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Tag: festival del giornalismo

aprile 29 2013

Mi porto a casa dai cinque giorni del festival del giornalismo di Perugia due sensazioni forti. La prima è che nel corso di un anno sia aumentata esponenzialmente la consapevolezza della profondità del cambiamento in atto, e che tuttavia a tale consapevolezza non corrisponda ancora alcun progresso sostanziale nelle forme e nelle pratiche del giornalismo (italiano). Sembra sempre tutto uguale a se stesso, pur non essendo affatto uguale: chi sta provando a innovare non ha le risorse per farlo in modo significativo, chi ha le risorse non ha il coraggio di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Il nodo restano gli editori e le strategie di riconversione di un’industria che non può più essere industria. In questo senso il festival di Perugia è destinato per ora a essere il nostro giorno della marmotta professionale, ironizzava qualcuno ieri.

La seconda: nella sensibilità media del giornalista italiano mi pare resti intatto l’apartheid funzionale che separa i giornalisti dai cittadini, questi ultimi considerati ancora pubblico, lettori, utenti. Si rivendica, a ragione, il professionismo nell’approccio all’informazione, ma si coglie a stento la conseguenza della rete nella genesi e nella vita della notizia. I giornalisti, perfino le leve più giovani, si considerano ancora parte di un’entità a sé che immette informazione nella rete, non parte attiva della rete. Sembra una differenza da poco, è invece il nodo della questione: non ci sarà giornalismo se non in mezzo alle persone, con le persone, in quanto persone. Non cambia soltanto la distribuzione, ma il processo nel suo complesso. E in profondità. Il giornalismo rinasce e prospera soltanto se torna a essere sistema nervoso della società, non soltanto il suo specchio.

Per chi non c’era, ma anche per chi c’era e come me ha dovuto fare scelte sofferte tra le decine di appuntamenti simultanei, segnalo le centinaia di ore di registrazione già disponibili su YouTube. Per iniziare, consiglio vivamente a chiunque sia interessato agli studi di rete la bellissima discussione tra Antonio Spadaro, Paul Tighe, Luca De Biase e Mario Tedeschini Lalli sul rapporto tra teologia e rivoluzione digitale, che ha offerto chiavi di lettura per nulla scontate e decisamente stimolanti sulla società in rete, sull’umanità condivisa e sul rapporto tra organizzazioni complesse e dinamiche di rete.

(E un grazie speciale ad Arianna Ciccone e Chris Potter, che insieme a tutti i volontari del festival mettono in piedi ogni anno una cosa bella e rara, in Italia.)

aprile 23 2013

Da mercoledì a domenica mi trasferisco a Perugia per il Festival internazionale del giornalismo, abitudine ormai imprescindibile per fare il punto sulle trasformazioni della nostra professione e scoprire esperienze e pratiche innovative. Io vado soprattutto ad ascoltare e incontrare colleghi vecchi e nuovi. Parteciperò comunque in alcuni appuntamenti del fittissimo programma:

aprile 6 2011

Mercoledì prossimo comincia il Festival internazionale del giornalismo di Perugia. Io, se tutto va per il verso giusto, sarò lì da giovedì sera tardi e ci rimarrò fino a domenica mattina. Il programma, come al solito, è talmente ricco di temi e di nomi imprescindibili da generare ansia per le scelte da fare e rabbia per gli incontri che sarò costretto a saltare. Quest’anno sono stato coinvolto in alcuni panel, a diverso titolo.

Venerdì 15 aprile alle 10 partecipo a un incontro organizzato dalla Columbia Journalism Review su The news frontier: piccoli che fanno grandi storie, con Claudio Giua (direttore sviluppo e innovazione Gruppo Espresso), Charles Lewis (giornalista investigativo, fondatore del Center for Public Integrity), Justin Peters (direttore CJR online) e Paul Staines (Guido Fawkes blog).

Sempre venerdì 15 alle 16 partecipo alla cerimonia di premiazione del Premio Eretici Digitali, di cui sono giurato con Angelo Agostini, Sebastiano Caccialanza, Luca De Biase, Anna Masera, Marco Pratellesi e Mario Tedeschini Lalli.

