Top

Tag: i miei libri

agosto 12 2017

Pordenone ha salutato oggi uno dei suoi padri più recenti e discreti, monsignor Felice Bozzet. Non un capitano d’industria o un campione della politica, ma un umile tessitore di comunità, un incantatore di giovani, colui che forse più di chiunque altro ha saputo illuminare l’adolescenza e la via verso le responsabilità adulte di qualche migliaio di uomini e donne che oggi hanno tra i trenta e i sessant’anni.

Don Felice è stato un prete di strada in centro città, un mistico alla guida di una parrocchia più grande di lui, un gioioso innovatore del messaggio cristiano in un’epoca di grandi aperture e altrettanto rapide chiusure, un sant’uomo senza superpoteri che pure ha saputo compiere opere straordinarie impastando umanità, prossimità e condivisione al volgere di decenni in cui sembrava improvvisamente più semplice procedere da soli.

La sua impronta sociale è riconoscibile oggi in gran parte delle reti che innervano l’economia, la cultura, la politica e la società della Destra Tagliamento. Le testimonianze, addolorate ma al tempo stesso gioiose e grate, che i suoi ragazzi di ogni età gli stanno tributando in queste ore sono il miglior testamento possibile.

Don Felice è stato una presenza ricorrente anche nella mia vita, fin dai banchi di scuola. L’ultimo suo regalo, di certo quello più inaspettato ed emozionante, è stato chiedermi di mettere ordine agli appunti di una vita e distillare una testimonianza di ciò che gli era a cuore. Non ho mai capito perché avesse voluto chiederlo proprio a me, tra tanti che avrebbero potuto rendergli un servizio di certo più ortodosso, ma so che immergermi in quella storia, nelle sue illuminazioni e nelle sue delusioni, nei suoi successi e nelle sue sconfitte, è stata una delle esperienze più coinvolgenti che mi siano capitate. La storia di una vita, di cui pure ero stato almeno in parte testimone, ricostruita nel pieno nella sua complessità. Oggi, più che mai, è un dono che va condiviso.

settembre 19 2014

Giovedì mattina a Pordenonelegge dovevo moderare un incontro sulla democrazia digitale di cui era protagonista Fabio Chiusi. Come avviene di solito nei festival, fuori dalla sala c’era un banchetto con in vendita i libri degli autori. Mi aspettavo di trovare Giornalismo e nuovi media, l’ultimo dei miei libri stampati su carta. Invece c’era La parte abitata della rete, forse il testo a cui sono più affezionato, uscito nel 2007. Strano, dico al libraio, lo sapevo ormai introvabile.  Strana anche la copertina, insisto, d’un cartoncino lucido e leggero che non ricordavo. È toccato al colophon dirmi la novità: il libro è andato in ristampa, la seconda, proprio in queste settimane. Si vede che non si usa più avvertire l’autore.

La notizia mi ha da un lato inquietato (dopo sette anni che cos’avrà mai da dire un libro che parla della rete avanti Facebook, se non testimoniarne la preistoria?) e dall’altro emozionato (dopo sette anni dalla pubblicazione è ancora tra i piedi, quel dannato libretto!). Ancor più emozionante è stato leggere su Facebook, dove d’istinto ho condiviso la mia sorpresa, i commenti di chi a suo tempo l’aveva apprezzato. Qui, per festeggiare, le prime pagine di La parte abitata della rete.

§

Ho preso la residenza nella parte abitata di Internet per la prima volta nel 1996, al 6272 del lungocosta di SouthBeach, dentro Geocities. Geocities era un servizio che permetteva di aprire pagine Web amatoriali, uno dei primi dedicati a quanti entravano nel Web con la velleità di costruire un ambiente in cui tutti erano nello stesso tempo autori e lettori di contenuti. A metà degli anni ’90, Geocities era diviso in città e in vicinati: il mio aveva la fama di un luogo dove ritrovarsi e chiacchierare senza impegno, ma c’erano quartieri per gli hobby e gli interessi più in voga: dalla politica (Capitol Hill) alle scienze (Cape Canaveral), dalla musica classica (Vienna) agli stili di vita alternativi (West Hollywood), dalle collezioni di fumetti giapponesi (Tokio) agli sport estremi (Pipeline), e perfino un parco giochi riservato ai bambini (Enchanted Forest).

