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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Ottobre 16 2003

Sono stanco di lamentarmi di disservizi. Sarà l’autunno, ma non ho più voglia di lottare. Non ho la forza di attendere altri minuti con la cornetta in mano, tormentato da musiche frastornanti. Mi manca il coraggio di ricominciare da capo ogni volta che un filtro automatico mi indirizza all’operatore sbagliato. Mi sfugge il tempo da dedicare ai mille piccoli problemi tecnici e amministrativi che avrebbero buon diritto a una soluzione. Ho perso la pazienza di adattarmi a procedure prive di logica. Ho finito la comprensione per le difficoltà che non si spiegano. Non trovo la tolleranza per dimostrare ancora una volta di essere cliente. Peggio di tutto: non sono più capace di indignarmi.

Quindi così sia. Che i servizi continuino a degradare. Avete vinto voi, multinazionali della mediocrità e dei grandi numeri. Prendetemi per sfinimento, ignorate le mie richieste, continuate ad ascoltare lo stesso problema ogni volta per la prima volta. L’avrete vinta. Mi limiterò a subire, pagherò intero per ottenere frazioni, mi accontenterò di farmi compatire quando un incauto interlocutore mi chiederà nei cinque minuti sbagliati da chi mi faccio fornire un servizio. Sono l’anello debole della catena fallimentare.

Ottobre 14 2003

Ma sì, il sessantotto. E poi il sessantanove, il settanta, il settantuno, e via fino al duemilauno, duemiladue, duemilatre, e la delusione sul volto di Matthew nella scena finale che è probabilmente la stessa di molti di fronte alle ribellioni ragionevoli di questi anni condotte in modo irragionevole. Non mi è dispiaciuto The Dreamers. Non mi ha nemmeno esaltato, a essere sincero, ma di questi tempi ho fatto l’abitudine a uscire scettico dalla sala. L’ho trovato denso di fascino: a volte sprecato, a volte compiaciuto, a volte intenso e raffinato. Talvolta è superficiale nel dipingere i tre protagonisti e spesso ha il fiato corto nel tenere il filo dei giorni che passano. Tuttavia sulle perplessità trionfano scene e citazioni di grande impatto visivo, che – piaccia o meno il film nella sua interezza – ci accompagneranno a lungo: peccato soltanto che la loro intensità sia stata svilita da settimane di antipazioni su locandine, riviste e tv. Ho amato The Dreamers per brevi istanti, quando è più genuina la complicità adolescenziale tra i protagonisti e i film della loro vita. Nelle scene che si perdono tra presente e pellicola (così come era stato, a modo loro, in Garage Demi o in Nuovo Cinema Paradiso) c’è un tentativo di onorare la magia del cinema nella vita di tutti i giorni che immancabilmente mi emoziona.

Ottobre 13 2003

Non sto a spiegare ora come e perché: potete già leggere tutti i dettagli ricostruiti sui siti di Mantellini e Valdemarin (tanto per cominciare). Il fatto è che hanno (temporaneamente) oscurato il sito di Gaspar Torriero, in attesa che si chiarisca una faccenda che si commenta da sola e che sta diventando pure piuttosto spiacevole. Per il momento a essere oscurato, insieme ai liberi pensieri di una persona ragionevole come poche, è il buon senso.

AGGIORNAMENTO: torna il sereno sul buon senso? Nel tardo pomeriggio, quando già iniziavano le prima fiaccolate di facinorosi (non che abbondasse nemmeno in questo caso il senso della misura, seppure in nome di una buona causa), il sito di Gaspar è tornato visibile. Alla prossima puntata.

Ottobre 8 2003

Stasera magari capiterà che vi guardiate Vajont su Raiuno (film di Martinelli piuttosto deludente, per come lo ricordo). Domani, quarantennale della sciagura, sentirete dire che Ciampi è andato sulla diga per presenziare alle commemorazioni ufficiali. Vi verrà pure in mente quel meraviglioso pezzo di teatro/televisione di Marco Paolini, trasmesso sei anni fa da Raidue. In libreria, in queste settimane vi sarà probabilmente caduto l’occhio su Il volo della martora di quel geniaccio di Mauro Corona, approdato addirittura ai Miti di Mondadori.

