Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Un Mucchio di canzoni di De André
- LOCATED IN Ascolto
Di tanto in tanto mi capita di riascoltare uno in fila all’altro tutti i cd di Fabrizio De André che posseggo, in particolare La Buona Novella e il concerto dal vivo del 1998. Esclusa la musica classica, nella mia testa è quanto di più vicino all’idea di buona musica. La settimana scorsa era uno di questi momenti: alla sequenza di dischi se n’é aggiunto uno in extremis, gradito allegato al numero in edicola di Mucchio Extra, il trimestrale di approfondimento del Mucchio Selvaggio.
Non più i cadaveri dei soldati contiene 80 godibili minuti di reinterpretazioni dei capolavori del cantautore genovese. Sfilano Afterhours, Massimo Bubola, Mercanti di Liquore, Claudio Lolli, Marco Parente, Il Parto delle Nuvole Pesanti e altre voci minori, mentre le cover spaziano dalle canzoni più note (La canzone di Marinella, La guerra di Piero, Un giudice) a gioielli meno conosciuti (Coda di lupo, Monti di Mola, Nell’acqua della chiara fontana). Spicca chi non ci ha messo troppo del suo, perché le canzoni di De André vivono già di equilibrio perfetto tra semplicità e misura (oltre che della simbiosi con quel miracolo di sfumature che è la voce del loro autore); tuttavia l’operazione è onesta, e si sente.
Per chi apprezza il genere, vale tutti gli 11 euro del panino rivista+cd. Anche perché la rivista (che raccoglie materiale già pubblicato sul Mucchio Selvaggio più alcuni inserti originali) non è affatto male: è bello leggere articoli che non hanno fretta di finire, interviste che non vivono dei 5 minuti rubati alla presentazione di un nuovo album e viaggi appassionati nella storia della musica leggera (questo mese i Beatles).
Partenze intelligenti
- LOCATED IN Mi arrabbio

Dovrò tenerne conto, la prossima volta che mi metto in viaggio verso il Friuli: la strada più breve tra Milano e Pordenone è quella che passa per Lucca. Così almeno dando retta a Poste Italiane, che evidentemente smista in Centro Italia anche la corrispondenza urgente inoltrata via PostaCelere. Non c’è da stupirsi se poi la consegna, che sarebbe garantita in un giorno lavorativo, arriva uno o due giorni dopo il termine («ma ci sono stati problemi a Lucca», dicono al call center). Con tutto che PostaCelere si definisce un corriere espresso e ha una tariffa di 8 euro per busta.
Si fa presto a dire immorale
- LOCATED IN Dico la mia
Sapete com’è, io mi inquieto un po’ quando sento dire che alcuni tra i miei amici – di norma persone piuttosto degne – potrebbero avere aspirazioni gravemente immorali. Dunque mi ha colpito molto il documento di ieri con cui la Chiesa ha giudicato ancora una volta «nocive per il retto sviluppo della società umana» le unioni tra persone dello stesso sesso e «gravemente immorale» la loro legalizzazione.
Ora io, oltre a voler bene a tutti i miei amici senza condizioni, riconosco alla Chiesa il diritto, se non addirittura il dovere, di esporre visioni in coerenza con la propria missione. E ritengo che le persone – fedeli, non praticanti, atee, agnostiche che siano – siano pur sempre libere di mediare ogni messaggio ecclesiastico alla luce della propria sensibilità. Per quanto concerne lo Stato, invece, ho la ferma convinzione che – comunque la si pensi in fatto di religione – la sua laicità sia una garanzia di civiltà e di pacifica convivenza. Dunque per me il documento di ieri è e resta il parere, in quanto tale rispettabile, della Chiesa in materia di unioni civili. Rispettare l’opinione non significa condividerla, e infatti non la condivido.
Non sono così ingenuo da non capire che nella realtà quel documento ha un peso politico determinante, ma credo che sia più importante porre attenzione sull’oggetto del contendere. Perché temo che sulle unioni civili (tra persone dello stesso sesso, ma anche tra eterosessuali) si stia facendo molta confusione. Promuovere la famiglia e la procreazione è un conto, sbattere la porta in faccia a persone che verosimilmente non daranno comunque vita a una famiglia “tradizionale” è un’altra. Quello che a molti ancora sfugge, forse, è che la lobby gay (non da sola, peraltro) chiede allo Stato non l’autorizzazione a una cerimonia in abito bianco, ma il riconoscimento giuridico di una realtà di fatto che, piaccia o non piaccia ai più bigotti tra noi, esiste a priori. E in molti Paesi europei questo è stato compreso da tempo.
