Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Metti un sabato sera a Pordenone. Esco dal cinema e mi ritrovo avvolto in una nebbia puzzolente. A duecento metri da lì, in pieno centro città, un vasto incendio sta distruggendo da un paio d’ore un negozio di tessili e sta minacciando una libreria, un archivio regionale e una banca. I particolari in cronaca.
Particolare curioso, quell’angolo di Pordenone non è affatto nuovo a eventi drammatici: l’edificio di fronte deve aver avuto i suoi buoni déjà vu.
Pordenone, incrocio tra corso Garibaldi, via XXX Aprile e via Oberdan

primi del 900

1990

31 maggio 2003
Le immagini sono tratte dall’archivio del Liceo Leopardi e da Il Gazzettino
Questa sera eri una quindicenne brufolosa. Venerdì un operaio di quarant’anni. Due settimane fa uno studente venticinquenne. Secondo la mia esperienza di viaggi in treno – un totale di 400 punti maturati quest’inverno sulla IC Card in un triangolo di tratte che ha i vertici in Milano, Bologna e Pordenone – ci sei in quasi due viaggi su tre, senza distinzione tra Eurostar, Intercity e Interregionali. A te chiedo: è proprio necessario che tu ti metta regolarmente ad ascoltare al massimo volume tutte (tutte!) le suonerie del tuo cellulare?
–o–
Divertente è stato, invece, leggere Trenità di Giuseppe Antonelli (edito da peQuod), un libretto che mi è stato istintivamente simpatico non appena visto in libreria e che si poi è rivelato della lunghezza ideale per coprire un tragitto in Eurostar tra Bologna e Milano. Il libro non mi è dispiaciuto affatto: alcune visioni inaspettate, alcune descrizioni e alcuni giochi linguistici sono strepitosi. Tuttavia a mente fredda dico che ha mantenuto solo in parte le suggestioni proposte dalle presentazioni di copertina (dove però è del tutto azzeccata la descrizione di un testo «reticolare, stratificato, ricco di echi e di campionamenti: più che un romanzo, un concept album»).
Trenità è un romanzo, ma apparentemente non ha né capo né coda. Per impostazione e sviluppo, particolare curioso, mi ha fatto pensare spesso a un blog trasposto su carta. Il linguaggio è originale e ricercato, al punto però di arrivare più volte a irritare il lettore per eccesso di ricercatezza e di effetto. I «campionamenti» di cui sopra sono stralci di canzoni appartenenti per (ab)uso all’immaginario collettivo e in quanto tali sono utilizzati come passaggi, raccordi, descrizioni essenziali all’interno del racconto: ottima trovata in un primo tempo, poi però non regge sempre l’alto livello inziale, stanca e lascia pensare a un malriuscito e semiserio tentativo di imitazione del ben più geniale Bergonzoni. Visto il filo conduttore (un uomo sale su un treno deciso a non scendere più – ma il tema principale è poi l’amore, o la sua mancanza), si apprezza soprattutto in viaggio, meglio se in una carrozza a scompartimenti di un Intercity.
Il mondo (blog) della Pizia
- LOCATED IN Leggo
Mondo Blog, il libro della Pizia, mi è piaciuto parecchio.
Per diverse ragioni.
Sono convinto che la via sentimentale (e in parte collettiva) scelta dall’autrice sia la più adatta a rendere giustizia ai blog. Descrivere questi particolari siti personali soffermandosi sulla loro tecnologia, come accade spesso, mi fa la stessa impressione che pretendere di spiegare l’anima tracciando una mappa delle terminazioni nervose del corpo umano. Dato per scontato che un blog è un sistema di pubblicazione costituito da un numero “x” di elementi più o meno fondamentali – concetto, del resto, opinabile -, la rivoluzione sta semmai nel modo in cui questo (tutto sommato banale) strumento è stato utilizzato per dare forma a una nuova categoria di contenuti e a un tessuto molto particolare di relazioni sociali. Di questo, pippe sociologiche escluse, parla la Pizia.
Il libro della Pizia mi è piaciuto perché digerisce in 176 pagine molto godibili due anni e mezzo di post e incontri, nati per caso ed evolutisi in modo altrettanto casuale. Sintetizza un mondo intero – virtuale? digitale? parallelo? io dico reale – con scioltezza, acume e, pur essendo coinvolta in prima persona, con discreta obiettività. Racconta, conservando lo stupore e l’ironia, la genesi di un gruppo di persone che ieri erano estranei e oggi attraversano mezza Italia per vedersi di tanto in tanto. Sono solo una delle tante possibili combinazioni di persone che si sono incontrate in modo poco più che fortuito in Rete dal 1999 a oggi attraverso i blog, ma sono probabilmente la combinazione più rappresentativa perché raccoglie buona parte dei pionieri italiani. È la più rappresentativa, dico tra me e me, perché è quella che seguo di più (e qui faccio outing e ammetto di leggere con regolarità, tra gli altri, Leonardo, Blogorroico, la stessa Pizia, Simone, FlamingPxl, Strelnik, Manteblog).
