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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Aprile 23 2003

Il gioco preferito, Leonard CohenVi diranno che è un romanzo di formazione, che parla di adolescenza, di amicizia, di scoperte e di amore. Vi diranno che racconta del modo in cui un giovane ebreo benestante e non strettamente osservante vede il mondo. Vi diranno che è autobiografico. Vi diranno che ripercorre l’età in cui New York per un artista era una meta, un luogo da raggiungere per realizzarsi. Vi diranno che questo è uno dei migliori romanzi canadesi di sempre.

Invece Il gioco preferito di Leonard Cohen è una canzone, una canzone lunga 286 pagine. Ed è una bella canzone, se si supera il disorientamento delle prime pagine (che, rilette con la consapevolezza di poi, sono anche le più intense e stupefacenti). Cohen, artista poliedrico e raffinato, lo ha scritto prima di diventare noto come uno dei più sensibili musicisti contemporanei. Introvabile, il testo è stato ristampato con una nuova traduzione nel 2002 da Fazi.

Il gioco preferito ha della canzone la forza espressiva ed evocativa, la capacità di emozionare con un solo inciso, il felice equilibrio tra detto e sottointeso che rende complice l’immaginazione di chi legge. Nella prima parte, in cui i collegamenti tra gli eventi hanno ancora un peso secondario, il libro è un piacevole susseguirsi di impressioni, immagini e intuizioni dominate da stupore e purezza. Poi il racconto si fa più maturo, così come l’età del protagonista, ma non perde mai la meraviglia e il candore. Frammenti di vita, come lo sono molte canzoni del Cohen cantautore: li avete sentiti anche voi gli accordi di chitarra in sottofondo?

Il gioco preferito è Due di due se l’avesse scritto Fabrizio De André.

(Se poi volete leggere un po’ di recensioni serie – perché questo libro ha fatto poco rumore ma ha affascinato molto – il vivace sito di Fazi ne raccoglie un bel po’).

Aprile 10 2003

Eye in the sky, Alan Parson's ProjectAmmetto tre debolezze in un colpo solo. La prima: mi piace assistere alle cerimonie di assegnazione dei premi cinematografici o musicali, dagli Oscar in giù. La seconda: amo le cover, ovvero la rivisitazione da parte di un cantante o gruppo musicale di canzoni appartenenti al repertorio di un altro cantante o gruppo. La terza: adoro la musica acustica, specie se si riduce a esecuzioni per chitarra, pianoforte e voce. Potete, quindi, immaginare i cinque minuti di delizia che ho vissuto ieri sera, durante la bislacca diretta dei David di Donatello, quando Noa ha presentato la sua versione di Eye in the sky degli Alan Parson’s Project accompagnata solo da una chitarra acustica.

Non conosco molto del repertorio di Noa; diciamo pure che mi fermo poco più in là di Life is beautiful, la canzone tratta dalla colonna sonora del film di Benigni. Di conseguenza ignoravo che nell’autunno scorso avesse presentato un nuovo Cd, Now, e che questo contenesse due cover (anche We can work it out dei Beatles).

Trovo Eye in the Sky una canzone bella, ma come molti classici evergreen ha il difetto di suonare ormai terribilmente uguale a se stessa, quasi un luogo comune musicale. C’è poi quest’immagine un po’ spaventosa dell’occhio nel cielo capace di leggere nella mente altrui che, pensandoci bene, mi insegue da vent’anni (la canzone è del 1982). La versione di Noa è meravigliosa: dà nuova vita al testo, ritocca la musica quel tanto che basta a renderla un dolce sottofondo e fa diventare la canzone delicata e intensa. Riascoltata un po’ di volte, sull’onda dell’entusiasmo l’ho subito inserita tra le mie cover preferite.

È in buona compagnia, insieme a – giusto per fare qualche nome:

Aprile 8 2003

Bel cd Evolve, l’ultimo di Ani DiFranco. Per chi apprezza il genere, lei è una sorta di Dave
Mattews
al femminile, un’Alanis Morissette in versione blues. Le melodie sono ricche, gli strumenti sono tanti (tra cui un trio di trombe, che dà il meglio di sé in Promise Land, la traccia d’apertura), i ritmi spaziano con leggerezza dal folk al jazz, al blues, senza disdegnare incursioni in sonorità rock e latine.

Tra le cantautrici alternative americane, Ani DiFranco è una delle più alternative. E prolifiche: produce i suoi lavori a un ritmo tale da far impallidire qualsiasi stratega del marketing (il precedente, un live doppio, è nei negozi da poco più di sei mesi). Il risultato, nonostante tanta fecondità, è sempre all’altezza del miglior cantautorato americano contemporaneo. Le canzoni di Evolve sono dense di spessore sonoro e di espressività nei testi.