Così, impedire l’assistenza al patner ammalato, rifiutare forme civili di condivisione di diritti e di doveri reciproci, non garantire all’eventuale partner superstite una certezza di stabilità vita che prescinda dalla vita del compagno o della compagna e via dicendo sarà anche la strana espressione di una presunta moralità pubblica, ma a me continua a apparire solo una cinica e crudele mancanza di senso della realtà. Persone dello stesso sesso continuano e continueranno a vivere insieme, ad amarsi e rispettarsi con o senza una carta da bollo. Anche più che in passato, perché – beata l’ora – forse i tempi sono abbastanza maturi da non costringere le persone a vergognarsi dei propri sentimenti.
Ci sono articoli interessanti, sui giornali di oggi. Non li condivido tutti, ma quasi sempre provocano con intelligenza. Tra quelli linkabili e non a pagamento segnalo:
La Chiesa e lo Stato
Gaspare Barbiellini Amidei sul Corriere della Sera
Quelli che hanno paura dell’amore
Lidia Ravera sull’Unità
Un altro schiaffo a noi omosessuali credenti
intervista a Fabio Perone sull’Unità
La vignetta, insieme dura e delicata, di Staino sull’Unità
Ratzinger e le coppie omosessuali
editoriale su Il Foglio
Sport di periferia
- LOCATED IN Racconto
Provo verso il calcio gli stessi sentimenti che mi tengono a distanza dal mercato finanziario. A volte mi appassiono per le impennate di un titolo e ho pur sempre la prima azione nel cuore, ma poco servono a distrarre la mia diffidenza.
Ciononostante, mi dispiace venire a sapere dai giornali che il Pordenone Calcio, la squadra della mia città d’origine (serie C2), dovrà ricominciare il prossimo campionato dai Dilettanti.
Un’altra volta, in effetti, perché la squadra friulana era arrivata all’iscrizione in serie C2 dopo la lenta risalita seguita a uno dei più spettacolari flop economici che la storia dello sport di periferia ricordi. La vicenda è legata a un folcloristico imprenditore, tal Giuseppe D’Antuono detto Peppino, che negli anni ’80 arrivò da un giorno all’altro in città, acquistò il Pordenone Calcio e – in barba a una reputazione non certo immacolata – cominciò a promettere le massime serie professionistiche, l’arrivo di stelle del calcio e altre belle cose a cui molti diedero retta. Arrivarono, in effetti, campioni prepensionati, come Evaristo Beccalossi e, per un breve mentre, Dirceu. Ma un po’ per sfortuna, un po’ per la gestione sconsiderata, un po’ perché nel calcio di periferia le cose non vanno quasi mai come nelle favole, la squadra infilò una serie ininterrotta di retrocessioni. Passata dalla serie C alla Promozione senza passare dal via, la società vacillo e i conti collassarono definitivamente. Si ripartì nel 1990 dalla Prima Categoria.
Non si parla volentieri di questa storia, a Pordenone. Se chiedete in giro, molti fingeranno di averla dimenticata. Eppure c’è stata poesia in quel fallimento, ben resa in un memorabile articolo scritto in quei giorni sul Corriere della Sera dall’allora fresco di nomina inviato speciale Gian Antonio Stella (a ritrovarlo, lo incollerei volentieri).
Le vicende di questi giorni le conosco di rimbalzo dai quotidiani locali. Conti inaffidabili, decisioni prese all’ultimo minuto, il solito rimpallo di responsabilità. Pordenone ha nello sport le potenzialità di una città di medie dimensioni, ma l’atteggiamento della squadra da oratorio (con tutto che proprio la squadra di un oratorio è tra le poche a brillare in zona).
C’erano tempi in cui il calcio mieteva successi in C2 (e Pordenone compariva in schedina tre o quattro volte all’anno), il basket andava alla grande in A2, l’hockey su pista era ai primi posti della A1 e vinceva una coppa europea, il nuoto sfornava campioni internazionali, la pallavolo si avvicinava ai vertici. Oggi, invece, siamo poco più che dilettanti in quasi tutte le discipline.
