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Tag: giovani

Marzo 26 2026

Si vede che è settimana, ma credo valga la pena soffermarsi anche su questo.

Se hai letto gli estratti del “manifesto” del ragazzino tredicenne che ha accoltellato un’insegnante dalle parti di Bergamo, immagino tu abbia provato una di queste due reazioni.

La prima, che immagino largamente maggioritaria, appartiene all’universo dell’indignazione: la condanna senza attenuanti del ragazzo, della famiglia, delle istituzioni che non hanno visto o non hanno fatto abbastanza. Ed è una reazione legittima: un gesto così estremo non si giustifica in alcun modo.

La seconda reazione, che è anche la mia, è più scomoda. È fatta di sgomento e mortificazione, perché in quelle parole, in quel delirio lucido, in quella percezione di umiliazione e ostilità, a tratti ti pare di riconoscere qualcosa. Non lui, naturalmente. Ma il volto e la sofferenza di tanti ragazzi che hai incrociato nella scuola, nello sport, tra le amicizie dei tuoi figli. È la punta aguzza e mostruosa di un iceberg. Ma su quell’iceberg, in forme magari meno drammatiche, ti è capitato di camminare spesso. E sai che è grande. Molto più grande di quanto ci piaccia ammettere.

Lì sotto ci sono sofferenze spesso incomprese, rabbie mute, sensi di inadeguatezza enormi, solitudini che non sanno nemmeno dirsi tali. Ci sono ragazzi arguti, potenzialmente brillanti, che perdono anni, che deragliano, che finiscono su traiettorie molto più povere delle loro possibilità e delle loro aspirazioni, perché non riescono a riconoscere i propri talenti o perché sentono il mondo degli adulti non come un sostegno, ma come un dispositivo che insiste sulle loro debolezze. Ci sono atleti promettenti che non reggono i pungoli, anche quelli sinceri, e che invece di reagire si ritirano, rinunciano, vivono il gioco come una condanna. Ci sono giovani incapaci di dare parole al proprio disagio, che preferiscono sguazzare nell’umiliazione piuttosto che affidarsi alle mani aperte di adulti benintenzionati, e che si chiudono nel mutismo anche quando stai provando a salvarli da un torto evidente.

Per chi si riconosce in questa seconda reazione, la frustrazione è doppia.

Da un lato c’è quella di chi, nel suo piccolo, ha provato molte volte a fare la sua parte e sa bene che spesso non basta. Non basta l’intuizione, non basta la disponibilità, non basta la vicinanza, non basta nemmeno il tempo speso a cercare un varco. E questo è uno dei sentimenti più avvilenti: vedere una traiettoria che si deforma e non riuscire a incidere abbastanza. Sentire che il tuo interlocutore non riesce a reagire perché non desidera o non pensa di meritare di meglio, o anche che esista qualcosa di meglio.

Dall’altro lato c’è la frustrazione verso i propri pari, verso gli adulti con cui ogni volta provi a riaprire il discorso. A spiegare che quello che sta succedendo non è normale, o almeno non è più riducibile alle categorie con cui ci siamo raccontati fin qui l’adolescenza. Che forse l’adolescenza l’abbiamo sabotata noi. Che dobbiamo cambiare parole, metodi, attenzioni. Che dobbiamo spostare il baricentro: prima ancora dei risultati scolastici, dei gesti tecnici, delle convocazioni, delle performance, viene la necessità di fare breccia in quegli scudi, di accompagnare quei ragazzi un po’ più in là del punto in cui rischiano di arenarsi. E ogni volta sembra di ricominciare da capo, consumando capitale sociale, ruolo, credibilità, passione civile, per poi ritrovarti comunque a svuotare il mare con un cucchiaino.

Perché è più facile pensare che siano semplicemente fragili, smidollati, annoiati, guastati da una società decadente che li ipernutre e insieme li svuota. E certo c’è del vero, in questo. Ma è una verità insufficiente. Non basta a capire. E soprattutto non basta a intervenire.

