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Tag: generazioni

Marzo 26 2026

Si vede che è settimana, ma credo valga la pena soffermarsi anche su questo.

Se hai letto gli estratti del “manifesto” del ragazzino tredicenne che ha accoltellato un’insegnante dalle parti di Bergamo, immagino tu abbia provato una di queste due reazioni.

La prima, che immagino largamente maggioritaria, appartiene all’universo dell’indignazione: la condanna senza attenuanti del ragazzo, della famiglia, delle istituzioni che non hanno visto o non hanno fatto abbastanza. Ed è una reazione legittima: un gesto così estremo non si giustifica in alcun modo.

La seconda reazione, che è anche la mia, è più scomoda. È fatta di sgomento e mortificazione, perché in quelle parole, in quel delirio lucido, in quella percezione di umiliazione e ostilità, a tratti ti pare di riconoscere qualcosa. Non lui, naturalmente. Ma il volto e la sofferenza di tanti ragazzi che hai incrociato nella scuola, nello sport, tra le amicizie dei tuoi figli. È la punta aguzza e mostruosa di un iceberg. Ma su quell’iceberg, in forme magari meno drammatiche, ti è capitato di camminare spesso. E sai che è grande. Molto più grande di quanto ci piaccia ammettere.

Lì sotto ci sono sofferenze spesso incomprese, rabbie mute, sensi di inadeguatezza enormi, solitudini che non sanno nemmeno dirsi tali. Ci sono ragazzi arguti, potenzialmente brillanti, che perdono anni, che deragliano, che finiscono su traiettorie molto più povere delle loro possibilità e delle loro aspirazioni, perché non riescono a riconoscere i propri talenti o perché sentono il mondo degli adulti non come un sostegno, ma come un dispositivo che insiste sulle loro debolezze. Ci sono atleti promettenti che non reggono i pungoli, anche quelli sinceri, e che invece di reagire si ritirano, rinunciano, vivono il gioco come una condanna. Ci sono giovani incapaci di dare parole al proprio disagio, che preferiscono sguazzare nell’umiliazione piuttosto che affidarsi alle mani aperte di adulti benintenzionati, e che si chiudono nel mutismo anche quando stai provando a salvarli da un torto evidente.

Per chi si riconosce in questa seconda reazione, la frustrazione è doppia.

Da un lato c’è quella di chi, nel suo piccolo, ha provato molte volte a fare la sua parte e sa bene che spesso non basta. Non basta l’intuizione, non basta la disponibilità, non basta la vicinanza, non basta nemmeno il tempo speso a cercare un varco. E questo è uno dei sentimenti più avvilenti: vedere una traiettoria che si deforma e non riuscire a incidere abbastanza. Sentire che il tuo interlocutore non riesce a reagire perché non desidera o non pensa di meritare di meglio, o anche che esista qualcosa di meglio.

Dall’altro lato c’è la frustrazione verso i propri pari, verso gli adulti con cui ogni volta provi a riaprire il discorso. A spiegare che quello che sta succedendo non è normale, o almeno non è più riducibile alle categorie con cui ci siamo raccontati fin qui l’adolescenza. Che forse l’adolescenza l’abbiamo sabotata noi. Che dobbiamo cambiare parole, metodi, attenzioni. Che dobbiamo spostare il baricentro: prima ancora dei risultati scolastici, dei gesti tecnici, delle convocazioni, delle performance, viene la necessità di fare breccia in quegli scudi, di accompagnare quei ragazzi un po’ più in là del punto in cui rischiano di arenarsi. E ogni volta sembra di ricominciare da capo, consumando capitale sociale, ruolo, credibilità, passione civile, per poi ritrovarti comunque a svuotare il mare con un cucchiaino.

Perché è più facile pensare che siano semplicemente fragili, smidollati, annoiati, guastati da una società decadente che li ipernutre e insieme li svuota. E certo c’è del vero, in questo. Ma è una verità insufficiente. Non basta a capire. E soprattutto non basta a intervenire.