Geocities riproduceva sull’allora giovanissimo World Wide Web alcune metafore di tipo geografico e sociale legate alla vita reale. Oggi potremmo definirle ingenue, se non tenessimo conto del fatto che dieci anni fa Internet era un ambiente nuovo e sconosciuto, quanto meno al di fuori dei circoli accademici e scientifici. L’analogia con la realtà era un primo, efficace strumento per esplorarlo: ogni vicinato era composto da una strada che collegava tra loro le costruzioni, a ciascuna delle quali corrispondeva la pagina personale di un iscritto identificata da un numero civico progressivo. Le villette di Geocities erano punti di presenza dei pionieri della Rete e il primo tentativo, necessariamente immaturo, di mettere in connessione i contenuti di tutti attraverso contesti arbitrari e tuttavia intuitivi.

Nel 1998 i fornitori di accesso a Internet gettavano le fondamenta di quelle che sarebbero diventate le prime città di Internet. Erano posti strani, con tante vie d’entrata, ma pochi modi per andarsene. Ti invitavano a trasferirti da loro regalandoti un po’ più di spazio, laddove le esigenze crescevano e il mercato degli affitti andava rincarando. Accettai, abbandonando a malincuore Geocities, che dal canto suo cominciava a trasformarsi lentamente in qualcosa di più asettico e funzionale agli interessi dei neonati portali. Il mio domicilio, che ospitava una breve biografia e qualche dettaglio sui miei hobby, diventò una sequenza di lettere poco affascinante e imposta dal provider (space.tin.it/io/smaistr), in cui – dato un nome-utente poco leggibile, definito automaticamente dal sistema – si poteva scegliere soltanto la sottocategoria che avrebbe suggerito al visitatore il taglio del sito: viaggi, arte, salute eccetera. Non trovandomi a mio agio in nessuna classificazione a priori, scelsi la più generica e personale: io.

Dalla finestra di quel monolocale piccolo e poco ospitale ho visto passare una dopo l’altra le tempeste di quel periodo di follia collettiva passato alla storia come new economy: buona parte dell’architettura autoctona del Web – fatta di esperimenti, di presenze individuali e di connessioni ancora molto simili a quelle sperimentate nelle Bbs – venne travolta dalle nuove metropoli dei contenuti commerciali e industriali, che attiravano
le energie migliori e dimenticavano la vocazione più autentica di Internet. Portali e comunità virtuali creati a tavolino per ottimizzare i costi e massimizzare il numero di accessi imponevano sensibilità e strutture mutuate dal mondo dei mezzi di comunicazione di massa. Ogni muro disponibile veniva riempito di marchi e cartelloni pubblicitari. Si stava costruendo la nuova televisione: altrettanto generalista, livellata verso il basso e passiva di quella tradizionale, sebbene il telecomando fosse più complicato. Doveva far ricchi tutti, Internet, e per alcuni anni andò davvero così. Ma non durò a lungo, e lasciò dietro di sé pessimismo e crisi di creatività, insieme all’idea che per fare qualcosa di buono sarebbero serviti comunque tanti soldi.

A partire dal 2000 si sparse la voce che, lontano da queste metropoli sempre più depresse, le periferie si andavano popolando. Rustici di campagna e villini in collina venivano resi interessanti da una tecnologia che permetteva a chiunque di metter su pareti e mobilio senza la necessità di ricorrere ad architetti, ingegneri, arredatori, muratori e carpentieri. Erano gli embrioni di ciò che oggi chiamiamo
weblog, sistemi di pubblicazione personale economici in virtù dei quali l’autore non ha più necessità di perdere tempo a comprendere la tecnologia, ma può concentrarsi sui contenuti. Racconta Eloisa Di Rocco:

Era il classico quartiere dove non ci si viene a fare niente, il quartiere che ha senso solo per chi ci abita. Che non ha nessun secondo fine se non quello di essere usato per il suo scopo. […] Il quartiere che nessuna guida turistica, nessun quotidiano fuori dalla pagina di cronaca, nessun giornaletto alternativo stampato su carta riciclata e distribuito gratis nella metropolitana nomina mai. Lì c’è solo gente comune che vive. Esce, va al supermercato, si ferma ai semafori, parcheggia in garage, compra i fiori all’angolo, va alla scuola di fronte, prende l’autobus sulla via grande, si incontra al bar, sul muretto, sulla piazzetta. In un quartiere così ci capitano tutti per caso.

Divenne un’alternativa sempre più concreta rispetto alle esasperazioni commerciali di Internet, il luogo della rifondazione di ideali originari di libertà, creatività, condivisione e collaborazione. Un numero inaspettato di persone ci si stabilì in via definitiva, rimboccandosi le maniche per alimentare uno straordinario quanto
improvvisato esperimento di ingegneria sociale mediato dalla rete di comunicazione. Io ci sono capitato diverse volte per lavoro, per studiare quello che stava succedendo e raccontarlo in città: nel 2003 ero ormai talmente affascinato da quanto vedevo che mi ci sono trasferito a mia volta. Vinte le ultime diffidenze da artigiano del web, che ama costruire a mano le pagine dominando quel poco di codice Html conosciuto, ho colonizzato un indirizzo che ora porta il mio nome (www.sergiomaistrello.it) e che da allora raccoglie quanto di più significativo concerne la mia vita personale e lavorativa. Ogni pagina di questo libro nasce da ciò che è successo in seguito e da ciò che ho imparato come cittadino di quel quartiere appena fuori città.

[Tratto da La parte abitata della rete, Tecniche Nuove, 2007]
aprile 22 2013

Sta uscendo in questi giorni nelle principali librerie digitali il mio nuovo ebook dedicato al fact checking. Il fact checking non è altro che la verifica puntigliosa dei fatti, un rinforzo al metodo giornalistico, messo a punto negli Stati Uniti intorno al 1920 per migliorare l’accuratezza dei  prodotti editoriali e poi progressivamente abbandonato nelle case editrici. Oggi il fact checking torna di attualità grazie alla moltiplicazione di servizi indipendenti specializzati nella verifica delle affermazioni dei politici (come Politifact in America o Pagella Politica in Italia), ma è interessante, e per questo me ne sono appassionato, soprattutto come proposta di metodo diffuso e collaborativo nel fragile ecosistema della rete, frontiera su cui una piattaforma come Factchecking di Fondazione Ahref è all’avanguardia.

Il libro fa parte della nuova collana digitale Sushi di Apogeo, dentro la quale si trovano anche titoli tra gli altri di Daniele Chieffi, Antonella Napolitano, Marco Massarotto, Alessandra Farabegoli. Il mio libro, in particolare, è disponibile in versione epub senza alcuna forma di Digital Right Management (nemmeno social Drm, per intenderci). Significa che può essere caricato sul proprio lettore digitale o prestato agli amici senza restrizioni particolari (discorso che non vale nel caso di Amazon/Kindle, Apple/iBooks e Mondadori/Kobo, perché le loro politiche commerciali impongono restrizioni alla circolazione).

Di seguito l’introduzione del libro, per mettere a fuoco l’argomento.

 

Quella del fact checking è una storia americana che arriva in Italia sull’onda del successo di alcuni servizi web specializzati nel fare le pulci alle dichiarazioni dei politici. È una storia americana perché connaturata a una concezione del giornalismo molto più tecnica della nostra e a un’industria dell’informazione assai più strutturata e parcellizzata nelle sue funzioni di quanto mai sarà dalle nostre parti. Per una questione di dimensioni del mercato, banalmente.

Il fact checking racconta dell’espulsione da quell’industria del sovrappiù di procedure di controllo della qualità che faceva la differenza, ma costava troppo, e del suo rientrare in gioco prepotentemente sotto forma di servizi indipendenti a valle del processo, grazie a Internet. È dunque la storia di una rovina e di una possibile rinascita nella qualità del servizio che i giornalisti prestano alla società. Come tale non è più soltanto una storia di rilevanza americana, ma ha una portata universale.