Sono tanti. Stanno male. Alcuni stanno molto male, anche se non li vediamo perché finiscono lontano dalla nostra vista. Qualcuno lo perdiamo per sempre. Qualcuno si spegne in silenzio. Qualcuno, come nel caso che oggi fa da pretesto a questo ragionamento, si ribella nel modo più intollerabile e inconcepibile. E persino lì, dentro al dramma e dentro alle parole ripugnanti, ti sorprendi a intravedere una caricatura orribile di quella reazione che, con le migliori intenzioni, hai cercato tante volte di incoraggiare nei suoi coetanei: non subire tutto, non lasciarti schiacciare, prova a opporre qualcosa di tuo, fai emergere il tuo punto di vista, il tuo modo di essere.

Questa cosa non è normale. E credo che sbagliamo a trattarla come una semplice variante dell’adolescenza problematica. Così come temo sia riduttivo archiviarla come effetto collaterale della parentesi terribile del Covid. Anche lì: c’entra, certo. Ma non basta.

C’è qualcosa che sempre più spesso si inceppa nel progetto di vita che famiglie, scuole, sport e società offrono a questi ragazzi. Se devo basarmi sulla mia esperienza di genitore e di dirigente sportivo, il fenomeno cresce, si allarga, si complica di anno in anno.

Per questo non credo possiamo limitarci a infierire sul ribelle di turno. Né rifugiarci nel rassicurante talk show parapsicologico sulla gioventù perduta – categoria dentro cui, volendo, potrebbe ricadere anche questo post. Credo invece che dovremmo accettare di farci qualche domanda più scomoda e di mettere in discussione alcune certezze.

Non è il problema di un ragazzo. È un problema di relazione tra generazioni. E finché continuiamo a trattarle come eccezioni, continueremo a sorprenderci ogni volta che succede e a perdere l’occasione di influire sulla vita di tutti gli altri.

Marzo 25 2026

Mi ha incuriosito stamattina leggere sulle pagine cittadine del Gazzettino un’intervista al Vescovo di Concordia-Pordenone Giuseppe Pellegrini, nella quale, rispondendo a una domanda su immigrazione e violenza, egli afferma che i giovani «hanno perso i valori», «non sanno cosa fare» e che «spetta a noi adulti prendere in mano la situazione e dare loro un senso». La sua è una lettura della realtà che rispetto e che so molto diffusa e condivisa. Eppure – a mio modo di vedere, senz’altro minoritario – rischia di allontanarci dalla soluzione.

Perché mette a fuoco i ragazzi, ma lascia sullo sfondo le condizioni che abbiamo costruito attorno a loro. Negli ultimi decenni, per ragioni spesso comprensibili e intenzioni al limite nobili, abbiamo decimato gli spazi di esperienza, aumentato il controllo, sterilizzato il rischio. Abbiamo chiesto prudenza e obbedienza molto più di quanto abbiamo offerto occasioni reali di crescita.

Qui la responsabilità adulta è difficile da eludere, a partire dai luoghi che erano palestre privilegiate di autonomia e responsabilità: la scuola (di cui qui abbiamo discusso spesso in passato) e le parrocchie. Gli oratori sono stati per decenni luoghi aperti, in cui si imparava facendo. Quelli che ho conosciuto io in giovinezza (il San Giorgio di don Bozzet, il Don Bosco dei Salesiani, la Casa dello Studente di don Padovese, il Cristo Re di don Zovatto, il San Giuseppe di don Pandin) erano spazi protetti ma veri, dove sperimentare libertà, relazione, errore.

Oggi, nella maggior parte dei casi, quei contenitori – così come la gran parte degli spazi pubblici e di aggregazione non commerciali – si sono ridotti, svuotati, quando non del tutto estinti. Non soltanto per ragioni organizzative o demografiche, ma anche per una crescente difficoltà ad accettare il disordine inevitabile di ogni esperienza viva e a sostenerne le responsabilità. Ci siamo trincerati dietro norme e vincoli che proteggono gli adulti più di quanto abilitino i ragazzi.