Sono tanti. Stanno male. Alcuni stanno molto male, anche se non li vediamo perché finiscono lontano dalla nostra vista. Qualcuno lo perdiamo per sempre. Qualcuno si spegne in silenzio. Qualcuno, come nel caso che oggi fa da pretesto a questo ragionamento, si ribella nel modo più intollerabile e inconcepibile. E persino lì, dentro al dramma e dentro alle parole ripugnanti, ti sorprendi a intravedere una caricatura orribile di quella reazione che, con le migliori intenzioni, hai cercato tante volte di incoraggiare nei suoi coetanei: non subire tutto, non lasciarti schiacciare, prova a opporre qualcosa di tuo, fai emergere il tuo punto di vista, il tuo modo di essere.

Questa cosa non è normale. E credo che sbagliamo a trattarla come una semplice variante dell’adolescenza problematica. Così come temo sia riduttivo archiviarla come effetto collaterale della parentesi terribile del Covid. Anche lì: c’entra, certo. Ma non basta.

C’è qualcosa che sempre più spesso si inceppa nel progetto di vita che famiglie, scuole, sport e società offrono a questi ragazzi. Se devo basarmi sulla mia esperienza di genitore e di dirigente sportivo, il fenomeno cresce, si allarga, si complica di anno in anno.

Per questo non credo possiamo limitarci a infierire sul ribelle di turno. Né rifugiarci nel rassicurante talk show parapsicologico sulla gioventù perduta – categoria dentro cui, volendo, potrebbe ricadere anche questo post. Credo invece che dovremmo accettare di farci qualche domanda più scomoda e di mettere in discussione alcune certezze.

Non è il problema di un ragazzo. È un problema di relazione tra generazioni. E finché continuiamo a trattarle come eccezioni, continueremo a sorprenderci ogni volta che succede e a perdere l’occasione di influire sulla vita di tutti gli altri.

Marzo 25 2026

Mi ha incuriosito stamattina leggere sulle pagine cittadine del Gazzettino un’intervista al Vescovo di Concordia-Pordenone Giuseppe Pellegrini, nella quale, rispondendo a una domanda su immigrazione e violenza, egli afferma che i giovani «hanno perso i valori», «non sanno cosa fare» e che «spetta a noi adulti prendere in mano la situazione e dare loro un senso». La sua è una lettura della realtà che rispetto e che so molto diffusa e condivisa. Eppure – a mio modo di vedere, senz’altro minoritario – rischia di allontanarci dalla soluzione.

Perché mette a fuoco i ragazzi, ma lascia sullo sfondo le condizioni che abbiamo costruito attorno a loro. Negli ultimi decenni, per ragioni spesso comprensibili e intenzioni al limite nobili, abbiamo decimato gli spazi di esperienza, aumentato il controllo, sterilizzato il rischio. Abbiamo chiesto prudenza e obbedienza molto più di quanto abbiamo offerto occasioni reali di crescita.

Qui la responsabilità adulta è difficile da eludere, a partire dai luoghi che erano palestre privilegiate di autonomia e responsabilità: la scuola (di cui qui abbiamo discusso spesso in passato) e le parrocchie. Gli oratori sono stati per decenni luoghi aperti, in cui si imparava facendo. Quelli che ho conosciuto io in giovinezza (il San Giorgio di don Bozzet, il Don Bosco dei Salesiani, la Casa dello Studente di don Padovese, il Cristo Re di don Zovatto, il San Giuseppe di don Pandin) erano spazi protetti ma veri, dove sperimentare libertà, relazione, errore.

Oggi, nella maggior parte dei casi, quei contenitori – così come la gran parte degli spazi pubblici e di aggregazione non commerciali – si sono ridotti, svuotati, quando non del tutto estinti. Non soltanto per ragioni organizzative o demografiche, ma anche per una crescente difficoltà ad accettare il disordine inevitabile di ogni esperienza viva e a sostenerne le responsabilità. Ci siamo trincerati dietro norme e vincoli che proteggono gli adulti più di quanto abilitino i ragazzi.