È probabile che del disastro del Vajont sappiate già tutto, perché la storia è vecchia. Ma se vi viene qualche dubbio oppure pensate che, in tempi di strani black out elettrici, valga la pena ripassare una vicenda di scelte politiche legate all’elettricità, c’è un bel sito (realizzato con passione da Andrea Losso), che dal 2000 si va arrichendo di racconti, testimonianze, ricostruzioni, atti processuali, documentazione d’epoca, fotografie, arte a tema, bibliografia.

Ottobre 5 2003

Elephant, di Gus Van Sant. Palma d’oro e premio alla regia al Festival di Cannes 2003.

Prima di tutto mettiamoci d’accordo sul titolo. La Repubblica: «Si riferisce ai massacri compiuti dai pachidermi impazziti». L’Unità: «Prende il titolo, non a caso, dal simbolo del partito repubblicano». Corriere della Sera: «Van Sant ha preso il suo titolo dall’apologo buddista dei ciechi che cercano di immaginare un elefante, riuscendo soltanto a descrivere la parte che ciascuno può toccare». BBC: «Van Sant took both the title and the multi-perspective style of Elephant from British director Alan Clarke’s 1989 BBC programme about violence in Northern Ireland. Van Sant originally thought that Clarke’s title referred to the old Buddhist parable in which several blind men each examine a different part of an elephant and think that they understand the whole, but it turns out that Clarke was actually referring to the proverbial elephant in the room that everyone sees but no one mentions».

Poi il film. Non sarebbe neanche male se non arrivasse buon ultimo a colpire l’immaginario collettivo con immagini di gioventù perduta e sparatorie nelle scuole. Pescando a caso i primi esempi che mi passano nella testa: Bowling for Columbine, The Basketball Diaries, l’intera collezione di Larry Clark (da Kids a Ken Park), per finire in musica con la sempreverde Jeremy (RA, WM) dei Peal Jam.

Note sparse. Lunghi piani sequenza pedinano in continuazione i protagonisti: bello, anche se ripetitivo. Piccoli fatti visti da più angolazioni: bello, ma non molto originale e in questo caso fin troppo abusato. I personaggi hanno lo stesso nome dei rispettivi attori: tutti bravi, per non essere professionisti. La cornucopia di luoghi comuni nelle ambientazioni, nelle situazioni, nelle musiche e nella caratterizzazione dei personaggi: talmente marcata da sembrare per lo meno voluta. Le occasionali immagini al rallentatore: terribili, soprattutto in un film d’autore. L’uso di suoni e rumori come elemento narrativo di primo piano: questo sì, mi è piaciuto. Il gioco a disorientare lo spettatore con le lunghe passeggiate dei protagonisti, che cambiano direzione ogni volta che chi guarda crede di aver intuito la possibile meta: bello, ma calcato ai limiti della noia.

In definitiva. Non mi ha convinto molto. Non ho capito tutto l’entusiasmo generato a Cannes, dove ha vinto quasi tutto. Mi è sembrata sopravvalutata la reinterpretazione di cose già viste, nonostante il tocco di classe di Gus Van Sant, regista che in genere apprezzo molto. Non mi ha preso alla gola dopo dieci minuti, come promettevano le locandine. E, a costo di sembrare cinico, non mi ha nemmeno sconvolto più di tanto.

Ottobre 2 2003

Un crescente mal di testa mi ricorda che passerò i prossimi due o tre giorni a Smau. Fatevi riconoscere, se passate di là. Di quando in quando sarò a rifocillarmi al pad. 11 stand H32.

Ottobre 1 2003

È lei che ogni anno mi annuncia l’arrivo dell’autunno. Io non riesco ad ascoltare le canzoni di Tori Amos in primavera o in estate. In compenso è lei che ho improvvisamente voglia di sentir cantare appena si alza la bora.

Quando uscì From the Choirgirl Hotel, nel 1998, mi capitò di leggere una recensione illuminante su Rockol: «Chi sceglie Tori Amos oggi sceglie un mood, uno stato d’animo che a tratti preferirebbe magari più giocoso, quantomeno più variegato, e che invece finisce per scorrere via come un fluire di acqua di stagno, come una melma di emozioni». Ecco: una disposizione d’animo, un umore. Probabilmente il mio mood, da ottobre a febbraio.