Non le manda a dire, Ani DiFranco: «no you didn’t just leave, i actually kicked you out» dice con rabbia mista a ironia in In the way. Evolve è un collage di situazioni, frammenti di relazioni, atmosfere senza contesto. Racconta un’evoluzione personale, suggerisce il titolo, e i testi sono tutti intimi, quasi sempre ruvidi. Storie, lunghi sfoghi che non cercano mai rime perfette, racconti in pillole che non perdono di vista l’umanità dei protagonisti. Ani DiFranco non si accontenta di far parlare i versi: li interpreta, dà loro vita in simbiosi con la musica, piega l’intera canzone alla sua volicalità particolare. In questo è perfino più virtuosa della Morissette.

Qualche estratto del cd si può ascoltare sul sito ufficiale, su Cdbox e su Cdnow.

Aprile 7 2003

Mi scrive Livio, qualche giorno fa:

«complimenti, ma… l’hockey? almeno una citazione, una fotina, un messaggio subliminale, un cuscinetto a sfera»

Ha ragione. Nei miei brevi e presuntuosi appunti autobiografici digitali ho trascurato del tutto un momento importante della sua e della mia infanzia. Non ho affatto dimenticato quel periodo, lo tranquillizzo. Semplicemente non ho trovato importante parlarne. Il motivo per cui mi sbagliavo mi è stato chiaro solo quando ho visto il reperto che il buon Livio si è premurato di spedirmi a stretto giro di e-mail.

Hockey su pista, tanti anni fa

Io, per la cronaca, sono il primo da sinistra. Livio il secondo. Rivedere questa foto – anzi vederla, perché di quell’età non ho mai posseduto nessuna immagine – è stata un’emozione inaspettatamente intensa. Ho rivissuto le stesse sensazioni di quel giorno: l’imbarazzo delle prime partite ufficiali sul campo di casa, il prurito che davano quelle maglie consumate di lana, troppo grandi per noi bambini, lo sguardo degli allenatori appoggiati a braccia incrociate al cancello, le facce dei parenti che ci osservavano dalle tribune di fronte a noi.

Credo fosse il 1983, forse il 1984. Al Palazzetto di Hockey e Pattinaggio di Pordenone. Noi eravamo il primo, timido tentativo di settore giovanile organizzato dalla locale squadra di hockey su pista, l’Hockey Zoppas, a quel tempo una delle maggiori formazioni della serie A1. Io ero irrimediabilmente scarso, né sono mai diventato un bravo sportivo in seguito. Ma quello era ancora un gioco, quasi sempre divertente. E si pattinava un sacco.

Perdevamo anche un sacco. Ed è stato quello il momento in cui ho cominciato a scrivere. Devo molto del lavoro che faccio oggi a una brava persona che un giorno mi disse “Perché non scrivi due righe sulle partite, che le mandiamo ai giornali locali?”. Raccontare gli aspetti positivi di sconfitte talvolta imbarazzanti – ricordo un 36 a 1 rimediato su qualche pista del Veneto – è diventato lo sport in cui riuscivo meglio. Di fronte a tanta faccia tosta, forse trovando qualcosa di poetico nel modo barbaro con cui portavamo i colori cittadini per il Triveneto, i quotidiani della zona non osavano censurarci e, un po’ per volta, io guadagnavo spazio sulle colonne del Gazzettino, del Messaggero e del Piccolo. Poi il resto è venuto da sé.

Altri tempi. Magari un giorno ne riparlo.

Intanto, grazie a Livio (che ai pattini ora preferisce la chitarra).

Aprile 1 2003

Il Guardian pubblica una raccolta di e-mail spedite da Rachel Corrie ai suoi familiari. Sono molto belle, parlano da sole. Le trovate tradotte in italiano anche su Internazionale del 28 marzo.

Non so perché a volte una morte diventi un simbolo: di quanti eroi non abbiamo conosciuto la vita, in fondo. A volte succede e ti colpisce. Non credo sia ipocrita. Ipocrita sarebbe non volerne sapere di più; non chiedersi che cosa ha preso a questo vecchio mondo e perché sta accadendo; accontentarsi solo di aggiungere un’icona al proprio album delle commozioni.

Nel 1989 io avevo 17 anni. Non ho mai dimenticato l’immagine di piazza Tien An Men, lo studente davanti ai carri armati. Eravamo giovani e studenti anche noi; combattevamo contro i carri armati della nostra adolescenza. Questione di proporzioni, ma forse lo spirito è lo stesso. Spero che Rachel Corrie davanti a un bulldozer possa essere l’immagine dell’adolescenza di tanti che nel 2003 hanno 17 anni.