In compenso, quando giochiamo a palla su un prato ci divertiamo ancora un sacco.
A proposito di quelle foto
- LOCATED IN Ritaglio
Alcune opinioni interessanti sulla pubblicazione delle foto dei cadaveri dei figli di Saddam Hussein, letti sui giornali di oggi:
Iraq, ritorno al passato
Furio Colombo sull’Unità
Trofei di guerra per Bush: “Così convinciamo gli scettici”
Vittorio Zucconi su Repubblica
Quando si esibisce il nemico morto
Tahar Ben Jelloun su Repubblica
Commento
di Gianni Riotta sul Corriere
Il Rischio di farne dei martiri
Editoriale della Stampa


E non vale leggere i titoli.
È mai possibile che in Italia ci cadiamo ogni volta? Ora, i due non erano certo stinchi di santi e la notizia c’è tutta, per carità. Ma un briciolo di dignità spetta anche al peggiore degli uomini, mi pare. Se non sbaglio lo dice perfino la Convenzione di Ginevra. Tant’è che nemmeno la più becera tra le breaking news digitali americane – e lì non sono certo educande del giornalismo – s’azzarda a mettere in home page una di queste foto, riservando a pagine interne la vista delle prove fornite dall’amministrazione americana (che quando vuole non si fa problemi a mostrarle, le prove).
Da noi va così: Repubblica.it abbozza (e rimanda con avviso esplicito alle immagini più crude), La Stampa non risparmia neppure la peggiore, Corriere.it ci casca, ma poi cambia idea e decide di aprire su Fazio. Prende nettamente le distanze L’Unità, che in serata fa scorrere accanto alla testata una scritta secondo la quale non pubblicherà né online né sul giornale di domani le «macabre immagini».
Da stasera, dopo che anche i tg avranno fatto la loro parte, – scommettiamo? – via libera alle solite, pretestuose polemiche sulla deontologia, sul dovere di cronaca e sul ruolo dell’informazione.
L’imprevedibile che c’è in ogni giorno
- LOCATED IN Segnalo
Oggi ho fatto due scoperte inaspettate.
La prima: non tutti amano il direttore di Panorama Carlo Rossella. Pensavo fosse un’eventualità statisticamente irrilevante, di fronte alle folle di giornalisti, politici e salottieri in estatica adorazione di cui si legge in giro. Al contrario, sull’estratto del procedimento disciplinare dell’Ordine dei Giornalisti di Milano per la ben nota copertina del settimanale con la chioma di Berlusconi ritoccata leggo che: «la piaggeria non è un illecito disciplinare, anche se è qualcosa di peggio sul piano morale individuale».
La seconda: il buon Massimo Mantellini, onesto fustigatore dei vizi della stampa tecnica (e non solo), si è letto l’ultimo numero di Internet News e spende anche alcune parole buone sul mio lavoro. Beh, mi ha fatto molto piacere.
Uno spammer tra noi?
- LOCATED IN Ritaglio

Curioso: che ci faceva la foto di Zeus in persona a corredo di un articolo sullo spamming in prima pagina su Corriere.it (stamattina alle 7)?
La certezza del diritto on the road
- LOCATED IN Dico la mia
Io e la giurisprudenza siamo appena lontani conoscenti. Nemmeno gli auguri di Natale, per dire. Però una cosa mi ha sempre affascinato, durante i nostri lontani incontri all’università: l’idea di certezza del diritto. Con parole che farebbero inorridire un giurista, significa qualcosa del tipo: non deve esistere nessun dubbio su quali siano le norme in vigore in un dato momento in un certo luogo.
Così è, tutto sommato. Certo, potremmo aprire numerose parentesi su come la legge in alcuni momenti possa diventare più certa per alcuni cittadini rispetto ad altri, ma è un ragionamento che ci porterebbe fuori strada.
Non rientra nel concetto di certezza del diritto quanto concerne la sua comunicazione. O meglio: la legge è certa, la Gazzetta Ufficiale è il suo profeta e gli avvocati sono i suoi sacerdoti. Con ciò la coscienza dello Stato è pulita, e tutto sommato tanto mi basta. M’incuriosisce però sapere quanti fra i non iniziati consultano abitualmente la GU o – quando hanno un dubbio sulle strade in cui è obbligatorio tenere accesi i fari dell’auto di giorno – vanno a cercare la norma in un repertorio giuridico ufficiale.