A pensarci bene, buona parte dei miei Cd preferiti rientrano in questa definizione. E infatti li ascolto quasi esclusivamente in inverno. È la stagione in cui spengo volentieri la Tv, avverto meno l’impellenza di essere collegato, ho poca fretta di conoscere le ultime notizie. Ascoltare un Cd, almeno per quanto mi riguarda, significa far passare il tempo (in treno, per esempio) oppure – ed è questo il lato invernale della faccenda – staccare per qualche ora i contatti con il mondo. Un Cd non ha edizioni straordinarie, non ha aggiornamenti, non propone invitanti collegamenti ipertestuali: è quello che è, dall’inizio alla fine, ed è sempre uguale a se stesso. Se risponde al tuo stato d’animo, in quel momento non hai altro da chiedere.

A chi avesse voglia di ascoltare un po’ di buona musica autunnale consiglio di provare l’originale Peyote Radio Theatre proposto sul sito che custodisce la memoria di Jeff Buckley: si tratta di un player in Flash che ripercorre in streaming audio e video (di discreta qualità) l’intero repertorio del cantante americano morto nel 1997. Alla faccia delle preziose preview di 30″ e delle varie contropiraterie dei discografici, ecco un modo intelligente di usare Internet per diffondere la musica. Tanto, se il prodotto è di qualità e piace, uno il Cd se lo compra eccome.

Settembre 30 2003

Da quando ho cominciato a usare i computer, avrò avuto dodici anni o poco più, ho provato tenerezza ogni volta che ho visto una persona anziana avvicinarsi alle nuove tecnologie.

Ricordo che da piccolo cercavo di convincere mia nonna a giocare a tombola sul Commodore 64. Lei, che viveva in una città dove non hanno circolato mai nemmeno le automobili, mi guardava stranita, faceva un sorriso di circostanza, stava al gioco per qualche minuto e poi si faceva distrarre dalla prima cosa che le dava occasione di occuparsi d’altro. Di fronte alla mia insistenza, non le restava che provare a spiegarmi con dolcezza come quel gioco per lei fosse fatto di cartoncino (per le cartelle) e fagioli (per coprire i numeri chiamati) e quanto trovasse inutilmente complicato stare a guardare una televisione che faceva tutto da sola.

Non credo che mia nonna abbia mai saputo quanto quelle parole abbiano contribuito a formare il mio rapporto con la tecnologia: da allora, ogni volta che mi trovo di fronte a un produttore entusiasta o a un programmatore eccitato, mi chiedo prima di tutto quanta umanità preservi l’innovazione di turno e quanto spirito di servizio (piuttosto che autocompiacimento o marketing) animi il progetto. Magari qualche cantonata di troppo, in questi anni di tecno-follia, me la sono anche risparmiata.

Ripensavo a tutto questo oggi leggendo di Oreste Del Buono, uno dei primi giornalisti di cui ho imparato a riconoscere la firma. Di Del Buono ricordo una testimonianza pubblicata nel 1996 su quella bella rivista che un tempo è stata Telèma. Scriveva: «Ho cominciato a scrivere a macchina a sei anni, con un’enorme Underwood. Soltanto nel dopoguerra ho acquistato una Olivetti portatile e quando mi sono fatto convincere a prenderne una elettrica me ne sono subito pentito. Non ho più l’età per imparare a usare il computer ma non potrei più vivere senza quel provvidenziale aggeggio che trasmette dovunque e in ogni momento le pagine che scrivo, il fax».