Il libro della Pizia mi è piaciuto perché ho ritrovato nelle sue parole un modo di vedere Internet nel quale mi riconosco senza riserve (ne ho parlato, in un contesto simile, nel 1999) e che fino a qualche tempo fa sembrava essere stato irrimediabilmente soppiantato da portali e imprese commerciali. C’è la rivincita della Rete creativa e umana, quella che privilegia i contenuti, le persone e le idee, dietro al dirompente emergere dei blog. Ed è il motivo per cui, da qualche tempo, mi dichiaro un blog-entusiasta.
Il libro della Pizia mi è piaciuto perché esprime con pudore il timore, per nulla infondato, che il meglio sia già passato, che la spontaneità sia diventata moda, che la dedizione gratuita si sia trasformata in facile ricerca di consenso. Il delizioso racconto conclusivo è una riflessione lucida sulle contraddizioni di uno strumento che vede nelle sue virtù le ragioni del suo possibile tramonto. Ma è anche una metafora di Internet nel suo insieme, un mezzo di comunicazione che non è ancora riuscito a esprimere la sintesi ideale tra le sue qualità locali/intime e le sue aspirazioni globali/collettive su vasta scala.
Il libro della Pizia mi è piaciuto perché non avevo mai pensato al passare da una finestra all’altra di Windows come a una danza. O a un sito personale come un Dolce Forno Harbert.
La vista che non ti aspetti
- LOCATED IN Segnalo
La webcam puntata sul parco di Paperopoli è qualcosa di fronte alla quale non si può restare indifferenti…
A volte il film è anche meglio
- LOCATED IN Leggo
Ne avevo letto spesso e lo cercavo da tempo, ma sembrava sconosciuto in Italia. Poi, qualche settimana fa, la folgorazione in una (originale) libreria di Perugia: Einaudi ha appena (ri?)stampato This boy’s life, storia autobiografica dello scrittore Tobias Wolff. È uscito in aprile per la collana Stile Libero con il titolo di Un vero bugiardo. Titolo deludente come pochi, a dirla tutta, pur riconoscendo la difficoltà di resa del riferimento originale a Boy’s Life, la rivista degli scout americani.
Si tratta di uno tra i più popolari e apprezzati romanzi di formazione della letteratura contemporanea americana. Uscito negli Stati Uniti nel 1989, racconta la movimentata vita di un ragazzo di provincia negli anni ’50. Qualcuno lo ricorderà per essere stato d’ispirazione a Voglia di Ricominciare (…a proposito di titoli strampalati), film del 1993 interpretato da Robert De Niro, Ellen Barkin e da un giovane e quanto mai promettente Leonardo DiCaprio.
Il libro è molto scorrevole e gradevole. Racconta con un misto di distacco e compiacimento le vicende di Tobias, adolescente ribelle più per vivacità interiore che per vocazione, al seguito di una madre irrequieta e sfortunata. Film e libro divergono solo per il finale, che sulla carta concede qualcosa in meno al riscatto del protagonista.
Ricordo piuttosto bene il film. Lo ricordo ricco di sfumature, e anche per questo mi sono portato a lungo la curiosità di leggere la storia originale. Poiché, in genere, è tutto grasso che cola se la pellicola conserva almeno il 30% dell’intensità di un romanzo, il libro – pensavo – deve essere davvero notevole. Non posso dire che il libro mi abbia deluso: si legge volentieri, ma senza orecchiette. Di certo ho rivalutato l’interpretazione cinematografica, ricca e fedele come poche volte riesce (almeno nei film made in Hollywood). Magari uno di questi giorni lo rivedo.
Perché l’America spara
- LOCATED IN Guardo
Bowling for Columbine è un documentario di Micheal Moore. Michael Moore è il regista che, ritirando l’Oscar per il miglior documentario (vinto proprio per Bowling for Columbine), ha dichiarato qualcosa del tipo: «A me piace la realtà e invece viviamo in tempi fittizi, in cui elezioni fittizie hanno eletto un uomo fittizio che ci sta portando in guerra per ragioni fittizie». Moore è un tipo bizzarro e coraggioso: provate voi a stare in piedi da soli sul palco più osservato del mondo in quel momento, poco dopo l’11 settembre e subito prima dell’Iraq, e urlare a Bush di vergognarsi. Ha modi piuttosto bruschi e un’ironia pungente, oltre a indubbie doti da intrattenitore e a una faccia tosta come pochi.