Lo leggono sul giornale, giusto? Qui volevo arrivare.
Quelle che seguono sono solo le principali tra le centinaia d’informazioni ridondanti a cui siamo stati sottoposti negli ultimi cinque anni in merito al codice della strada e tengono conto solo in minima parte della lunga coda di polemiche, comunicazioni, correzioni, riformulazioni e precisazioni che hanno seguito ogni novità su quotidiani, tv e testi parlamentari.
26 marzo 1998, anticipazioni sulla riforma del codice della strada: multe salate a chi usa il telefonino senza viva voce, pene più severe a chi guida sbronzo, via il bollo dal parabrezza, nuovi limiti alla sosta. Si scatena il dibattito su quali accessori rendono legale la telefonata in auto, creando parecchia confusione in materia.
21 ottobre 1998, un regolamento cambia forma e dimensioni della targa, reintroducendo la sigla della provincia che era stata tolta pochi mesi prima. In vigore dal gennaio del 1999. Si riaccende il vecchio dibattito di costume sul campanilismo.
10 gennaio 1999, decreto ministeriale: le multe rincarano per adeguarsi al costo della vita. Si accende il dibattito su quanto sia giusto che le contravvenzioni siano trattate come i pomodori.
3 giugno 1999, un decreto ministeriale introduce modifiche alla gestione delle revisioni obbligatorie degli autoveicoli. Si accende il dibattito su dove si può e dove non si può fare la revisione, con quale procedura e con quali prezzi.
28 settembre 2000, nuove regole sulla revisione dei motocicli. Si riaccende lo stesso dibattito sulle revisioni delle auto, ma pochi se ne accorgono; gli altri si buttano nella mischia.
29 dicembre 2000, il ministero della Giustizia decide che il Codice si adegua al costo della vita per la terza volta in otto anni e aumenta le multe. Insurrezione popolare: nemmeno la rucola è aumentata tanto.
8 marzo 2001, arrivano la patente a punti, il patentino per i motorini, le targhe personalizzate; i nuovi limiti di velocità e la scuola guida anche in autostrada. Ma è una legge delega, e il Governo ha 9 mesi di tempo per i decreti di attuazione. Si accende il dibattito su una novità talmente nuova che nella pratica non è ancora una novità.
15 gennaio 2002, arrivano la patente a punti, il patentino per i motorini, le targhe personalizzate; i nuovi limiti di velocità e la scuola guida anche in autostrada. La riforma del Codice della strada è appena in discussione in Parlamento. Si riaccende il dibattito sul fatto che questa novità l’abbiamo già sentita.
20 febbraio 2002, arrivano la patente a punti, il patentino per i motorini, le targhe personalizzate; i nuovi limiti di velocità e la scuola guida anche in autostrada. La legge è approvata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Si accende il dibattito sul fatto che ormai la notizia è vecchia e non ci crede più nessuno.
30 luglio 2002, entra in vigore il decreto che anticipa alcune norme del nuovo codice della strada. Diventa obbligatorio accendere i fari in autostrada e sulle principali strade extraurbane con gli anabaglianti accesi anche di giorno. Si accende il dibattito su quali strade extraurbane siano principali e quali no e non se ne viene a capo.
27 giugno 2003, il Consiglio dei ministri approva il decreto che introduce e integra le nuove norme del Codice della strada. Arrivano la patente a punti, controlli più severi, fari accesi anche sulle strade extraurbane. Però stavolta è vero, tanto è vero che si parla già di cambiare.
Da qui in poi la storia è ben nota: la falsa partenza, la tabella dei punti, gli incerti modi per recuperarli, i controlli e i record negativi, i 250 emendamenti, le questioni da riconsiderare, i provvedimenti ancora da attuare, i limiti da aggiornare, i risultati sul numero di incidenti e di vittime che sono talmente discordanti da non essere ancora molto attendibili.
Prima di partire per le vacanze, meglio guardare il tg per gli aggiornamenti. Del codice, non del traffico.
Tutto questo per dire che cosa?
Che non sarebbe male se i politici prima e i giornalisti poi trattassero questioni di ricaduta sociale così rilevante con un po’ più di rigore e professionalità. Perché, più che in altri campi, sulla strada il cittadino difficilmente ci va accompagnato dal suo avvocato. Se c’è un posto dove è il caso che un cittadino abbia certezza del diritto in modo autonomo, credo che questo sia l’automobile.