Poco dopo, alle 17.30, modero un panel su Factchecking, il giornalismo che si ferma ai fatti, al quale partecipano Bill Adair (fondatore e direttore di PoliFact), Hauke Janssen (direttore del settore factchecking di Der Spiegel) e Luca Sofri (fondatore e direttore de Il Post).

Alle 19 c’è la presentazione dell’Online News Association, di cui sono diventato membro proprio quest’anno e che sta mettendo insieme un piccolo gruppo operativo anche in Italia (ricorderete l’incontro di novembre sul giornalismo iperlocale). Coordina Mario Tedeschini Lalli (direzione sviluppo e innovazione Gruppo Espresso) e partecipano gli ospiti internazionali che daranno vita a Perugia a una serie di tavole rotonde e workshop su cui torno tra un attimo.

Sabato 16 aprile alle 17.30, infine, partecipo a un panel su Open data e informazione: il mondo sta per essere sommerso di dati, i giornalisti sapranno dargli un senso? a cui prendono parte Ernesto Belisario (presidente dell’Associazione Italiana per l’Open Government), Jonathan Gray (coordinatore della community di Open Knowledge Foundation), Simon Rogers direttore del  Datablog e del Datastore di The Guardian). Modera Diego Galli, responsabile del sito di Radio Radicale.

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Per quanto riguarda gli incontri organizzati dall’Online News Association segnalo, oltre al già citato incontro di venerdì sera, due tavole rotonde e quattro workshop. Venerdì 15 alle 10.30 tavola rotonda sull’editorial cartooning con Maurizio Boscarol, Makkox, Mark Fiore (Premio Pulitzer 2010) e Dan Perkins. Domenica 17 alle 16 Elvira Berlingieri, Jon Hart, Guido Scorza e Mark Stephens (avvocato di Julian Assange) discutono di libertà di stampa e libertà di espressione.  I workshop sono dedicati alle narrazioni non lineari (venerdì alle 15), agli strumenti digitali gratuiti per il giornalismo (venerdì alle 17), allo smartphone come strumento per cronisti (sabato alle 9.30) e ai social media come strumenti per i cronisti (sabato alle 15). Sulla neonata pagina Facebook di ONA Italia, che segnalo a chi si occupa di giornalismo in ambito digitale, si trovano già i relativi eventi.

dicembre 13 2010

Segnalo che è uscito il bando della seconda edizione del premio Eretici digitali per le eccellenze nelle inchieste online, di cui quest’anno sono giurato. C’è tempo fino al 28 febbraio 2011. Il bando è disponibile sul sito del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Gli autori di Eretici digitali e gli organizzatori del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia indicono la seconda edizione del premio giornalistico Eretici digitali.

Il premio prenderà in esame progetti di inchiesta giornalistica che promuovano un uso innovativo di internet (crowdsourcing, giornalismo collaborativo, mash-up, datajournalism, web 2.0) e degli strumenti del digitale per realizzare un reportage di cronaca attraverso video, audio, testo, fotografie, animazione o attraverso una combinazione degli strumenti sopra elencati. Saranno selezionati progetti che si distinguano per originalità, documentazione e approfondimento.

I reportage dovranno essere stati pubblicati online nel periodo tra il 01 gennaio 2010 e il 15 febbraio 2011.

[continua a leggere sul sito del Festival del Giornalismo di Perugia]
aprile 21 2010