Poi osserviamo il risultato e lo chiamiamo “mancanza di valori”. Ma i valori non si consegnano: si praticano. Non si iniettano: permeano. Non si dichiarano: si rendono credibili. Se togli i luoghi e le esperienze, restano le prediche. E le prediche, da sole, non costruiscono senso.

Dire che “tocca agli adulti dare un senso” dunque è vero solo a metà. Agli adulti tocca creare le condizioni perché quel senso possa emergere ed essere messo alla prova. Spazi, tempo, fiducia. E disponibilità ad assumersi il rischio che questo comporta. Ovvero tutto quello che, anno dopo anno, per ragioni legali, fiscali, economiche, politiche, filosofiche, abbiamo sottratto al nostro progetto di comunità. Possiamo ritenere queste scelte giustificate e prioritarie, naturalmente, ma allora dobbiamo farci carico anche delle loro conseguenze meno grate.

Sobillo da anni una riflessione ampia su questo tema, che pure sembra sfuggire con ostinazione all’agenda pubblica.

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Ne ho discusso, in precedenza, qui:

Dicembre 21 2022

Forse è ancora più chiaro, oggi che i luoghi di aggregazione, sollecitazione e contaminazione per i giovani non esistono quasi più, quanto peculiare sia stata la congiuntura in cui siamo cresciuti noi figli degli anni ’70 e ’80, forse ancora degli anni ’90, qui nel capoluogo dell’operoso Nord Est.

Non era già più il tempo dei rigidi percorsi confessionali o politici che avevano incanalato secondo metodi collaudati la formazione della gioventù del Dopoguerra. Il loro posto veniva invece occupato da palestre sperimentali e contenitori accoglienti per i talenti dei giovani, talora spontanei e autogenerativi (penso al San Giorgio di don Bozzet) altre volte strutturati dentro a un più ampio ripensamento in senso inclusivo della cultura e della società (come la “Casa dello studente” di don Padovese).

Luoghi di rivoluzione pacifica, civica e quotidiana, che forse non a caso sono stati ispirati spesso da preti illuminati sulla via del Concilio e che ciononostante non erano riconducibili semplicemente a dinamiche di parrocchia e oratorio. Soffiavano i primi aliti delle tempeste che si sarebbero effettivamente abbattute sul nuovo secolo e lavorare sugli anticorpi delle nuove generazioni pareva evidentemente a qualcuno un esperimento necessario.

Alla Casa dello studente, fin da ragazzino, ho visto i film che mi hanno fatto innamorare del cinema, ho salutato con entusiasmo le tappe di avvicinamento all’Europa unita, ho letto giornali e riviste, ho pranzato, ho studiato insieme ai miei amici, ho visto mostre, ho seguito conferenze sui temi cardine del nostro tempo, ho visto moltiplicarsi intorno a me anno dopo anno corsi di lingua, di fotografia, di giornalismo, di videomaking, di teatro, di ogni possibile forma di competenza e creatività contemporanea fino a quelli più recenti di robotica e di progettazione 3D. Un fermento che ha inciso sulla pelle della mia generazione sentimenti di libertà, cittadinanza e apertura al mondo delle idee e delle possibilità.

Per tutto questo oggi saluto con riconoscenza don Luciano Padovese. La sua scomparsa chiude simbolicamente un’epoca, sebbene il fantastico staff del Centro Culturale Casa A. Zanussi – a cui va il mio abbraccio – prosegua eroicamente nell’opera.

