Per la cristianità sono i giorni simbolici della rinascita. Giorni metaforicamente potenti e universali, per chi ama leggere al di là dei riti e dei dogmi. Più che mai potenti quest’anno, nel pieno di una catastrofe che investe il mondo intero e un’intera idea di mondo.

Giovedì santo, l’ultima cena di Cristo con gli apostoli, la lavanda dei piedi. Una celebrazione che magari vivi con imbarazzato distacco, ma che intanto ti scava dentro. Chi vuole essere più grande, chi vuole essere il primo, si faccia servo di tutti. Non il piacere, ma la necessità di servire. Pensi ai medici, agli infermieri, agli operatori socio-sanitari, ai volontari, che si sono guadagnati sul campo e per sentimento popolare il ruolo dell’eroe di questa storia disgraziata. Pensi ai governanti senza più alcun privilegio né onore, schiacciati dal peso di una responsabilità inaudita, tanto più grandi, primi tra i loro pari, quanto più sapranno servire la porzione di umanità che è loro affidata e portarla in salvo. Pensi alla sfida posta a ciascuno di noi, nel riuscire a essere d’aiuto da dentro un isolamento forzato che annulla ruoli, identità e raggio d’azione. Pensi alla beffa di una situazione gigantesca che ai più richiede di essere grandi nel piccolissimo, avendo cura di piccole cose.

Venerdì santo, la passione lungo la via della croce. Le quattordici stazioni della via dolorosa, che in genere hanno per sfondo le mura di ogni chiesa e le vie di tanti quartieri, sono invece quest’anno le piazze vuote delle metropoli del mondo, spogliate d’ogni vita e della sostanza stessa della civiltà. Sono l’incapacità delle organizzazioni umane di concepire il mondo come epicentro dell’emergenza e mondiali i suoi rimedi. Sono le zone più derelitte della terra che sembrano risparmiate, perché la loro epidemia non ha forza di farsi notizia. Sono i senzatetto posteggiati come fossero auto. Sono la recita quotidiana dei numeri, sfinita tanto negli occhi di chi parla quanto in quelli di chi ascolta. Sono le auto che gridano ripetitive dai megafoni alle altre auto parcheggiate. Sono le file silenziose davanti ai supermercati, perché tutto quel che esce da quelle bocche potrebbe essere contagioso. Sono i lavori che continuiamo a fare dalle nostre case, per convincerci che dopo avranno ancora lo stesso senso. Siamo noi che non l’abbiamo vista arrivare finché non ci eravamo dentro fino al collo. Sono le piccole e grandi infrazioni con cui sfidiamo il coprifuoco. Siamo noi che rispondiamo con la mano sulla bocca e gli occhi spaventati alle offerte di aiuto dei nostri vicini. Sono le nostre case sprangate a nascondere il naufragio. Sono la codardia che ci impedisce di fare la differenza nelle sfide inedite di ogni giorno. Sono le morti dei nostri cari nella solitudine e senza commiato.

Sabato santo, la discesa agli inferi, il silenzio attonito, il raccoglimento disorientato, la meditazione costretta, l’introspezione che spaventa, la solitudine senza rito. Il nostro sabato dura ormai da settimane e ancora non si vede il tramonto. Giorno identico che si ripete uguale a se stesso, sfidandoci fino allo sfinimento a cavarne un senso e magari a uscirne migliori. Promessa di una luce che vincerà la notte, portata da chi l’avrà custodita e contagiata di candela in candela fino a riconoscere nella penombra la sagoma di una comunità stretta stretta, come nelle chiese durante le veglie della vigilia. Una vittoria che al bagliore del giorno non avrebbe potuto essere, perché allo scopo è necessaria la tenebra più oscura.

Domenica di Pasqua, Pasqua di risurrezione. Non esiste garanzia di risurrezione. Risurrezione non è sopravvivenza, non si risorge per tornare alla vita di prima. Non si risorge senza prima morire, almeno simbolicamente. Non si risorge fregando la morte, ma affrontandola per sperare di uscirne persone nuove in un mondo nuovo, rivoluzionari nella propria storia. Risurrezione è rinascita. Saremo capaci di rinascere da questa esperienza? Saremo capaci di farlo assieme? Sapremo interpretare il nuovo mondo che sarà riservato ai più fortunati tra noi? Sapremo consegnarlo ai nostri figli?

Felice come una Pasqua, scrive un’infermiera piemontese in una struggente testimonianza al sindaco del suo paese. Racconta di una madre in condizioni ormai critiche, disperata perché le viene negata la possibilità di congedarsi dai quattro figli amatissimi. L’infermiera spiega di averle prestato il proprio telefono e di aver improvvisato una videochiamata coi familiari. Riferisce la commozione e l’orgoglio nell’aver visto quei cerchi chiudersi appena in tempo, prima che quella vita si spegnesse, grata e tra parole di gratitudine. «Era felice come una Pasqua», dice l’infermiera, «e tu con lei». Ed è in quella felicità straziante, per quanto mi riguarda, che resta impigliato il senso di questa Pasqua straordinaria e terribile del 2020.