Che un codice della strada si può cambiare, ma quando si cambia la migrazione alle nuove regole andrebbe gestita senza correre il rischio di dare risposte vaghe e imprecise, di creare il caso politico e di dover ricorrere per mesi agli emendamenti.
Che sarebbe auspicabile che un codice della strada avesse una vita un po’ più lunga del Cda della Rai e non fosse aggiornato, revisionato, modificato un paio di volte all’anno, fatto salvo il recepimento delle normative comunitarie (e questo, tutto sommato, dovrebbe valere anche per la riforma della scuola).
Che chi informa dovrebbe forse contestualizzare meglio leggi così importanti, senza cadere nei banali tranelli della comunicazione politica. Non credo si possa pretendere che un lettore/spettatore medio abbia sempre la concentrazione e la preparazione necessaria per ricostruire l’iter di una legge e distinguere le novità rilevanti dagli annunci e dalle polemiche di second’ordine.
E infine che oggi sul Corriere della Sera c’è un divertente articolo di Severgnini sull’argomento.
Dietro le quinte di Cernobbio/3-fine
- LOCATED IN Racconto
Le 10 cose che mi hanno colpito di più in questi due giorni:
1. gli europei: nelle rispettive nazioni fanno un po’ tutti a gara a chi la spara più grossa; quando si trovano intorno alle dodici stelle, sarà la timidezza, ma diventano aperti, collaborativi e simpatici. Pure gli italiani.
2. la quarta lingua: tutti gli incontri ufficiali sono stati resi disponibili in italiano, inglese e francese. Ma anche con il linguaggio dei segni e con una trascrizione in tempo reale su maxischermo.
3. le riprese in diretta: un’organizzatissima squadra di operatori e registi ha seguito istante per istante tutti i momenti della conferenza europea, montando e smontando set nel giro di pochi minuti e rendendo disponibile tutto il materiale online (live e on demand) e su supporti magnetici.
4. i big sponsor: in prima linea per le tecnologie fornite, sono poi rimasti in disparte, accontentandosi di qualche incontro informale a margine delle sessioni ufficiali. Nulla di meno di quanto ci si aspettava da loro. Ma lo hanno fatto con classe.
5. Pordenone: dice, che c’entra Pordenone, sei il solito provinciale. E invece no: mentre giro per gli stand delle 65 best practice internazionali selezionate dalla Ue, m’imbatto in una rappresentanza della mia città che propone un originale modello di sportello per le imprese. Orgoglio naoniano.
6. il buffet: ci ho messo un giorno per trovarlo, ma quando sono arrivato è stato il più spettacolare che mi sia capitato di vedere. Cinque sale di buon cibo e buon vino, da degustare su una veranda affacciata sull’acqua e sui monti. Best practice: il conto arriva direttamente sulla dichiarazione dei redditi 2004.
7. i giornali di sinistra: piuttosto che rischiare di fare pubblicità a un evento della premiata ditta Berlusconi&Co., hanno preferito ignorare l’evento (anche quelli più svezzati sul fronte tecnologico). Un’occasione sprecata per parlare di scelte importanti che riguardano le pubbliche amministrazioni e i cittadini. Sprecata anche dalle testate orientate a centrodestra, peraltro, che raramente sono andati oltre le dichiarazioni governative o le cronache della mattinata berlusconiana.
8. la compostezza: in particolare quella degli stranieri davanti ai disagi delle prime ore. La reazione più violenta a cui ho assistito è stato un tale che in attesa del suo accredito ha cominciato a ridere da solo come un pazzo.
9. il personale di servizio: l’intelligenza collettiva fatta hostess. Per dirla con Lévy, nessuna sapeva tutto, ognuna sapeva una cosa, la totalità del sapere risiedeva nella loro onnipresenza.
10. il documento finale: non è più di una dichiarazione politica d’intenti sull’interoperabilità delle amministrazioni degli Stati membri, ma è un passo avanti interessante che tutto sommato non davo per scontato. Subito dopo ho sentito dire – per la quarta volta dal 2000 – che entro l’anno in Italia avremo un milione e mezzo di carte d’identità elettroniche, ma questa è un’altra storia.
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