Fact checking sta per verificare i fatti. Dicono spesso: e allora non potevi dirlo in italiano? Ma è talmente scontata e apparentemente anonima, come pratica, che se non le dai nemmeno quella sovrastruttura linguistica sembra tu stia parlando di nulla. Perché verificare i fatti è un’attività editoriale connaturata al metodo giornalistico. Di più: ne è costitutiva. Il giornalista cerca le notizie e verifica i fatti e, soltanto dopo che ha trovato abbastanza fonti attendibili, la racconta. Fin qui la teoria. Non deve essere stato sempre così semplice, se guardiamo alla qualità dell’informazione degli ultimi decenni. Di certo non è facile oggi, che la sfera pubblica si va arricchendo di milioni di voci spontanee e incontrollabili.

Ma proprio questo è il passaggio chiave, per cui è più che mai opportuno approfondire che cosa è stato e che cosa può diventare il fact checking. Con la Rete, com’è ormai evidente, salta ogni filtro editoriale all’origine dei contenuti e tutto diventa disponibile subito e ovunque, per il fatto stesso che qualcuno, da qualche parte nel mondo, ha ritenuto opportuno che così fosse. Il meccanismo del filtro, su Internet, opera a posteriori ed è diffuso, collaborativo, imperfetto e creativo. I giornalisti possono essere ancora utili nell’affiancare e rinforzare questo filtro con l’esperienza della loro professione, ma serve soprattutto che il loro metodo, a cominciare proprio dalla verifica dei fatti, contagi i milioni di nuovi artigiani dell’informazione ed elevi la qualità del loro contributo alla comunità.

Nel Capitolo 1 ricostruiremo la storia e le caratteristiche del fact checking classico, come è stato in principio e fino all’altro ieri. Nel Capitolo 2 capiremo che fine ha fatto il fact checking dopo essere stato espulso dalla maggior parte dei grandi gruppi editoriali e quali forme indipendenti e innovative abbia assunto. Nel Capitolo 3 inseguiremo il fact checking in Paesi e in situazioni meno scontati. Nel Capitolo 4 scopriremo che cosa succede quando il fact checking cessa di essere soltanto una questione tra giornalisti e comincia ad attingere alle competenze delle persone e a servire l’intelligenza collettiva interconnessa. Nel Capitolo 5 faremo il punto sulla situazione italiana, al termine di una campagna elettorale che ha risvegliato un’insospettabile voglia di fatti. In conclusione rifletteremo sulla possibilità che la parabola del fact checking, nel suo incontro con l’ecosistema caotico e fecondo della Rete, diventi veicolo per un metodo condiviso e suggerisca un inedito ribaltamento di ruoli tra gli attori del processo di comunicazione.

gennaio 11 2013

Point break, otto ebook sull'editoria digitaleAlla fine del 2011 ho scritto per Apogeo un saggio breve in formato ebook sull’editoria digitale, Io editore tu rete (ne ho parlato a suo tempo). Faceva parte di una collana dedicata agli operatori del settore alle prese con la transizione verso la rete, all’interno della quale sono usciti anche testi di Letizia Sechi (sul passaggio dalla carta agli ebook), Fabio Brivio (sul mestiere dell’editor), Ivan Rachieli (sul linguaggio epub), Federica Dardi (sui social media come opportunità per editori e autori), Ginevra Villa (sugli aspetti contrattuali degli ebook), Nicola Cavalli (sull’editoria universitaria) e Francesco Rigoli (sulla gestione di una libreria digitale).