La settimana che avrei voluto passare a Perugia (qui i video degli incontri, comunque), non solo non la passo a Perugia, ma pure orizzontale a superare una brutta influenza gastrointestinale mia e della mia famiglia. Peccato, perché è una settimana come ne capitano poche nell’informazione italiana e avrei voluto godermela con maggiore attenzione. Ieri è nato Il Post di Luca Sofri, un progetto che aspettavo con molto interesse e da cui mi aspetto grandi cose. Porta in Italia il modello dei vari Huffington Post e Daily Beast, riconducibile alla massima di Jeff Jarvis «cover what you do best and link to the rest». A margine del debutto del Post, da leggere anche le riflessioni di Giuseppe Granieri e Andrea Beggi. Sempre martedì Repubblica.it s’è data una bella sistemata all’impaginazione, mettendo finalmente ordine tra le mille testate del gruppo editoriale che reclamavano uno spazio in home page: non aggiunge novità travolgenti, ma oggi sembra un giornale più maturo. C’è curiosità intanto per il Corriere.it, che perde il suo caporedattore storico Marco Pratellesi (se ne va in Condé Nast) proprio mentre la redazione è in subbuglio a causa di alcune contestate scelte della direzione. Settimana ricca anche sul fronte degli aggregatori: lunedì è stato presentato ufficialmente BlogNation, progetto di Gianluca Neri e soci (finanziato da Telecom Italia), e Paperblog, localizzazione di un servizio popolare in Francia. In bocca al lupo a tutte le nuove iniziative.

aprile 19 2010

Dopo esserci stato per curiosità l’anno scorso mi ero ripromesso di non perdere più un’edizione. Dopo aver visto il programma di quest’anno mi ero detto che sarebbe stato proprio imperdibile. Infatti sono costretto a perdermelo, per accumulo di arretrati familiari e professionali. Ma almeno voi che potete, andateci a Perugia da mercoledì.

aprile 3 2009

Luoghi comuni riguardo a internet che mi piacerebbe si estinguessero entro il 2010: la velocità della rete, i navigatori vanno di fretta, la superficialità dei blog, i blog sono/non sono una nuova forma di giornalismo, la non competitività dei blog in fatto di numeri e traffico, il problema dell’information overload.

Se riducessimo il grado di maturità medio dei giornalisti (italiani) rispetto ai processi di rete a una percentuale, io mi immaginavo fossimo arrivati un po’ oltre al 30%. Dopo tre giorni a Perugia riaggiorno la percentuale a un 5% scarso. Lo considero il fallimento di una corporazione che non è più capace di vivere il proprio tempo, ma anche quello di una generazione di divulgatori ed early adopter.

Non è più necessariamente meglio che lavorare. Non mi spiegavo gli scarsi risultati ottenuti fin qui dal giornalismo italiano su internet, nonostante la presenza di alcune professionalità eccellenti. Dopo aver seguito le prime sessioni dedicate ai new media concludo che in realtà il giornalista medio semplicemente non ha voglia. Aveva il suo lavoro, gli bastava quello. A qualcuno tocca fare il giornale online, ma il più delle volte non ha la motivazione, il talento, l’elasticità mentale. Qualuno coglie l’occasione per rimettersi a studiare, ma spesso studia le cose sbagliate oppure capisce proprio male. Chi ha le idee, il talento, la voglia, l’elasticità non è quasi mai nel posto giusto al momento giusto, oppure resta proprio fuori dal sistema. Oggi l’innovazione deve arrivare da fuori, all’esterno dei grandi gruppi editoriali, dove però non ci sono i soldi per costruire modelli che superino la buona volontà delle intenzioni e l’amatorialità dei mezzi.

Un’altra auto-giustificazione che i giornalisti mainstream danno alla loro scarsa reattività, venuta fuori qua e là, è l’idea di trovarsi nel pieno di una fase di transizione, in cui è chiaro quello che non funziona più ma non è ancora chiaro che cosa funzionerà, e tanto vale aspettare. Mentre negli Stati Uniti e in mezzo mondo si stringono i denti e si sperimenta, qui si aspetta. Se e quando qualcosa funzionerà, magari copieremo. Male, come spesso accade.

