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Category: Vivo

Ottobre 30 2005

Una delle cose belle di vivere in questa periferia dell’impero è che, se la giornata è smodatamente bella e hai un pomeriggio libero, salti sul primo treno utile e in un’oretta sei a spasso per le calli di Venezia. C’è chi si fa viaggi intercontinentali per vederla poche ore in una vita: noi qui siamo piuttosto fortunati. L’occasione era portare Stefania in visita a un edificio che ha fatto parte della mia vita per tanti anni e mostrarle posti che non hanno altro valore turistico se non che ad alcuni scorci, portoni o negozi lego istanti della mia infanzia. Cose di famiglia di dubbio interesse, insomma.

Quel che pensavo, mentre spolveravo odori, gusti e viste nello scantinato dei ricordi, è quanto sia strano il mio rapporto con questa città e quanto rispecchi il cambiamento del mio modo di leggere il mondo. Venezia è stata a lungo un posto affascinante, ma più faticoso di altri, dove venivo per trovare una persona di famiglia e passare qualche ora a mangiare cose (molto) buone e giocare con trastulli improvvisati. La città era uno sfondo bizzarro e poco più. Poi, raggiunta un’età della ragione (nel mio caso vagamente futurista), Venezia è diventato un luogo affascinante, ma un po’ stantio, un parco giochi del passato in bilico tra custodia di eredità secolari e resistenza all’ineluttabile direzione presa dal resto del mondo. Quando hai quindici anni non cogli il tumulto che può darti la Venezia notturna, quasi privata dopo che la calca di turisti e bancarelle si è dissolta; pensi solo che latiti in attrattive. E anche di giorno ti fermi alla poesia di Guccini, la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi che puoi comperare in negozio.

Oggi, che le occasioni di visitarla sono ridotte al pomeriggio fuori porta, mi scopro per la prima volta ad amarla senza riserve. Amo la sua polverosa sopravvivenza, le mura irregolari, il rimbombo dei passi e delle voci nelle calli, le botteghe che sopravvivono al mercato violento della terraferma, i portoni di legno, i campielli da calcio ostaggio dei bambini, la biancheria stesa sopra le teste dei passanti. Mi commuovono gli oratori e le chiese sperdute nei sestrieri più desolati, che ti strizzano l’occhio dalle mura ricoperte di capolavori barocchi con l’orgoglio di barboni ingioiellati. Mi piace come, a due passi dalla Basilica di San Marco, i lussuosi atelier di rappresentanza delle grandi firme stridono accanto ai feudi vagamente kitsch dell’artigianato d’altri tempi. Amo la normalità eccezionale di quest’angolo di mondo, che appartiene alla repubblica del possibile piuttosto che a quella italiana. E se ieri forse avrei fatto a cambio con cento metropoli ipermoderne, oggi andrei a toglier l’acqua con il secchiello per impedire che affondi.

Ottobre 1 2005

A Jimbaran i pescatori vendono il pesce di giornata sulla spiaggia: tu lo scegli che è ancora vivo, te lo cuociono al momento sulla griglia e lo puoi mangiare con le mani seduto sulla spiaggia, a un passo dalla risacca. Se arrivi abbastanza presto, fai in tempo a vedere il sole che s’inabissa nell’Oceano. Subito dopo è un tripudio di stelle disturbato, di tanto in tanto, dalle luci di avvicinamento dei jet in atterraggio al vicino aeroporto.

Stefania e io eravamo sulla spiaggia di Jimbaran quattro mesi fa, giorno più giorno meno. È stata una delle sere più romantiche tra quelle passate a Bali in giugno. Bali è l’isola che, al ritorno a casa, mi ha spinto a riflessioni molto radicali sul senso occidentale della vita. Bali, con tutto che di compromessi col turismo fa una ragione di sussistenza, è un’isola di mansuetudine, di serenità, di amore per il bello e per il semplice. Il modo in cui i balinesi sanno strapparti ogni giorno un sorriso nuovo usando soltanto un fiore ha del rivoluzionario.

Oggi sono stato fuori casa tutto il giorno. Sono rientrato, ho acceso la tv e ho sentito le notizie.

Mi si è stretto il cuore.

Settembre 16 2005

Sono sempre più sensibile alle teorie (e ancor meglio alle pratiche) legate alla sostenibilità, al consumo consapevole, alla globalizzazione che dà opportunità ma non mortifica. Muovo i primi passi lentamente, dunque so ancora poco, ma sto scoprendo un mondo affascinante – anche grazie agli stimoli che arrivano da qualche tempo da Luca De Biase (con il suo bel libro in fieri sull’economia della liberazione), da Beppe Caravita (che dalla teoria è passato alla pratica, nel suo piccolo) e Gaspar Torriero (che spesso e volentieri nel suo blog ragiona sul mercato del petrolio). Cito loro semplicemente perché sono i più documentati nel giro di siti che consulto quotidianamente, dunque il mio tramite verso nuove risorse.