Poi osserviamo il risultato e lo chiamiamo “mancanza di valori”. Ma i valori non si consegnano: si praticano. Non si iniettano: permeano. Non si dichiarano: si rendono credibili. Se togli i luoghi e le esperienze, restano le prediche. E le prediche, da sole, non costruiscono senso.

Dire che “tocca agli adulti dare un senso” dunque è vero solo a metà. Agli adulti tocca creare le condizioni perché quel senso possa emergere ed essere messo alla prova. Spazi, tempo, fiducia. E disponibilità ad assumersi il rischio che questo comporta. Ovvero tutto quello che, anno dopo anno, per ragioni legali, fiscali, economiche, politiche, filosofiche, abbiamo sottratto al nostro progetto di comunità. Possiamo ritenere queste scelte giustificate e prioritarie, naturalmente, ma allora dobbiamo farci carico anche delle loro conseguenze meno grate.

Sobillo da anni una riflessione ampia su questo tema, che pure sembra sfuggire con ostinazione all’agenda pubblica.

§

Ne ho discusso, in precedenza, qui:

Dicembre 21 2022

Forse è ancora più chiaro, oggi che i luoghi di aggregazione, sollecitazione e contaminazione per i giovani non esistono quasi più, quanto peculiare sia stata la congiuntura in cui siamo cresciuti noi figli degli anni ’70 e ’80, forse ancora degli anni ’90, qui nel capoluogo dell’operoso Nord Est.

Non era già più il tempo dei rigidi percorsi confessionali o politici che avevano incanalato secondo metodi collaudati la formazione della gioventù del Dopoguerra. Il loro posto veniva invece occupato da palestre sperimentali e contenitori accoglienti per i talenti dei giovani, talora spontanei e autogenerativi (penso al San Giorgio di don Bozzet) altre volte strutturati dentro a un più ampio ripensamento in senso inclusivo della cultura e della società (come la “Casa dello studente” di don Padovese).

Luoghi di rivoluzione pacifica, civica e quotidiana, che forse non a caso sono stati ispirati spesso da preti illuminati sulla via del Concilio e che ciononostante non erano riconducibili semplicemente a dinamiche di parrocchia e oratorio. Soffiavano i primi aliti delle tempeste che si sarebbero effettivamente abbattute sul nuovo secolo e lavorare sugli anticorpi delle nuove generazioni pareva evidentemente a qualcuno un esperimento necessario.

Alla Casa dello studente, fin da ragazzino, ho visto i film che mi hanno fatto innamorare del cinema, ho salutato con entusiasmo le tappe di avvicinamento all’Europa unita, ho letto giornali e riviste, ho pranzato, ho studiato insieme ai miei amici, ho visto mostre, ho seguito conferenze sui temi cardine del nostro tempo, ho visto moltiplicarsi intorno a me anno dopo anno corsi di lingua, di fotografia, di giornalismo, di videomaking, di teatro, di ogni possibile forma di competenza e creatività contemporanea fino a quelli più recenti di robotica e di progettazione 3D. Un fermento che ha inciso sulla pelle della mia generazione sentimenti di libertà, cittadinanza e apertura al mondo delle idee e delle possibilità.

Per tutto questo oggi saluto con riconoscenza don Luciano Padovese. La sua scomparsa chiude simbolicamente un’epoca, sebbene il fantastico staff del Centro Culturale Casa A. Zanussi – a cui va il mio abbraccio – prosegua eroicamente nell’opera.

Don Luciano e gli altri hanno saputo nutrire generazioni con gli avanzi della società dell’abbondanza e fare la differenza nella storia di molti di noi. Oggi che gli avanzi sembrano essersi ridotti a briciole, restano tuttavia le intuizioni di fondo della loro opera – rete, relazioni, cultura, mondo, complessità, generazioni, competenze, sperimentazione, quotidianità – e resta più che mai l’urgenza di nutrire le nuove generazioni, generazioni solo apparentemente sazie, giovani che fanno sempre più fatica a maturare la consapevolezza dei loro talenti e la visione d’insieme in cui inserirli, sperando di fare in tempo per le prossime tempeste che inevitabilmente ci sferzeranno. Sarebbe un modo degno di onorarne la memoria.