Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Voci che possono
- LOCATED IN Ascolto
Ci sono voci che possono permettersi di essere credibili in qualunque contesto: per esempio, quelle di Michael Stipe (clip: WM, RA) o Tracy Chapman (WM, RA). Anche quella di Dave Matthews. Ho scoperto il repertorio della Dave Matthews’ Band ai tempi dell’università: mi folgorò Let You Down (WM) e un po’ per volta mi sono appassionato all’affascinante mix di acustico ed elettrico imbastito da quella voce calda e piena di personalità. Crash è ancora uno dei cd che più mi rilassano.
Oggi Dave Matthews si è preso una vacanza dalla Band che porta il suo nome e prova a esaltare la sua vena di cantautore. L’incursione da solista (Some devil) ha un sapore vagamente più commerciale rispetto alla consueta produzione collettiva, ma il risultato è quanto meno piacevole. E no, checché ne dicano i giornali, il cd è lungo ma affatto noioso. Un po’ funebre al primo ascolto, magari, con tutto quel parlare di cimiteri (Gravedigger) e vite complicate. Poi, però, emergono le piccole immagini azzeccate di cui è infarcito l’album (A hundred and three is forever when you’re just a little kid, So Cyrus Jones lived forever), gli arrangiamenti raffinati, l’alternarsi di violini e chitarre elettriche, di ballate dolci (Oh) ed escursioni raggae (Up and Away, più John Lennon che Bob Marley), e l’album acquista spessore. Un cd forse meno speziato del solito, ma per nulla insipido.
Insomma, a me è piaciuto parecchio (a parte i fastidiosi vincoli del sistema anticopia BMG). Se volete ascoltarne un po’, trovate il suggestivo ma didascalico video di Gravedigger sul sito di MTV e un breve preascolto di tutte le tracce sul sito ufficiale.
Il test dello spam
- LOCATED IN Segnalo

Se ogni casella di posta elettronica rintracciabile online è meta frequente e non sollecitata di e-mail che decantano le virtù di pillole, creme e medicinali a dir poco improbabili, è segno che il mercato delle pozioni miracolose è quanto meno fiorente. Qualcuno a New York sta provando a rispondere alla domanda che tutti, prima o poi, si sono posti a proposito di spam: Do Penis Enlargement Pills Work?
La voce del treno
- LOCATED IN Racconto
C’è voluto un po’, tipo qualche anno, ma ora anche i treni Eurostar hanno i loro annunci automatici (almeno sulla linea Milano-Roma, su cui ho viaggiato più di quanto avrei voluto nelle ultime 48 ore). Basta boffonchiamenti, avvisi incomprensibili, inspiegabili silenzi o incontenibili chiacchieroni. Basta anche agli approssimativi e divertenti tentativi di comunicare l’essenziale ai clienti stranieri in un numero di lingue variabile tra zero e quattro, in base all’ispirazione. Ora le informazioni le dà una voce femminile preregistrata, che oltre alla precisione ha dalla sua dizione italiana e accento inglese quasi perfetti. Poco invadente, suadente quanto basta, riesce a essere terribilmente cortese perfino nel ricordare di parlare piano, abbassare la suoneria del cellulare, non fumare e non dimenticare il giornale. Per un attimo ho avuto l’impressione che qualcuno le avesse addirittura dato retta, a proposito di voce alta, telefonini e fumo negli spazi di interconnessione, ma dev’essere stata una suggestione passeggera. Ci ha tenuti pure allegri: uscendo da Firenze e col muso già sugli appennini tosco-emiliani, la Voce ha annunciato trionfante di prepararsi per l’imminente arrivo a Santa Maria Novella, tra le risate dei passeggeri. Ma secondo me è perché non voleva fare quella monotona e prevedibile fin dal primo appuntamento.
Invettiva di un consumatore
- LOCATED IN Mi arrabbio
Sono stanco di lamentarmi di disservizi. Sarà l’autunno, ma non ho più voglia di lottare. Non ho la forza di attendere altri minuti con la cornetta in mano, tormentato da musiche frastornanti. Mi manca il coraggio di ricominciare da capo ogni volta che un filtro automatico mi indirizza all’operatore sbagliato. Mi sfugge il tempo da dedicare ai mille piccoli problemi tecnici e amministrativi che avrebbero buon diritto a una soluzione. Ho perso la pazienza di adattarmi a procedure prive di logica. Ho finito la comprensione per le difficoltà che non si spiegano. Non trovo la tolleranza per dimostrare ancora una volta di essere cliente. Peggio di tutto: non sono più capace di indignarmi.