Don Luciano e gli altri hanno saputo nutrire generazioni con gli avanzi della società dell’abbondanza e fare la differenza nella storia di molti di noi. Oggi che gli avanzi sembrano essersi ridotti a briciole, restano tuttavia le intuizioni di fondo della loro opera – rete, relazioni, cultura, mondo, complessità, generazioni, competenze, sperimentazione, quotidianità – e resta più che mai l’urgenza di nutrire le nuove generazioni, generazioni solo apparentemente sazie, giovani che fanno sempre più fatica a maturare la consapevolezza dei loro talenti e la visione d’insieme in cui inserirli, sperando di fare in tempo per le prossime tempeste che inevitabilmente ci sferzeranno. Sarebbe un modo degno di onorarne la memoria.

Gennaio 19 2016

Caro genitore ansioso, son sempre io. Quello che, se tu dici che dobbiamo proteggere di più i nostri figli, lui ribatte polemico che al contrario dovremmo renderli più autonomi. Quello che, se tu proponi di sprangare il cancello, lui non perde l’occasione per suggerire che semmai dovremmo sradicare la recinzione. Quello che ti mette a disagio, perché non va mai ad aiutare suo figlio nello spogliatoio in palestra oppure lo manda da solo in giro per il quartiere a fare piccole commissioni.

Oggi sei particolarmente agitato. Hai letto sul giornale di un brutto fatto di cronaca. Uno dei nostri incubi peggiori: bullismo invisibile, fragilità sottovalutata, disagio esplosivo. Qui, proprio accanto a noi, nella nostra città. Ti fai domande, hai la sensazione che nemmeno tutto il tuo amore potrebbe bastare a preservare tuo figlio dai rischi. La fiducia in chi te lo custodisce per molte ore al giorno, già condizionata, vacilla. Trovi istintiva rassicurazione in chi ostenta soluzioni: dobbiamo stare loro ancora più vicino, passare al setaccio il loro mondo, filtrare le loro comunicazioni, avere tutto sotto controllo.

Mi colpisce una prima differenza tra me e te. Tu sembri identificarti soprattutto in tuo figlio e soffri preventivamente al suo posto, sulla base di un’urgenza emotiva sobillata da terzi. Io mi identifico nell’adolescente che sono stato, ripasso la geografia delle mie cicatrici e provo a marcare i punti di contatto tra la mia esperienza di allora e quella che potrebbe vivere mio figlio. E sai cosa? È davvero una realtà diversa, come sostieni sempre tu. Ma sospetto che la causa sia soprattutto nostra.

Ricordo sempre a me stesso che io già in prima elementare andavo e tornavo da scuola da solo, le chiavi di casa appese al collo. Il pomeriggio, dopo aver fatto i compiti, potevo uscire e andare ai giardinetti o in giro con gli amici del palazzo in bicicletta, lasciando agli adulti soltanto idee sommarie sui luoghi in cui avrei passato il mio tempo e sui compagni di avventure. Non ricordo di essere mai stato accompagnato in palestra a fare sport, dove andavo a piedi portandomi da solo l’attrezzatura necessaria. Godevo di ampi margini di autonomia, disponevo per gran parte del tempo libero delle mie scelte, protetto da maglie di fiducia molto ampie.

Oggi non posso dire lo stesso di mio figlio, che fa la quarta elementare. Lui è costretto a passare dalla sorveglianza di un adulto a quella di un altro adulto, deve essere accompagnato e ripreso in continuazione da scuola a casa, dall’oratorio alla palestra, dal parco alla casa degli amichetti. I suoi tempi e i suoi luoghi sono dettati da, o nel migliore dei casi concordati con, un adulto. Ho preteso per lui tutta l’autonomia che regolamenti e assunzione diretta di responsabilità mi concedono, vincendo l’ottusità delle consuetudini e il biasimo dei miei pari, ma è comunque ben poca cosa, insufficiente a creare anche soltanto una parvenza di quella indipendenza e capacità di badare a se stessi che per noi, alla loro età, era ormai scontata e acquisita.

