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Category: Vivo

Febbraio 26 2007

Scosse

La differenza tra un giornalista e una persona in pace con sé stessa è che se alle sette di mattina un terremoto scuote il letto senza grazia, svegliandoti, tu pensi «chissà dove sarà stato l’epicentro», tua moglie invece chiede «ma che cos’hai da muoverti tanto?».

Dicembre 25 2006

Buona speranza

Io arrivo a questa fine d’anno col fiato corto e un po’ strapazzato, ma è un periodo felice. In questi mesi io e la mia famiglia abbiamo vissuto grandi gioie e sperimentato un affetto enorme intorno a noi: è stata un’esperienza inaspettata, un Natale vissuto ogni giorno sulla nostra pelle. Di questo sono grato più di quanto riuscirò mai a dire a parole. E anche per la responsabilità di tanto benvolere, in queste ore a me viene da pensare soprattutto a chi ci ha sfiorato negli ultimi tempi con le sue storie di difficoltà, di sofferenza e di disperazione. A loro, soprattutto, vanno i miei auguri; con loro, perlomeno idealmente, passeremo il nostro Natale.

(Poi, siccome a Natale sono tutti più buoni, tanti auguri anche a Blog Margo. Doppi a Francesco Soro, che se li merita al di là di ogni ironia.)

Novembre 24 2006

Quando ero loro

Stasera alla stazione di Milano guardavo gli innamorati che si salutavano. Riconoscevo le separazioni diventate insopportabili, il magone di chi resta ma vorrebbe partire e quello di chi parte ma vorrebbe restare. Volevo fermarmi e dire loro “un giorno nemmeno lo ricorderete”. Ma mica è vero: ricorderanno, e gli si ingropperà qualcosa dentro ogni volta pensando a quant’era bello allora e a quanto sarebbe stato bello poi.

Ottobre 26 2006

Mi è arrivata una fattura intestata al Gior. prof. Maistrello.

Settembre 27 2006

L’amico mio

Dice che mi sta bene che mi siano entrati i ladri in casa. Dice che ho voluto Prodi? ho voluto Prodi?, e allora adesso non mi posso proprio lamentare. Non volevo forse gli zingari e gli extracomunitari in casa?, beh eccomi accontentato. Vota Prodi, dice, ecco che cosa succede, me lo merito.

Agosto 23 2006

Con Stefania e il piccolo Giorgio (che un giorno immagino dirà la sua), ringrazio tutti quelli che in questi giorni ci hanno scritto, commentato, linkato, telefonato, messaggiato, pensato, sorriso. Proviamo gratitudine per molte persone, alcune delle quali nemmeno sanno di aver contribuito alla serenità con cui abbiamo affrontato questo periodo così denso di meraviglie. Come spugne, abbiamo letto i diari personali di altre coppie in attesa, abbiamo spiato dalla porta di servizio i forum specializzati, ci siamo commossi davanti alle immagini dei filmini amatoriali altrui, abbiamo cercato conferme alle nostre sensazioni, consigli dettati dall’esperienza e idee per acquisti consapevoli. Abbiamo attinto a piene mani a quell’umanità condivisa che sempre più abbonda nella parte abitata della Rete, e questo ci ha arricchiti.

Per tutto ciò, ma soprattutto per quanti capiteranno qui in futuro animati dalla stessa ricerca casuale di calore in un momento così particolare della propria vita, Stefania e io abbiamo deciso di aprire le porte del nostro siterello familiare, finora ristretto a pochi amici e parenti. Contiene la storia della nostra gravidanza, e ora dei primi giorni del nostro bimbo. Ci farebbe piacere che la nostra felice esperienza di parto naturale ispirasse un giorno altre donne e altri mariti a recuperare dentro di sé quell’istinto ancestrale che una medicalizzazione sgarbata ha maldestramente perso di vista, rendendo tutto forse appena un po’ più sicuro, ma di certo più cinico, più industriale e spesso paradossalmente più doloroso. Raccontarlo e condividerlo è il nostro modo di essere il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo.

Agosto 6 2006

È nato Giorgio

Giorgio

Una manciata di minuti dopo la mezzanotte di oggi, a Pordenone, è nato Giorgio Maistrello. Pesa 3,140 chilogrammi, sta molto bene (come del resto la sua mamma) e si guarda intorno incuriosito.

Ottobre 30 2005

Una delle cose belle di vivere in questa periferia dell’impero è che, se la giornata è smodatamente bella e hai un pomeriggio libero, salti sul primo treno utile e in un’oretta sei a spasso per le calli di Venezia. C’è chi si fa viaggi intercontinentali per vederla poche ore in una vita: noi qui siamo piuttosto fortunati. L’occasione era portare Stefania in visita a un edificio che ha fatto parte della mia vita per tanti anni e mostrarle posti che non hanno altro valore turistico se non che ad alcuni scorci, portoni o negozi lego istanti della mia infanzia. Cose di famiglia di dubbio interesse, insomma.

Quel che pensavo, mentre spolveravo odori, gusti e viste nello scantinato dei ricordi, è quanto sia strano il mio rapporto con questa città e quanto rispecchi il cambiamento del mio modo di leggere il mondo. Venezia è stata a lungo un posto affascinante, ma più faticoso di altri, dove venivo per trovare una persona di famiglia e passare qualche ora a mangiare cose (molto) buone e giocare con trastulli improvvisati. La città era uno sfondo bizzarro e poco più. Poi, raggiunta un’età della ragione (nel mio caso vagamente futurista), Venezia è diventato un luogo affascinante, ma un po’ stantio, un parco giochi del passato in bilico tra custodia di eredità secolari e resistenza all’ineluttabile direzione presa dal resto del mondo. Quando hai quindici anni non cogli il tumulto che può darti la Venezia notturna, quasi privata dopo che la calca di turisti e bancarelle si è dissolta; pensi solo che latiti in attrattive. E anche di giorno ti fermi alla poesia di Guccini, la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi che puoi comperare in negozio.

Oggi, che le occasioni di visitarla sono ridotte al pomeriggio fuori porta, mi scopro per la prima volta ad amarla senza riserve. Amo la sua polverosa sopravvivenza, le mura irregolari, il rimbombo dei passi e delle voci nelle calli, le botteghe che sopravvivono al mercato violento della terraferma, i portoni di legno, i campielli da calcio ostaggio dei bambini, la biancheria stesa sopra le teste dei passanti. Mi commuovono gli oratori e le chiese sperdute nei sestrieri più desolati, che ti strizzano l’occhio dalle mura ricoperte di capolavori barocchi con l’orgoglio di barboni ingioiellati. Mi piace come, a due passi dalla Basilica di San Marco, i lussuosi atelier di rappresentanza delle grandi firme stridono accanto ai feudi vagamente kitsch dell’artigianato d’altri tempi. Amo la normalità eccezionale di quest’angolo di mondo, che appartiene alla repubblica del possibile piuttosto che a quella italiana. E se ieri forse avrei fatto a cambio con cento metropoli ipermoderne, oggi andrei a toglier l’acqua con il secchiello per impedire che affondi.

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