Quindi così sia. Che i servizi continuino a degradare. Avete vinto voi, multinazionali della mediocrità e dei grandi numeri. Prendetemi per sfinimento, ignorate le mie richieste, continuate ad ascoltare lo stesso problema ogni volta per la prima volta. L’avrete vinta. Mi limiterò a subire, pagherò intero per ottenere frazioni, mi accontenterò di farmi compatire quando un incauto interlocutore mi chiederà nei cinque minuti sbagliati da chi mi faccio fornire un servizio. Sono l’anello debole della catena fallimentare.
Il senso dei sognatori per il cinema
- LOCATED IN Guardo
Ma sì, il sessantotto. E poi il sessantanove, il settanta, il settantuno, e via fino al duemilauno, duemiladue, duemilatre, e la delusione sul volto di Matthew nella scena finale che è probabilmente la stessa di molti di fronte alle ribellioni ragionevoli di questi anni condotte in modo irragionevole. Non mi è dispiaciuto The Dreamers. Non mi ha nemmeno esaltato, a essere sincero, ma di questi tempi ho fatto l’abitudine a uscire scettico dalla sala. L’ho trovato denso di fascino: a volte sprecato, a volte compiaciuto, a volte intenso e raffinato. Talvolta è superficiale nel dipingere i tre protagonisti e spesso ha il fiato corto nel tenere il filo dei giorni che passano. Tuttavia sulle perplessità trionfano scene e citazioni di grande impatto visivo, che – piaccia o meno il film nella sua interezza – ci accompagneranno a lungo: peccato soltanto che la loro intensità sia stata svilita da settimane di antipazioni su locandine, riviste e tv. Ho amato The Dreamers per brevi istanti, quando è più genuina la complicità adolescenziale tra i protagonisti e i film della loro vita. Nelle scene che si perdono tra presente e pellicola (così come era stato, a modo loro, in Garage Demi o in Nuovo Cinema Paradiso) c’è un tentativo di onorare la magia del cinema nella vita di tutti i giorni che immancabilmente mi emoziona.
Il buon senso oscurato
- LOCATED IN Segnalo
Non sto a spiegare ora come e perché: potete già leggere tutti i dettagli ricostruiti sui siti di Mantellini e Valdemarin (tanto per cominciare). Il fatto è che hanno (temporaneamente) oscurato il sito di Gaspar Torriero, in attesa che si chiarisca una faccenda che si commenta da sola e che sta diventando pure piuttosto spiacevole. Per il momento a essere oscurato, insieme ai liberi pensieri di una persona ragionevole come poche, è il buon senso.
AGGIORNAMENTO: torna il sereno sul buon senso? Nel tardo pomeriggio, quando già iniziavano le prima fiaccolate di facinorosi (non che abbondasse nemmeno in questo caso il senso della misura, seppure in nome di una buona causa), il sito di Gaspar è tornato visibile. Alla prossima puntata.
La vicenda la conoscete, no?
- LOCATED IN Segnalo
Stasera magari capiterà che vi guardiate Vajont su Raiuno (film di Martinelli piuttosto deludente, per come lo ricordo). Domani, quarantennale della sciagura, sentirete dire che Ciampi è andato sulla diga per presenziare alle commemorazioni ufficiali. Vi verrà pure in mente quel meraviglioso pezzo di teatro/televisione di Marco Paolini, trasmesso sei anni fa da Raidue. In libreria, in queste settimane vi sarà probabilmente caduto l’occhio su Il volo della martora di quel geniaccio di Mauro Corona, approdato addirittura ai Miti di Mondadori.
È probabile che del disastro del Vajont sappiate già tutto, perché la storia è vecchia. Ma se vi viene qualche dubbio oppure pensate che, in tempi di strani black out elettrici, valga la pena ripassare una vicenda di scelte politiche legate all’elettricità, c’è un bel sito (realizzato con passione da Andrea Losso), che dal 2000 si va arrichendo di racconti, testimonianze, ricostruzioni, atti processuali, documentazione d’epoca, fotografie, arte a tema, bibliografia.
Una storia già vista
- LOCATED IN Guardo
Elephant, di Gus Van Sant. Palma d’oro e premio alla regia al Festival di Cannes 2003.
Prima di tutto mettiamoci d’accordo sul titolo. La Repubblica: «Si riferisce ai massacri compiuti dai pachidermi impazziti». L’Unità: «Prende il titolo, non a caso, dal simbolo del partito repubblicano». Corriere della Sera: «Van Sant ha preso il suo titolo dall’apologo buddista dei ciechi che cercano di immaginare un elefante, riuscendo soltanto a descrivere la parte che ciascuno può toccare». BBC: «Van Sant took both the title and the multi-perspective style of Elephant from British director Alan Clarkes 1989 BBC programme about violence in Northern Ireland. Van Sant originally thought that Clarkes title referred to the old Buddhist parable in which several blind men each examine a different part of an elephant and think that they understand the whole, but it turns out that Clarke was actually referring to the proverbial elephant in the room that everyone sees but no one mentions».