Ogni tanto invento scuse, per supplire a questa mancanza di spazi: mi vai a prendere il pane? Preferisci restare a casa da solo mentre vado a predere la tua sorellina? Te la senti di andare per conto tuo al compleanno del tuo amico, che poi vengo a riprenderti io? Ti posso lasciare all’incrocio prima della palestra? Devo comunque limitarmi, perché i miei esperimenti generano spesso un disagio controproducente negli adulti che lui incrocia in questi frangenti, un allarme sociale che supplisce alla mia assenza e ripristina il controllo.  Nei suoi occhi invece vedo accendersi la scintilla della sfida, dell’orgoglio, della possibilità, dell’autonomia, che altrimenti sarebbe rimasta spenta. Poi ti lamenti che i giovani di oggi sono apatici: ci credo, gli soffochiamo la fiamma pilota.

Non puoi fare paragoni, ribatti sempre tu a questo punto, sono cambiate troppe cose. Davvero? Il traffico, dici. Di certo ce n’era meno. Ma c’erano anche meno marciapiedi, meno piste ciclabili, meno attraversamenti in sicurezza: cresce tutto in proporzione. Queste sono in ogni caso le strade in cui i nostri figli possono imparare a muoversi consapevolmente e responsabilmente. Ci sono tanti altri pericoli in più, insisti allusivo. I malintenzionati. Non c’erano forse i malintenzionati ai nostri tempi? E non era enormemente più basso il controllo sociale e la consapevolezza di chi si occupava di noi? Ci hanno mai impedito di fare la nostra vita e di crescere accorti, ma liberi e consapevoli della diversità nel bene e nel male attorno a noi? Dove esattamente è subentrata l’idea che dobbiamo svolazzare costantemente accanto a loro come aquile per sindacare in loro vece ogni loro incontro? Non siamo uno spettacolo orrendo noi tutti genitori assiepati sempre in attesa davanti a ogni scuola, ogni giardinetto, ogni palestra, ogni oratorio? Ammettilo, ai nostri tempi li avremmo detestati.

In prima media, improvvisamente, la libertà. A undici anni possono cominciare ad andare a scuola da soli. Tutto d’un tratto è considerato accettabile che i ragazzi si muovano per la città senza sorveglianza. Da un giorno all’altro piomba loro addosso il fardello del badare a se stessi per diverse ore al giorno. Senza progressione, senza allenamento, senza abitudine. Un bel casino, ci hai mai pensato? E proprio nel momento in cui l’adolescenza, l’evoluzione dell’individualità, la malizia e le dinamiche di gruppo cominciano a urlargli nel cervello.

A me questa cosa spaventa, non so a te. Preferirei di gran lunga che i miei figli arrivassero a quel momento sapendo già arrangiarsi senza genitori, avendo messo alla prova i limiti della loro libertà bambina, avendo disegnato con innocenza di fanciulli le mappe di un territorio che hanno imparato a esplorare anche senza guida. Servono spalle abbastanza larghe e gambe ben piantate per resistere agli spintoni del secondo decennio della loro vita, molto più che la custodia amorevole, onnipresente e tuttofare di mamma, papà e nonni. Senza contare che stiamo formando una generazione socialmente rachitica, proprio nel momento in cui gli aliti della storia promettono tempesta.

Mi sono confrontato con dirigenti scolastici, animatori, amministratori. Spesso mi hanno confortato nelle mie convinzioni di gran lunga minoritarie. Tuttavia ammettono di avere le mani legate. Perché non basta il buon senso, quando una comunità è pronta a scaricarti addosso tutta la responsabilità di ciò che può andare storto. Ci siamo abituati a considerare la responsabilità una situazione da evitare o da passare avanti, fino a quando qualcuno non resta col cerino corto e paga per tutti. Mi piacerebbe che tornasse a essere un sacrificio da condividere in modo diffuso nel nome di un progetto comune.