L’anno scorso gli otto ebook della collana sono stati confezionati anche in un’unica raccolta da 700.000 battute: si intitola Point Break, per mantenere la metafora surfistica che impreziosiva le copertine degli otto saggi (il riferimento è a una citazione di Riccardo Cavallero: non possiamo fermare lo tsunami, possiamo solo comprare una tavola da surf). Ne parlo perché su Google Play, il negozio per dispositivi Android, c’è un’ampia anteprima di Point Break che permette di leggere integramente il primo di otto saggi. Incidentalmente, il mio. E a me fa molto piacere segnalarlo.

maggio 3 2012

Un pomeriggio di fine novembre del 2010, più o meno mentre sull’altipiano triestino iniziava un’abbondante nevicata, partecipavo a una tavola rotonda di Mappe, convegno internazionale sulla comunicazione scientifica organizzato dalla Sissa di Trieste. In quell’occasione portai alcune chiavi di lettura introduttive sulla rete e i social network. A distanza di qualche tempo, gli atti di quell’incontro sono diventati un libro, pubblicato proprio in questi giorni da Gangemi. Si intitola Scienza connessa: rete, media e social network ed è stato curato da Sveva Avveduto, direttrice dell’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR. Nel volume c’è un mio breve testo, nel quale accenno alla mia idea di rete come sistema operativo per le relazioni. Tuttavia per gli addetti ai lavori il volume è reso interessante semmai dai contributi di Giovanni Boccia Artieri, Tullio De Mauro, Domenico Laforenza con Maurizio Martinelli e Michela Serrecchia, Laura Sartori, Sveva Avveduto con Loredana Cerbara e Adriana Valente, Lella Mazzoli, Nico Pitrelli, Fabio Fornasari e Davide Bennato. Per chi vuole approfondire: il libro sarà presentato il 22 maggio alle 17 presso la sede di Gangemi a Roma.

novembre 22 2011

La copertina di Io editore tu reteNon sono sicuro di poterlo definire a tutti gli effetti “il mio nuovo libro”. Per tre ragioni. La prima è che esce soltanto in formato digitale (ebook in formato epub, si può leggere su tutti i lettori digitali smartphone compresi), ovvero non vedrà mai la carta. La seconda è che si tratta di un saggio più breve rispetto all’usuale taglio divulgativo dei libri precedenti. La terza è che non ho inaugurato un nuovo fronte, ma ho provato invece a riprendere i concetti su cui ho lavorato in questi anni per distillarne l’essenza. Il valore aggiunto dovrebbero essere dunque la sintesi e la riduzione nell’equivalente di un centinaio scarso di pagine dei processi che è necessario comprendere per usare la rete con coscienza e con creanza.

Il risultato si chiama Io editore tu rete e si propone come grammatica essenziale a disposizione di chiunque abbia a che fare con i contenuti sul web, sia a livello professionale sia a livello amatoriale. Se sono riuscito nello scopo mi piacerebbe poi saperlo da chi avrà la bontà di leggerlo (si trova già in vendita sulle principali librerie digitali, in promozione a 1,99€ fino al 27 novembre).

Devo il tentativo a Fabio Brivio e Federica Dardi di Apogeo, che mi hanno coinvolto in un’iniziativa creativa delle loro. Il testo infatti fa parte di una collezione di otto ebook dedicati all’editoria digitale pensati per gente del mestiere – e dintorni – desiderosa di approfondire l’impatto del digitale sul proprio lavoro (se andate alla pagina indice su Apogeonline scoprite anche che cosa c’entra il surfista che si esibisce sulle otto copertine, da cui l’hastag #ebooksurf). Si parla, in particolare, del mestiere dell’editor (Brivio), del rapporto con i social media (Dardi), del nuovo mercato (Sechi), del formato epub (Rachieli), di librerie digitali (Rigoli), di editoria universitaria (Cavalli), di aspetti giuridici legati all’ebook (Villa).