Poi il film. Non sarebbe neanche male se non arrivasse buon ultimo a colpire l’immaginario collettivo con immagini di gioventù perduta e sparatorie nelle scuole. Pescando a caso i primi esempi che mi passano nella testa: Bowling for Columbine, The Basketball Diaries, l’intera collezione di Larry Clark (da Kids a Ken Park), per finire in musica con la sempreverde Jeremy (RA, WM) dei Peal Jam.
Note sparse. Lunghi piani sequenza pedinano in continuazione i protagonisti: bello, anche se ripetitivo. Piccoli fatti visti da più angolazioni: bello, ma non molto originale e in questo caso fin troppo abusato. I personaggi hanno lo stesso nome dei rispettivi attori: tutti bravi, per non essere professionisti. La cornucopia di luoghi comuni nelle ambientazioni, nelle situazioni, nelle musiche e nella caratterizzazione dei personaggi: talmente marcata da sembrare per lo meno voluta. Le occasionali immagini al rallentatore: terribili, soprattutto in un film d’autore. L’uso di suoni e rumori come elemento narrativo di primo piano: questo sì, mi è piaciuto. Il gioco a disorientare lo spettatore con le lunghe passeggiate dei protagonisti, che cambiano direzione ogni volta che chi guarda crede di aver intuito la possibile meta: bello, ma calcato ai limiti della noia.
In definitiva. Non mi ha convinto molto. Non ho capito tutto l’entusiasmo generato a Cannes, dove ha vinto quasi tutto. Mi è sembrata sopravvalutata la reinterpretazione di cose già viste, nonostante il tocco di classe di Gus Van Sant, regista che in genere apprezzo molto. Non mi ha preso alla gola dopo dieci minuti, come promettevano le locandine. E, a costo di sembrare cinico, non mi ha nemmeno sconvolto più di tanto.
È già Smau e io no
- LOCATED IN Segnalo
Un crescente mal di testa mi ricorda che passerò i prossimi due o tre giorni a Smau. Fatevi riconoscere, se passate di là. Di quando in quando sarò a rifocillarmi al pad. 11 stand H32.
La sirena d’autunno
- LOCATED IN Ascolto
È lei che ogni anno mi annuncia l’arrivo dell’autunno. Io non riesco ad ascoltare le canzoni di Tori Amos in primavera o in estate. In compenso è lei che ho improvvisamente voglia di sentir cantare appena si alza la bora.
Quando uscì From the Choirgirl Hotel, nel 1998, mi capitò di leggere una recensione illuminante su Rockol: «Chi sceglie Tori Amos oggi sceglie un mood, uno stato danimo che a tratti preferirebbe magari più giocoso, quantomeno più variegato, e che invece finisce per scorrere via come un fluire di acqua di stagno, come una melma di emozioni». Ecco: una disposizione d’animo, un umore. Probabilmente il mio mood, da ottobre a febbraio.
A pensarci bene, buona parte dei miei Cd preferiti rientrano in questa definizione. E infatti li ascolto quasi esclusivamente in inverno. È la stagione in cui spengo volentieri la Tv, avverto meno l’impellenza di essere collegato, ho poca fretta di conoscere le ultime notizie. Ascoltare un Cd, almeno per quanto mi riguarda, significa far passare il tempo (in treno, per esempio) oppure – ed è questo il lato invernale della faccenda – staccare per qualche ora i contatti con il mondo. Un Cd non ha edizioni straordinarie, non ha aggiornamenti, non propone invitanti collegamenti ipertestuali: è quello che è, dall’inizio alla fine, ed è sempre uguale a se stesso. Se risponde al tuo stato d’animo, in quel momento non hai altro da chiedere.
A chi avesse voglia di ascoltare un po’ di buona musica autunnale consiglio di provare l’originale Peyote Radio Theatre proposto sul sito che custodisce la memoria di Jeff Buckley: si tratta di un player in Flash che ripercorre in streaming audio e video (di discreta qualità) l’intero repertorio del cantante americano morto nel 1997. Alla faccia delle preziose preview di 30″ e delle varie contropiraterie dei discografici, ecco un modo intelligente di usare Internet per diffondere la musica. Tanto, se il prodotto è di qualità e piace, uno il Cd se lo compra eccome.
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