Ecco, io la mia parte di responsabilità me la vorrei prendere tutta. Chiedo monotono in ogni sede e in ogni occasione di farlo. Disperando di convincerti, spero almeno di instillarti un dubbio un po’ alla volta.

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Pubblicato anche su Facebook, con dibattito a seguire. Rilanciato anche in successive occasioni nel 2019 e 2020.

Gennaio 12 2012

Qualche giorno fa i rappresentanti di istituto del mio vecchio liceo pordenonese, oggi Leopardi-Majorana, mi hanno invitato a partecipare a un’assemblea studentesca dedicata a libertà d’informazione, giornalismo e rete. Questo, su per giù, quello che ho raccontato loro.

Che cosa sta succedendo? Che al sistema dei media si sta affiancando, e talvolta sostituendo, l’ecosistema della conoscenza delle persone. Tanto il primo era verticale, unidirezionale e presidiato all’origine, così il secondo è orizzontale, reticolare, bidirezionale. Globale, soprattutto; ma animato da una globalizzazione sana, che esalta le differenze. È la differenza che genera informazione. Il sistema operativo di questo ecosistema è internet, un motore di relazioni prima che di contenuti. Non è un luogo altro, la rete: è il nostro spazio pubblico che si estende, dando a ciascuno di noi un frammento della potenza dei media.

Succede che non siamo più massa, ma torniamo a essere individui, ciascuno abilitato a creare contenuti, condividere idee, interagire con le idee di altre persone. Che è poi quello che gli individui fanno da sempre, ma oggi per la prima volta tutto ciò avviene in una dimensione pubblica e di straordinaria ampiezza. Tutti possono fare tutto, tutto ciò che ciascuno di noi ritiene opportuno diffondere è pubblicato, nessuno filtra. O meglio: tutti filtrano, mettendo a disposizione dell’ecosistema le proprie scelte e i propri percorsi di scrematura di ciò che merita attenzione. Internet non ha una redazione, ma un enorme filtro umano che, mettendo a sistema le scelte individuali, distilla segnali intelligibili dal caos e fa emergere ciò che aggrega interesse in modo diffuso.

All’idea della qualità certificata da un centro ordinatore si sostituisce un criterio molto relativo, che ha a che fare con la rilevanza di ciascun contenuto nel percorso di esplorazione contingente di ciascuna persona in un determinato momento. Se la rete vi sembra un grande caos o avete l’impressione che su Facebook tutti dicano scemenze, è soprattutto colpa vostra: state usando il web come usereste un giornale e non avete costruito la vostra rete di pari – il vostro primo e più rilevante filtro sociale per accedere a contenuti interessanti – in modo adeguato.

Mi chiedete di parlare della libertà di espressione. Io ritengo che non siamo mai stati così liberi come lo siamo oggi. E mi innervosisco quando sento i miei concittadini, soprattutto i più giovani, lamentarsi di un regime che è forte soltanto della loro superficialità o pigrizia. È vero che in Italia diverse e gravi anomalie nel sistema dei media condizionano pesantemente la qualità e la limpidezza dell’informazione mainstream. Ma in compenso oggi, se avete un’idea o l’urgenza di condividere un’informazione, avete accesso diretto alle persone, non dovete nemmeno aspettare che vi passino un microfono. Se un’idea o un contenuto hanno valore per un numero consistente di persone, in rete emergeranno. E chi vi può essere interessato ci arriverà da sé, attraverso le analogie feconde e i percorsi imprevedibili della rete.

Non è così facile, ma è molto più facile di come spesso pensiate o vi facciano credere. Il problema è che stiamo parlando di tecnologie dell’esperienza: non le capite – e dunque non le dominate – finché non vi ci immergete fino al collo. La sfida della vostra generazione è arrangiarsi in questo processo di avvicinamento, dimostrando buon senso, intuito e spirito di esplorazione. Pochi vi possono essere d’aiuto: chi non è già nodo attivo dell’ecosistema ragiona secondo schemi consolidati che vi porteranno fuori strada e vi faranno perdere tempo prezioso. La maggior parte dei vostri familiari, dei vostri insegnanti, dei giornalisti a cui vi affidate per conoscere e capire il mondo oggi manca, seppure in buona fede, nel compito di indicarvi con autorevolezza la strada.