Ancora più dei vecchi baroni fossilizzati sulla nostaglia del giornale degli anni Settanta e Ottanta, mi fanno impressione i giovani aspiranti giornalisti. Entusiasti, molto attivi, pieni di iniziativa: una ventata salutare di entusiasmo ed energia. Ma nella maggior parte dei casi capaci di riconoscere un solo modello tradizionale di giornalismo e in prima fila quando si tratta di condannare senza pietà la superficialità della rete. Stolti: vi stanno ingannando, vi state facendo ingannare. Se volete lavorare in questo settore dovete abbandonare la nostalgia per il giornale della seconda metà del Novecento. Nel bene e nel male, non esiste più. Spiace un po’ anche a me, ma tocca farsene una ragione. E cominciare a riempire di senso le piattaforme del nostro tempo (sociali, di relazione, prima che di contenuto).

Il festival nel suo complesso è davvero notevole, sono molto colpito dall’efficienza, dalla cura dei particolari, dalla fluidità, con cui tutto procede pacificamente tra formale e informale. Gli organizzatori sono stati capaci di creare un contesto ricco e virtuoso, favorito anche dal catino del centro storico perugina, contenuto e ospitale. Tante persone, tanta partecipazione, molti stimoli. Forse la rassegna potrebbe trovare una dimensione ancora più attiva, mettendo a sistema tutte queste energie e provando a liberarle dalla classica impostazione del convegno. Tanto di cappello ad Arianna Ciccone, anima della festa, ma soprattutto inusuale esempio di organizzatore gioioso e (apparentemente) mai stressato.

aprile 2 2009

Il giornalismo non è un prodotto, è un processo (lo ha detto John Byrne, direttore dell’edizione online di Business Week)

Da studiare l’interazione coi lettori promossa da Business Week: ascolto strutturato, community editor, collaborazione attiva a più livelli da parte dei lettori, i lettori “con la faccia”.

Il “pubblico” sta subendo una modificazione genetica. Un po’ come Spiderman: ci ha morsi il ragno della rete e ora stiamo sviluppando superpoteri. (quel fumettaro di Antonio Sofi)

Credo che sul problema del filtro sia necessario essere molto drastici e molto chiari, senza tentennamenti. Se non si capisce il filtro diffuso e spontaneo non si capisce internet. Non è possibile sentire ancora nel 2009 giornalisti, dunque persone immerse nella comunicazione, che pongono il problema dell’overload informativo, soprattutto se sono giovani giornalisti. Non è possibile negoziare, nelle risposte, concedendo qualcosa per cortesia o prudenza alla presunta enormità del problema. Il filtro è ciascuno di noi: la responsabilità (ma anche l’opportunità) di mediare spetta a ciascuno di noi. Punto.

Continuo ad avere la sensazione che il giornalista, anche quando parla di apertura al pubblico, rinegoziazione del processo, necessità di scendere dal piedistallo, continui comunque a considerarsi protetto da un recinto invalicabile. È come se dicesse: ok, siete entrati in redazione, ma il mio ufficio ve lo scordate. Io non credo basterà. Non credo basterà chiamare “cittadini” i lettori, se poi non ci si considera cittadini a propria volta. Ritengo restino ampi spazi per l’esercizio professionale del processo giornalistico, ma non credo troveremo nessun nuovo modello di informazione finché l’informazione non sarà profondamente peer to peer.

Il confronto tra le industrie editoriali e giornalistiche di mezzo mondo e quella italiana si fa sempre più impietoso. Mi sto interrogando sui motivi, sto chiedendo in giro a colleghi che hanno visioni di sistema più ampie delle mie. Le prime risposte dicono che il giornalista italiano non studia più, una volta arrivato al suo posto. Persino le scuole di formazione creano professionisti fermi al secolo scorso. Non si investe in ricerca e sviluppo, nel giornalismo italiano. Dirigenti ed editori sono anche meno visionari. Si fa così perché in fondo è l’unica cosa che sappiamo fare. Il polso con cui un direttore americano impone nuovi processi e nuovi strumenti qui è sconosciuto. Me lo spiego in tempi di vacche grasse, ma oggi che sta chiaramente venendo giù l’intonaco quale alternativa abbiamo? Si perdono soldi per l’incapacità di innovare: perdite per perdite, perché non investire anche solo una piccola parte di quei soldi in laboratori creativi ed esperimenti digitali?

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