Il mio testo si apre con una prefazione di Luca De Biase (bontà sua) , che si può già leggere anche sul suo blog:

Gli editori sono in fermento. Internet sta cambiando radicalmente gli scenari del loro business. La tecnologia digitale sta trasformando i linguaggi espressivi e le filiere produttive. Le condizioni a contorno, nell’epoca della conoscenza, stanno mutando e facendo di ogni azienda, organizzazione, gruppo sociale e singola persona, un soggetto potenzialmente in grado di produrre e distribuire contenuti di valore pubblico. In questo contesto, gli editori vedono contemporaneamente uno scenario di crisi e una situazione densa di nuove opportunità. E la variabile essenziale che li conduce a privilegiare il giudizio ottimistico o pessimistico è la loro capacità di costruirsi una competente visione della situazione. E’ probabilmente il primo motivo di interesse per questo libro. Il secondo motivo discende dal fatto che il destino degli editori è importante per tutta l’evoluzione della capacità di generazione culturale delle società.

[continua a leggere sul blog di Luca De Biase]

Qui invece accenno alla mia introduzione, tanto per capire dove vado a parare:

Questo testo parla agli editori. Dunque parla un po’ a tutti, perché tutti oggi possono produrre, curare, diffondere contenuti. Bene. Siamo solo alla terza frase e ho probabilmente già perso la simpatia di una buona fetta di lettori, quelli che editori lo sono davvero e che lo sono da quando i grafomani del web non sapevano nemmeno battere i tasti della macchina per scrivere. Però proprio questo sta succedendo: le tecnologie della conoscenza stanno mettendo tutti sulla stessa linea di partenza, tutti ugualmente abilitati a esprimersi in una dimensione pubblica e tutti bramosi dell’attenzione dei propri simili. È vero: è un livellamento tecnologico, non necessariamente culturale, professionale, imprenditoriale e tanto meno di risultati. Ma girare consapevolmente la testa dall’altra parte per non vedere come questo processo abbia già cambiato le regole del gioco ed evitare di alzare lo sguardo per non tentare di immaginare come le cambierà ancora di più in futuro è ormai inutile. Siamo andati troppo oltre. Ci vuol coraggio a chiamarli nuovi media, dopo più di un decennio: siamo in piena normalizzazione.

Il paradosso è che i più indifesi, in questo passaggio storico, sono proprio gli editori e i produttori di contenuto di estrazione più tradizionale, i capisaldi degli ultimi sessanta anni di modernità. Hai voglia a dire che nessun media ha mai superato i precedenti: in questo caso il (non più nuovo) media non aggiunge, ma si nutre e fa sintesi dei linguaggi preesistenti. Abbatte le soglie di accesso alla cultura del nostro tempo, fa circolare le idee, chiede a tutti di contribuire democraticamente alla selezione del meglio, disgrega le rendite di posizione, stravolge i rapporti di forza. Di fronte alla velocità con cui Internet sta ridisegnando la geografia della conoscenza, anche i più prudenti osservatori si sono convinti che lo spostamento del paradigma sta facendo il suo corso e avrà ripercussioni sostanziali. La Rete pone sfide epocali, ma resta un’opportunità per tutti: non restringe la fetta, semmai allarga la torta.

«Dì, ma tu ti faresti mica operare da un giornalista?» L’obiezione è frequente, perfino un po’ logora ormai, e ha il pregio di definire chi la solleva, più che il destinatario. Sottintende che ognuno dovrebbe giocare nel suo campionato, fare ciò per cui ha studiato e fatto la pratica necessaria, per cui è stato selezionato da un consesso di suoi pari. No, non credo mi farei operare da un giornalista, ma ascolto volentieri le idee delle persone, consulto le loro creazioni, mi arricchisco delle loro esperienze, provo simpatia per i loro pensieri, anche se non sono stati abilitati o certificati da nessuno. Entrare in contatto con i pensieri e le esperienze delle persone è uno dei più grandi regali dell’ultimo decennio. Talvolta sono contributi imbarazzanti nella forma e ancor più nella sostanza, ma molto più spesso danno gioia alle mie ore. Il rischio di perdere tempo, ma anche la soddisfazione quando mi imbatto in qualcosa che sembra stato condiviso soltanto per me, si estremizzano. «Ci sono due tipi di contenuto», scriveva Hugh McLeod: «quelli che le persone desiderano disperatamente. E quelli che finiscono nel mucchio destinato all’oblio». E coglie un punto: le persone cercano senso, qualcosa che arricchisca la loro vita al punto da non poterne fare a meno. Chi glielo offre è, a questo punto, tutto sommato secondario. L’eccesso di offerta sta producendo affinamento della domanda.