A voi, per contro, sono richieste consapevolezza e responsabilità. Molto più di quanto ne venissero chieste a noi quando avevamo la vostra età, questo è sicuro. Il limite a questa eccezionale libertà di creare con le idee, infatti, è il danno che potete fare a voi stessi e agli altri. Siete responsabili del benessere dell’ecosistema, sentitevi azionisti per una sua piccola parte. Le vostre scelte influenzano il sistema, se il sistema è non è in salute ne ricevete danno voi per primi. In rete voi siete quello che raccontate, venite conosciuti per quello che condividete, venite apprezzati per il modo in cui interagite con gli altri e con i loro contenuti, il vostro capitale sociale si rivaluta o si svaluta in funzione delle cause che avallate. I vostri contenuti sono la vostra storia e dicono di voi. Anche quando pensate semplicemente di scherzare all’interno di un circolo ristretto di amici, in realtà appartenete già a una dimensione pubblica. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, diceva un intellettuale newyorkese degli anni Sessanta, Peter Parker.

Se posso permettermi di suggerirvi una direzione, andate sempre in cerca dei fatti. Dubitate di tutto ciò che capita alla vostra attenzione: sul web la regola è che tutto è falso fino a prova contraria. Spetta a ciascuno di voi trovare quella prova. Imparate a ricostruire la catena della fonti, fino a cercare conferme affidabili. I fatti vi rendono forti nelle vostre certezze e danno spessore alle vostre opinioni. Rispettate la verità degli altri almeno quanto amate la vostra, perché soltanto da un confronto intellettualmente onesto tra le differenze può venire crescita. Io sospetto ci sia un legame diretto tra il declino economico di questi anni e il respiro corto che l’informazione, la politica e in generale il dibattito pubblico hanno dimostrato negli ultimi decenni.

Voi, nonostante il degrado e i pessimi esempi che vedete intorno a voi, avete il dovere di fare meglio. Siamo al punto in cui non c’è più alternativa. Cominciate dalle vostre grandi passioni, quelle in cui siete in grado di discriminare con facilità il valore e l’immondizia. Non fate il verso ai media, date versi alla vostra unicità. La conoscenza è un mosaico che aspetta che il vostro tassello o una mano esperta e capace di restaurarlo. È sempre stato così, in realtà. La società è sempre stata una rete del cui benessere ogni nodo ha l’obbligo morale di sentirsi responsabile. Quello che è cambiato, così rapidamente da creare quasi una frattura nella comprensione del mondo,  è semplicemente che oggi abbiamo un sistema operativo più adeguato ad affrontarne la complessità.

Vent’anni fa, su per giù, io ero seduto esattamente al vostro posto, in questa stessa sala. Allora l’urgenza di comunicare ci portava a stampare giornalini scolastici con il ciclostile o a montare video che testimoniavano le nostre attività utilizzando la telecamera della scuola e i due videoregistratori del laboratorio di scienze. Potete immaginare il risultato. Se andava bene ne erano informati i nostri compagni di classe e alcuni insegnanti più curiosi. Potevamo addirittura uscire con le nostre idee fuori dall’edificio, se il video veniva abbastanza bene da competere al concorso video della Casa dello Studente. In quegli anni ci accontentavamo, nella migliore delle ipotesi, di fare il solletico ai media (locali, per giunta). Oggi voi potete comunicare direttamente al mondo, potete far arrivare le vostre idee ovunque in un attimo e, se sono valide e ben confezionate, potete assistere al miracolo di vederle sbocciare. Oggi voi potete ascoltare il mondo e potete parlare al mondo. Non accontentatevi di fargli il solletico.