Il pretesto da cui parte il suo lungometraggio è il massacro alla Columbine High School di Littleton, dove nel 1999 13 ragazzi e un insegnante furono uccisi da due studenti esaltati. Moore confronta un po’ di dati sulle vittime da arma da fuoco nel mondo e si domanda perché mai negli Stati Uniti i morti siano in proporzione tanto più numerosi. La risposta arriva al termine di un un appassionante viaggio di un’ora e mezza tra sostenitori del dovere di difendersi, parenti delle vittime, lobby delle armi, presunti capri espiatori, forze dell’ordine e originali sintesi della storia americana.
La conclusione di Moore, che si appoggia a teorie già note negli atenei, è che l’America ha paura, e fin qui poco male, ma che questa paura è alimentata e gestita in modo consapevole da politici e mezzi di comunicazione come forma distorta di gestione del consenso e di controllo sociale. Onesto e intelligente nel suo viaggio alla ricerca di una verità (ma talvolta inutilmente furbo in fase di montaggio), Moore costruisce su questo assunto un documento vivace, diretto e spesso ironico, che ha nella curiosità, nell’indignazione e nella compassione i suoi punti di forza.
Il film – perché alla fine questo documentario ha poco da invidiare a un film – va visto anche solo per l’intervista a un fin troppo orgoglioso Charlton Heston (ex Ben Hur del grande schermo e ora presidente della National Rifle Association), per il breve excursus in Canada (dove pare che nessuno si chiuda a chiave nemmeno in casa propria) e per lo spaccato di vita media nella provincia nordamericana, dove l’obbligo morale di difendersi sembra venire prima del diritto e della necessità di farlo.
Il giro d’Italia in dieci giorni
- LOCATED IN Vivo
Sabato prossimo comincia il Giro d’Italia. Io l’ho anticipato (in macchina): 2.200 chilometri in dieci gironi, approfittando dei ponti festivi. Dalla Lombardia all’Emilia alla Puglia, con ritorno attraverso il Lazio e l’Umbria. Dieci giorni, sei tappe: l’Italia è sempre una scoperta.

Per esempio, ho scoperto che:
● li pizzicarieddi e il vino Primitivo sono eccezionali;
● in Puglia ti prendono per la gola, e sanno farlo bene;
● la cattedrale di Trani, all’ora di pranzo, è chiusa;
● sugli Apennini laziali si vive che è una meraviglia;
● l’Umbria è talmente bella, che riesce a sorprendermi ogni volta che ci torno;
● viaggiare per la Penisola fa ingrassare.
La lunga canzone di Cohen
- LOCATED IN Leggo
Vi diranno che è un romanzo di formazione, che parla di adolescenza, di amicizia, di scoperte e di amore. Vi diranno che racconta del modo in cui un giovane ebreo benestante e non strettamente osservante vede il mondo. Vi diranno che è autobiografico. Vi diranno che ripercorre l’età in cui New York per un artista era una meta, un luogo da raggiungere per realizzarsi. Vi diranno che questo è uno dei migliori romanzi canadesi di sempre.
Invece Il gioco preferito di Leonard Cohen è una canzone, una canzone lunga 286 pagine. Ed è una bella canzone, se si supera il disorientamento delle prime pagine (che, rilette con la consapevolezza di poi, sono anche le più intense e stupefacenti). Cohen, artista poliedrico e raffinato, lo ha scritto prima di diventare noto come uno dei più sensibili musicisti contemporanei. Introvabile, il testo è stato ristampato con una nuova traduzione nel 2002 da Fazi.
Il gioco preferito ha della canzone la forza espressiva ed evocativa, la capacità di emozionare con un solo inciso, il felice equilibrio tra detto e sottointeso che rende complice l’immaginazione di chi legge. Nella prima parte, in cui i collegamenti tra gli eventi hanno ancora un peso secondario, il libro è un piacevole susseguirsi di impressioni, immagini e intuizioni dominate da stupore e purezza. Poi il racconto si fa più maturo, così come l’età del protagonista, ma non perde mai la meraviglia e il candore. Frammenti di vita, come lo sono molte canzoni del Cohen cantautore: li avete sentiti anche voi gli accordi di chitarra in sottofondo?
Il gioco preferito è Due di due se l’avesse scritto Fabrizio De André.
(Se poi volete leggere un po’ di recensioni serie – perché questo libro ha fatto poco rumore ma ha affascinato molto – il vivace sito di Fazi ne raccoglie un bel po’).