«Something disturbing about this friendly curiosity. It reminded me of how much, to some degree, we are all kids curious about other kids.» Rachel Corrie, 7/2/2003

Marzo 27 2003

Una scena di Io non ho pauraLeggo apprezzamenti quasi unanimi su Io non ho paura, il nuovo film di Gabriele Salvatores tratto dall’omonimo soggetto di Ammaniti. Bene: tra i titoli italiani della stagione in corso merita certo di essere visto.

Mi ha colpito in particolare la lunga serie di riferimenti che i critici hanno individuato nella pellicola. Qualche esempio: Alberto Crespi sull’Unità si richiama a I giorni del cielo di Terry Malick, ai sovietici La terra o La storia di Asja Kljacina, ai miti dell’antichità e della Bibbia, a ET. Roberto Nepoti su Repubblica cita Stephen King e sottolinea toni western, ingenui, romanzeschi e mitici. La Stampa ricorda le illustrazioni dei libri per l’infanzia e le immagini di Conrad L. Hall in Era mio padre di Mendes. Tullio Kezich sul Corriere della Sera richiama ancora King.

Ora io mi chiedo: non sarà un po’ troppo per un film solo?

Forse proprio quest’eccesso di regia e di ricerca mi ha messo un po’ a disagio. Perché non posso proprio dire che non mi siano piaciuti la strepitosa fotografia, la cura maniacale per i particolari, l’intuizione di girare ad altezza di bambino, la credibilità degli interpreti, la sensibilità per l’infanzia (fin troppo ostentata), l’assenza di sentimentalismo gratuito, la musica così indovinata. Singolarmente sono quanto di meglio abbia visto di recente. L’insieme, però, mi è sembrato tracotante e imperfetto, eccessivo nel tentare l’esercizio di stile piuttosto che mirare all’equilibrio complessivo.

Il sito del film, una volta tanto anche in Italia, è piuttosto originale.

Marzo 26 2003

Mentre in Inghilterra torna la censura, artisti di tutto il modo usano i propri siti per mettere a disposizione canzoni per la pace, nuove o composte per l’occasione. Da noi si lancia Celentano. Tutti con dichiarazioni senza troppi compromessi. Sarà anche facile. Sarà anche marketing. Ma è un bel segnale.

This is the strongest voice I could think of to send out there. We had to send something out there now. We are praying and hoping for the lives of all people involved, the troops, the Iraqi civilians, refugees, pow’s, families of troops, the innocents, that they are safe and okay. Safe home, all. – Michael Stipe

Marzo 24 2003

Il cormorano del Golfo (dal Washington Post)– Ma tu credi che sia proprio tutto vero?
– Beh, proprio tutto no. Qualche eccesso di propaganda è evidente. Però le immagini in diretta… i collegamenti telefonici… Internet… insomma, questa volta ne sappiamo parecchio di più, no?
– Sarà. Però vedere non mi fa stare più tranquillo. Ti ricordi del cormorano?
– Quale cormorano?
– Quello impiastricciato di petrolio. Nel Golfo Persico. Dodici anni fa.
– Ah, sì. È stata una delle immagini simbolo della guerra del 1991, se non sbaglio.
– Esatto.
– Beh, che c’entra?
– Era falsa.
– Sì, vabbé. E magari Saddam non aveva nemmeno invaso il Kuwait.
– No, nel Kuwait era entrato davvero. Non stava per invadere l’Arabia Saudita, semmai, ma questa è un’altra storia.
– Beh, ma il cormorano che c’entra?
– Il cormorano era la dimostrazione che Saddam Hussein stava vendicandosi del mondo aprendo le pompe di petrolio e creando un disastro ambientale.
– Questo l’avevo capito.
– Lo scoop l’avevano girato lungo le coste del Kuwait le troupe di Itv e della Cnn. Fece impressione perché si trattava di una delle prime immagini reali degli effetti della guerra dopo giorni di traccianti verdi nel cielo di Baghdad.
– E perché sarebbe falsa?
– Perché quella zona era in pieno controllo irakeno, in quel momento. Ed era sottoposta a continui bombardamenti americani.
– Saranno stati giornalisti coraggiosi.
– Forse lo erano, ma è certo che non si trovavano sulle rive del mare in quei giorni.
– No?
– No. E la troupe della Cnn lo ammise qualche giorno dopo a un collega francese più curioso degli altri. Le immagini erano state girate altrove.
– Dove?
– Non è chiaro. Di sicuro c’è che in quella zona e in quel periodo dell’anno non ci sono cormorani. Del cormorano agonizzante esistono fotografie e riprese televisive. Solo che le foto risalirebbero addirittura al 1983, durante la guerra Iran-Iraq.
– Ma figurati!
– Aspetta, c’è di peggio. Le riprese televisive, a quanto si stabilì nei mesi successivi, sono state create ad hoc prelevando dei cormorani allo zoo e sporcandoli di petrolio.
– Ma non è possibile.
– Invece andò proprio così. È stato dimostrato che anche altri dei filmati più noti della Guerra del Golfo furono girati “in studio” e spacciati per veri. Alcuni hanno fatto a lungo bella mostra di se nel portafoglio della Hill & Knowlton.
– Se fosse davvero così sarebbe venuto fuori uno scandalo.
– Ci fu, ma non ebbe lo stesso risalto. A guerra finita non importava più nessuno. Ne parlano molti libri, comunque.
– E che cosa vorresti dimostrare con questo?
– Nulla. Non toglie nulla alla drammaticità della guerra. Non cancella le responsabilità di nessuno. Fa pensare, però.
– Che cosa dovrei fare, allora? Sentirmi tradito e non credere più a nulla? Non seguire più i telegiornali? Pensare che la Gruber non si trovi affatto a Baghdad, ma mi stia raccontando un sacco di balle da qualche isola tropicale?
– Ma no, credici pure. Anzi, segui la cronaca e informati il più possibile. Ma ricordati di dubitare. Non puoi fare altro, in questo momento. Puoi solo dubitare. E non mi pare poco.

