultimately the faith and determination of the American people upon which this nation relies. It is the kindness to take in a stranger when the levees break, the selflessness of workers who would rather cut their hours than see a friend lose their job which sees us through our darkest hours. It is the firefighter’s courage to storm a stairway filled with smoke, but also a parent’s willingness to nurture a child, that finally decides our fate.

Il video. Il testo in inglese. Il testo in italiano.

novembre 10 2008

Lo aveva anticipato a caldo Beppe Severgnini: nei prossimi giorni in tanti si affretteranno a sminuire la vittoria di Obama, non date loro retta. E infatti nella settimana passata è stato tutto un fiorire di distinguo. Obama è freddo, cinico, opportunista ed egocentrico: probabile. Fin qui sono state solo parole: inconfutabile. È soltanto una moda: certo gioca anche quella. Sull’Iran ha detto le stesse cose che diceva Bush: gli americani non hanno eletto mica il presidente svizzero. Non potrà certo stravolgere gli Stati Uniti e il mondo in quattro anni: oh, mi sorprenderebbe il contrario.

Quello che proprio non capisco è come noi italiani possiamo essere tanto cinici: fare gli schizzinosi rispetto al programma della nuova amministrazione americana, per esempio, a me suona come se un bimbo denutrito facesse il prezioso di fronte al menu di un ristorante di lusso. Hai voglia a dire che sono solo parole: noi, per ora, non abbiamo avuto nemmeno quelle. Cioé, le parole sì: tante, troppe e fumose. Leggetevi quel capolavoro di sintesi, visione, chiarezza e semplicità che Obama e Biden hanno proposto ai loro concittadini. Su Apogeonline abbiamo voluto dare il nostro contributo traducendo tutta la parte relativa alla tecnologia: ogni parola scritta a proposito di Internet è un concentrato di competenza e idee chiare, non c’è una riga che non sia quanto meno allo stato dell’arte.

Questo non implica alcuno sconto a prescindere sull’analisi critica di come tutto ciò verrà trasformato in pratica, né il foderarsi gli occhi di prosciutto davanti ad alcuni temi controversi – come la riforma del copyright, che lascia aperte molte porte. Ma proprio noi, che ci concediamo il lusso di votare partiti privi di una importante visione dell’innovazione, costantemente indietro di un passo rispetto alla maturazione tecnologica del paese, ostinati nel girare intorno al valore strategico della ricerca, beh proprio noi non credo possiamo permetterci di far tanto gli strafottenti senza apparire straordinariamente ridicoli.

novembre 5 2008

Sia chiaro, oggi ci ho messo anch’io del mio, dunque farei meglio a tacere. Però ora basta compiangerci, su. Sì, ok, con un Obama davanti che ti sprona vien tutto più facile. Fortunati gli americani e disgraziati noi, d’accordo. E di Obama ne nasce uno ogni cinquant’anni in tutto il mondo, forse. Poi noi qui abbiamo il governo che abbiamo e l’opposizione che abbiamo, va bene. Però: Obama è stata la scintilla, il gas ce lo hanno messo i cittadini americani no? Non parlo solo delle elezioni, parlo di tutto quello che la campagna di Obama ha fatto nell’anno e mezzo precedente. Possiamo almeno cominciare a lavorare sul combustibile, non vi pare?

Benché, come molti, abbia subito il fascino di quei due o tre momenti di grazia a misura di fotografi e telecamere (il comizio sotto la pioggia in jeans e scarpe da tennis, soprattutto) o la disinvoltura con cui ha acceso costellazioni di presenze online, quel che più ho apprezzato di Obama fin qui è l’essenza del suo appello al cambiamento. Che non è stato solo – lo scrivevo già oggi – un “aiutami a costruire il mio progetto, fammi vincere le elezioni”, ma piuttosto un “datti da fare per migliorare il tuo mondo, rimetti in moto il tuo senso civico, fatti venire idee per migliorare la vita della tua famiglia, della tua città, della tua nazione, assumiti le responsabilità che ti spettano per il fatto stesso di stare a questo mondo e, se ti va, condividile con noi e lavoriamoci insieme”. Tanto più ha funzionato, in America, quanto più sembrava fosse un esercizio di stile che mai sarebbe stato premiato con una vittoria concreta. Ci hanno provato, han visto che succedeva qualcosa, ci han preso gusto.

Ecco, questo potremmo già farlo, no? Molti già lo fanno, qualcuno ci prova, qualcuno non sa da dove cominciare. Ma per lo più ci fa comodo mascherarci dietro all’idea che siccome siamo governati da un manipoli di vegliardi fuori dal tempo (e spesso anche della decenza) non ha senso impegnarsi. E anzi, siamo quasi autorizzati a dare il peggio di noi. Forse dovremmo smettere di pensare alle elezioni. Forse dovremmo smetterla di perdere tempo dietro alla mediocrità di chi ci rappresenta. Forse dovremmo pensare di cambiare quello che possiamo nel nostro piccolo e a come possiamo unire sforzi contigui per salire un po’ per volta di livello. Se qualcosa stiamo imparando da Internet e dalle reti sociali, questo è che l’innovazione può sgorgare in ogni momento da ogni punto e che la spinta è tale solo se è sostenuta dal basso. Il basso, il livello base, quello da cui tutto inizia è ciascuno di noi. Se non comincia nulla è anche colpa nostra, per definizione.

Come tutti, per formazione civica/scolastica/istituzionale, sono stato convinto a lungo che per cambiare le cose sarebbe servito un grande leader. Ci ho messo anni per arrivare all’idea che il leader il più delle volte non arriva oppure è affaccendato altrove. Ma soprattutto che l’unico modo che abbiamo a disposizione per cambiare il mondo è lavorare su noi stessi e sull’esempio che per il solo fatto di esistere e fare cose forniamo a chi ci bazzica intorno. Avere un figlio, in questo senso, è straordinariamente utile: fin da piccolissimo è lo specchio dei tuoi difetti, te li spiattella sotto il naso in continuazione (ed è per questo, forse, che ci si arrabbia tanto coi bambini). Educare un figlio significa per lo più educare te stesso a dare sempre il meglio, senza sconti o giustificazioni. È una terapia che consiglio a tutti.

Quindi? Quindi non lo so. Ma forse non dovremmo stare qui a compiangerci e ad aspettare il nostro Obama. Potremmo invece – yes, we can – ricavarne nuovo vigore nel seminare buone idee a fondo perduto. Nel connettere le nostre buone volontà in rete. Nel condividere le idee che ci passano per il cervello. Nel collaborare affinché circoli combustibile. Che non si sa mai da dove può arrivare la prossima scintilla.

novembre 5 2008

Mettiamola così: era molto, molto tempo non mi capitava di essere in sintonia con l’autista del grande autobus scassato su cui un po’ tutti viaggiamo. E penso che, benché tutta ancora da capire, quest’ultima sterzata inattesa sia la cosa migliore che potesse accadere. Alla mia generazione, disillusa da decenni di cinismo e a cui una classe politica impresentabile ha rubato gli anni migliori. E a quella dei nostri bimbi, il cui futuro per una volta mi spaventa meno. Forse non sarà ancora vero cambiamento, ma è un inizio. Ed è un bell’inizio.