L’occhio del cielo
- LOCATED IN Ascolto
Ammetto tre debolezze in un colpo solo. La prima: mi piace assistere alle cerimonie di assegnazione dei premi cinematografici o musicali, dagli Oscar in giù. La seconda: amo le cover, ovvero la rivisitazione da parte di un cantante o gruppo musicale di canzoni appartenenti al repertorio di un altro cantante o gruppo. La terza: adoro la musica acustica, specie se si riduce a esecuzioni per chitarra, pianoforte e voce. Potete, quindi, immaginare i cinque minuti di delizia che ho vissuto ieri sera, durante la bislacca diretta dei David di Donatello, quando Noa ha presentato la sua versione di Eye in the sky degli Alan Parson’s Project accompagnata solo da una chitarra acustica.
Non conosco molto del repertorio di Noa; diciamo pure che mi fermo poco più in là di Life is beautiful, la canzone tratta dalla colonna sonora del film di Benigni. Di conseguenza ignoravo che nell’autunno scorso avesse presentato un nuovo Cd, Now, e che questo contenesse due cover (anche We can work it out dei Beatles).
Trovo Eye in the Sky una canzone bella, ma come molti classici evergreen ha il difetto di suonare ormai terribilmente uguale a se stessa, quasi un luogo comune musicale. C’è poi quest’immagine un po’ spaventosa dell’occhio nel cielo capace di leggere nella mente altrui che, pensandoci bene, mi insegue da vent’anni (la canzone è del 1982). La versione di Noa è meravigliosa: dà nuova vita al testo, ritocca la musica quel tanto che basta a renderla un dolce sottofondo e fa diventare la canzone delicata e intensa. Riascoltata un po’ di volte, sull’onda dell’entusiasmo l’ho subito inserita tra le mie cover preferite.
È in buona compagnia, insieme a – giusto per fare qualche nome:
- Don’t think twice, it’s all right
di Bob Dylan (musica trad.), cantata da Joan Baez con le Indigo Girls - Losing my religion
dei Rem, cantata da Tori Amos
(live, nessuna indicazione discografica nota) - Home of the rising sun
(trad.), cantata da Tracy Chapman
(in T. Chapman, Telling Stories, 2001 – versione speciale con disco live) - The beggar
di Fabrizio De André (A pittima), cantata da Allan Taylor
(nessuna indicazione discografica nota) - Somewhere over the Rainbow
(Il mago di Oz), cantata da Israel Kamakawiwo’ole
(Israel Kamakawiwo’ole, Facing Future, 1993) - Dal fronte non è più tornato
di Vladimir Vysotskij, cantata da Eugenio Finardi
(in Club Tenco, Il volo di Volodjia, 1993) - 4+20
di Stephen Stills, cantata da Eugenio Finardi
(in E. Finardi, Acustica, 1993) - Insieme a te non ci sto più
di Caterina Caselli (Conte,Pallavicini,Virano), cantata da Ornella Vanoni
(in O. Vanoni, E poi… la tua bocca da baciare, 2001) - Estate
di Bruno Martino, cantata dai La Crus
(in La Crus, Crocevia, 2001) - L’illogica allegria
di Giorgio Gaber, cantata dai La Crus con Samuele Bersani
(in La Crus, Crocevia, 2001)
Le storie ruvide di Ani DiFranco
- LOCATED IN Ascolto
Bel cd Evolve, l’ultimo di Ani DiFranco. Per chi apprezza il genere, lei è una sorta di Dave
Mattews al femminile, un’Alanis Morissette in versione blues. Le melodie sono ricche, gli strumenti sono tanti (tra cui un trio di trombe, che dà il meglio di sé in Promise Land, la traccia d’apertura), i ritmi spaziano con leggerezza dal folk al jazz, al blues, senza disdegnare incursioni in sonorità rock e latine.
Tra le cantautrici alternative americane, Ani DiFranco è una delle più alternative. E prolifiche: produce i suoi lavori a un ritmo tale da far impallidire qualsiasi stratega del marketing (il precedente, un live doppio, è nei negozi da poco più di sei mesi). Il risultato, nonostante tanta fecondità, è sempre all’altezza del miglior cantautorato americano contemporaneo. Le canzoni di Evolve sono dense di spessore sonoro e di espressività nei testi.
Non le manda a dire, Ani DiFranco: «no you didn’t just leave, i actually kicked you out» dice con rabbia mista a ironia in In the way. Evolve è un collage di situazioni, frammenti di relazioni, atmosfere senza contesto. Racconta un’evoluzione personale, suggerisce il titolo, e i testi sono tutti intimi, quasi sempre ruvidi. Storie, lunghi sfoghi che non cercano mai rime perfette, racconti in pillole che non perdono di vista l’umanità dei protagonisti. Ani DiFranco non si accontenta di far parlare i versi: li interpreta, dà loro vita in simbiosi con la musica, piega l’intera canzone alla sua volicalità particolare. In questo è perfino più virtuosa della Morissette.
Qualche estratto del cd si può ascoltare sul sito ufficiale, su Cdbox e su Cdnow.
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