In questo filone incastro ora una curiosità trovata sul giornale locale. Questo fine settimana si tiene a due passi da Pordenone, a Villotta di Chions, la Festa della decrescita felice. Che, voglio dire, già il nome ti fa venire la voglia di andare a vedere com’è. Ho fatto qualche ricerca online e dietro a questa serie di eventi locali ho trovato un filone interessante, legato al lavoro dell’economista Serge Latouche (ben noto negli ambienti no global): si chiama Rete per la decrescita serena, pacifica e solidale. Leggo nel manifesto:

La decrescita non è la crescita negativa. Si sa che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nel disordine con riferimento alla disoccupazione e all’abbandono dei programmi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può immaginare quale catastrofe sarebbe un tasso di crescita negativa! Allo stesso modo non c’è cosa peggiore di una società lavoristica senza lavoro e, peggio ancora, di una società della crescita senza crescita. La decrescita è dunque auspicabile soltanto in una “società di decrescita”. Ciò presuppone tutt’altra organizzazione in cui il tempo libero è valorizzato al posto del lavoro, dove le relazioni sociali prevalgono sulla produzione e sul consumo dei prodotti inutili o nocivi. La riduzione drastica del tempo dedicato al lavoro, imposta per assicurare a tutti un impiego soddisfacente, è una condizione preliminare. Ispirandosi alla carta su “consumi e stili di vita” proposta al Forum delle ONG di Rio, è possibile sintetizzare il tutto in un programma di sei “R”: rivalutare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare.

Taglio e incollo nel quaderno delle rivoluzioni possibili, che si arricchisce ogni giorno di teoria, di nomi di associazioni, di aspiranti rivoluzionari, ma latita nella pratica. Ripenso alla frase di Gandhi che citava ieri Scalfarotto: siate il cambiamento che volete vedere nel mondo. Sei parte del problema, sei parte della soluzione, recita un altro slogan mutuato dalle religioni orientali. Ecco, io forse ho completato la prima parte (sono giunto alla consapevolezza di essere parte del problema, di non poter più delegare ad altri il cambiamento che richiedo), ma non ho ancora trovato la mia soluzione.

Idee, suggerimenti, pratiche, esperienze, là fuori?

Giugno 23 2005

Limbo

Dici bene che è tempo di tornare alla realtà, di riprendere la vita di tutti i giorni. Io nemmeno riesco più ad accendere la tv senza sentirmi male. E poi a momenti ho il panico: sento tutto d’un tratto il capitalismo che ci sta franando addosso, lo vedo così chiaro ora che non riesco a capire chi ci abbia convinto a fare finta di nulla.

Fai il pieno per un mese di vita vera, delle emozioni che contano, degli affetti che ti riempiono la vita. Poi finisci per quindici giorni in un’isola di gente semplice, talmente semplice che forse ha capito qualcosa. Lì i lavori che si possono fare in dieci, e che da noi si fanno in cinque, lì li fanno almeno in venti. Lì la gente sorride la mattina, sorride il pomeriggio e sorride la sera. Sorride anche quando non li guardi. Arrivi e pensi che abbiano tanto da imparare; parti e sei convinto che quello che potrebbero insegnare è ben di più.

E nel frattempo leggi Terzani, che nel suo ultimo libro viaggia con la mente e con il corpo tra le civiltà. Accumuli confronti su confronti, ma i conti non tornano: perché è pur sempre nel tuo mondo che alla fine dei conti vorresti vivere, ma il tuo mondo ti sembra aver perso completamente il senso della misura e della decenza. E del bello.

È di questo che ti rendi conto, quando stacchi la spina: che siamo drogati, completamente assuefatti a un mondo artificiale. I mondi artificiali sono bellissimi: non si rompono mai. Ma il nostro mondo imperfetto era ancora più bello, ed era tutto nostro, solo che siamo talmente storditi da badilate imperterrite di marketing che non ce lo ricordiamo nemmeno più. Corriamo avanti come matti, ma la meta stava alle nostre spalle ed era così facile da raggiungere. Ma che cosa fai, quando sei lì in mezzo, il bastian contrario che va contromano o segui la corrente?

Facciamo così. Io me ne sto in disparte ancora un po’.

Giugno 20 2005

Ho smaltito la posta arretrata, pagato i conti, cancellato lo spam, filtrato alcune migliaia di commenti fasulli, digerito alcune settimane di post arretrati, ripreso il controllo del sito.

Ok, direi che sono tornato.

Maggio 28 2005
Maggio 23 2005

Certi giorni ti sbattono in faccia la realtà più violentemente di altri: i mercati non sono (ancora) conversazioni.

Maggio 13 2005

Trovo affascinante il servizio di monitoraggio di una spedizione, nei rari casi in cui questo funziona davvero bene e il trasferimento è sempre aggiornato in tempo reale. Il pacco che sto aspettando è partito stamattina da Parigi, nel pomeriggio è stato trasferito al locale centro di smistamento e, verso sera, è stato imbarcato in aereo. Mezzoretta fa era dato in scalo a Colonia, in Germania. Attendo di conoscere la prossima tappa di avvicinamento al Friuli.

È che io me l’immagino, il viaggio del pacchetto. Me l’immagino proprio in soggettiva. E mi racconto storie su quello che vede intorno.

Ok, devo piantarla di lavorare di notte.

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