Per qualche strano motivo, sono sempre stato un appassionato lettore di anneddoti di chi, trovandosi a scrivere per mestiere e non più giovanissimo d’età, sia stato travolto dall’innovazione e costretto a confrontarsi con un progresso di cui magari non ha avvertito alcuna esigenza. Un’ineluttabilità di cui è stato sofferto interprete un fedelissimo della Lettera 22 come Indro Montanelli: «Confesso che non ho ancora capito che cosa sia il giornale on line. Immagino che si tratti di qualcosa attinente alla televisione, cioè un giornale non di carta e di parole, ma di video e d’immagini, sul quale la mia opinione muove da un pregiudizio di antipatia corretta dal riconoscimento di una realtà ineluttabile. Questa: che per il giornalismo quale io l’ho appassionatamente amato e praticato non c’è più mercato. Non so cosa sarà mai un giornale on line. So soltanto che non sarà mai il mio giornale, anche se è quello dell’avvenire».

Ci sono anche gli entusiasti come Arrigo Levi: «Io uso il computer nel modo più elementare: come archivio di cose scritte da me, e condivido il rimpianto di altri per non averlo avuto a disposizione tutta la vita (ma chissà come mi orienterei in mezzo a quella foresta di pagine ben conservate!), e come strumento di scrittura. Ora, gli strumenti di scrittura, come gli strumenti di espressione, non sono senza effetto sulla scrittura e su quello che c’è dietro, che è il pensiero. Non so bene come ciò accada, ma so che è così». Aggiunge: «Per questo, e per la sua silenziosità, lo amo».

Oppure Giorgio Bocca, che parla di computer e stampatrici con gratitudine: «Finalmente ho trovato la mia protesi giusta, questa macchina chiamata computer, che ad altri serve a operazioni raffinate e complesse, a viaggi per Internet, a calcoli astronautici e che a me serve solo a cancellare errori di battuta, subito, con poca fatica, che per voi sarà poco o niente ma che per me è una liberazione dall’incubo della scarsa manualità, la liberazione da una fatica continua e crescente».

Infine le note di un arzillo (e temo mai abbastanza riconosciuto) innovatore come Sergio Lepri, che ricorda come «Il passato dell’elettronica è pieno di previsioni mancate o di previsioni sbagliate: l’Olivetti che nel 1969 non si accorge che un suo ingegnere ha inventato il personal computer (molti anni prima degli americani) e decide di rinunziare all’elettronica perché “non c’è mercato”; i giapponesi che spendono anni di studio e miliardi di yen dietro la televisione ad alta definizione, senza prevedere il passaggio dall’analogico al digitale e quindi l’eliminazione del problema; e Internet? sono passati venti anni prima che ci si rendesse conto di che cosa volesse dire, e potesse rappresentare (anche qui nel bene e nel male), la planetaria rete delle reti».

Dice: che vuoi dimostrare? Nulla, solo che a ripensarci mi hanno fatto tenerezza.

Settembre 29 2003

«Chiunque creda in Italia d’aver subìto ieri una calamità eccezionale, s’illude: ha solo vissuto una prova generale di quel che sarà il nostro futuro “normale”. Il mondo intero corre ciecamente verso la catastrofe energetico-ambientale, foriera a sua volta d’inaudite tensioni geopolitiche, conflitti sociali e avventure militari. L’Italia corre nella stessa direzione, a modo suo: cioè mescolando eccessi postmoderni e debolezze premoderne, con in più quel sovraccarico di malafede e sguaiata rissosità interna che rende ancora più difficile al paese capire e affrontare una terribile emergenza. È questo il problema centrale dell’epoca contemporanea. Continuando a sottovalutarlo, le nostre generazioni e le classi dirigenti che ci governano si macchiano di colpe incancellabili verso l’umanità futura.»

Federico Rampini sulLa Repubblica di oggi.

Settembre 28 2003

Arena Civica di Milano, domenica 28 settembre, ore 19
«Limitate l’uso degli elettrodomestici allo stretto necessario perché il sistema è ancora fragile ed è necessario risparmiare corrente per trasferirla all’occorrenza in zone della Penisola dove l’energia non è stata ancora del tutto ristabilita. Non sarà possibile tornare alla normalità prima di martedì: nella giornata di lunedì saranno possibili sospensioni programmate»
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Nella foto, uno dei quattro complessi di riflettori che illuminavano a giorno l’Arena Civica di Milano nel tardo pomeriggio di oggi.

Al contrario del mio bucato, le partite in nottura della Coppa Italia di Eccellenza non possono aspettare.

Sarà.

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