Marzo 20 2003

Ripensavo a una poesia che mi è rimasta nel cuore.

TESTAMENTO
di Kriton Athanasulis (1916-1979)

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.

Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali, e uguali
t’indurranno le notti a dolce sonno,
il mare t’empirà di sogni.

Ti lascio il mio sorriso amareggiato:
fanne scialo, ma non tradirmi.
Il mondo è povero oggi.
S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco tu
guadagnando l’amore del mondo.

Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro
Il mondo ne ha bisogno.

Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del mio tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.

Non dire mai che sono stato indegno,
che disperazione m’ha portato avanti
e son rimasto indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento, e pioggia, e grandine
hanno sepolto la mia voce.

Ti lascio la mia storia
vergata con la mano d’una qualche speranza.
A te finirla.

Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate, ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austera forma d’uomo,
madri vestite a bruno, fanciulle violentate.

Ti lascio la memoria di Belsen e di Auschwitz.
Fa presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo.

Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici: già! i nemici dell’odio.

Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri:
dicono sempre sì, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono, di fuori,
il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.

Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro.
Il pane è fatto pietra, l’acqua fango,
la verità un uccello che non canta.

É questo che ti lascio.
Io conquistai il coraggio d’essere fiero.
Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. É questo che ti lascio.

Marzo 19 2003

Mozzarella di BufalaNon ho mai nascosto di non provare simpatia per le catene che girano in Rete.

Non sono i messaggi in sé: mi fa piacere se un amico approfitta di un testo o un’immagine che ritiene divertente per mandarmi un saluto. Nella peggiore delle ipotesi lo metto da parte e lo leggo quando ho tempo. Quello che non tollero proprio sono le bufale, i messaggi falsi che diffondono presunti appelli umanitari e che in realtà si prendono gioco di chi li invia in buona fede. La maggior parte sono note da mesi, se non da anni: è quindi sufficiente un po’ di prudenza e spirito critico prima di contribuire alla sua diffusione.

I miei contributi alla causa anti-bufala sono due.

Uno. C’è chi si dedica con passione a smascherare i messaggi falsi. Ecco tre buoni indirizzi da consultare sempre prima di inoltrare un messaggio (anche quando non si nutrono molti dubbi sull’autenticità):

Due. Ogni volta che ricevo un messaggio di questo tipo, controllo di persona. Una volta li cancellavo e basta. Ora, se scopro che è una bufala nota (e succede nel 90% dei casi), rispondo al mittente facendoglielo notare e fornendogli documentazione utile. Il risultato, di solito, è: (a) il mittente s’arrabbia, la prende come un’offesa personale e mi cancella dalla sua rubrica; (b) risponde con un lungo messaggio, nel quale mi spiega le profonde motivazioni che lo hanno spinto a inoltrare la bufala, non senza sottolineare il suo senso di tradimento una volta scoperto l’inganno; (c) tace e si vergogna più del necessario; (d) tace e se ne frega.
Quella di oggi, per esempio, era una d.

Qualunque sia la reazione, sono sicuro che alla prossima occasione, l’incauto mittente ci penserà una volta di più prima di premere il tasto Invia. O, nella peggiore delle ipotesi, di scrivermi ancora.

L’importante, in fin dei conti, è prenderla con ironia.

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