Scopriremo più avanti che la chiave di lettura può essere, in realtà, ancora più pacifica. Secoli di cucina casalinga non han pregiudicato il business dei ristoranti, per dirne una. Perché la metafora regga è però necessaria un’immersione più avanzata nelle dinamiche di rete. Non esiste alcuna ragione per cui nella prateria digitale della conoscenza l’attività professionale dell’editore, del giornalista, dell’editor, dello scrittore non debba trovare riconoscimento (e mercato, una volta passata la sbronza per l’amatorializzazione di massa). Dentro a un mondo che ribolle di informazioni e creazioni come mai in passato è quanto meno auspicabile la presenza di professionisti che abbiano la dedizione, la continuità, la preparazione, gli strumenti (non più tecnologici, ma culturali sì e a prova di bomba) per tracciare percorsi, per unire i punti, per disegnare contesti, per mettere in relazione contenuti e persone. Per diventare questi professionisti, per andare in cerca di questo mercato, che avrà verosimilmente regole e gratificazioni differenti, è necessario aprirsi senza riserve al nuovo ecosistema della conoscenza che milioni di persone stanno già alimentando in tutto il mondo. Serve una grammatica essenziale, serve un distillato di processi, serve la voglia di rimettersi in gioco, sorridendo a un futuro che è ancora tutto da scrivere.

agosto 5 2010

Da ieri Giornalismo e nuovi media è finalmente disponibile anche in versione ebook, distribuito per ora direttamente dall’editore Apogeo (in formato ePub). Segnalo anche che contestualmente a questa novità vengono distribuiti gratuitamente due testi a mio parere molto significativi di Apogeo. Uno è L’umanista informatico, testo coraggioso di Fabio Brivio dedicato all’incrocio più che mai attuale tra formazione umanistica e competenze informatiche allo stato dell’arte. Andrebbe preso molto seriamente in tutte le facoltà non strettamente scientifiche, tanto per cominciare. Il secondo è Editoria digitale di Letizia Sechi, libro serio che approfondisce nei dettagli il passaggio dall’editoria tradizionale al mercato degli ebook e soprattutto permette di farsi un’idea dettagliata di come si produce un libro in formato elettronico (perché non è poi così scontato come potrebbe sembrare).

Visto il tema ne approfitto per salutare anche la nuova avventura di un manipolo di amici speciali, con cui ho condiviso diverse esperienze umane e professionali negli ultimi anni. Da qualche settimana, infatti, è online BookRepublic, piattaforma di vendita per le versioni digitali del catalogo di piccoli e medi editori di qualità creata da Marco Ghezzi e Marco Ferrario (ma ci lavorano, tra gli altri, anche Matteo Brambilla e la stessa Letizia Sechi). In parallelo, il medesimo gruppo, impreziosito dalla direzione editoriale di Giuseppe Granieri, ha lanciato un esperimento editoriale basato su racconti e saggi in formato digitale: 40k Books produce ebook di lunghezza contenuta (40.000 caratteri, da cui il nome del progetto) ad alta densità di pensiero e di creatività. Peculiarità fondamentale: gli ebook vengono distribuiti contemporaneamente in italiano, inglese, francese, spagnolo e portoghese. Mi piace l’idea che l’inaugurazione di questo mercato ancora nuovo per l’italia si accompagni a forme di sperimentazione sul formato e sui contenuti.

Ultima segnalazione, Giuseppe (Granieri) e Giovanni (Boccia Artieri) mi hanno tirato dentro più o meno per scherzo a Goodreads, approfittando della scarsa connessione di cui dispongo in questi giorni. L’ambiente a prima vista sembra interessante e io ho appena reclamato la mia pagina autore. Ora, però, vorrei un po’ di GoodHolidays.

giugno 9 2010

Da questa mattina dovrebbe essere disponibile in buona parte delle librerie italiane Giornalismo e nuovi media. L’informazione al tempo del citizen journalism, il mio nuovo libro dedicato all’evoluzione della mia professione nel mondo di internet. Per vuole approfondire, oltre alla scheda su questo mio sito, sono disponibili anche una scheda su Apogeonline, dove si possono leggere sommario e introduzione, e una pagina di social-cose su Facebook.

created at TagCrowd.com

febbraio 1 2010

Linguaggi digitali per il turismo Qualche tempo fa l’APT Basilicata organizzò un convegno a Matera per parlare di grammatiche digitali nel settore del turismo, parecchio prima che l’argomento cominciasse a guadagnare credito all’interno delle amministrazioni pubbliche. Fu un bell’incontro, denso di stimoli e ricco di contaminazioni tra specializzazioni differenti, reso infine memorabile da una fitta nevicata che fece ancor più magica la cornice dei sassi (e piuttosto periglioso il rientro). A quel convegno parteciparono tra gli altri Derrick de Kerckhove, Bruce Sterling, Giampiero Perri, Giuseppe Granieri, Mauro Lupi, Roberta Milano, Antonio Sofi, Giovanni Boccia Artieri. Molti se ne interessarono in seguito, chiedendo che fossero resi disponibili gli atti. Da quel materiale oggi è stato finalmente tratto un libro, Linguaggi digitali per il turismo, che esce in questi giorni nella collana dei saggi di Apogeo a cura di Giuseppe Granieri e Gianpiero Perri. Dentro c’è anche un mio intervento che prova a raccontare “quello che i turisti raccontano alla rete e  quello che la Rete racconta ai turisti”.

Questo è l’indice, per chi fosse interessato:

Prefazione – Il turista digitale non improvvisa
di Derrick de Kerckove

Introduzione – Sul perché e su alcune ragioni
di Giuseppe Granieri

La comunicazione per individui e non per masse
di Sergio Maistrello

L’accesso alla conoscenza turistica sul web: i motori di ricerca e le loro logiche
di Mauro Lupi

Il marketing turistico nell’era del web: nuovi approcci e nuove opportunità
di Roberta Milano

Cosa fare e cosa non fare nella Rete turistica. Il caso Italia.it
di Antonio Sofi

L’esperienza del territorio e lo spazio digitale
di Giovanni Boccia Artieri

La grande trasformazione
di Giampiero Perri

Appendice – L’esperienza del territorio in Second Life
di Giovanni Boccia Artieri, Laura Gemini, Valentina Orsucci

PS- Ne parla anche Roberta Milano.

febbraio 28 2008

Una buona notizia dall’editore: a un anno giusto dalla sua uscita, La parte abitata della Rete va in ristampa, che la prima tiratura è andata esaurita. Ne approfitto per ringraziare tutti voi che l’avete letto, apprezzato, commentato, prestato, regalato, consigliato – in una parola: gli avete dato vita. Ho scritto quel libro pensando soprattutto a chi non ha ancora familiarità con Internet, ma curiosamente sta ottenendo riscontri soprattutto da parte di chi già vive e lavora in Rete: chissà che queste nuove scorte non riescano a spingersi là dove spiegare quanto di buono sta accadendo grazie a Internet sembra più difficile.

Già che ci siamo, aggiungo che sta invece concludendo il suo ciclo di vita il buon vecchio Come si fa un blog, di fatto già introvabile da qualche tempo in libreria. Per essere un libro del 2004 – e di taglio piuttosto pratico, dunque legato a strumenti e pratiche che nel frattempo si sono evolute parecchio – ha avuto una vita sorprendentemente lunga. Tanto che oggi ricevo quasi più richieste e commenti di quando è uscito. Mi è stato chiesto più volte di aggiornarlo, ma per me l’aggiornamento che avrei potuto scrivere esiste già ed è appunto La parte abitata della Rete. In compenso sto cercando di convincere l’editore a non chiuderlo in un cassetto, facoltà che contrattualmente gli compete, ma a lasciarlo in qualche modo a disposizione in versione elettronica per quanti ancora hanno voglia o necessità di consultarlo.

1 2 3